mettere, di sotto a ciascuna proposizione, li sua giovamenti, a ciò che
tale scienza non sia inutile.
XIII. — LA DISTRIBUZIONE DEI SUOI TRATTATI.
Da profondare un canale: fa questo nel libro _De’ giovamenti_, e, nel
provarli, allega le proposizioni provate; e questo è il vero ordine,
perchè, se tu volessi mostrare il giovamento a ogni proposizione, ti
bisognerebbe ancora fare novi strumenti per provar tale utilità, e
così confonderesti l’ordine de’ quaranta libri, e così l’ordine delle
figurazioni; cioè avresti a mischiare pratica con teorica, che sarebbe
cosa confusa e interrotta.
XIV. — VALORE INTRINSECO DEL SAPERE.
L’acquisto di qualunque cognizione è sempre utile allo intelletto,
perchè potrà scacciare da sè le cose inutili, e riservare le buone.
Perchè nessuna cosa si può amare nè odiare, se prima non si ha
cognizion di quella.
XV. — NATURALE ISTINTO DELL’UOMO AL SAPERE.
Naturalmente li omini boni desiderano sapere.
XVI. — PIACERE, CHE NASCE DALLA CONTEMPLAZIONE DELLA NATURA.
Alli ambiziosi, che non si contentano del benefizio della vita,
nè della bellezza del mondo, è dato per penitenza che lor medesimi
strazino essa vita, e che non posseggano la utilità e bellezza del
mondo.
XVII. — LEONARDO CONTRO GLI SPREZZATOSI DELLE SUE OPERE.[123]
So che molti diranno questa essere opra inutile, e questi fieno quelli,
de’ quali Deometro [Sidenote: Demetrio] disse, non faceva conto più
del vento, il quale nella lor bocca causava le parole, che del vento,
ch’usciva dalla parte di sotto; uomini quali hanno solamente desiderio
di corporal ricchezze, diletto, e interamente privati di quello della
sapienza, cibo e veramente sicura ricchezza dell’anima: perchè quant’è
più degna l’anima che ’l corpo, tanto più degne fien le ricchezze
dell’anima, che del corpo.
E spesso, quando vedo alcun di questi pigliare essa opera in mano,
dubito non sì, come la scimmia, se ’l mettino al naso, e che mi domandi
s’è cosa mangiativa.
XVIII. — CONTRO GLI SPREZZATORI DELLA SCIENZA.
Demetrio solea dire, non essere differenza dalle parole e voce
dell’imperiti ignoranti, che sia da soni o strepiti causati dal ventre,
ripieno di superfluo vento. E questo non sanza ragion dicea, imperocchè
lui non reputava esser differenza da qual parte costoro mandassino
fuora la voce, o da la parte inferiore o da la bocca, che l’una e
l’altra eran di pari valimento e sustanzia.
XIX. — RIFLESSIONE SULLA STRUTTURA DEL CORPO UMANO.
Non mi pare, che li omini grossi e di tristi costumi e di poco discorso
meritino sì bello strumento, nè tanta varietà di macchinamenti, quanto
li omini speculativi e di gran discorsi, ma solo un sacco dove si
riceva il cibo e donde esso esca; che, invero, altro che un transito
di cibo non son da essere giudicati, perchè niente mi pare che essi
partecipino di spece umana, altro che la voce e la figura; e tutto il
resto è assai manco che bestia.
XX. — CONTRO GLI UOMINI, CHE MIRANO SOLO ALLA VITA MATERIALE.
Ecci alcuni, che non altramenti che transito di cibo e aumentatori di
sterco e riempitori di destri [Sidenote: latrine] chiamarsi debbono;
perchè per loro non altro nel mondo, o pure alcuna virtù in opera si
mette, perchè di loro altro che pieni destri non resta.
XXI. — I DUE CAMPI DELLA CONOSCENZA.
La cognizion del tempo preterito e del sito della terra è ornamento e
cibo delle menti umane.
