i sua rami, e di quelli ispiccava i maturi frutti — i quali metteva
nell’aperta bocca disfacendoli e disertandoli [Sidenote: dilacerandoli]
coi duri denti — crollando i lunghi rami, e con tumultuevole mormorio
disse: — O fico! Quanto se’ tu men di me obbligato alla natura! Vedi,
come in me ordinò serrati i mia dolci figlioli, prima vestiti di
sottile camicia, sopra la quale è posta la dura e foderata pelle; e,
non contentandosi di tanto beneficarmi, ch’ell’ha fatto loro la forte
abitazione, e sopra quella fondò acute e folte spine, a ciò che le mani
dell’omo non mi possino nuocere? — Allora il fico cominciò insieme co’
sua figlioli a ridere, e, ferme le risa, disse: — Conosci, l’omo essere
di tale ingegno, che lui ti sappi colle pertiche e pietre e sterpi,
trarti infra i tua rami, farti povero de’ tua frutti, e quelli caduti,
pesti co’ piedi e co’ sassi, in modo che’ frutti tua escino, stracciati
e storpiati, fora dell’armata casa; e io sono con diligenza tocco dalle
mani, e non, come te, da bastoni e da sassi. —
XXIV. — IL ROVISTICO E IL MERLO.
Il rovistrice, [Sidenote: rovistico: pianta, _ligustrum vulgare_]
sendo stimolato nelli sua sottili rami, ripieni di novelli frutti, dai
pungenti artigli e becco delle importune merle, si doleva con pietoso
rammarico inverso essa merla, pregando quella, che, poichè lei li
toglieva i sua diletti frutti, il meno non lo privassi de le foglie,
le quali lo difendevano dai cocenti raggi del sole, e che coll’acute
unghie non iscorticasse e disvestisse della sua tenera pelle. A la
quale la merla, con villane rampogne, rispose: — Oh! taci salvatico
sterpo! Non sai, che la natura t’ha fatti produrre questi frutti per
mio notrimento? Non vedi, che so’ al mondo per servirmi di tale cibo?
Non sai, villano, che tu sarai, nella prossima invernata notrimento e
cibo del foco? — Le quali parole ascoltate dall’albero pazientemente,
non sanza lacrime, infra poco tempo, — il merlo preso dalla ragna
[Sidenote: rete] e còlti de’ rami per fare gabbia, per incarcerare esso
merlo, — toccò, infra l’altri rami, al sottile rovistrice a fare le
vimini de la gabbia; le quali vedendo essere causa della persa libertà
del merlo, rallegratosi, mosse tali parole: — O merlo!, i’ son qui non
ancora consumato, come dicevi, dal foco; prima vederò te prigione, che
tu me bruciato! —
XXV. — LA NOCE E IL CAMPANILE.
Trovandosi la noce essere dalla cornacchia portata sopra un alto
campanile, e per una fessura, dove cadde, fu liberata dal mortale
suo becco; pregò esso muro, per quella grazia, che Dio li aveva dato
dell’essere tanto eminente e magno e ricco di sì belle campane e di
tanto onorevole suono, che la dovessi soccorrere; perchè, poichè la
non era potuta cadere sotto i verdi rami del suo vecchio padre, e
essere nella grassa terra ricoperta delle sue cadenti foglie, che non
la volessi lui abbandonare: imperò ch’ella trovandosi nel fiero becco
della fiera cornacchia, ch’ella si votò, che, scampando da essa, voleva
finire la vita sua ’n un picciolo buco. — Alle quali parole, il muro,
mosso a compassione, fu costretto ricettarla nel loco, ov’era caduta.
E in fra poco tempo, la noce cominciò aprirsi, e mettere le radici
infra le fessure delle pietre, e quelle allargare, e gittare i rami
fori della sua caverna; e quegli, in breve, levati sopra lo edifizio,
e ingrossate le ritorte radici, cominciò aprire i muri, e cacciare le
antiche pietre de’ loro vecchi lochi. Allora il muro tardi e indarno
pianse la cagione del suo danno, e, in brieve aperto, rovinò gran parte
delle sue membra.
