osserva perpetua castità, e non si posa mai su ramo verde, e non bee
mai acqua chiara.
XXXIII. — LUSSURIA.[63]
Il palpistrello [Sidenote: pipistrello, come al n. LXIII], per la
sua isfrenata lussuria, non osserva alcuno universale modo [Sidenote:
regolare modo, costante] di lussuria, anzi maschio con maschio, femmina
con femmina, sì come a caso si trovano, insieme usano il lor coito.
XXXIV. — MODERANZA.[64]
L’ermellino, per la sua moderanza, non mangia se non una sola volta il
dì, e prima si lascia pigliare a’ cacciatori che voler fuggire nella
infangata tana — per non maculare la sua gentilezza.
XXXV. — AQUILA.[65]
L’aquila, quando è vecchia, vola tanto in alto che abbrucia le sue
penne, e natura consente che si rinnovi in gioventù, cadendo nella
poca acqua. E, se i sua nati non po’ [Sidenote: possono] sostener la
vista del sole, non li pasce. Nessuno uccel, che non vole morire, non
s’accosti al suo nido! Gli animali che forte la temano! Ma essa a lor
non noce [Sidenote: Sott.: senza che sia provocata]: sempre lascia
rimanente della sua preda.
XXXVI. — LUMERPA [Sidenote: uccello favoloso]. FAMA.[66]
Questa nasce nell’Asia Maggiore, e splende sì forte che toglie le sue
ombre, e morendo non perde esso lume, e mai li cade più le penne, e la
penna, che si spicca, più non luce.
XXXVII. — PELLICANO.[67]
Questo porta grande amore a’ sua nati, e, trovando quelli nel nido
morti dal serpente, si punge a riscontro al core, e, col suo piovente
sangue bagnandoli, li torna in vita.
XXXVIII. — SALAMANDRA.[68]
La salamandra nel foco raffina la sua scorza. Per la virtù [Sidenote:
detto per la virtù, simbolo della virtù]: questa non ha membra passive
[Sidenote: non patisce, non soffre], e non si prende la cura d’altro
cibo che di foco, e spesso in quello rinnova la sua scorza.
XXXIX. — CAMALEON [Sidenote: camaleonte]. [69]
Questo vive d’aria, e in quella s’assubietta tutti li uccelli; e, per
istare più salvo, vola sopra le nube, e trova aria tanto sottile, che
non po’ sostenere uccello, che lo seguiti.
A questa altezza non va se non a chi da’ cieli è dato, cioè dove vola
il camaleone.
XL. — ALEPO PESCE.[70]
Alepo non vive fori dell’acqua.
XLI. — STRUZZO.[71]
Questo converte il ferro in suo nutrimento; cova l’ova colla vista. Per
l’arme [Sidenote: detto per l’armi, simbolo delle armi], nutrimento de’
capitani.
XLII. — CIGNO.[72]
Cigno è candido, sanza alcuna macchia e dolcemente canta nel morire; il
qual canto termina la vita.
XLIII. — CICOGNA.[73]
Questa, bevendo la salsa acqua, caccia da sè il male; se truova la
compagna in fallo, l’abbandona, e, quando è vecchia, i sua figlioli la
covano e pascano, in fin che more.
XLIV. — CICALA.[74]
Questa col suo canto fa tacere il cucco [Sidenote: cuculo]; more
nell’olio e rinasce nell’aceto; canta per li ardenti caldi.
XLV. — BASALISCO.[75]
Crudeltà. Questo è fuggito da tutti i serpenti, la donnola, per lo
mezzo della ruta, combatte con esso, e sì l’uccide.
XLVI. — L’ASPIDO, STA PER LA VIRTÙ.
Questo porta ne’ denti la subita morte, e, per non sentire l’incanti,
colla coda si stóppa li orecchi.
XLVII. — DRAGO.[76]
Questo lega le gambe al liofante, e quel li cade adosso, e l’uno e
l’altro more. E, morendo, fa sua vendetta.
XLVIII. — VIPERA.[77]
Quest’ha nel suo [Sidenote: ha di proprio, di particolare], ch’apre
bocca, e nel fine strigne’ denti, e ammazza il marito; poi i figlioli,
in corpo cresciuti, straccian il ventre, e occidano la madre.
