Incominciamo dall’accidia...„

Riassumo ancora. Il Bartoli non crede che accidiosi siano nel vestibolo

dell’Inferno, nè che il Poeta confonda _l’accidia coll’ignavia, colla

viltà d’animo_.

Pag. 55: “Sebbene non possa nascondere che un argomento in favore

dell’opinione del Daniello e degli altri che ho citati, sarebbe questo,

che l’accidia è punita nel Purgatorio Dantesco in modo analogo a quello

onde sono puniti i vili dell’Antinferno. Questi son condannati a correre

perpetuamente dietro l’insegna; ed anche coloro che si purgano del

peccato dell’accidia hanno il correre per punizione:

....... correndo

Si movea tutta quella turba magna

_Purg._ XVIII 97-8

Noi siam di voglia a muoverci sì pieni

che ristar non potem....

_ivi_ 115-16„.

L’argomento qui esposto, è per me decisivo; ma bisogna compierlo e

chiarirlo. L’accidia, che è lento amore in vedere o a acquistare il

bene; che è, con altre parole, nella vita contemplativa e nell’attiva

(anche questo ordine, prima la contemplativa, poi l’attiva, non è senza

perchè, e lo vedremo); la duplice accidia adunque, spirituale e carnale,

si punisce da Dante in due modi, con la forzata mobilità di chi volle e

vorrebbe posare, con la forzata immobilità di chi vorrebbe invece ora

muoversi. Anzi il Poeta trova la maniera di unire questi due castighi in

uno. Diciamo partitamente il tutto.

Gl’ignavi dell’Antinferno corrono perpetuamente, ma nel vestibolo

dell’Inferno dove pure vorrebbero entrare: _invidiosi son d’ogni altra

sorte!_ Nella palude Stigia alcuni rissano continuamente, altri sono

fitti nel fango: gli uni e gli altri, _piangono e s’attristano_ e

vorrebbero pure uscir di lì, a costo anche di passare in Dite. Gli

accidiosi spirituali del Limbo posano bensì ma sospirano, sebbene i loro

lamenti non suonino come guai; e vivono in un continuo desiderio senza

speranza. Gli accidiosi spirituali del _cimitero_ sugli spalti di Dite;

che assomigliano tanto alla _gente di molto valore che in quel limbo

eran sospesi_, poichè in quel cimitero è gente _magnanima_, cui voler

parlare e cui intendere è giusto desio; questi altri accidiosi che

invece di sospiri gettano duri lamenti,

che ben parean di miseri e d’offesi,

sono sepolti in arche che si chiuderanno per sempre nel giorno del

Giudizio Universale. Questi sono i castighi dell’accidia dell’Inferno. E

nel Purgatorio gli accidiosi in parte sono

... anime che movieno i piè..

e non parevan, sì venivan lente;

.... persone

che si stavano all’ombra dietro al sasso,

com’uom per negligenza a star si pone.

ed un di lor, che mi sembrava lasso,

sedeva ed abbracciava le ginocchia,

tenendo il viso giù tra esse basso;

sono _genti_ che

venivan... innanzi a noi un poco,

cantando _Miserere_ a verso a verso,

sono anime che _siedono_ cantando nella valletta amena. E non è desio

che manca loro; ma la speranza, senza pure essere annullata come nei

sospesi del Limbo cui assomigliano (là parvoli innocenti, che morirono

sulla soglia della vita, qua uomini rei, che si pentirono sulla soglia

della morte; là _spiriti magni_ in un nobile castello, qua un _esercito

gentile_ in una amena valletta), la speranza è in loro circoscritta.

Colui che mostrava

sé più negligente

che se pigrizia fosse sua sirocchia,

che ha gli _atti_ così _pigri_ e le _parole_ così _corte_, dice:

... Frate, l’andare in su che porta?

chè non mi lascerebbe ire ai martiri

l’uccel di Dio che siede in su la porta;

che se così non fosse, oh! correrebbero ben esse anime, come fa la

_masnada fresca_:

Come quando, cogliendo biada o loglio,

li colombi adunati alla pastura,

queti senza mostrar l’usato orgoglio,

se cosa appare ond’elli abbian paura,

subitamente lasciano star l’esca

perchè assaliti son da maggior cura.