XXVI. — IL SALICE E LA ZUCCA.
Il misero salice, trovandosi non potere fruire il piacere di vedere
i sua sottili rami fare over condurre alla desiderata grandezza, e
drizzarsi al cielo, per cagione della vite e di qualunque pianta li
era vicina, sempre egli era storpiato e diramato e guasto; e raccolti
in sè tutti li spiriti, e con quelli apre e spalanca le porte alla
imaginazione; e stando in continua cogitazione, e ricercando con
quella l’universo delle piante, con quale di quelle esso collegare si
potessi, che non avessi bisogno dell’aiuto de’ sua legami; e stando
alquanto in questa notritiva imaginazione, con subito assalimento
li corse nel pensiero la zucca; e crollato tutti i rami per grande
allegrezza, parendoli avere trovato compagnia al suo disiato proposito
— imperò che quella è più atta a legare altri, che essere legata. — E
fatta tal diliberazione, rizzò i sua rami inverso il cielo, attendea
aspettare qualche amichevole uccello, che li fusse a tal disiderio
mezzano. In fra’ quali, veduta a sè vicina la gazza, disse inver di
quella: — O gentile uccello, io ti priego, per quello soccorso, che a
questi giorni, da mattina, ne’ mia rami trovasti, quando l’affamato
falcone, crudele e rapace, te voleva divorare; e per quelli riposi,
che sopra me ispesso hai usati, quando l’ali tue a te riposo chiedeano;
e per quelli piaceri, che, infra detti mia rami, scherzando colle tue
compagne ne’ tua amori, già hai usato: io ti priego, che tu truovi la
zucca e impetri da quella alquante delle sue semenze, e di’ a quelle
che, nate ch’elle fieno, ch’io le tratterò non altrementi, che se del
mio corpo generate l’avessi; e similmente usa tutte quelle parole,
che di simile intenzione persuasive sieno, benchè a te, maestra de’
linguaggi, insegnare non bisogna. E se questo farai, io sono contenta
di ricevere il tuo nido sopra il nascimento de’ mia rami, insieme
colla tua famiglia, sanza pagamento d’alcun fitto. — Allora la gazza,
fatti e fermi alquanti capitoli [Sidenote: patti] di novo col salice,
e massime che biscie o faine sopra sè mai non accettassi; alzata
la coda e bassato la testa, e gittatasi dal ramo, rendè il suo peso
all’ali. E quelle battendo sopra la fuggitiva aria, ora qua, ora in là
curiosamente col timon della coda dirizzandosi, pervenne a una zucca,
e con bel saluto, e alquante bone parole, impetrò le dimandate semenze.
E condottele al salice, fu con lieta cera ricevuta; e raspato alquanto
co’ piè il terreno vicino al salice, col becco, in cerchio a esso,
essi grani piantò. Li quali, in brieve tempo, crescendo, cominciò,
collo accrescimento e aprimento de’ sua rami, a occupare tutti i rami
del salice, e colle sue gran foglie a torle la bellezza del sole e
del cielo. E, non bastando tanto male — seguendo [Sidenote: venute in
seguito, nate e cresciute] le zucche — cominciò, per disconcio peso,
a tirare le cime de’ teneri rami inver la terra, con istrane torture
e disagio di quelli. Allora scotendosi e indarno crollandosi, per
fare da sè esse zucche cadere, e indarno vaneggiando alquanti giorni
in simile inganno, perchè la bona e forte collegazione [Sidenote:
l’avviticchiarsi degli steli della zucca al salice] tal pensieri
negava, vedendo passare il vento, a quello raccomandandosi, e quello
soffiò forte. Allora s’aperse il vecchio e vòto gambo del salice in due
parti, insino alle sue radici, e, caduto in due parti, indarno pianse
sè medesimo, e conobbe, che era nato per non aver mai bene.
XXVII. — L’AQUILA.
Volendo l’aquila schernire il gufo, rimase coll’ali impaniate, e fu
dall’omo presa e morta.