XLIX. — SCORPIONE.[78]
La sciliva sputa a digiuno sopra dello scorpione, l’occide; a
similitudine dell’astinenza della gola, che tolle via e occide le
malattie, che da essa gola dipendano, e apre la strada alle virtù.
L. — COCODRILLO, IPOCRESIA.[79]
Questo animale piglia l’omo, e subito l’uccide. Poi che l’ha morto,
con lamentevole voce e molte lacrime, lo piange, e, finito il lamento,
crudelmente lo divora. Così fa l’ipocrito, che, per ogni più lieve
cosa, s’empie il viso di lagrime, mostrando un cor di tigre, e
rallegrasi in cor dell’altrui male, con pietoso volto.
LI. — BOTTA [Sidenote: rospo].[80]
La botta fugge la luce del sole, e, se pure per forza è tenuta, sgonfia
tanto che s’asconde la testa in basso, e privasi d’essi razzi. Così
fa chi è nimico della chiara e lucente virtù, che non po’, se non con
insgonfiato animo, forzatamente starle davanti.
LII. — BRUCO, DELLA VIRTÙ IN GENERALE.[81]
Il bruco [Sidenote: Sott.: simboleggia la virtù], che, mediante
l’esercitato studio di tessere con mirabile artifizio e sottile lavoro
intorno a sè la nova abitazione, esce poi fori di quella colle dipinte
e belle ali, con quelle lanciandosi in verso il cielo.
LIII. — RAGNO.[82]
Il ragno partorisce fori di sè l’artificiosa e maestrevole tela, la
quale gli rende, per benefizio, la presa preda.
LIV. — LEONE.[83]
Questo animale col suo tonante grido desta i sua figlioli, dopo il
terzo giorno nati, aprendo a quelli tutti l’indormentati sensi: e tutte
le fiere, che nella selva sono, fuggano.
Puossi assimigliare a’ figlioli della virtù, che, mediante il grido
delle laude, si svegliano, e crescano li studi onorevoli, che sempre
più gl’innalzan, e tutti i tristi a esso grido fuggano, cessandosi
[Sidenote: allontanandosi] dai virtuosi.
Ancora, il leone copre le sue pedate, perchè non s’intenda il suo
viaggio per i nimici. Questo sta bene ai capitani a celare i segreti
del suo animo, acciò che’ nimici non cognoscano i sua tratti [Sidenote:
le sue astuzie; i suoi disegni].
LV. — TARANTA [Sidenote: tarantola].[84]
Il morso della taranta mantiene l’omo nel suo proponimento, cioè in
quello che pensava, quando fu morso.
LVI. — DUCO O CIVETTA.[85]
Queste castigano i loro schermidori, privandoli di vita, che così ha
ordinato natura, perchè si cibino.
LVII. — LEOFANTE.[86]
Il grande elefante ha, per natura, quel che raro negli omini si truova,
cioè probità, prudenza, equità e osservanza in religione. Imperocchè,
quando la luna si rinnova, questi vanno ai fiumi e, quivi purgandosi,
solennemente si lavano, e così, salutato il pianeta, si ritornano alle
selve. E, quando sono ammalati, stando supini, gittano l’erbe verso il
cielo, quasi come se sacrificare volessino.
Sotterra li denti, quando per vecchiezza gli caggiano; de’ sua denti,
l’uno adopra a cavare le radici per cibarsi, all’altro conserva la
punta per combattere. Quando sono superati da’ cacciatori e che la
stanchezza gli vince, percotesi li denti l’elefante e, quelli trattosi,
con essi si ricomprano.
Sono clementi e conoscano i pericoli: e, se esso trova l’omo solo e
smarrito, piacevolmente lo rimette sulla perduta strada; se truova
le pedate dell’omo, prima che veda l’omo, esso teme tradimento, onde
si ferma e soffia, mostrandola all’altri elefanti, e fanno schiera, e
vanno assentitamente [Sidenote: cautamente].