XXII. — IL SUPREMO BENE È IL SAPERE.[124]
Cornelio Celso: «Il sommo bene è la sapienza, il sommo male è ’l dolore
del corpo: imperò che, essendo noi composti di due cose, cioè d’anima e
di corpo, delle quali la prima è migliore, la peggiore è il corpo. La
sapienza è della miglior parte, il sommo male è della peggior parte e
pessima. Ottima cosa è nell’animo la sapienza, così è pessima cosa nel
corpo il dolore. Adunque, sì come il sommo male è ’l corporal doloro,
così la sapienza è dell’anima il sommo bene, cioè dell’uom saggio, e
niuna altra cosa è da a questa comparare.»
XXIII. — VALORE DEL SAPERE NELLA VITA.
Acquista cosa nella tua gioventù, che ristori il danno della tua
vecchiezza. E se tu intendi la vecchiezza aver per suo cibo la
sapienza, adoprati in tal modo in gioventù, che a tal vecchiezza non
manchi il nutrimento.
XXIV. — GLORIFICAZIONE DELLA SCIENZA.
.... Manca la fama del ricco ’nsieme co’ la sua vita, resta la fama del
tesoro e non del tesaurizzante: e molto maggior gloria è quella della
virtù de’ mortali, che quella delli loro tesori.
Quanti imperatori e quanti principi sono passati, che non ne resta
alcuna memoria! e solo cercarono li stati e ricchezze, per lassare fama
di loro.
Quanti furon quelli, che vissono in povertà di denari, per arricchire
di virtù! e tanto è più riuscito tal desiderio al virtuoso, ch’al
ricco, quanto la virtù eccede la ricchezza.
Non vedi tu, ch’il tesoro per sè non lauda il suo cumulatore, dopo la
sua vita, come fa la scienza? la quale sempre è testimonia e tromba
del suo creatore, perchè ella è figliola di chi la genera, e non
figliastra, come la pecunia.
XXV. — COME PER TUTTI ’VIAGGI SI PO’ IMPARARE.
Questa benigna natura ne provvede in modo, che per tutto il mondo tu
trovi dove imitare.
XXVI. — L’INERZIA GUASTA LA SOTTILITÀ DELL’INGEGNO.
Siccome il ferro s’arrugginisce sanza esercizio, e l’acqua si putrefà,
e nel freddo s’agghiaccia; così l’ingegno, sanza esercizio, si guasta.
XXVII. — LO STUDIO SENZA VOGLIA NON DÀ ALCUN FRUTTO.
Siccome mangiare sanza voglia si converte in fastidioso notrimento,
così lo studio sanza desiderio guasta la memoria, col non ritenere
cosa, ch’ella pigli.
XXVIII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
Siccome il mangiare sanza voglia fia dannoso alla salute, così lo
studio sanza desiderio guasta la memoria, e non ritien cosa, ch’ella
pigli.
XXLX. — PER GIUDICARE L’OPERA PROPRIA BISOGNA RIGUARDARLA DOPO LUNGO
INTERVALLO.
Sì come il corpo, con gran tardità fatta nella lunghezza del suo moto
contrario, torna con più via, dà poi maggior colpo, — e quello, che è
di continui e brievi moti, son di piccola valetudine; così lo studio su
una medesima materia, fatto con lunghi intervalli di tempo, il giudizio
s’è fatto più perfetto, e meglio giudica il suo errore. E ’l simile fa
l’occhio del pittore col discostarsi dalla sua pittura.
XXX. — ANTIQUITAS SÆCULI IUVENTUS MUNDI.
La verità sola fu figliola del tempo.
XXXI. — GLORIFICAZIONE DELLA VERITÀ.
Ed è di tanto vilipendio la bugia, che s’ella dicessi ben gran cose di
Dio, ella to’ [Sidenote: toglie] di grazia a sua deità; ed è di tanta
eccellenza la verità, che s’ella laudassi cose minime, elle si fanno
nobili.