XXVIII. — IL RAGNO.
Il ragno, volendo pigliare la mosca con sue false reti, fu sopra quelle
dal calabrone crudelmente morto.
XXIX. — IL GRANCHIO.
Il granchio, stando sotto il sasso per pigliar i pesci, che sotto a
quello entravano, venne la piena con rovinoso precipitamento di sassi,
e, col loro rotolare, si fracellò tal granchio
XXX. — L’ASINO E IL GHIACCIO.
Addormentatosi l’asino sopra il diaccio d’un profondo lago, il suo
calore dissolvè esso diaccio, e l’asino sott’acqua, a mal suo danno, si
destò, e subito annegò.
XXXI. — LA FORMICA E IL CHICCO DI GRANO.
La formica, trovato un grano di miglio, il grano, sentendosi preso da
quella, gridò: — Se mi fai tanto piacere di lasciarmi fruire il mio
desiderio del nascere, io ti renderò cento me medesimi. — E così fu
fatto.
XXXII. — L’OSTRICA, IL RATTO E LA GATTA.
Sendo l’ostrica, insieme colli altri pesci in casa del pescatore
scaricata vicino al mare, pregò il ratto, che al mare la conduca; e ’l
ratto, fatto disegno di mangiarla, la fa aprire; e mordendola, questa
li serra la testa e sì lo ferma: viene la gatta e l’uccide.
XXXIII. — IL FALCONE E L’ANITRA.
Il falcone, non potendo sopportare con pazienzia il nascondere che fa
l’anitra, fuggendosele dinanzi e entrando sotto acqua: volle, come
quella, sott’acqua seguitare, e, bagnatosi le ponne, rimase in essa
acqua: o l’anitra levatasi in aria, schernía il falcone, che annegava.
XXXIV. — L’OSTRICA E IL GRANCHIO.[29]
Ostrica. Questa, quando la luna è piena, s’apre tutta, e, quando il
granchio la vede, dentro le getta qualche sasso o festuca: e questa
non si può risserrare, ond’è cibo d’esso granchio. Così fa chi apre la
bocca a dire il suo segreto, che si fa preda dello indiscreto auditore.
XXXV. — I TORDI E LA CIVETTA.
I tordi si rallegrarono forte, vedendo che l’omo prese la civetta e
le tolse la libertà, quella legando con forti legami ai sua piedi. La
qual civetta fu poi, mediante il vischio, causa non di far perdere la
libertà ai tordi, ma la loro propria vita.
Detta per quelle terre, che si rallegran di vedere perdere la libertà
ai loro maggiori, mediante i quali poi perdano il soccorso e rimangono
legati in potenza del loro nemico, lasciando la libertà e spesse volte
la vita.
XXXVI. — LA SCIMMIA E L’UCCELLETTO.
Trovando la scimmia uno nido di piccioli uccelli, tutta allegra
appressatasi a quelli, i quali essendo già da volare, ne potè solo
pigliare il minore. Essendo piena d’allegrezza, con esso in mano se
n’andò al suo ricetto; e, cominciato a considerare questo uccelletto,
lo cominciò a baciare; e, per lo isviscerato amore, tanto lo baciò e
rivolse o strinse, ch’ella gli tolse la vita. È detta per quelli, che,
per non gastigare i figlioli, capitano male.
XXXVII. — IL CANE E LA PULCE.
Dormendo il cane sopra la pelle d’un castrone, una delle sue pulci,
sentendo l’odore della unta lana, giudicò quello dovessi essere loco di
miglior vita e più sicura da’ denti e unghia del cane, che pascersi del
cane; e sanza altri pensieri, abbandonò il cane. E, entrata infra la
folta lana, cominciò con somma fatica a volere trapassare alle radici
de’ peli: la quale impresa, dopo molto sudore, trovò esser vana, perchè
tali peli erano tanto spessi, che quasi si toccavano, e non v’era
spazio, dove la pulce potesse saggiare tal pelle. Onde, dopo lungo
travaglio e fatica, cominciò a volere ritornare al suo cane; il quale
essendo già partito, fu costretta, dopo lungo pentimento, amari pianti,
a morirsi di fame.