Questi vanno sempre a schiere, e ’l più vecchio va innanzi, e ’l
secondo d’età resta l’ultimo, e così chiudono la schiera. Temano
vergogna: non usano il loro coito, se non di notte di nascosto, e
non tornano, dopo il coito, alli armenti, se prima non si lavano nel
fiume; non combattono ma’ femmine, come gli altri animali. È di tanto
clemente, che mal volentieri, per natura, non noce ai men possenti di
sè, e, scontrandosi nella mandria e greggi delle pecore, colla sua mano
le pone da parte per non le pestare co’ piedi, nè mai noce, se non sono
provocati. Quando son caduti nella fossa, gli altri con rami, terra e
sassi riempiano la fossa, in modo alzano il fondo, ch’esso facilmente
riman libero. Temano forte lo stridere de’ porci, e fuggan indirieto, e
non fa manco danno poi co’ piedi a’ sua che a’ nimici. Dilettansi de’
fiumi, e sempre vanno vagabondi intorno a quegli, e per lo gran peso
non possan notare; divorano le pietre, i tronchi degli alberi son loro
gratissimo cibo, hanno in odio i ratti; le mosche si dilettano del suo
odore e, posandosele adosso, quello arrappa [Sidenote: Qui: aggrinza,
increspa] la pelle e, fra le pieghe strette, l’uccide.
Quando passano i fiumi, mandano i figlioli diverso il calar dell’acqua,
e, stando loro inverso l’erta, rompono l’unito corso dell’acqua, a ciò
che ’l corso non li menasse via.
Il drago se li getta sotto il corpo, colla coda l’annoda le gambe, e
coll’ali e colle branche li cigne le coste, e co’ denti lo scanna, e ’l
liofante li cade adosso, e il drago schioppa e così, colla sua morte,
del nemico si vendica.
LVIII. — IL DRAGONE.[87]
Questi s’accompagnan insieme, e si tessano a uso di ratiti [Sidenote:
Plinio: _cratium modo_, a uso di graticci], e, colla testa levata,
passano i paduli, e notano, dove trovan migliore pastura, e, se così
non si unissin, annegherebbono. Così fa unione.
LIX. — SERPENTE.[88]
Il serpente, grandissimo animale, quando vede alcuno uccello per
l’aria, tira a sè sì forte il fiato, che si tira gli uccelli in bocca.
Marco Regulo, consulo dello esercito romano, fu col suo esercito da un
simile animale assalito e quasi rotto. Il quale animale, essendo morto
per una macchina murale, fu misurato 125 piedi, cioè 64 braccia e ½:
avanzava colla testa tutte le piante d’una selva.
LX. — BOA.[89]
Questa è gran biscia, la quale con sè medesima s’aggrappa alle gambe
della vacca, in modo non si mova, poi la tetta, in modo che quasi la
dissecca. Di questa spezie, a tempo di Claudio imperadore, sul monte
Vaticano ne fu morta una, che aveva un putto intero in corpo, il quale
avea tranghiottito.
LXI. — MACLI [Sidenote: Plinio: sorta di gran cervo (_cervus alces_)]
PEL SONNO È GIUNTA.[90]
Questa bestia nasce in Iscandinavia isola, ha forma di gran cavallo,
se non che la gran lunghezza dello collo e delli orecchi lo variano;
pasce l’erba allo ’ndirieto, perchè ha sì lungo il labbro di sopra
che, pascendo innanzi, coprirebbe l’erba. Ha le gambe d’un pezzo, per
questo, quando vol dormire, s’appoggia a uno albero, e i cacciatori,
intendendo il loco usato a dormire, segan quasi tutta la pianta, e,
quando questo poi vi s’appoggia nel dormire, per lo sonno cade; i
cacciatori così lo pigliano, e ogni altro modo di pigliarlo è vano,
perchè è d’incredibile velocità nel correre.
LXII. — BONASO [Sidenote: bisonte] NOCE COLLA FUGA.[91]
Questo nasce in Peonia, ha còllo con crini simile al cavallo, in tutte
l’altre parte è simile al toro, salvo che le sue corna sono in modo
piegate indentro che non po’ cozzare, e per questo non ha altro scampo
che la fuga, nella quale gitta sterco per ispazio di 400 braccia del
suo corso — il quale, dove tocca, abbrucia come foco.