Sanza dubbio, tal proporzione è dalla verità alla bugia, qual’è da
la luce alle tenebre; ed è essa verità in sè di tanta eccellenzia,
che ancora ch’ella s’astenda sopra umili e basse materie, sanza
comparazione ell’eccede le incertezze e bugie estese sopra li magni
e altissimi discorsi; perchè la mente nostra, ancora ch’ell’abbia la
bugia pe ’l quinto elemento, non resta però che la verità delle cose
non sia di sommo notrimento delli intelletti fini, ma non de’ vagabondi
ingegni. Ma tu che vivi di sogni, ti piace più le ragion sofistiche e
barerie de’ palari [Sidenote: frodi de’ giocatori di palla, sotterfugi]
nelle cose grandi e incerte, che delle certe naturali e non di tanta
altura!
XXXII. — CONSEGUENZA DELLE OPPOSIZIONI ALLA VERITÀ.
L’impedimenti della verità si convertono in penitenza.
XXXIII. — DEFINIZIONE DELLA SCIENZA.
Scienza è detto quel discorso mentale, il quale ha origine da’ suoi
ultimi principii, (oltre) de’ quali in natura null’altra cosa si può
trovare, che sia parte d’essa scienza: come nella quantità continua,
cioè la scienza di _Geometria_, la quale, cominciando dalla superfizie
de’ corpi, si trova avere origine nella linea, termine di essa
superfizie; e in questo non restiamo soddisfatti, perchè noi conosciamo
la linea aver termine nel punto, e il punto esser quello, del quale
null’altra cosa può essere minore.
Dunque il punto è il primo principio di _Geometria_, e niuna altra
cosa può essere nè in natura, nè in mente umana, che possa dar
principio al punto. Perchè se tu dirai, nel contatto fatto sopra una
superfizie da un’ultima acuità della punta de lo stile, quello essere
creazione del punto; questo non è vero, ma diremo, questo tale contatto
essere una superfizie, che circonda il suo mezzo, e in esso mezzo
è la residenza del punto. E tal punto non è della muteria di essa
superfizie, nè lui, nè tutti li punti dell’universo, [Sidenote: Sott.:
che] sono in potenza, ancorchè sieno uniti — dato che si potessero
unire — comporrebbono parte alcuna d’una superfizie. E dato, che tu ti
immaginassi, un tutto essere composto da mille punti, qui dividendo
alcuna parte da essa quantità de’ mille, si può dire molto bene, che
tal parte sia equale al suo tutto; e questo si prova col zero, ovver
nulla, cioè la decima figura de la _Aritmetica_, per la quale si figura
un 0 per esso nullo, il quale, posto dopo la unità, il farà dire dieci,
e, se porrai due dopo tale unità, dira’ cento, e così infinitamente
crescerà sempre dieci volte il numero, dove esso s’aggiunga; e lui
in sè non vale altro, che nulla, e tutti li nulli dell’universo sono
eguali a un sol nulla, in quanto alla loro sustanzia e valetudine.
XXXIV. — VALORE DELLE REGOLE DATE DA LEONARDO AL PITTORE.
Queste regole sono da usare solamente per ripruova delle figure:
imperocchè ogni omo, nella prima composizione, fa qualche errore, e
chi non li conosce non li racconcia; onde tu, per conoscere li errori,
riproverai l’opera tua, e, dove trovi detti errori, racconciali, e
tieni a mente di mai più ricaderci. Ma, se tu volessi adoperare le
regole nel comporre, non verresti mai a capo, e faresti confusione
nelle tue opere.
Queste regole fanno, che tu possiedi uno libero e bono giudizio;
imperochè ’l bono giudizio nasce dal bene intendere, e il bene
intendere diriva da ragione tratta da bone regole, e le bone regole
sono figliole della bona sperienza, comune madre di tutte le scienze e
arti.