XXXVIII. — IL TOPO, LA DONNOLA E IL GATTO.
Stando il topo assediato in una piccola sua abitazione dalla donnola,
la quale con continua vigilanzia attendea alla sua disfazione,
[Sidenote: distruzione, morte] e, per uno piccolo spiraculo, riguardava
il suo gran periculo. — Infrattanto venne la gatta, e subito prese essa
donnola, e immediate l’ebbe divorata. Allora il ratto, fatto sagrificio
a Giove d’alquante sue nocciole, ringraziò sommamente la sua deità;
e uscito fori della sua buca a possedere la già persa libertà, de la
quale subito, insieme colla vita, fu, dalle feroci unghia e denti della
gatta, privato.
XXXIX. — IL RAGNO E IL GRAPPOLO D’UVA.
Il ragno, stando infra l’uve, pigliava le mosche, che in su tali uve si
pascevano: venne la vendemmia e fu pestato, il ragno insieme coll’uve.
XL. — SUL MEDESIMO SOGGETTO.
Trovato il ragno uno grappolo d’uva, il quale per la sua dolcezza
era molto visitato da ape e diverse qualità di mosche, li parve
avere trovato loco molto comodo al suo inganno. E calatosi giù
per lo suo sottile filo, e entrato nella nova abitazione, lì ogni
giorno, facendosi alli spiraculi fatti dalli intervalli de’ grani
dell’uva, assaltava, come ladrone, i miseri animali, che da lui non
si guardavano. E passati alquanti giorni, il vendemmiatore, còlta essa
uva e messa con l’altre, insieme con quelle fu pigiato. E così l’uva fu
laccio e inganno dello ingannatore ragno, come delle ingannate mosche.
XLI. — TRACCIA.
Favola della lingua morsa dai denti.
XLII. — IL VILLANO E LA VITE.
Vedendo il villano la utilità, che resultava dalla vite, le dette
molti sostentaculi da sostenerla in alto; e, preso il frutto, levò le
pertiche, e quella lasciò cadere, facendo foco de’ sua sostentaculi.
XLIII. — LEGGENDA DEL VINO E DI MAOMETTO.[30]
Trovandosi il vino, il divino licore dell’uva, in una aurea e ricca
tazza, sopra la tavola di Maumetto, e montato in gloria di tanto
onore, subito fu assaltato da una contraria cogitazione, dicendo a
sè medesimo: — Che fo io? di che mi rallegro io? Non m’avvedo essere
vicino alla mia morte e lasciare l’aurea abitazione della tazza, e
entrare nelle brutte e fetide caverne del corpo umano, e lì trasmutarmi
di odorifero e suave licore in brutta e trista orina? E non bastando
tanto male, ch’io ancora debba sì lungamente giacere ne’ brutti
ricettacoli coll’altra fetida e corrotta materia uscita dalle umane
interiora? — Gridò inverso il cielo, chiedendo vendetta di tanto danno,
e che si ponesse ormai fine a tanto dispregio; che, poichè quello paese
producea le più belle e migliori uve di tutto l’altro mondo, che il
meno elle non fussino in vino condotte. Allora Giove fece che il vino
beuto da Maumetto elevò l’anima sua inverso il celebro, [Sidenote:
cerebro, cervello] che lo fece matto, e partorì tanti errori, che,
tornato in sè, fece legge che nessuno asiatico besse vino. E fu
lasciato poi libere le viti co’ sua frutti.
(_in margine_)
_Già il vino, entrato nello stomaco, comincia a bollire e
sgonfiare; già l’anima di quello comincia abbandonare il corpo;
già si volta inverso il cielo, trova il celebro, cagione della
divisione dal suo corpo; già lo comincia a contaminare e farlo
furiare a modo di matto; già fa irriparabili errori, ammazzando i
sua amici._
XLIV. — TRACCIA.
Il vino, consumato da esso ubriaco, esso vino col bevitore si vendica.
XLV. — LE FIAMME E LA CALDAIA.
(Frammento.)