LXIII. — PALPISTRELLO.[92]
Questo dov’è più luce, più si fa orbo, e, come più guarda il sole, più
s’accieca. Pel vizio, che non po’ stare dov’è la virtù.
LXIV. — PERNICE.[93]
Questa si trasmuta di femmina in maschio, e dimentica il primo sesso,
e fura [Sidenote: ruba, rapisce] per invidia l’ova all’altre, ma i nati
seguitano la vera madre.
LXV. — RONDINE.[94]
Questa co’ la celidonia [Sidenote: Sorta di pietra favolosa, che si
dice trovarsi in ventre alle rondini; come al n. LXXXVII] ’lumina i sua
ciechi nati.
LXVI. — ERMELLINO.[95]
Moderanza raffrena tutti i vizi. L’ermellino prima vol morire che
’mbrattarsi.
LXVII. — LEONI, PARDI, PANTERE, TIGRI.
Queste tengano l’unghie nella guaina, e mai le sfoderano, se non è
adosso alla preda o nemico.
LXVIII. — LEONESSA.[96]
Quando la leonessa difende i figlioli dalle man de’ cacciatori, per non
si spaventare dalli spiedi, abbassa li occhi a terra, a ciò che là, per
sua fuga, i figli non sieno prigioni.
LXIX. — LEONE.[97]
Questo sì terribile animale niente teme più che lo strepito delle vòte
carrette e simile il canto de’ galli; teme assai nel vederli e con
pauroso aspetto riguarda la sua cresta — e forte invilisce quando ha
coperto il volto.
LXX. — PANTERE IN AFRICA.[98]
Questa ha forma di leonessa, ma è più alta di gambe e più sottile
e lunga e tutta bianca e punteggiata di macchie nere, a modo di
rosette; di questa si dilectano tutti li animali di vedere, e sempre
le starebbon dintorno se non fussi la terribilità del suo viso: onde
essa, questo conoscendo, asconde il viso, e li animali circustanti
s’assicurano e fannosi vicini per meglio potere fruire [Sidenote:
godere] tanta bellezza, onde questa subito piglia il più vicino e
subito lo divora.
LXXI. — CAMMELLI.[99]
Quegli Battriani hanno due gobbi, gli Arabi uno; sono veloci in
battaglia e utilissimi a portare le some. Questo animale ha regola
e misura osservantissima, perchè non si move, se ha più carico che
l’usato, e, se fa più viaggio, fa il simile, subito si ferma, onde lì
bisogna a’ mercatanti alloggiare.
LXXII. — TIGRE.[100]
Questa nasce in Ircania, la quale è simile alquanto alla pantera
per le diverse macchie della sua pelle, ed è animale di spaventevole
velocità. Il cacciatore, quando truova i sua figli, li rapisce, subito
ponendo specchi nel loco donde li leva, e subito, sopra veloce cavallo,
si fugge. La pantera, tornando, trova li specchi fermi in terra, ne’
quali, vedendo sè, li pare vedere li sua figlioli, e, raspando colle
zampe, scopre lo ’nganno, onde, mediante l’odore de’ figli, seguita
il cacciatore, e quando esso cacciatore vede la tigre, lascia uno de’
figlioli, e questa lo piglia e portalo al nido, e subito rigiugne sul
cacciatore, e fa ’l simile insino a tanto ch’esso monta in barca.
LXXIII. — CATOPLEAS [Sidenote: Plinio: _catoblepas_, sorta di
serpente].[101]
Questa nasce in Etiopia, vicino al fonto Nigricapo, è animale non
troppo grande e pigro in tutte le membra, e ha ’l capo di tanta
grandezza che malagevolmente lo porta, in modo che sempre sta chinato
inverso la terra, altremente sarebbe di somma peste alli omini, perchè
qualunque è veduto da’ sua occhi subito more.
