Nessuna cosa nasce in loco, dove non sia vita sensitiva, vegetativa o

razionale: nascono le penne sopra li uccelli, e si mutano ogni anno;

nascono li peli sopra li animali e ogni anno si mutano, salvo alcuna

parte, come li peli delle barbe de’ lioni e gatti e simili; nascono

l’erbe sopra li prati e le foglie sopra li alberi, e ogni anno in

gran parte si rinnovano; adunque potremo dire, la terra avere anima

vegetativa, e che la sua carne sia la terra, li sua ossi sieno li

ordini delle collegazioni [Sidenote: aggregazioni] de’ sassi, di che

si compongono le montagne, il suo tenerume sono li tufi, il suo sangue

sono le vene delle acque, il lago del sangue, che sta dintorno al core,

è il mare oceano, il suo alitare e ’l crescere e discrescere del sangue

per li polsi, e così nella terra è il flusso e riflusso del mare, e ’l

caldo dell’anima del mondo è il fuoco, ch’è infuso per la terra, e la

residenza dell’anima vegetativa sono li fochi, che per diversi lochi

della terra spirano in bagni e in miniere di solfi e in vulcani, a Mon

Gibello di Sicilia e altri lochi assai.

LXIX. — PARAGONE DELL’UOMO E DEL MONDO. COMINCIAMENTO DEL TRATTATO DE

L’ACQUA.

L’omo è detto da li antiqui mondo minore, e certo la dizione d’esso

nome è bene collocata imperò che, sì come l’omo è composto di terra,

acqua, aria e foco, questo corpo della terra è il simigliante. Se l’omo

ha in sè ossa, sostenitori e armadura della carne, il mondo ha i sassi

sostenitori della terra; se l’omo ha in sè il lago del sangue, dove

cresce e discresce il polmone, nello alitare, il corpo della terra ha

il suo oceano mare, il quale, ancora lui, cresce e discresce ogni sei

ore per lo alitare del mondo; se dal detto lago di sangue dirivan vene,

che si vanno ramificando per lo corpo umano, similmente il mare oceano

empie il corpo de la terra d’infinite vene d’acqua. Manca al corpo

della terra i nervi, i quali non vi sono, perchè i nervi sono fatti al

proposito del movimento, e, il mondo sondo di perpetua stabilità, non

v’accade movimento, e, non v’accadendo movimento, i nervi non vi sono

necessari. Ma in tutte l’altre cose sono molto simili.

LXX. — L’ACQUA.

Il corpo della terra, a similitudine dei corpi delli animali, è tessuto

di ramificazione di vene, le quali son tutte insieme congiunte, e son

costituite a nutrimento e vivificazione d’essa terra e de’ sua creati.

LXXI. — L’ACQUA È IL SANGUE E LA LINEA DEL MONDO.

L’acqua, che surge ne’ monti è il sangue, che tien viva essa montagna,

o, forata in essa o per traverso essa vena, la natura, aiutatrice

de’ sua vivi, sendo abbondante nell’aumento di volere riparare il

mancamento del versato umore, quivi con curioso [Sidenote: sollecito]

soccorso abbonda; a similitudine del loco percosso nell’omo, e’ si

vede, per lo soccorso fatto, multiplicare il sangue sotto alla pelle,

in modo di sgonfiamento, per sopperire al loco infecto [Sidenote:

contuso, per la percussione]; similmente la vite, sendo tagliata

nell’alta stremità, manda la natura dall’infime radice all’altezza

somma del loco tagliato il suo umore, e quello, essendo versato, essa

non l’abbandona di vitale umore, insino al fine della sua vita.

LXXII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.

L’acqua è proprio quella, che per vitale umore di questa arida terra

è dedicata: e quella causa, che la move per le sue ramificate vene,

contro al natural corso delle cose gravi, è proprio quella, che move li

umori in tutte le spezie de’ corpi animali.

LXXIII. — L’ACQUA SUI MONTI.

L’acqua, vitale omore della terrestre macchina, mediante il suo natural

calore si move.

LXXIV. — TRASFORMAZIONI DOVUTE ALL’ACQUA.

L’acqua è ’l vetturale della natura.