Nè è senza perchè, l’impossibilità, di salire di notte:

non però che altra cosa desse briga,

che la notturna tenebra ad ir suso;

quella col non poter la voglia intriga.

Il che ricorda, con la conveniente differenza e proporzione da Inferno a

Purgatorio, le tenebre del Limbo:

Loco è laggiù non tristo da martiri

ma di tenebre solo.

Sono, come i commentatori annotano, le tenebre evangeliche (Giovanni XII

35) nelle quali chi cammina non sa dove si vada. Ora, continuando, nel

Purgatorio oltre questi accidiosi — lenti, pigri, sedentarii — ci sono

quelli, di cui parla il Bartoli, che corrono e sono pieni di voglia a

muoversi; sono immobilità dunque e mobilità forzate, nel Purgatorio,

come nell’Inferno mobilità e immobilità pur forzate, nell’ordine proprio

che dico, inverso; come il lento amore è partito da Virgilio così — _in

lui vedere o a lui acquistare_ — inversamente cioè alla collocazione

dell’accidia nell’Inferno; dov’è prima la carnale degli ignavi e poi la

spirituale dei sospesi, prima la carnale dei rissosi e dei fitti nel

fango e poi la spirituale di coloro che l’anima col corpo morta fanno.

Nulla a caso, e tutto mirabile, come nelle opere di Dio!

Ho ampliato dunque e chiarito e compiuto l’argomento del Bartoli. Sì:

accidiosi sono gli sciaurati del vestibolo dell’Inferno perchè

condannati al contrappasso del correre perpetuamente, come gli accidiosi

della quarta cornice del Purgatorio; nello stesso modo che accidiosi

sono gli altri perpetuamente mobili dell’Inferno, ossia quelli che

si percotean, non pur con mano

ma con la testa, col petto e co’ piedi,

troncandosi coi denti a brano a brano.

Ai quali sono pure accomunati nel castigo altri pure accidiosi, che però

sono condannati all’immobilità, così come all’immobilità assoluta e

relativa, senza speranza o con speranza limitata, con desio o

inadempibile o adempibile dopo certo tempo, ma ardente desio, con

tenebre totali o parziali, reali e simboliche, sono condannati una

ragion diversa di accidiosi, quelli che tali furono rispetto alla vita

spirituale: i sospesi nel Limbo, i sepolti nelle arche, i lenti e pigri

del monte, i seduti nella valletta.

Pag. 56: “Quanto poi a credere gli accidiosi puniti nella belletta

negra, io direi recisamente che è impossibile„.

Di ciò il Bartoli assegna alcune ragioni che è inutile combattere con

altri argomenti. Basta il già riferito.

Dante dice:

sotto l’acqua ha gente che _sospira_,

e fanno pullular quest’acqua al summo

come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

Fitti nel limo dicon: “_Tristi_ fummo

nell’aer dolce che del sol s’allegra,

portando dentro _accidioso_ fummo:

or ci _attristiam_ nella belletta negra.

Quest’inno _si gorgoglian nella strozza,

chè dir nol posson con parola integra_„.

Dice Gregorio Nysseno citato nella Somma di S. Tomaso (1ª 2ae XXXV 8)

_Accidia est tristitia vocem amputans_. Che altro si cerca? E si noti

che anche questa gente _sospira_, come quella del Limbo e come quella

delle arche da cui escono però sospir _dolenti_.

Pag. 59: “Questo cerchio (il 5º) dell’Inferno dantesco è il luogo dove

molti interpreti pongono tutti i peccati che non riescono a trovare

altrove. Manca la pena dell’accidia, dell’invidia, della superbia:

ebbene, siccome, dicono, queste _devono esserci_, troviamole nel quinto

cerchio„.

In verità DEVONO ESSERCI. Ma via: ammettiamo la _possibilità_ che Dante

se ne dimenticasse o che dopo il 7º canto avendo cambiato sistema

trascurasse nientemeno che i peccati capitali più gravi, l’invidia e la

superbia (l’accidia è fuor di questione). Ammettiamo questa possibilità;

ma ammettiamo anche la possibilità che superbia e invidia ci siano.