Onde, avendo tu bene a monte i precetti delle mie regole, potrai,
solamente col racconcio giudizio, giudicare e conoscere ogni
sproporzionata opera, così in prospettiva, come in figure o altre cose.
XXXV. — LEGGE, CHE GOVERNA LO SVOLGIMENTO STORICO DELLA PITTURA E DELLE
SCIENZE.
Come la pittura va d’età in età declinando e perdendosi, quando i
pittori non hanno per autore, che la fatta pittura.
Il pittore avrà la sua pittura di poca eccellenza, se quello piglia per
autore l’altrui pitture, ma s’egli imparerà dalle cose naturali, farà
bono frutto: come vedemo in ne’ pittori dopo i Romani, i quali sempre
imitarono l’uno dall’altro, e di età in età sempre mandaro detta arte
in declinazione. Dopo questi venne Giotti, fiorentino, il quale, nato
in monti soletari, abitati solo da capre e simil bestie, questo, sendo
volto dalla natura a simile arte, cominciò a disegnare su per li sassi
li atti delle capre, de le quali lui era guardatore; e così cominciò a
fare tutti li animali, che nel paese trovava: in tal modo, che questo,
dopo molto studio, avanzò non che i maestri della sua età, ma tutti
quelli di molti secoli passati. Dopo questo l’arte ricade, perchè tutti
imitavano le fatte pitture, e così di secolo in secolo andò declinando,
insino a tanto che Tomaso fiorentino, scognominato Masaccio, mostrò
con opra perfetta, come quegli, che pigliavano per autore altro che la
natura, maestra de’ maestri, s’affaticavano invano.
Così voglio dire di queste cose matematiche, che quegli, che solamente
studiano li autori e non l’opre di natura, son per arte nipoti, non
figlioli d’essa natura, maestra de’ boni autori. — Odi somma stoltizia
di quelli, i quali biasimano coloro che ’mparano da la natura,
lasciando stare li autori, discepoli d’essa natura!
XXXVI. — CONTRO IL PRINCIPIO DI AUTORITÀ NELLA SCIENZA.
Molti mi crederanno ragionevolmente potere riprendere, allegando le
mie prove esser contro all’autorità d’alquanti omini di gran reverenza,
presso de’ loro inesperti judizî: non considerando le mie cose essere
nate sotto la semplice e mera sperienza, la quale è maestra vera.
XXXVII. — IL SEGUACE DELLA NATURA E IL SEGUACE DELLA AUTORITÀ DEGLI
SCRITTORI.
Se bene, come loro, non sapessi allegaro gli autori, molto maggiore
e più degna cosa a legger è, allegando la sperienza, maestra ai
loro maestri. Costoro vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati,
non delle loro, ma delle altrui fatiche, e le mie a me medesimo non
concedono; e se me inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro,
non inventori, ma trombetti e recitatori delle altrui opere, potranno
essere biasimati.
XXXVIII. — SUPERIORITÀ DEGLI SCOPRITORI DEL VERO SUI COMMENTATORI DELLE
OPERE ALTRUI.
È da essere giudicati, e non altrimenti stimati li omini inventori e
’nterpreti tra la natura e gli uomini, a comparazione de’ recitatori e
trombetti delle altrui opere, quant’è dall’obbietto fori dello specchio
alla similitudine d’esso obbietto apparente nello specchio, che l’uno
per sè è qualche cosa, e l’altro è niente. Gente poco obbligate alla
natura, perchè sono sol d’accidental [Sidenote: della parte caduca
dell’uomo, la figura esteriore] vestiti, e sanza il quale potrei
accompagnarli in fra li armenti delle bestie!
XXXIX. — CONTRO GLI UMANISTI.
So bene che per non essere io letterato, che alcuno prosuntuoso gli
parrà ragionevolmente potermi biasimare, coll’allegare io essere omo
sanza lettere. Gente stolta! Non sanno questi tali ch’io potrei, sì
come Mario rispose contro a’ patrizi romani, io sì rispondere, dicendo:
— quelli che dall’altrui fatiche sè medesimi fanno ornati, le mie a me
medesimo non vogliano concedere?
