E se tu dirai, che ’l vedere impedisce la fissa e sottile cogitazione

mentale, co’ la quale si penetra nelle divine scienze, e tale

impedimento condusse un filosofo a privarsi del vedere; a questo

rispondo, che tal occhio, come signore de’ sensi, fa suo debito a dare

impedimento alli confusi e bugiardi, non scienze, ma discorsi, per

li quali sempre, con gran gridare e menare le mani, si disputa; e il

medesimo dovrebbe faro l’audito, il quale ne rimane più offeso, perchè

egli vorrebbe accordo, del quale tutti i sensi s’intricano [Sidenote:

s’incaricano, s’imbarazzano]. E se tal filosofo si trasse gli occhi

per levare l’impedimento alli suoi discorsi, or pensa, che tal atto fu

compagno del cervello e de’ discorsi, perchè ’l tutto fu pazzia. Or non

potea egli serrarsi gli occhi, quando esso entrava in tale frenesia, e

tanto tenerli serrati, che tal furore si consumasse? Ma pazzo fu l’omo,

e pazzo il discorso, e stoltissimo il trarsi gli occhi!

LXIX. — LE VERE SCIENZE SONO QUELLE CHE SI FONDANO SULLA TESTIMONIANZA

DEI SENSI.

Dicono quella cognizione esser _meccanica_, la quale è partorita

dall’esperienza, e quella esser _scientifica_, che nasce e finisce

nella mente, e quella esser _semimeccanica_, che nasce dalla scienza e

finisce nella operazione manuale.

Ma a me pare che quelle scienze sieno vane e piene di errori, le

quali non sono nate dall’esperienza, madre di ogni certezza, e che non

terminano in nota esperienza, cioè che la loro origine o mezzo o fine

non passa per nessuno de’ cinque sensi.

E se noi dubitiamo di ciascuna cosa, che passa per li sensi, quanto

maggiormente dobbiamo noi dubitare delle cose ribelli a essi sensi,

come dell’essenza di Dio e dell’anima e simili, per le quali sempre

si disputa e contende? E veramente accade, che sempre, dove manca la

ragione, supplisce le grida, la qual cosa non accade nelle cose certe.

Per questo diremo, che dove si grida non è vera scienza, perchè la

verità ha un sol termine, il quale, essendo pubblicato, il litigio

resta in eterno distrutto, e s’esso litigio risurge, è bugiarda e

confusa scienza e non certezza rinata.

Ma le vere scienze son quelle, che la sperienza ha fatto penetrare

per li sensi e posto silenzio alla lingua de’ litiganti, e che non

pasce di sogno li suoi investigatori, ma sempre sopra li primi veri e

noti principî procede successivamente e con vere seguenze insino al

fine; come si dinota nelle prime matematiche, cioè numero e misura,

dette _Aritmetica_ e _Geometria_, che trattano con somma verità della

quantità discontinua e continua.

Qui non si arguirà, che due tre facciano più o men che sei, nè che

un triangolo abbia li suoi angoli minori di due angoli retti, ma con

eterno silenzio resta distrutta ogni arguizione, e con pace sono finite

dalli loro devoti, il che far non possono le bugiarde scienze mentali.

E se tu dirai tali scienze vere e note essere di spezie di meccaniche,

imperocchè non si possono finire se non manualmente, io dirò il

medesimo di tutte le arti, che passano per le mani degli scultori, le

quali sono di spezie di disegno, membro della pittura; e l’_Astrologia_

e le altre passano per le manuali operazioni, ma prima sono mentali,

com’è la _Pittura_, la quale è prima nella mente del suo speculatore, e

non può pervenire alla sua perfezione sanza la manuale operazione.

Della qual _Pittura_, li sua scientifici e veri principî prima

ponendo, che cosa è corpo ombroso, e che cosa è ombra primitiva e

ombra derivativa, e che cosa è lume: cioè tenebre, luce, colore,

corpo, figura, sito, remozione, propinquità, moto e quiete, le quali

solo colla mente si comprendono sanza opere manuali. E questa fia la

_Scienza della Pittura_, che resta nella mente de’ suoi contemplanti,

della quale nasce poi l’operazione, assai più degna della predetta

contemplazione o scienza.