LXXIV. — BASILISCO.[102]
Questo nasce nella provincia Arenaica, e non è maggiore che 12 dita, e
ha in capo una macchia bianca a similitudine di diadema; col fischio
caccia ogni serpente, a similitudine di serpe, ma non si move con
torture, anzi ma ritto dal mezzo innanzi. Dicesi che uno di questi,
essendo morto con un aste da uno che era a cavallo, che ’l suo veneno
discorrendo su per l’aste, non che l’omo, ma il cavallo morì. Guasta le
biade, e, non solamente quelle che tocca, ma quelle dove soffia; secca
l’erbe, spezza i sassi.
LXXV. — DONNOLA OVER BELLOLA.[103]
Questa, trovando la tana del basilisco, coll’odore della sua sparsa
orina, l’occide: l’odore della quale orina ancora, spesse volte, essa
donnola occide.
LXXVI. — CERASTE [Sidenote: Plinio: Altra sorta di serpente].[104]
Queste hanno quattro piccioli corni mobili, onde, quando si vogliano
cibare, nascondano sotto le foglie tutta la persona, salvo esse
cornicina; le quali movendo, pare agli uccelli quelli essere piccioli
vermini, che scherzino, onde subito si calano per beccarli, e questa
subito s’avviluppa loro in cerchio, e sì li divora.
LXXVII. — AMFESIBENE.[105]
Questa ha due teste, l’una nel suo loco, l’altra nella coda, come se
non bastassi, che da un solo loco gittassi il veneno.
LXXVIII. — IACULO [Sidenote: Plinio: serpe velenoso].[106]
Questa sta sopra le piante, e si lancia come dardo, e passa attraverso
le fiere, e l’uccide.
LXXIX. — ASPIDO.[107]
Il morso di questo animale non ha rimedio, se non di subito tagliare
le parti morse. Questo sì pestifero animale ha tale affezione nella sua
compagna, che sempre vanno accompagnati; che, se per disgrazia l’uno di
loro è morto, l’altro, con incredibile velocità, seguita l’ucciditore;
ed è tanto attento e sollecito alla vendetta, che vince ogni
difficultà, passando ogni esercito. Solo il suo nemico cerca offendere,
e passa ogni spazio, e non si può schifarlo, se non col passare l’acque
o con velocissima fuga. Ha li occhi in dentro e grandi orecchi, e più
lo move l’audito che ’l vedere.
LXXX. — ICNEUMONE [Sidenote: Volg.: topo di Faraone].[108]
Questo animale è mortale nemico all’aspido nasce in Egitto, e,
quando vede presso al suo sito alcuno aspido, subito corre alla litta
[Sidenote: Minutissima arena, che si suol trovare vicino a’ fiumi o
torrenti; come al n. LXXXIII] over fango del Nilo, e con quello tutto
s’infanga, e poi, risecco dal sole, di novo di fango s’imbratta,
e, così seccando l’un dopo l’altro, si fa tre o quattro veste, a
similitudine di corazza; e di poi assalta l’aspido, e ben contrasta con
quello, in modo che, tolto il tempo, se li caccia in gola e l’ammazza.
LXXXI. — COCODRILLO.[109]
Questo nasce nel Nilo, ha quattro piedi, nuoce in terra e in acqua,
nè altro terrestre animale ai truova sanza lingua, che questo, e
solo morde movendo la mascella di sopra; cresce insino in 40 piedi, è
unghiato, armato d corame, atto a ogni colpo, e ’l dì sta in terra, e
la notte in acqua. Questo, cibato di pesci, s’addormenta sulla riva
del Nilo colla bocca aperta, e l’uccello detto trochilo [Sidenote:
_troglodites_ o reatino], piccolissimo uccello, subito li corre
alla bocca e, saltatoli fra i denti, dentro e fora li va beccando il
rimaso cibo, e, così stuzzicandolo con dilettevole voluttà, lo ’nvita
aprire tutta la bocca, e così s’addormenta. Questo veduto dal eumone
[Sidenote: icneumone, vedi n. LXXX], subito si li lancia in bocca e,
foratoli lo stomaco e le budella, finalmente l’uccide.