Diranno, che per non avere io lettere, non potere ben dire quello, di
che voglio trattare. Or non sanno questi che le mie cose son più da
esser tratte dalla sperienzia, che d’altrui parole, la quale fu maestra
di chi ben scrisse, e così per maestra la piglio, e quella in tutti i
casi allegherò.
XL. — REVERENZA DI LEONARDO PER GLI ANTICHI INVENTORI.
_De’ cinque corpi regolari_.[125] Contro alcuni commentatori, che
biasimano li antichi inventori, donde nasceron le grammatiche e le
scienze, e fansi cavalieri contro alli morti inventori, e, perchè essi
non han trovato da farsi inventori, per la pigrizia e comodità de’
libri, attendono al continuo, con falsi argumenti, a riprendere li lor
maestri.
XLI. — VALORE DELLA AUTORITÀ.
Chi disputa allegando l’autorità, non adopra lo ’ngegno, ma più tosto
la memoria.
XLII. — SPONTANEITÀ DELLA CREAZIONE ARTISTICA E SCIENTIFICA.
Le buone lettere so’ nate da un bono naturale; e perchè si de’ più
laudare la cagion che l’effetto, più lauderai un bon naturale sanza
lettere, che un bon litterato sanza naturale.
XLIII. — STUDIO DELL’ANTICHITÀ.
L’imitazione delle cose antiche è più laudabile, che le moderne.
XLIV. — NECESSITÀ DELLA ESPERIENZA E DELLA MATEMATICA NELLE SCIENZE.
Nessuna umana investigazione si po’ dimandare vera scienza, s’essa non
passa per le matematiche dimostrazioni.
E se tu dirai, che le scienze, che principiano e finiscono nella mente
abbino verità, questo non si concede, ma si nega, per molte ragioni,
e prima, che in tali discorsi mentali non accade esperienza, sanza la
quale nulla dà di sè certezza.
XLV. — LA ESPERIENZA.
La sapienza è figliola della sperienza.
XLVI. — LA SPERIENZA NON FALLA, MA SOL FALLANO I NOSTRI GIUDIZI,
PROMETTENDOSI DI LEI COSE, CHE NON SONO IN SUA POTESTÀ.
A torto si lamentan li omini della isperienza, la quale, con somme
rampogne, quella accusano esser fallace. Ma lascino stare essa
esperienza, e voltate tale lamentazione contro alla vostra ignoranza,
la quale vi fa transcorrere, co’ vostri vani e instolti desiderî, a
impromettervi di quella cose, che non sono in sua potenza, dicendo
quella esser fallace. A torto si lamentano li omini della innocente
esperienza, quella spesso accusando di fallacie e di bugiarde
dimostrazioni.
XLVII. — NECESSITÀ DELLA SUCCESSIONE DELL’EFFETTO ALLA CAUSA.
La sperienza non falla mai, ma sol fallano i vostri giudizi,
promettendosi di quella effetto tale, che ne’ nostri esperimenti
causati non sono. Perchè, dato un principio, è necessario che ciò, che
seguita di quello, è vera conseguenza di tal principio, se già non
fussi impedito; e se pur séguita alcuno impedimento, l’effetto, che
doveva seguire del predetto principio, partecipa tanto più o meno del
detto impedimento, quanto esso impedimento è più o meno potente del già
detto principio.
XLVIII. — LA CERTEZZA DELLE MATEMATICHE.
Chi biasima la somma certezza della matematica si pasce di confusione,
e mai porrà silenzio alle contraddizioni delle sofistiche scienze,
colle quali s’impara uno eterno gridore.
XLIX. — GENERALE APPLICABILITÀ DELLA MATEMATICA.
La proporzione non solamente nelli numeri e misure fia ritrovata, ma
etiam nelli suoni, pesi, tempi e siti, e ’n qualunque potenza si sia.