LXX. — INGANNO DELLA MENTE ABBANDONATA A SÈ STESSA.

Nissuna cosa è, che più c’inganni, che ’l nostro judizio.

LXXI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.

Il massimo inganno delli omini è nelle loro opinioni.

LXXII. — CONTRO LA METAFISICA.

Fuggi i precetti di quelli speculatori, che le loro ragioni non son

confermate dalla isperienza.

LXXIII. — SUPERIORITÀ DEGLI ANIMALI SULL’UOMO.

L’uomo ha grande discorso, del quale la più parte è vano e falso;

li animali l’hanno piccolo, ma è utile e vero; e meglio è la piccola

certezza, che la gran bugia.

LXXIV. — DAL DIZIONARIO DI LEONARDO.

_Sillogismo:_ parlar dubbioso. _Sofismo:_ parlare confuso, il falso per

lo vero. _Teorica:_ scienza sanza pratica.

LXXV. — SUPERIORITÀ DELLA SCIENZA DELLA PITTURA SULLA FILOSOFIA.

La _Pittura_ s’estende nelle superfizie, colori e figure di qualunque

cosa creata dalla natura, e la _Filosofia_ penetra dentro alli medesimi

corpi, considerando in quelli le lor proprie virtù, ma non rimane

satisfatta con quella verità, che fa il pittore, che abbraccia in sè la

prima verità di tali corpi, perchè l’occhio meno s’inganna.

LXXVI. — NON SI CONOSCE L’ESSENZA DELLE COSE, MA I LORO EFFETTI.

Che cosa sia elemento. Nè la diffinizione di nessuna quiddità delli

elementi non è in podestà dell’omo, ma gran parte de’ loro effetti son

noti.[130]

LXXVII. — COME LA MASSA DELL’ACQUA, CHE CIRCONDA LA TERRA, HA FORMA

SFERICA.

Questa è difficile risposta; ma per questo non resterei di dirne il

mio parere. L’acqua, vestita dell’aria, naturalmente desidera stare

unita nella sua spera, perchè in tal sito essa si priva di gravità. La

qual gravità è dupla, cioè che ’l suo tutto ha gravità attesa al centro

delli elementi, la seconda gravità attende al centro d’essa spericità

d’acqua; il che se così non fussi, essa farebbe di sè solamente una

mezza spera, la qual è quella che sta dal centro in su.[131] Ma di

questo non veggo nello umano ingegno modo di darne scienza, ch’a dire,

come si dice della calamita che tira il ferro, cioè, che tal virtù è

occulta proprietà, delle quali n’è infinite in natura.

LXXVIII. — LA DIVISIBILITÀ ALL’INFINITO È UN’ASTRAZIONE MENTALE.

Ciò ch’è divisibile in atto è ancora divisibile in potenzia, ma non

tutte le quantità, che son divisibili in potenzia fieno divisibili in

atto.

LXXIX. — L’INFINITO NON SI PUÒ ABBRACCIARE COLLA RAGIONE.

Qual’è quella cosa, che non si dà e s’ella si dessi non sarebbe? Egli è

lo infinito, il quale, se si potesse dare, sarebbe limitato e finito,

perchè ciò, che si po’ dare ha termine colla cosa, che la circuisce

ne’ sua stremi, e ciò che non si po’ dare è quella cosa, che non ha

termini.

LXXX. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.

_De anima._ Il moto della terra contro alla terra, ricalcando quella,

poco si move la parte percossa.

L’acqua percossa dall’acqua fa circuli dintorno al loco percosso;

Per lunga distanza la voce in fra l’aria;

Più lunga in fra ’l foco;

Più la mente in fra l’universo, ma perchè l’è finita non s’astende in

fra lo ’nfinito.