LXXV. — DELLA VIBRAZION DELLA TERRA.

Li corsi subterranei delle acque, sì come quelli, che son fatti in fra

l’aria e la terra, son quelli, che al continuo consumano e profondano

li letti delli lor corsi.

La terra, levata dalli fiumi, si scarica nelle ultime parti delli lor

corsi, ovvero la terra, levata da li alti corsi de’ fiumi, si scarica

nell’ultime bassezze delli lor moti.

Dove l’acque dolci pullulano, nella superfice del mare, è manifesto

prodigio della creazione d’una isola, la qual si scoprirà tanto più

tardi o più presto, quanto la quantità dell’acqua, che surge, sarà di

minore o maggior quantità.

E questa tale isola si genera dalla quantità della terra o consumazion

de’ sassi, che fa il corso sotterraneo dell’acqua per li lochi,

dond’ella discorre.

LXXVI. — VASTE TRASFORMAZIONI NEL PASSATO E NELL’AVVENIRE.

Come le rive del mare al continuo acquistano terreno inverso il mezzo

del mare.

Come li scogli o promontori de’ mari al continuo ruinano, e si

consumano.

Come i mediterranei scopriranno i lor fondi all’aria, e sol

riserberanno il canale al maggior fiume, che dentro vi metta, il quale

correrà all’Oceano, e ivi verserà le sue acque, insieme con quelle di

tutti i fiumi, che con esso s’accompagnano.

LXXVII. — L’ACQUA NEI FIUMI.

In fra le potenti cagioni de’ terrestri danni a me pare, che i fiumi,

colle ruinose innondazioni, tengano il principato; e non è il foco,

come alcuni han voluto, imperocchè il foco termina sua voragine, dove

manca il nutrimento; il movimento dell’acqua, ch’è mantenuto dalle

inclinate valli, ancora lui termina e more insieme coll’ultima bassezza

della valle; ma il foco è causato dal nutrimento e ’l moto dell’acqua

dalla bassezza. Il nutrimento del foco è disunito, e disunito e

separato fia il danno, e il foco more, dove manca il nutrimento. La

declinazione delle valli è unita, e unito fia il danno, col ruinoso

corso del fiume, finchè, in compagnia delle sue valli, finirà nel mare,

universale bassezza e unico riposo delle peregrinanti acque dei fiumi.

Ma con quale lingua o con quale vocaboli potrò io esprimere e dire le

nefande ruine, li incredibili dirupamenti, le inesorabili rapacità,

fatte da’ diluvî de’ superbi fiumi? Come potrò io dire? — Certo io

non mi sento bastevole a tanta dimostrazione; ma pure con quell’aiuto,

che mi dà la sperienza, m’ingegnerò riferire il modo del dannificare,

contro ai quali diripanti fiumi non vale alcuno umano riparo.

LXXVIII. — SU UNA CONCHIGLIA FOSSILE.

O tempo, veloce predatore delle create cose, quanti re, quanti popoli

hai tu disfatti, e quante mutazioni di stati e varî casi sono seguìti,

dopochè la maravigliosa forma di questo pesce qui morì per le cavernose

o ritorte interiora [Sidenote: Sott.: del monte] .... Ora, disfatto dal

tempo, paziente giaci in questo chiuso loco; colle spolpate e ignude

ossa hai fatto armadura e sostegno al soprapposto monte!

LXXIX. — BASTA UN PICCOLO SEGNO PER RICOSTRUIRE L’INTERO PASSATO.

Perchè molto son più antiche le cose che le lettere, non è maraviglia

se alli nostri giorni non apparisce scrittura delli predetti mari

essere occupatori di tanti paesi; e se pure alcuna scrittura apparìa

le guerre, l’incendi, li diluvi dell’acque, le mutazioni delle lingue

e delle leggi hanno consumato ogni antichità: ma a noi bastano le

testimonianze delle cose nate nelle acque salse, ritrovarsi nelli alti

monti, lontani dalli mari d’allora.