Un poco di foco, che, in un piccolo carbone, in fra la tiepida cenere
rimaso era, del poco omore, che in esso restava, carestiosamente e
poveramente sè medesimo notría. Quando, la ministra della cucina, per
usare con quello l’ordinario suo cibario offizio, quivi apparve, e,
poste le legne nel focolare — e, col solfanello già resuscitato d’esso,
già quasi per morto, una piccola fiammella e, infra le ordinate legne
quella appresa e, posta di sopra la caldaia — sanz’altro sospetto, di
lì sicuramente si parte.
Allora, rallegratosi il foco delle sopra sè poste secche legne,
comincia a elevarsi: cacciando l’aria delli intervalli d’esse legne, in
fra quelli con ischerzevole e giocoso transito, sè stesso tesseva.
Cominciato a spirare fori dell’intervalli delle legne, di quelli a sè
stesso dilettevoli finestre fatto avea; e, cacciate fori di rilucenti e
rutilanti fiammelle, subito discaccia le oscure tenebre della serrata
cucina; e con gaudio, le fiamme già cresciute, scherzavano coll’aria
d’esse circundatrice e con dolce mormorio cantando, creava soave
sonito....
Rallegrandosi il foco delle secche legne, che nel focolare trovato
avea, e in quelle appresosi, con quelle comincia a scherzare tessendole
in sue piccole fiammelle, e ora qua ora là, per li intervalli, che in
fra le legne si trova, traeva.
E, scorrendo in fra quelle con festevole, giocoso transito, cominciò a
spirare, e fra li intervalli delle superiori legne apparía, facendo di
quelli a sè dilettevoli finestre ora qua, ora là.
Vedutosi già fortemente essere sopra delle legne cresciuto e fatto
assai grande, cominciò a levare il mansueto e tranquillo animo in
gonfiata e insopportabile superbia, facendo quasi a sè credere tirare
tutto il superiore elemento [Sidenote: l’elemento del foco] sopra le
poche legne.
E cominciato a sbuffare, e, empiendo di scoppi e di scintillanti
sfavillamenti tutto il circostante focolare, già le fiamme, fatte
grosse, unitamente si drizzavano inverso l’aria.... quando le fiamme
più altere, percosser nel fondo della superiore caldara.
XLVI. — LO SPECCHIO E LA REGINA.
(Frammento.)
Lo specchio si gloria forte tenendo dentro a sè specchiata la regina, e
partita quella lo specchio rimase in le....
LE ALLEGORIE.
I. — AMORE DI VIRTÙ.[31]
Calendrino [Sidenote: La calandra] è uno uccello, il quale si dice,
che essendo esso portato dinanzi a uno infermo, che se ’l detto infermo
deve morire, questo uccello li volta lato, sta per lo contrario e mai
lo riguarda; e, se esso infermo deve iscampare, questo uccello mai
l’abbandona di vista, anzi è causa di levarli ogni malattia.
Similmente, l’amore di virtù non guarda mai cosa vile, nè trista,
anzi dimora sempre in cose oneste e virtuose, e ripatria sempre in
cor gentile, a similitudine degli uccelli nelle verdi selve sopra i
fioriti rami; esso dimostra più esso amore nelle avversità che nelle
prosperità, facendo come lume, che più risplende, dove trova più
tenebroso sito.
II. — INVIDIA.[32]
Del nibbio si legge che, quando esso vede i suoi figlioli nel nido
esser di troppa grassezza, che egli gli becca loro le coste, e tiengli
sanza mangiare.
III. — ALLEGREZZA.[33]
L’allegrezza è appropriata al gallo, che d’ogni piccola cosa si
rallegra, e canta, con vari e scherzanti movimenti.
IV. — TRISTEZZA.[34]
La tristezza s’assomiglia al corvo, il quale, quando vede i sua nati
figlioli essere bianchi, per lo grande dolore si parte, con tristo
rammarichío gli abbandona, e non gli pasce, insino che non gli vede
alquante poche penne nere.