LXXXI. — LA FINALITÀ DELLE COSE TRASCENDE LA MENTE UMANA.

O speculatore delle cose, non ti laudare di conoscere le cose, che

ordinariamente, per sè medesima la natura, per sua ordini, naturalmente

conduce; ma rallegrati di conoscere il fine di quelle cose, che son

disegnate dalla mente tua!

LXXXII. — GLI ANTICHI SI SONO PROPOSTI DEI PROBLEMI INSOLUBILI.

Or guarda, o lettore, quello che noi potremo credere ai nostri

antichi, i quali hanno voluto definire che cosa sia anima e vita, cose

improvabili, quando quelle, che con isperienzia ognora si possono

chiaramente conoscere e provare, sono per tanti secoli ignorate e

falsamente credute! L’occhio, che così chiaramente fa sperienzia del

suo offizio, è insino ai mia tempi, per infiniti autori, stato difinito

in un modo; trovo per isperienzia essere ’n un altro.

LXXXIII. — LIMITI ALLA DEFINIZIONE DELL’ANIMA.

Ancora che lo ingegno umano faccia invenzioni varie, rispondendo con

vari strumenti a un medesimo fine, mai esso troverà invenzione più

bella, nè più facile, nè più breve della natura, perchè nelle sue

invenzioni nulla manca e nulla è superfluo; e non va con contrappesi,

quando essa fa le membra atte al moto nelli corpi delli animali, ma vi

mette dentro l’anima d’esso corpo componitore.

Questo discorso non va qui, ma si richiede nella composizion delli

corpi animati. E il resto della definizione dell’anima lascio nelle

menti de’ frati, padri de’ popoli, li quali per inspirazione sanno

tutti li segreti.

Lascio star le lettere incoronate [Sidenote: i libri ecclesiastici e i

dogmi], perchè son somma verità.

LXXXIV. — CONTRO GLI INGEGNI IMPAZIENTI.[132]

Gli abbreviatori delle opere fanno ingiuria alla cognizione e allo

amore, conciò sia che l’amore di qualunque cosa è figliolo d’essa

cognizione.

L’amore è tanto più fervente, quanto la cognizione è più certa, la qual

certezza nasce dalla cognizione integrale di tutte quelle parti, le

quali, essendo insieme unite, compongono il tutto di quelle cose, che

debbono essere amate.

Che vale a quel che per abbreviare le parti di quelle cose, che lui

fa professione di darne integral notizia, che lui lascia indietro la

maggior parte delle cose, di che il tutto è composto?

Gli è vero che la impazienza, madre della stoltizia, è quella che lauda

la brevità, come se questi tali non avessino tanto di vita, che li

servisse a potere avere una intera notizia d’un sol particolare, come

è un corpo umano! e poi vogliono abbracciare la mente di Dio, nella

quale s’include l’universo, caratando [Sidenote: pesandola a carati] e

minuzzando quella in infinite parti, come l’avessino a notomizzare.

O stoltizia umana! non t’avvedi tu che tu sei stato con teco tutta la

tua età, e non hai ancora notizia di quella cosa, che tu più possiedi,

cioè della tua pazzia? e vuoi poi, colla moltitudine dei sofistichi,

ingannare te e altri, sprezzando le matematiche scienze, nelle qual

si contiene la verità, notizia delle cose che in lor si contengono;

e vuoi poi scorrere ne’ miracoli e scrivere ch’hai notizia di quelle

cose, di che la mente umana non è capace, e non si possono dimostrare

per nessuno esemplo naturale; e ti pare avere fatto miraculi, quando tu

hai guastato una opera d’alcuno ingegno speculativo; e non t’avvedi,

che tu cadi nel medesimo errore che fa quello, che denuda la pianta

dell’ornamento de’ sua rami, pieni di fronde, miste con li odoriferi

fiori e frutti.

Come fece Giustino, abbreviatore delle _Storie_ scritto da Trogo

Pompeo, — il quale scrisse ornatamente tutti li eccellenti fatti

delli sua antichi, li quali eran pieni di mirabilissimi ornamenti;

— e’ compose una cosa ignuda, ma sol degna d’ingegni impazienti, li

quali pare lor perder tanto di tempo, quanto quello è, che è adoperato

utilmente, cioè nelli studi delle _opere di natura_ e delle _cose

umane_.