LXXX. — DEL DILUVIO E DE’ NICCHI [Sidenote: le conchiglie fossili]

MARINI.[138]

Se tu dirai che li nicchi, che per li confini d’Italia lontano dalli

mari, in tanta altezza si veggono alli nostri tempi, siano stati per

causa del Diluvio, che lì li lasciò; io ti rispondo che, credendo tu

che tal Diluvio superasse il più alto monte 7 cubiti, — come scrisse

chi li misurò, — tali nicchi, che sempre stanno vicini ai liti del

mare, e’ dovriano restare sopra tali montagne, e non sì poco sopra le

radici de’ monti, per tutto a una medesima altezza, a suoli a suoli

[Sidenote: a strati, a strati].

E se tu dirai, che, essendo tali nicchi vaghi di stare vicini alli liti

marini, e che, crescendo in tanta altezza, che li nicchi si partirono

da esso lor primo sito, e seguitarono l’accrescimento delle acque

insino alla lor somma altezza; qui si risponde che, sendo il nicchio

animale di non più veloce moto che si sia la lumaca, fori dell’acqua,

— e qualche cosa più tarda, perchè non nuota, anzi si fa un solco ove

s’appoggia, — camminerà il dì dalle 3 alle 4 braccia. Adunque questo,

con tale moto, non sarà camminato dal mare Adriano insino in Monferrato

di Lombardia, chè v’è 250 miglia di distanza in 40 giorni — come disse

chi tenne conto d’esso tempo.

E se tu dici che l’onde ve li portarono, essi per la lor grossezza,

non si reggono, se non sopra il suo fondo; e se questo non mi concedi,

confessami almeno ch’elli aveano a rimanere nelle cime de’ più alti

monti e ne’ laghi, che infra li monti si serrano: come lago di Lario o

di Como e ’l Maggiore e di Fiesole e di Perugia e simili.

E se tu dirai che li nicchi son portati dall’onde, essendo voti

e morti, io dico che, dove andavano li morti, poco si rimovevano

da’ vivi, e in queste montagne sono trovati tutti i vivi, che si

cognoscono, che sono colli gusci appaiati, e sono in un filo dove

non è nessun de’ morti, e poco più alto è trovato, dove eran gettati

dall’onde tutti li morti colle loro scorze separate, appresso a

dove li fiumi cascavano in mare in gran profondità. E se li nicchi

fussero stati portati dal torbido Diluvio, essi si sarebbero misti

separatamente l’un dall’altro, infra ’l fango e non con ordinati gradi

a suoli, come alli nostri tempi si vede.

LXXXI. — DI QUELLI CHE DICONO, CHE I NICCHI SONO PER MOLTO SPAZIO E

NATI REMOTI DALLI MARI, PER LA NATURA DEL SITO E DE’ CIELI, CHE DISPONE

E INFLUISCE TAL LOCO A SIMILE CREAZIONE D’ANIMALI.

A costor si risponderà che s’è tale influenza [Sidenote: influsso

degli astri, atto a crear animali fossili] d’animali, non potrebbero

accadere in una sola linea se non animali di medesima sorte e età, e

non il vecchio col giovane, e non alcun col coperchio e l’altro essere

sanza sua copritura, e non l’uno esser rotto e l’altro intero, e non

l’uno ripieno di rena marina, e rottame minuto e grosso d’altri nicchi

dentro alli nicchi interi, che lì son rimasti aperti, e non le bocche

de’ granchi sanza il rimanente del suo tutto, e non li nicchi d’altre

specie appiccati con loro in forma d’animale, che sopra di quelli si

movesse, perchè ancora resta il vestigio del suo andamento sopra la

scorza, che lui già, a uso di tarlo, sopra il legname andò consumando;

non si troverebbero infra loro ossa e denti di pesce, li quali alcuni

dimandano saette e altri lingue di serpenti, e non si troverebbero

tanti membri di diversi animali insieme uniti, se lì da’ liti marini

gittati non fussino.

E ’l diluvio lì non li avrebbe portati, perchè le cose gravi più

dell’acqua, non stanno a galla sopra l’acqua, e le cose predette non

sarìano in tanta altezza, se già a nuoto ivi sopra dell’acque portate

non furono, la qual cosa è impossibile per la lor gravezza.