V. — PACE.[35]
Del castoro si legge che, quando è perseguitato, conoscendo essere per
la virtù de’ sua medicinali testiculi, esso, non potendo più fuggire,
si ferma, e, per avere pace coi cacciatori, coi sua taglienti denti si
spicca i testiculi, e li lascia a’ sua nimici.
VI. — IRA.[36]
Dell’orso si dice che, quando va alle case delle ave [Sidenote: api,
come al n. XVI] per tôrre loro il mele, esse ave lo cominciano a
pungere, onde lui lascia il mele e corre alla vendetta; e, volendosi
con tutte quelle che lo mordano vendicare, con nessuna si vendica, in
modo che la sua vita si converte in rabbia, e gittatosi in terra, con
le mani e co’ piedi innaspando, indarno da quelle si difende.
VII. — MISERICORDIA OVER GRATITUDINE.[37]
La virtù della gratitudine si dice essere più nelli uccelli detti
upica, [Sidenote: úpupa] i quali, conoscendo il benefizio della
ricevuta vita e nutrimento dal padre e dalla lor madre, quando li
vedano vecchi, fanno loro uno nido, e li covano, e li nutriscano, e
cavan loro col becco le vecchie e triste penne, e con certe erbe li
rendano la vista, in modo che ritornano in prospertà.
VIII. — AVARIZIA.[38]
Il rospo si pasce di terra, e sempre sta macro, perchè non si sazia:
tanto è ’l timore, che essa terra non li manchi.
IX. — INGRATITUDINE.[39]
I colombi sono assomigliati alla ingratitudine; imperocchè, quando
sono in età che non abbino più bisogno d’essere cibati, cominciano
a combattere col padre, e non finisce essa pugna, infino a tanto
che caccia il padre, e tolli la mogliera [Sidenote: e gli toglie la
moglie], facendosela sua.
X. — CRUDELTÀ.[40]
Il basalisco [Sidenote: basilisco] è di tanta crudeltà che, quando con
la sua venenosa vista non po’ occidere li animali, si volta all’erbe e
le piante, e, fermato in quelle la sua vista, le fa seccare.
XI. — LIBERALITÀ.[41]
Dell’aquila si dice che non ha mai sì gran fame, che non lasci parte
della sua preda a quelli uccelli, che le son dintorno; i quali, non
potendosi per sè pascere, è necessario che sieno corteggiatori d’essa
aquila, perchè in tal modo si cibano.
XII. — CORREZIONE.[42]
Quando il lupo va assentito [Sidenote: va cautamente] a qualche stallo
di bestiame, e che, per caso, esso ponga il piede in fallo, in modo
facci strepito, egli si morde il piè, por correggere tale errore.
XIII. — LUSINGHE OVER SOIE [Sidenote: adulazioni].[43]
La serena sì dolcemente canta, che addormenta i marinari, e essa monta
sopra i navili, e occide li addormentati marinari.
XIV. — PRUDENZA.[44]
La formica, per naturale consiglio, provvede la state per lo verno,
uccidendo le raccolte semenza, perchè non rinascino; e di quelle al
tempo si pascono.
XV. — PAZZIA.[45]
Il bo’ [Sidenote: bove, toro] salvatico, avendo in odio il colore
rosso, i cacciatori vestan di rosso il pedal d’una pianta, e esso bo’
corre a quella, e con gran furia v’inchioda le corna, onde i cacciatori
l’occidano.
XVI. — GIUSTIZIA.[46]
E’ si può assimigliare la virtù de la justizia allo re delle ave; il
quale ordina e dispone ogni cosa con ragione: imperocchè alcune ave
sono ordinate andare per fiori, altre ordinate a lavorare, altre a
combattere colle vespe, altre a levare le sporcizie, altre a compagnare
e corteggiare lo re; e, quando è vecchio e sanza ali, esse lo portano,
e, se ivi una manca di suo offizio, sanza alcuna remissione è punita,
XVII. — VERITÀ.[47]
Benchè le pernici rubino l’ova l’una all’altra, non di meno i figlioli,
nati d’esse ova, sempre ritornano alla lor vera madre.