Ma stieno questi tali in compagnia delle bestie; nelli lor cortigiani,

sieno cani e altri animali pien di rapina e accompagnansi con loro

correndo sempre dietro! e seguitino l’innocenti animali, che, con la

fame, alli tempi delle gran nevi, ti vengono alle case, dimandandoti

limosina, come a lor tutore!

LXXXV. — DELLA VITA DEL PITTORE NEL SUO STUDIO.

Acciò che la prosperità del corpo non guasti quella dello ingegno, il

pittore overo disegnatore debbe essere solitario, e massime quando

è intento alle ispeculazioni e considerazioni, che, continuamente

apparendo dinanzi agli occhi, dànno materia alla memoria, d’esser bene

riservate.

E se tu sarai solo tu sarai tutto tuo, e se sarai accompagnato da un

solo compagno sarai mezzo tuo, e tanto meno, quanto sarà maggiore la

indescrizione della tua pratica; e se sarai con più caderai in più

simile inconveniente. E se tu volessi dire: — io farò a mio modo,

io mi tirerò in parte, per potere meglio speculare le forme delle

cose naturali —; dico questo potersi mal fare, perchè non potresti

fare, ch’assa’ [Sidenote: assai] spesso non prestassi orecchi alle

loro ciancie, e, non si potendo servire a due signori, tu faresti

male l’uffizio della compagnia e peggio l’effetto della speculazione

dell’arte; e se tu dirai: — io mi tirerò tanto in parte, che le loro

parole non perveniranno e non mi daranno impaccio —; io in questa

parte ti dico, che tu sarai tenuto matto; ma vedi che, così facendo, tu

saresti pur solo?

LXXXVI. — CONSIGLI AL PITTORE.

Lo ingegno del pittore vol essere a similitudine dello specchio,

il quale sempre si trasmuta nel colore di quella cosa, che ha per

obbietto, e di tante similitudini s’empie quante sono le cose, che li

sono contrapposte.

Adunque conoscendo tu, pittore, non poter essere bono se non se’

universale maestro di contraffare, colla tua arte, tutte le qualità

delle forme, che produce la natura, le quali non saprai fare se non le

vedi, e ritenerle nella mente; onde, andando tu per campagne, fa che ’l

tuo giudizio si volti a varî obbietti, e di mano in mano riguardare or

questa cosa ora quell’altra, facendo un fascio di varie cose elette e

scelte in fra le men bone.

E non fare come alcun pittore; i quali, stanchi con la lor fantasia,

dismettono l’opera e fanno esercizio coll’andare a solazzo,

riserbandosi una stanchezza nella mente, la quale non che vegghino

o ponghin mente varie cose, ma spesse volte, scontrando li amici o

parenti, essendo da quelli salutati, non che li vedino o sentino, non

altrementi sono conosciuti, come s’elli scontrassino altrettant’aria.

LXXXVII. — ALTRO CONSIGLIO.

Il pittore deve essere solitario e considerare ciò ch’esso vede, e

parlare con seco, eleggendo le parti più eccellenti delle spezie di

qualunque cosa lui vede, facendo a similitudine dello specchio, il

quale si trasmuta in tanti colori, quanti sono quelli delle cose, che

se li pongono dinanzi. E facendo così, lui parrà essere seconda Natura.

LXXXVIII. — CONSIGLIO.

La mente del pittore si deve al continuo trasmutare in tanti discorsi,

quante sono le figure delli obbietti notabili, che dinanzi gli

appariscano; e a quelle fermar il passo, e notarli, e fare sopra esse

regole, considerando il loco e le circostanze, e lumi e ombre.

LXXXIX. — VITA DEL PITTORE FILOSOFO NE’ PAESI.

Al pittore è necessario la matematica appartenente a essa pittura

e la privazione de’ compagni, che son alieni dalli loro studî, e

cervello mutabile secondo la varietà delli obbietti, che dinanzi se li

oppongono, e remoto da altre cure.