Dove le vallate non ricevono le acque salse del mare, quivi i nicchi

mai non si vedono, come manifesto si vede nella gran valle d’Arno

di sopra alla Gonfolina, sasso per antico unito con Monte Albano in

forma d’altissimo argine, il quale tenea ringorgato tal fiume in modo

che, prima che versasse nel mare, il quale era dopo ai piedi di tal

sasso, componea due grandi laghi, de’ quali il primo è, dove oggi

si vede fiorire la città di Fiorenze insieme con Prato e Pistoia,

e Monte Albano seguiva il resto dell’argine insin dove oggi è posto

Serravalle. Dal Val d’Arno di sopra insino Arezzo si creava un secondo

lago, il quale nell’antidetto lago versava le sue acque, chiuso circa

dove oggi si vede Girone, e occupava tutta la detta valle di sopra per

ispazio di quaranta miglia di lunghezza. Questa valle riceve sopra il

suo fondo tutta la terra portata dall’acqua da quella intorbidata, la

quale ancora si vede a’ piedi di Prato Magno restare altissima, dove li

fiumi non l’hanno consumata, e infra essa terra si vedono le profonde

segature de’ fiumi, che quivi son passati, li quali discendono dal gran

monte di Prato Magno, nelle quali segature non si vede vestigio alcuno

di nicchi o di terra marina. Questo lago si congiugnea col lago di

Perugia.

Gran somma di nicchi si vede, dove li fiumi versano in mare, benchè in

tali siti l’acque non sono tanto salse per la mistion dell’acque dolci,

che con quelle s’uniscono. E ’l segno di ciò si vede dove per antico

li Monti Appennini versavano li lor fiumi nel mare Adriano, li quali

in gran parte mostrano infra li monti gran somma di nicchi, insieme

coll’azzurrigno terreno di mare, e tutti li sassi, che di tal loco si

cavano, son pieni di nicchi.

Il medesimo si conosce avere fatto Arno, quando cadea dal sasso della

Gonfolina nel mare, che dopo quella non troppo basso si trovava, perchè

a quelli tempi superava l’altezza di San Miniato al Tedesco, perchè

nelle somme altezze di quello si vedono le ripe piene di nicchi e

ostriche dentro alle sue mura; non si distesero li nicchi inverso Val

di Nievole, perchè l’acque dolci d’Arno in là non si astendeano.

Come li nicchi non si partirono dal mare per Diluvio, perchè l’acque,

che diverso la terra venivano, ancora che essi tirassino il mare

inverso la terra, esse eran quelle, che percuoteano il suo fondo,

perchè l’acqua, che viene di verso la terra, ha più corso che quella

del mare, e per conseguenza è più potente, entra sotto l’altra acqua

del mare, e rimove il fondo, e accompagna con seco tutte le cose

mobili, che in quella trova, come son i predetti nicchi e altre simili

cose, e quanto l’acqua, che vien di terra, è più torbida che quella del

mare, tanto più si fa potente e grave che quella.

Adunque io non ci vedo modo di tirare i predetti nicchi tanto infra

terra, se quivi nati non fussino!

Se tu mi dicessi il fiume Era [Sidenote: Loira], che passa per la

Francia, nell’accrescimento del mare [Sidenote: nel flusso o alta

marea], si copre più di ottanta miglia di paese, perchè è loco di gran

pianura, e ’l mare s’alza circa braccia venti, e nicchi si vengono a

trovare in tal pianura, discosta dal mare esse ottanta miglia; qui si

risponde che ’l flusso e riflusso ne’ nostri mediterranei mari non

fanno tanta varietà, perchè in Genovese non varia nulla, a Venezia

poco, in Africa poco, e dove poco varia poco occupa di paese.

LXXXII. — CONFUTAZIONE CH’È CONTRO COLORO, CHE DICONO I NICCHI ESSER

PORTATI PER MOLTE GIORNATE DISTANTI DALLI MARI PER CAUSA DEL DILUVIO,

TANT’ALTO CHE SUPERASSE TALE ALTEZZA.