XVIII. — FEDELTÀ OVER LIALTÀ.[48]
Le gru son tanto fedeli e leali al loro re, che la notte, quando lui
dorme, alcune vanno dintorno al prato per guardare da lunga, altre ne
stanno da presso; e tengano uno sasso ciascuna in piè, acciò che, se
’l sonno le vincessi, essa pietra cadrebbe, e farebbe tal romore, che
si ridesterebbono; e altre vi sono, che ’nsieme intorno al re dormano,
e ciò fanno, ogni notte scambiandosi, a ciò che ’l loro re non venga
’mancare.
XIX. — FALSITÀ.[49]
La volpe, quando vede alcuna torma di gazze o taccole [Sidenote: specie
di cornacchia] o simili uccelli, subito si gitta in terra in modo, con
la bocca aperta, che par morta, e essi uccelli le voglian beccare la
lingua, e essa gli piglia la testa.
XX. — BUGIA.[50]
La talpa ha li occhi molto piccioli, e sempre sta sotto terra, e tanto
vive, quanto essa sta occulta, e, come viene alla luce, subito more,
perchè si fa nota così la bugía.
XXI. — TIMORE OVER VILTÀ.[51]
La lepre sempre teme, e le foglie, che caggiano dalle piante per
autunno, sempre la tengano in timore e, ’l più delle volte, in fuga.
XXII. — MAGNANIMITÀ.[52]
Il falcone non preda mai, se non l’uccelli grossi, e prima si
lascierebbe morire, che si cibassi de’ piccioli, e che mangiasse carne
fetida.
XXIII. — VANAGLORIA.[53]
In questo vizio, si legge del pagone esserli più che altro animale
sottoposto, perchè sempre contempla in nella bellezza della sua coda,
quella allargando in forma di rota, e col suo grido trae a sè la
vista de’ circustanti animali. E questo è l’ultimo vizio, che si possa
vincere.
XXIV. — CONSTANZA.[54]
Alla constanza s’assimiglia la fenice; la quale, intendendo per natura
la sua rennovazione, è costante a sostener le cocenti fiamme, le quali
la consumano, e poi di novo rinasce.
XXV. — INCONSTANZA.[55]
Il rondone si mette per la inconstanza; il quale sempre sta in moto,
per non sopportare alcuno minimo disagio.
XXVI. — TEMPERANZA.[56]
Il cammello è il più lussurioso animale che sia, e andrebbe mille
miglia dirieto a una cammella, e, se usassi continuo con la madre o
sorelle, mai le tocca, tanto si sa ben temperare.
XXVII. — INTEMPERANZA.[57]
L’alicorno overo unicorno, per la sua intemperanza a non sapersi
vincere, per lo diletto che ha delle donzelle, dimentica la sua
ferocità e salvatichezza; ponendo da canto ogni sospetto va alla
sedente donzella, e se le addormenta in grembo; e i cacciatori in tal
modo lo pigliano.
XXVIII. — UMILTÀ.[58]
Dell’umiltà si vede somma sperienza nello agnello; il quale si
sottomette a ogni animale, e, quando per cibo son dati alli ’ncarcerati
leoni, a quelli si sottomettono, come alla propria madre, in modo che,
spesse volte, s’è visto i leoni non li volere occidere.
XXIX. — SUPERBIA.[59]
Il falcone, per la sua alterigia e superbia, vole signoreggiare e
sopraffare tutti li altri uccelli, che son di rapina, e sen’ desidera
essere solo; e spesse volte s’è veduto il falcone assaltare l’aquila,
regina delli uccelli.
XXX. — ASTINENZA.[60]
Il salvatico asino, quando va alla fonte per bere e truova l’acqua
intorbidata, non arà mai sì gran sete, che non s’astenga di bere, e
aspetti ch’essa acqua si rischiari.
XXXI. — GOLA.[61]
Il voltore [Sidenote: l’avoltoio] è tanto sottoposto alla gola, che
andrebbe mille miglia per mangiare d’una carogna; e per questo seguita
(li eserciti).
XXXII. — CASTITÀ.[62]