E s’è nella contemplazione e definizione d’un caso, come accade quando

l’obbietto muove il senso, allora di tali casi si deve giudicare quale

è di più faticosa definizione, e quello seguitare insino alla sua

ultima chiarezza, e poi seguitare la definizione dell’altro.

E sopra tutto essere di mente eguale a la superfizie dello specchio, la

quale si trasmuta in tanti varî colori, quanti sono li colori delli sua

obbietti; e le sue compagnìe abbino similitudine con lui in tali studî,

e, non le trovando, usi con sè medesimo nelle sue contemplazioni, che

infine non troverà più utile compagnia.

XC. — NECESSITÀ DELLA ANALISI.

Noi conosciamo chiaramente, che la vista è delle veloci operazioni

che sia, e in un punto vede infinite forme, nientedimeno non comprende

se non è una cosa per volta. Poniamo caso: tu, lettore, guarderai in

una occhiata tutta questa carta scritta, e subito giudicherai, questa

essere piena di varie lettere, ma non cognoscerai in questo tempo, che

lettere sieno, nè che voglian dire; onde ti bisogna fare a parola a

parola, verso per verso, a voler avere notizia d’esse lettere; ancora,

se vorrai montare a l’altezza d’un edifizio ti converrà salire a grado

a grado, altrementi fia impossibile pervenire alla sua altezza.

E così dico a te, il quale la Natura volge a quest’arte, se vogli avere

vera notizia delle forme delle cose, comincierai alle particule di

quelle, e non andare alla seconda, se prima non hai bene nella memoria

e nella pratica la prima; e se altro farai, getterai via il tempo e

veramente allungherai assai lo studio. E ricordoti ch’impari primo la

diligenza, che la prestezza.

XCI. — CARATTERE DELLE OPERE DI LEONARDO.

Cominciato in Firenze in casa Piero di Braccio Martelli[133] addì

22 di marzo 1508; e questo fia un raccolto sanza ordine, tratto di

molte carte, le quali io ho qui copiato, sperando poi metterle per

ordine alli lochi loro, secondo le materie di che esse tratteranno; e

credo che, avanti ch’io sia al fine di questo, io ci avrò a riplicare

una medesima cosa più volte; sì che, lettore, non mi biasimare,

perchè le cose son molte e la memoria non le può riservare e dire: —

questa non voglio scrivere, perchè dinanzi la scrissi —; e se io non

volessi cadere in tale errore, sarebbe necessario che, per ogni caso

ch’io volessi copiare, sicchè per non replicarlo, io avessi sempre a

rileggere tutto il passato, e massime stando co’ lunghi intervalli di

tempo allo scrivere da una volta all’altra.

XCII. — SUO DESIDERIO INSAZIABILE DI CONOSCERE.

Non fa sì gran mugghio il tempestoso mare, quando il settentrionale

aquilone lo ripercote, colle schiumose onde, fra Scilla e Cariddi; nè

Stromboli o Mongibello, quando le sulfuree fiamme, per forza rompendo

e aprende il gran monte, fulminano per l’aria pietre, terra, insieme

coll’uscita e vomitata fiamma; nè quando le infocate caverne di

Mongibello, rivomitando il male tenuto elemento [Sidenote: il foco],

spigniendolo alla sua regione, con furia cacciano innanzi qualunque

ostacolo s’interpone alla sua impetuosa furia.... E tirato dalla mia

bramosa voglia, vago di vedere la gran commistione delle varie e strane

forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto in fra

gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata d’una gran caverna, dinanzi

alla quale, — restando alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, —

piegato le mie rene in arco, e ferma la stanca mano sopra il ginocchio,

colla destra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia. E spesso

piegandomi in qua e in là per vedere dentro vi discernessi alcuna cosa,

questo vietatomi per la grande oscurità, che là entro era, — e stato

alquanto, — subito si destarono in me due cose: paura e desiderio;

paura per la minacciosa oscura spelonca, desiderio per vedere se là

entro fussi alcuna miracolosa cosa.