Dico, che il Diluvio non potè portare le cose nate dal mare alli monti,

se già il mare gonfiando non creasse innondazione insino alli lochi

sopradetti, la qual gonfiazione accadere non può, perchè si darebbe

vacuo.

E se tu dicessi: — l’aria quivi riempirebbe; — noi abbiamo concluso il

grave non si sostenere sopra il lieve, onde per necessità si conclude,

esso diluvio essere causato dall’acque piovane; e, se così è, tutte

esse acque corrono al mare, e non corre il mare alle montagne; e se

elle corrono al mare esse spingono li nicchi dal lito del mare, e non

li tirano a sè.

E se tu dicessi: — poichè ’l mare alzò per l’acque piovane, portò

essi nicchi a tale altezza; — già abbiamo detto, che le cose più gravi

dell’acqua non notan sopra di lei, ma stanno ne’ fondi, dalli quali non

si rimovono, se non per causa di percussion d’onda.

E se tu dirai, che l’onde le portassino in tali lochi alti, noi abbiamo

provato, che l’onde nella gran profondità tornano in contrario, nel

fondo, al moto di sopra, la qual cosa si manifesta per lo intorbidare

del mare dal terreno tolto vicino alli liti.

Muovesi la cosa più lieve che l’acqua insieme colla sua onda, ed è

lasciata nel più alto sito della riva dalla più alta onda. Muovesi la

cosa più grave che l’acqua sospinta dalla sua onda nella superfizie

ed al fondo suo. E per queste due conclusioni, che ai lochi sua saran

provati a pieno, noi concludiamo, che l’onda superfiziale non può

portare nicchi, per essere più grevi che l’acqua.

Quando il diluvio avesse avuto a portare li nicchi trecento e

quattrocento miglia distanti dalli mari, esso li avrebbe portati misti

con diverse nature, insieme ammontati: e noi vediamo in tal distanza

l’ostriche tutte insieme e le conchiglie, e li pesci calamai, e tutti

li altri nicchi, che stanno insieme a congregazione, essere trovati

tutti insieme morti; e li nicchi solitari trovarsi distanti l’uno

dall’altro, come nei liti marittimi tutto il giorno vediamo!

E se noi troviamo l’ostriche insieme apparentate grandissime, infra

le quali assai vedi quelle, che hanno ancora il coperchio congiunto, a

significare che qui furono lasciate dal mare che ancor viveano, quando

fu tagliato lo stretto di Gibilterra.

Vedesi in nelle montagne di Parma e Piacenza le moltitudini di nicchi

e coralli intarlati, ancora appiccati alli sassi, dei quali, quand’io

facevo il gran cavallo di Milano [Sidenote: la statua equestre a

Francesco Sforza], me ne fu portato un gran sacco nella mia fabbrica

da certi villani, che in tal loco furon trovati, fra li quali ve n’era

assai delli conservati nella prima bontà....

Trovansi sotto terra e sotto li profondi cavamenti de’ lastroni

[Sidenote: le profonde cave di macigno], li legnami delle travi

lavorati, fatti già neri, li quali furon trovati a mio tempo in quel di

Castel Fiorentino, e questi, in tal loco profondo, v’erano prima che

la litta [Sidenote: fango di fiume], gittata dall’Arno nel mare, che

quivi copriva, fusse abbandonata in tant’altezza, e che le pianure del

Casentino fussin tanto abbassate dal terren, che hanno al continuo di

lì sgomberato.

E se tu dicessi tali nicchi essere creati e creano a continuo in simili

lochi per la natura del sito e de’ cicli, che quivi influisce; questa

tale opinione non sta in cervelli di troppo discorso, perchè quivi

s’enumeran li anni del loro accrescimento sulla loro scorza, e se ne

vedono piccoli e grandi, i quali sanza cibo non crescerebbero, e non si

cibarebbero sanza moto, e quivi movere non si poteano.

LXXXIII. — I FOSSILI RISPECCHIANO NEL PASSATO UNA VITA ANALOGA A QUELLA

DEL PRESENTE.