LXXXII. — DELFINO.[110]
La natura ha dato tal cognizione alli animali che, oltre al conoscere
la loro comodità, e’ conoscono la incomodità del nimico, onde intende
il delfino quanto vaglia il taglio dello sue pinne, posteli sulla
schiena, e quanto sia tenera la pancia dei cocodrillo, onde nel lor
combattere si li caccia sotto, e tagliali la pancia, e così l’uccide.
Il cocodrillo è terribile a chi fugge, e vilissimo a chi lo caccia.
LXXXIII. — HIPPOTAMO [Sidenote: ippopotamo].[111]
Questo, quando si sente aggravatola cercando le spine o, dove sia,
i rimanenti de’ tagliati canneti, e lì tanto frega una vena, che la
taglia e, cavato il sangue che li abbisogna, colla litta s’infanga e
risalda la piaga. Ha forma quasi come cavallo, l’unghia fessa, coda
torta e denti di cinghiale, còllo con crini, la pelle non si po’
passare se non si bagna, pascesi di biade; ne’ campi entravi allo
’ndirieto, acciò che pare ne sia uscito.
LXXXIV. — IBIS.[112]
Questo ha similitudine colla cicogna, e, quando si sente ammalato,
empie il gozzo d’acqua, e col becco si fa un cristero [Sidenote:
clistere].
LXXXV. — CERVI.[113]
Questo, quando si sente morso dal ragno detto falange, mangia de’
granchi, e si libera di tal veneno.
LXXXVI. — LUSERTE [Sidenote: lucertola].[114]
Questa, quando combatte colle serpe, mangia la cicerbita [Sidenote:
Linneo: _sonchus oleraceus_ (pianta)], e son libere.
LXXXVII. — RONDINE.[115]
Questa rende il vedere alli inorbiti figlioli col sugo della celidonia.
LXXXVIII. — BELLOLA.[116]
Questa, quando caccia ai ratti, mangia prima della ruta.
LXXXIX. — CINGHIALE.[117]
Questo medica i sua mali mangiando della edera.
XC. — SERPE.[118]
Questa, quando si vol rennovare, gitta il vecchio scoglio [Sidenote:
scoglia, la pelle che gitta ogni anno la serpe], comenciandosi dalla
testa; mutasi ’n un dì e una nocte.
XCI. — PANTERA.[119]
Questa, poi che le sono uscite le ’nteriora, ancora combatte coi cani e
cacciatori.
XCII. — CAMALEONE.[120]
Questo piglia sempre il colore della cosa, dove si posa, onde, insieme
colle frondi dove si posano, spesso dalli elefanti son divorati.
XCIII. — CORBO [Sidenote: corvo].[121]
Questo, quando ha ucciso il camaleone, si purga coll’alloro.
XCIV. — MAGNANIMITÀ.
Il falcone non piglia se non uccelli grossi, e prima more che mangiare
carne di non bono odore.
XCV. — GRU.
Le gru, acciò che ’l loro re non perisca per cattiva guardia, la notte
li stanno dintorno con pietre in piè.
Amor, timor e reverenza: questo scrivi in tre sassi di gru.
XCVI. — CARDELLINO.
Il calderugio [Sidenote: cardellino] dà il tortomalio [Sidenote:
titimalo, titimaglio, pianta del genere _euforbia_] a’ figlioli
ingabbiati. — Prima morte che perdere libertà!
XCVII. — DELL’ANTIVEDERE.
Il gallo non canta, se prima tre volte non batte l’ali; il papagallo,
nel mutarsi pe’ rami, non mette i piè, dove non ha prima messo il
becco.
XCVIII. — PER BEN FARE.
Per il ramo della noce, — che solo è percosso e battuto, quand’e’ ha
condotto a perfezione li sua frutti, — si dinota quelli, che, mediante
il fine delle loro famose opere, son percossi dalla invidia per diversi
modi.
XCIX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
Per lo spino, insiditoli [Sidenote: innestatogli] sopra boni frutti,
significa quello, che per se non era disposto a virtù, ma mediante
l’aiuto del precettore dà di sè utilissime virtù.