Gl’indagatori della Divina Commedia hanno avuto ragione di ricercarle,

ma hanno avuto due torti:

1º di averle cercate nella palude pingue;

2º di non aver cercato un terzo peccato che manca con gli altri due, e

che non è l’accidia, e che con gli altri due è detto _spirituale_, che

con gli altri due è strettamente unito, che con gli altri due è da Dante

nel Purgatorio fatto discendere dall’_amor del male_ e che perciò con

gli altri due dovevano cercare. Furono due parolette — _vinse l’ira_ —

quelle che tennero tutti i commentatori di qua dal vero modo di

interpretare la costruzione morale della Comedia.

L’anime di color cui vinse l’ira, come non sono d’iracondi? Così

pensarono tutti e s’ingannarono. E certo Dante propose a noi un nodo, un

_enigma forte_; ma ci dette ancora come solverlo e spiegarlo. Chi frena

l’_ira_, è per lui continente o temperato; chi non la frena, se ne

lascia prendere la mano, chi ne è _vinto_, è incontinente o

intemperante: d’irascibile, s’intende. Ora incontinenza non è malizia. E

l’ira peccato capitale è peccato di malizia, come Dante si fa dichiarar

nel Purgatorio:

esso

amor

(del male)

nasce in tre modi in vostro limo,

nel modo dell’ira, dell’invidia e della superbia. Dunque in Dante

incontinenza d’ira non è il proprio peccato d’ira. Questo va unito col

mal del prossimo, del prossimo almeno: dico almeno, perchè nella colpa

d’ira quale si purga nel secondo regno, non può essere l’odio _proprio_

e l’odio dell’_esser primo_: col male, dunque, d’altrui. Ora Dante

espressamente dice di Filippo Argenti:

_in sé medesmo_ si volgea co’ denti.

E suo misfatto non ha a raccontarci, ma dice solo:

Quei fu al mondo persona orgogliosa;

_Bontà non è_ che sua memoria fregi.

Una mala disposizione quindi e un peccato negativo, un difetto assoluto

di opere buone. Rassomiglia quindi questo peccatore agl’ignavi

che visser senz’infamia e senza lodo,

di cui

fama... il mondo esser non lassa;

che

mai non fur vivi.

Quelli non ebbero volontà, questi l’asservirono all’appetito, cioè alla

parte d’esso che è detta irascibile; ma nè quelli nè questi fecero il

male, come nè il bene. Sono accidiosi e questi e quelli. Così gli

interpreti avrebbero concluso, se non si fossero lasciati traviare dalla

parola _ira_, che Dante pose bene a malizia! Così gli interpreti

avrebbero concluso, pensando che, come l’ira è peccato di malizia, Dante

d’uno punito per ira avrebbe riferito il male che fece, come lo

riferisce per gli altri puniti per malizia. Mentre de’ rei

d’incontinenza può bensì narrare o far narrare un particolare peccato,

come per Francesca, ma può solamente accennare a un loro vizio abituale,

come per Cleopatras e Ciacco e gli avari. Per gli accidiosi poi, ossia

incontinenti e privi d’irascibile (sono di due ragioni, rissosi e fitti

nel fango: l’abbiamo detto molte volte), a più forte ragione doveva

astenersi da riferire fatti concreti. Essi sono puniti _per non fare_;

cioè per non aver fatto sono accidiosi, per non avere dominato o usato

l’ira cioè l’irascibile, sono incontinenti. Non sono rei dunque di male

fatto al prossimo nè a sè, nè voluto fare a Dio: e perciò non sono rei

d’ira. E gl’interpreti avrebbero, dopo questo, fatto un altro passo. Non

avrebbero cercato più gli altri due peccati, invidia e superbia, nella

palude, poichè, secondo la dichiarazione del Purgatorio, essi non sono

mai scompagnati dal male del prossimo. Vengono l’uno da timor di perdere

podere, grazia, onore e fama, e l’altro da desiderio d’eccellenza, ma

l’uno per quel timore, l’altro per questa speranza, hanno bisogno che il

_vicino_ sia soppresso e _altri_ non sormonti. Avrebbero dunque

gl’interpreti esaminato di chi e in qual luogo Dante raccontasse o

accennasse un fatto o fatti di soppressione del _vicino_ o d’_altri_, e

avrebbero detto che in quel luogo si puniva la superbia e l’invidia;