Come nelle falde, infra l’una e l’altra, si trovano ancora li andamenti

delli lombrichi, che camminavano infra esse, quando non erano ancora

asciutte.

Come tutti li fanghi marini ritengono ancora de’ nicchi, ed è

petrificato il nicchio insieme col fango.

Della stoltizia e semplicità di quelli, che vogliono che tali animali

fussino, alli lochi distanti dai mari, portati dal Diluvio.

Come altra setta d’ignoranti affermano la natura o i cieli averli

in tali lochi creati per influssi celesti, come in quelli non si

trovassino l’ossa de’ pesci cresciuti con lunghezza di tempo, come

nelle scorze de’ nicchi e lumache non si potesse annumerare li anni o i

mesi della lor vita, come [Sidenote: allo stesso modo che] nelle corna

de’ buoi e de’ castroni, e nella ramificazione delle piante, che non

furono mai tagliate in alcuna parte!

E avendo con tali segni dimostrato la lunghezza della lor vita essere

manifesta, ecco bisogna confessare, che tali animali non vivino sanza

moto, per cercare il loro cibo, e in loro non si vede strumenti da

penetrare la terra e ’l sasso, ove si trovano rinchiusi.

Ma in che modo si potrebbe trovare in una gran lumaca i rottami e parte

di molt’altre sorte di nicchi di varia natura, se ad essa, sopra de’

liti marini già morta, non li fussino state gettate dalle onde del

mare, come dell’altre cose lievi, che esso getta a terra?

Perchè si trova tanti rottami e nicchi interi fra falda e falda di

pietra, se già quella sopra del lido non fusse stata ricoperta da una

terra rigettata dal mare, la qual poi si venne petrificando?

E se ’l diluvio predetto li avesse in tali siti dal mare portato, tu

troveresti essi nicchi in sul termine d’una sola falda e non al termine

di molte.

Devonsi poi annumerare le annate delli anni, che ’l mare multiplicava

le falde dell’arena e fango, portatoli da’ fiumi vicini, e ch’elli

scaricava in sui liti sua; e se tu volessi dire, che più diluvi fussino

stati a produrre tali falde e nicchi infra loro, e’ bisognerebbe, che

ancora tu affermassi ogni anno essere un tal diluvio accaduto.

E se tu vuoi dire, che tale diluvio fu quello, che portò tali nicchi

fuor de’ mari centinaia di miglia, questo non può accadere, essendo

stato esso diluvio per causa di pioggie: — perchè naturalmente le

pioggie spingono i fiumi, insieme colle cose da loro portate, inverso

il mare, e non tirano inverso de’ monti, le cose morte, da’ liti

marittimi.

E se tu dicessi che ’l diluvio poi s’alzò colle sue acque sopra de’

monti, il moto del mare fu sì tardo, col cammino suo contro al corso

de’ fiumi, che non avrebbe sopra di sè tenute a noto le cose più

gravi di lui, e, se pur l’avesse sostenute, esso nel calare l’avrebbe

lasciate in diversi lochi seminate.

Ma come accomoderemo noi li coralli, li quali inverso Monteferrato in

Lombardia essersi tutto dì trovati intarlati [Sidenote: corrosi dal

tempo e dalle varie vicende], appiccati alli scogli, scoperti dalla

corrente de’ fiumi?

E li detti scogli sono tutti coperti di parentadi e famiglie

d’ostriche, le quali noi sappiamo che non si movono, ma stan sempre

appiccate coll’un de’ gusci al sasso, e l’altro aprono per cibarsi

d’animaluzzi, che notan per l’acque, li quali, credendo trovar bona

pastura, diventano cibo del predetto nicchio.

Non si trova l’arena mista coll’aliga marina [Sidenote: l’alga marina]

essersi petrificata, poichè l’aliga, che la tramezzava, venne meno. E

di questa scopre tutto il giorno il Po nelle mine delle sue ripe.

LXXXIV. — DE’ NICCHI NE’ MONTI.

E se tu vorrai dire li nicchi esser prodotti dalla natura in essi monti

mediante le costellazioni, per qual via mostrerai tal costellazione

fare li nicchi di varie grandezze e di diverse età e di varie spezie ’n

un medesimo sito?