C. — DEL LINO.
Il lino è dedicato a morte e corruzione de’ mortali: a morte pe’
lacciuoli delli uccelli, animali e pesci; a corruzione per le tele line
dove s’involgano i morti, che si sotterrano, i quali si corrompono in
tali tele. E ancora esso lino non si spicca dal suo festuco, se esso
non comincia a macerarsi o corrompersi, e questo è quello col quale si
deve incoronare e ornare li uffizî funerali.
CI. — FRAMMENTO.
Per il pannolino, che si tien colla mano nel corso dell’acqua corrente,
nella quale acqua il panno lascia tutte le sue brutture, significa
questo ec.
I PENSIERI.
PENSIERI SULLA SCIENZA.
I. — LA TEORIA E LA PRATICA.
Bisognati descrivere la teorica e poi la pratica.
II. — DELL’ERROR DI QUELLI, CHE USANO LA PRATICA SANZA SCIENZA.
Quelli, che s’innamoran di pratica sanza scienza, son come ’l
nocchiere, ch’entra in navilio sanza timone o bussola, che mai ha
certezza dove si vada.
Sempre la pratica dev’esser edificata sopra la bona teorica; della
quale la _Prospettiva_ è guida e porta, e, sanza questa, nulla si fa
bene ne’ casi di pittura.
III. — PARAGONE DEL PRATICO.
Il pittore, che ritrae per pratica e giudizio d’occhio, sanza ragione,
è come lo specchio, che in sè imita tutte le a sè contrapposte cose,
sanza cognizione d’esse.
IV. — PRECEDENZA DELLA TEORICA ALLA PRATICA.
La scienza è il capitano, e la pratica sono i soldati.
V. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
Studia prima la scienza, e poi seguita la pratica, nata da essa scienza.
VI. — CONSIGLIO AL PITTORE.
E tu, pittore, che desideri la grandissima pratica, hai da intendere,
che, se tu non la fai sopra bon fondamento delle cose naturali, tu
farai opere assai con poco onore e men guadagno; e se la farai buona,
l’opere tue saranno molte e bone, con grand’onor tuo e molta utilità.
VII. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
Dice qui l’avversario, che non vuole tanta scienza, che gli basta la
pratica del ritrarre le cose naturali. Al quale si risponde, che di
nessuna cosa è, che più c’inganni, che fidarsi del nostro giudicio,
sanz’altra ragione, come prova sempre la sperienza, nemica degli
Alchimisti, Negromanti e altri semplici ingegni.
VIII. — SUL FATTO ANATOMICO DELLO SVILUPPO GRANDE DEL CRANIO NEL
FANCIULLO.
La natura ci compone prima la grandezza della casa dello intelletto
[Sidenote: il cranio, la testa], che quella delli spiriti vitali
[Sidenote: il petto].
IX. — DIVERSITÀ DELLA TEORICA DALLA PRATICA.
Dove la scienza de’ pesi è ingannata dalla pratica.
La scienza de’ pesi è ingannata dalla sua pratica, e, in molte parte,
essa [Sidenote: Sott.: pratica] non s’accorda con essa scienza, nè
è possibile accordarla; e questo nasce dalli poli delle bilancie,
mediante li quali di tali pesi si fa scienza, li quali poli, appresso
li antichi filosofi, furo li poli posti di natura di linia matematica,
e in alcun loco in punti matematici, li quali punti e linie sono
incorporei: e la pratica li pone corporei, perchè così comanda
necessità, volendo sostenere il peso d’esse bilancie, insieme colli
pesi [Sidenote: Sott.: che] sopra di lor si giudicano.
Ho trovato essi antichi essersi ingannati in esso giudizio de’ pesi,
e questo inganno è nato perchè in gran parte della loro scienza hanno
usati poli corporei, e in gran parte poli matematici, cioè mentali,
overo incorporei.[122]
X. — STERILITÀ DELLE SCIENZE SENZA APPLICAZIONE PRATICA.
Tutte le scienze, che finiscono in parole, hanno sì presto morte,
come vita, eccetto la sua parte manuale, cioè lo scrivere, ch’è parte
meccanica.
XI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
Fuggi quello studio, del quale la resultante opera muore insieme
coll’operante d’essa.
XII. — RICORDI DI LEONARDO.