PENSIERI SULLA NATURA.

I. — PROEMIO.

Vedendo io non potere pigliare materia di grande utilità o diletto,

perchè li omini, innanti a me nati, hanno preso per loro tutti l’utili

e necessari temi, farò come colui, il quale, per povertà, giugne

l’ultimo alla fiera, e, non potendo d’altro fornirsi, piglia tutte

cose già da altri viste, e non accettate, ma rifiutate per la loro poca

valetudine [Sidenote: valore, pregio].

Io questa disprezzata e rifiutata mercanzia, rimanente de’ molti

compratori, metterò sopra la mia debole soma, e con quella, non per

le grosse città, ma povere ville andrò distribuendo, e pigliando tal

premio, qual merita la cosa da me data.

II. — NATURA E SCIENZA.

La natura è piena d’infinite ragioni, che non furono mai in isperienza.

III. — LEGGI NECESSARIE DOMINANO I FATTI DELLA NATURA.

La necessità è maestra e tutrice della natura.

La necessità è tema e inventrice della natura, è freno e regola eterna.

IV. — LA RISPONDENZA DEGLI EFFETTI ALLA POTENZA DELLA LORO CAGIONE È

NECESSARIA.[134]

_Ogni corpo sperico di densa e resistente superfice, mosso da pari

potenza, farà tanto movimento con sua balzi, causati da duro e solido

smalto,_ [Sidenote: dal percuotere su un piano liscio e sodo] _quanto a

gettarlo libero per l’aria._

O mirabile giustizia di te, Primo motore, tu non hai voluto mancare a

nessuna potenza l’ordine e qualità de’ sua necessari effetti! Conciò

sia che una potenza deve cacciare 100 braccia una cosa vinta da lei,

e quella nel suo obbedire trova intoppo: hai ordinato, che la potenza

del colpo ricausi novo movimento, il quale, per diversi balzi, recuperi

la intera somma del suo debito viaggio. E se tu misurerai la via fatta

da detti balzi, tu troverai essere di tale lunghezza, qual sarebbe a

trarre, con la medesima forza, una simil cosa libera per l’aria.

V. — LE LEGGI DELLA NATURA SONO IMPRESCINDIBILI.

Natura non rompe sua legge.

VI. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.

La natura è costretta dalla ragione della sua legge, che in lei

infusamente vive.

VII. — L’EFFETTO SUCCEDE ALLA CAUSA NECESSARIAMENTE.

Quando alcuna cosa, cagione dell’altra, induce per suo movimento alcuno

effetto, e’ bisogna che ’l movimento dell’effetto séguiti il movimento

della cagione.

VIII. — IL MIRACOLO STA NELLA RISPONDENZA DELL’EFFETTO ALLA SUA

CAUSA.[135]

(_Studiando la natura dell’occhio._)

Qui le figure, qui li colori, qui tutte le spezie delle parti

dell’universo son ridotte in un punto, e quel punto è di tanta

maraviglia!

O mirabile e stupenda necessità, tu costringi, colla tua legge, tutti

li effetti, per brevissima via, a partecipare delle lor cause!

Questi sono li miracoli!

Scrivi nella tua _Notomia_, come, in tanto minimo spazio, l’immagine

[Sidenote: visiva, che si forma nell’occhio] possa rinascere e

ricomporsi nella sua dilatazione.

IX. — OGNI COSA OBBEDISCE ALLA PROPRIA LEGGE.

Esempio della saetta fra’ nuvoli. — O potente e già animato strumento

dell’artifiziosa natura, a te non valendo le tue gran forze, ti

conviene abbandonare la tranquilla vita, e obbedire alla legge, che

Iddio e ’l Tempo diede alla genitrice natura!

Oh! quante volte furono vedute le impaurite schiere de’ delfini e de’

gran tonni fuggire dall’empia tua furia; e tu, che, col veloce tremor

dell’ali e colla forcelluta coda, fulminando, generavi nel mare subita

tempesta, con gran busse [Sidenote: urti] e sommersione di navili,

con grande ondamento, empiendo gli scoperti liti degli impauriti e

sbigottiti pesci!