come certo avrebbero concluso che si puniva l’ira dove erano raccontate

vendette. Si sarebbero, a ogni modo, lasciati a tergo la palude pingue,

perchè loro sarebbe parso impossibile che dei tre peccati che nascono

dall’amor del male e si estrinsecano col male del prossimo (almeno, del

prossimo), non fosse detto se non che:

Bontà non è che _lor_ memoria fregi.

E qui prevengo un’obbiezione.

— La gente fangosa si strazia come è raccontato in Dante e si fa quanto

male può. Ciò è in contradizione con quanto si vorrebbe inferire dal

verso:

in sè medesmo si volgea co’ denti. —

Rispondo, prima, che quel male che essi si fanno è come inteso fatto da

sè a sè ed è significazione della mala volontà che essi ebbero in vita,

la quale pure non trascese ad ingiurie, in vita. In morte, sì,

trascende, a lor punizione. Quello che agli ignavi sono i mosconi e le

vespe, stimoli all’attività ad essi morti i quali vivi non la ebbero,

sono a questi altri ignavi del male, tali cioè che furono portati

continuamente al mal del prossimo, gli strazi de’ loro compagni. Con

quanta accortezza e profondità ciò fosse pensato da Dante, vede ognuno.

Un’ultima osservazione. Degli interpreti di Dante sono alcuni dottissimi

e acutissimi; primo di tutti, oserei dire, Isidoro Del Lungo. Ebbene

egli, pure abbagliato con gli altri dalle parole _cui vinse l’ira_, si

può dire che convenga con me, sebbene nella palude Stigia egli cerchi e

creda di aver trovato, oltre l’ira e l’accidia, la invidia e la

superbia. Ci sono infatti, in un certo modo, ci sono. Si può dire (e già

l’ho detto) che nella palude pingue sia punito l’_amor del male scemo di

suo dovere_. Ora l’amor del male è pur triplice e, quando spinge

all’ingiuria, diventa non ira soltanto, ma pur invidia e superbia. Sì

che si può concludere che veramente nel brago sia l’ira, l’invidia e la

superbia, ma senza effetto: mala volontà, ma accidiosa.

Pag. 70: “Dunque nè accidiosi, nè superbi, nè invidiosi, per me, nello

Stige, ma soli iracondi„.

Dunque nè iracondi nello Stige, propriamente, nè invidiosi, nè superbi,

ma soli accidiosi, accidiosi come quelli immediatamente dentro Dite:

nella vita attiva quelli dello Stige, nella vita contemplativa quelli

dentro Dite; quelli messi con altri peccator carnali, d’incontinenza,

questi con altri peccatori spirituali, di malizia: accidiosi come quelli

di qua e di là d’Acheronte: nella vita attiva gli ignavi, nella vita

contemplativa i sospesi; e accidiosi come quelli bensì, ma con una

differenza; poichè quelli intorno Dite sono accidiosi con mala volontà,

quelli intorno Acheronte, sono tali o senza o contro volontà. Contro

volontà, i sospesi, ma sino a un certo punto. Dice Virgilio nel _Purg._

(III 40 e segg.)

E disiar vedeste senza frutto

tai, che sarebbe lor disio quetato

ch’eternalmente è dato lor per lutto.

Io dico d’Aristotile e di Plato

e di molti altri. E qui chinò la fronte,

e più non disse, e rimase turbato.

Rimase turbato, pensando non solo all’eterno lutto del vano desiderio,

ma ancora riconoscendo che il loro difetto di fede fu volontario. Essi

avrebbero potuto credere in Cristo venturo, e salvarsi.

Minerva oscura Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante · 第 69 / 84 题