L. — DELLE SCIENZE.
Nessuna certezza è dove non si può applicare una delle scienze
matematiche, over che non sono unite con esse matematiche.
LI. — LEONARDO AL LETTORE.
Non mi legga chi non è matematico, nelli mia principî.
LII. — DELLA MECCANICA.
La _Meccanica_ è il paradiso delle scienze matematiche, perchè con
quella si viene al frutto matematico.
LIII. — LA MECCANICA E LA ESPERIENZA.
A ciascuno strumento si richiede esser fatto colla sperienza.
LIV. — ACCORDO FRA L’ESPERIENZA E LA RAGIONE.
La sperienza, interprete in fra l’artifiziosa natura e la umana spezie,
ne ’nsegna, ciò che essa natura in fra mortali adopra, da necessità
constretta, non altrimenti oprar si possa, che la ragione, suo timone,
oprare le ’nsegni.
LV. — LA DEDUZIONE.
Non è da biasimare lo mostrare, in fra l’ordine del processo della
scienza, alcuna regola generale, nata dall’antidetta conclusione.
LVI. — BISOGNA PASSARE DAL NOTO ALL’IGNOTO.
Per dare vera scienza del moto delli uccelli in fra l’aria, è
necessario dare prima la scienza de’ venti, la qual proverem mediante
li moti dell’acqua in sè medesima, e questa tale scienza sensibile farà
di sè scala per venire alla cognizione de’ volatili in fra l’aria e ’l
vento.
LVII. — LA LEGGE DI NATURA DOMINA I FATTI.
Nessuno effetto è in natura sanza ragione; intendi la ragione, e non ti
bisogna sperienza.
LVIII. — L’ESPERIENZA È IL FONDAMENTO DELLA SCIENZA.
Ricordati, quando commenti l’acque, d’allegar prima la sperienza e poi
la ragione.
LIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
Io ti ricordo, che tu facci le tue proposizioni, e che tu alleghi
le soprascritte cose per esempli e non per proposizioni, chè sarebbe
troppo semplice; e dirai così: sperienza.
LX. — DALLA INVESTIGAZIONE DEGLI EFFETTI SI SCOPRONO LE CAUSE.
Ma prima farò alcuna esperienza avanti, ch’io più oltre proceda, perchè
mia intenzione è allegare prima l’esperienza, e poi colla ragione
dimostrare, perchè tale esperienza è costretta in tal modo ad operare.
E questa è la vera regola, come li speculatori delli effetti naturali
hanno a procedere, e ancora che la natura cominci dalla ragione e
termini nella sperienza, a noi bisogna seguitare in contrario, cioè
cominciando — come di sopra dissi — dalla sperienza, e con quella
investigare la ragione.
LXI. — BISOGNA RIPETERE LE ESPERIENZE E VARIARE LE CIRCOSTANZE.
Innanzi di fare di questo caso una regola generale, sperimentalo due o
tre volte, guardando se le sperienze producono gli stessi effetti.
LXII. — ESEMPIO DELLA PRECEDENTE REGOLA.
_Se molti corpi, d’egual peso e figura, saranno l’un dopo l’altro, con
egual tempo, lasciati cadere, li eccessi de’ loro intervalli saranno
infra loro eguali_.[126]
La sperienza della predetta conclusione di moto si debbe fare in questa
forma, cioè: tolgansi due ballotte d’egual peso e figura, e si faccino
lasciare cadere di grande altezza in modo che, nel lor principio di
moto, si tocchino l’una l’altra, e lo sperimentatore stia a terra a
vedere se ’l loro cadere l’ha ancora mantenute in contatto o no. E
questa esperienza si faccia più volte, acciò che qualche accidente
non impedissi o falsassi tale prova, che la sperienza fussi falsa, e
ch’ella ingannassi o no il suo speculatore.