X. — PASSIVITÀ E ATTIVITÀ.

Molte volte una medesima cosa è tirata da due violenze: necessità e

potenza. L’acqua piove, e la terra l’assorbisce per necessità d’omore;

il sole la svelle [Sidenote: fa evaporare] non per necessità, ma per

potenza.

XI. — PROVVIDENZA DELLA NATURA NELLA CONFORMAZIONE DEL CORPO UMANO.

Perche l’occhio è finestra dell’anima, ella è sempre con timore di

perderlo, in modo tale ch’essendoli mossa una cosa dinanzi, che dia

subito spavento all’omo, quello colle mani non soccorre il core, fonte

della vita, nè ’l capo, ricettaculo del signore de’ sensi, nè audito,

nè odorato o gusto, anzi subito lo spaventato senso: non bastando

chiudere li occhi con sua coperchi [Sidenote: le palpebre] serrati con

somma forza, che subito lo rivolge in contraria parte; non sicurando

ancora, vi pone la mano, e l’altra distende, facendo antiguardia contro

al sospetto suo.

Ancora, la natura ha ordinato, che l’occhio de l’omo per sè medesimo

col coperchio (si chiuda), acciò che, non sendo da esso dormiente

guardato, d’alcuna cosa non sia offeso.

XII. — PROVVIDENZIALITÀ DELLA DILATAZIONE E RESTRINGIMENTO DELLA

PUPILLA.

_La pupilla dell’occhio si muta in tante varie grandezze, quante son

le varietà delle chiarezze e oscurità delli obbietti, che dinanzi se le

rappresentano._

In questo caso la natura ha riparato alla virtù visiva, quando ella è

offesa dalla superchia luce, di ristrignere la pupilla dell’occhio,

e, quando è offesa dalle diverse oscurità, d’allargare essa luce, a

similitudine della bocca della borsa. E fa qui la natura, come quel

che ha troppo lume alla sua abitazione, che serra una mezza finestra,

e più o men, secondo la necessità; e quando viene la notte, esso apre

tutta essa finestra, per vedere meglio dentro a detta abitazione.

E usa qui la natura una continua equazione, col continuo temperare

e ragguagliare, col crescere la pupilla e diminuirla, a proporzione

delle predette oscurità o chiarezze, che dinanzi al continuo se le

rappresentano.

XIII. — CONTRO COLORO CHE SI ARROGANO DI CORREGGERE LA NATURA.

L’atto del tagliare la narice ai cavalli è cosa meritevole di riso.

E questi stolti osservan questa usanza, quasi come se credessino la

natura avere mancato ne’ necessarie cose, per le quali li omini abbiano

a essere sua correttori. Ell’ha fatti i due busi del naso, i quali,

ciascuno per sè, è per la metà della larghezza della canna de’ polmoni,

donde esala l’anelito, e, quando essi busi non fussino, la bocca

sarebbe abbastanza a esso abbondevole anelito. E se tu mi dicessi: —

perchè ha fatto questa natura le narici alli animali, se l’alitare per

la bocca è soffiziente? — io ti risponderei, che le narici sono fatte

per essere usate, quando la bocca è in esercizio di masticare il suo

cibo.

XIV. — SUL FENOMENO DELLA SPINTA DELLE RADICI.

L’albero in qualche parte scorticato, la natura, che a esso provvede,

vòlta a essa iscorticazione molto maggior somma di notritivo omore

la linfa, che in alcuno altro loco; in modo che, per lo primo detto

mancamento, li cresce molto più grossa la scorza, che in alcun altro

loco. Ed è tanto movente [Sidenote: impetuoso nel muoversi] ess’omore,

che, giunto al soccorso loco, si leva parte in alto, a uso di balzo

di palla, con diversi pullulamenti, o ver germugliamenti [Sidenote:

gorgoglio], non altrementi ch’una bollente acqua.

XV. — SULLA STRUTTURA DELLE ALI.

Frammenti letterari e filosofici · 第 5 / 19 段