E come mi mostrerai la ghiara congelata a gradi [Sidenote: stratificata

e cementata in roccie] in diverse altezze delli monti, perchè quivi è

di diverse ragioni, ghiare portate di diversi paesi dal corso de’ fiumi

in tal sito; e la ghiara non è altro che pezzi di pietra, che han persi

li angoli per la lunga rivoluzione e le diverse percussioni e cadute,

ch’ell’ha avuto mediante li corsi delle acque, che in tal loco le

condusse?

Come proverai il grandissimo numero di varie spezie di foglie congelate

[Sidenote: fossilizzate e improntate] nelli alti sassi di tal monte,

e l’aliga, erba di mare, stante a diacere mista con nicchi e rena? E

così vedrai ogni cosa petrificata insieme con granchi marini, rotti in

pezzi, separati e tramezzati da essi nicchi.

LXXXV. — SULLA STRATIFICAZIONE GEOLOGICA E CONTRO IL DILUVIO.

Per le due linee de’ nicchi bisogna dire che la terra per sdegno

s’attuffasse sotto il mare a fare il primo suolo, poi il Diluvio fece

il secondo!

LXXXVI. — DUBITAZIONE.

Movesi qui un dubbio, e questo è se ’l diluvio venuto al tempo di

Noè fu universale o no, e qui parrà di no per le ragioni, che si

assegneranno. Noi nella Bibbia abbiam che il predetto diluvio fu

composto di 40 dì e 40 nocte di continua e universa pioggia, e che tal

pioggia alzò di sei gomiti sopra al più alto monte dell’universo; e se

così fu, che la pioggia fussi universale, ella vestì di sè la nostra

terra di figura sperica, e la superfizie sperica ha ogni sua parte

egualmente distante al centro della sua spera; onde la spera dell’acqua

trovandosi nel modo della detta condizione, elli è impossivile che

l’acqua sopra di lei si mova, perche l’acqua in sè non si move, s’ella

non discende; adunque l’acqua di tanto diluvio come si partì, se qui

è provato non aver moto? E s’ella si partì, come si mosse, se ella non

andava allo in su? E qui mancano le ragioni naturali, onde bisogna per

soccorso di tal dubitazione, chiamare il miracolo per aiuto, o dire che

tale acqua fu vaporata dal calor del sole.

LXXXVII. — QUALE SARÀ IL TERMINE DELLA VITA NEL MONDO.[139]

Riman lo elemento dell’acqua rinchiuso infra li cresciuti argini de’

fiumi, e si vede il mare infra la cresciuta terra; e la circundatrice

aria, avendo a fasciare e circonscrivere la mollificata macchina

della terra [Sidenote: il corpo sferico della Terra, rammollito per le

assorbite acque], la sua grossezza, che stava fra l’acqua e lo elemento

del foco, rimarrà molto ristretta e privata della bisognosa acqua. I

fiumi rimarranno senza le loro acque, la fertile terra non manderà più

leggere fronde, non fieno più i campi adornati dalle ricascanti piante;

tutti li animali non trovando da pascere le fresche erbe, morranno; e

mancherà il cibo ai rapaci lioni e lupi e altri animali, che vivono di

ratto; e agli omini, dopo molti ripari, converrà abbandonare la loro

vita, e mancherà la generazione umana.

A questo modo la fertile e fruttuosa terra, abbandonata, rimarrà arida

e sterile; e, pel rinchiuso omore dell’acqua (rinchiusa nel suo ventre)

e per la vivace natura, osserverà alquanto dello suo accrescimento

[Sidenote: continuerà a produrre vita e forme], tanto che, passata la

fredda e sottile aria, sia costretta a terminare collo elemento del

foco: allora la sua superfice rimarrà in riarsa cenere, e questo fia il

termine della terrestre natura.

LXXXVIII. — LA TERRA IMMERSA NELL’ACQUA PER LA LENTA CONSUMAZIONE DE’

MONTI.

Frammenti letterari e filosofici · 第 7 / 19 段