LXIII. — BISOGNA LIMITARE LA RAGIONE ALLA ESPERIENZA, NON ESTENDERE LA
RAGIONE AL DI LÀ DELLA ESPERIENZA.
_Quanto più si diminuisce il mobile, il suo motore lo caccia più,
proporzionevolmente secondo la sua diminuzione in infinito, sempre
acquistando velocità di moto_.[127]
E’ seguiterebbe che un atomo sarebbe quasi veloce come la immaginazione
o l’occhio, che subito discorre alla altezza delle stelle, per
conseguente il suo viaggio sarebbe infinito, perchè la cosa, che
infinitamente si può diminuire, infinitamente si farebbe veloce,
e infinito cammin si moverebbe (perchè _ogni quantità continua è
divisibile in infinito_). La qual opinione è dannata dalla ragione e
per conseguente dalla sperienza.
Sicchè voi, speculatori, non vi fidate delli autori, che hanno sol co’
l’immaginazione voluto farsi interpreti fra la natura e l’omo, ma sol
di quelli, che non coi cenni della natura, ma co’ gli effetti delle
sue esperienze hanno esercitati i loro ingegni. E riconoscere come
l’esperienze ingannano chi non conosce loro natura; perchè quelle, che
spesse volte paiono una medesima, spesse volte son di grande varietà,
come qui si dimostra.
LXIV. — A COLORO CHE AFFERMANO L’ACQUA TROVARSI ALLA SOMMITÀ DEI MONTI,
PERCHÈ IL MARE È PIÙ ALTO, CHE LA TERRA.
Se l’acqua, che surge per l’alte cime de’ monti, viene dal mare, del
quale il suo peso la sospignie, per essere più alto d’essi monti;
perchè ha così licenza tal particula d’acqua a levarsi in tanta
altezza, e penetrare la terra con tanta difficultà e tempo; e non è
stato conceduto al resto dell’elemento dell’acqua fare il simile, il
quale confina coll’aria, la qual non è per resisterli, che ’l tutto non
si elevassi alla medesima altezza della predetta parte? E tu che tale
invenzione trovasti ritorna a riimparare naturale, che tu mancherai
di tali simili opinioni, del quale tu ha’ fatto grande ammunizione
[Sidenote: raccolta, somma] insieme col capitale del frutto, che tu
possiedi.[128]
LXV. — LA PROSPETTIVA E LA MATEMATICA.[129]
Intra li studî delle naturali cause e ragioni, la luce diletta più i
contemplanti; intra le cose grandi delle matematiche, la certezza della
dimostrazione innalza più preclaramente l’ingegno dell’investiganti.
La _Prospettiva_ adunque è da essere preposta a tutte le trattazioni e
discipline umane, nel campo della quale la linia radiosa è complicata
dai modi delle dimostrazioni, nella quale si truova la gloria non tanto
della _Matematica_, quanto della _Fisica_, ornata co’ fiori dell’una e
dell’altra.
Le sentenze delle quali, distese con gran circuizione [Sidenote:
analiticamente], io le ristrignierò in conclusiva brevità, intessendo,
secondo il modo della materia, naturali e matematiche dimostrazioni,
alcuna volta concludendo gli effetti per le cagioni e alcuna volta le
cagioni per li effetti; aggiugnendo ancora alle mie conclusioni alcuna,
che non sono in quelle, non di meno di quelle si traggono, come si
degnerà il Signore, luce di ogni cosa, illustrare me per trattare della
luce.
LXVI. — LA COGNIZIONE HA ORIGINE DAL SENSO.
Ogni nostra cognizione principia da’ sentimenti.
LXVII. — CONSEGUENZA DEL PREDETTO PRINCIPIO.
Come il senso serve all’anima e non l’anima al senso; e, dove manca il
senso offiziale dell’anima, all’anima manca in questa vita la totalità
dell’uffizio d’esso senso, come appare nel muto e nell’orbo nato.
LXVIII. — LA TESTIMONIANZA DEL SENSO È IL CRITERIO DEL VERO.