Dalla pagina 70 alla 75 il Bartoli riferisce e confuta i sistemi del
Todeschini e del Witte, per i quali i peccatori non sono distinti
“secondo le diverse passioni che spingono gli uomini al peccato, ma
prescelse invece il disegno di trarne la distinzione dalla effettiva e a
così dire materiale natura de’ peccati da loro commessi ecc. ecc.„ È
inutile seguire il Todeschini nell’esposizione del suo sistema, perchè,
all’evidenza, è esatto l’altro: che Dante ha diviso i peccatori secondo
le diverse passioni che spingono gli uomini al peccato.
Didone e Cleopatras non sono punite come suicide, nè Semiramis come
incestuosa, nè Francesca come adultera, perchè la passione che le spinse
al peccato fu _amore_ e _lussuria_, amor cioè soverchio del bene che non
è bene. Brunetto non è punito come lussurioso, perchè la passione che
spingeva lui e i suoi compagni, era non la detta lussuria o il detto
amor del bene, ma l’amor del male per il quale si ribellava a Dio
creatore che comanda di generare. E così non sono puniti per avarizia
gli usurai, perchè la passione che li spingeva era pur sì fatto amor del
male, per cui si ribellavano a Dio creatore e vendicatore, che aveva
ingiunto agli uomini di lavorare e di pascersi nel sudore della loro
fronte. E così via dicendo.
Pag. 72: “Anche il Witte è di opinione che Dante abbia nell’Inferno
punito il delitto, non la passione che è stata causa del delitto...„
Diciamo che a quando a quando è punito un vizio o un peccato,
un’abitudine o un fatto. Senza cercar oltre, Francesca è punita per un
fatto, d’amore; Semiramis per un’abitudine, vizio di lussuria. Ma
diciamo ancora che questi o vizi o peccati sono puniti secondo la
passione che li mosse. Tanto il vizio di Semiramis quanto l’adulterio di
Francesca, furono causati dall’_amor ch’ad esso_ (al bene che non è
bene) troppo s’abbandona; non dall’amor del male, e, si può ben
intendere, niente affatto dal _lento_ amore. Dunque sono tutte e due
collocate tra gl’incontinenti e tra quella specie di essi che è detta
dei peccator carnali.
Ib.: “e cita l’esempio di Caino, che è nell’Inferno profondo non per
l’invidia, ma perchè ha ammazzato il fratello...„
Caino è esempio d’invidia nel Purgatorio e dà, nell’Inferno, il nome
alla estrema circuizione della ghiaccia. È per Dante reo di superbia e
d’invidia, ossia mezzo tra la superbia e l’invidia. Caino offese il suo
prossimo, che era anche e solo suo fratello. Come offensore del
prossimo, viola il comandamento di Dio della seconda tavola — non
ammazzare — ; come offensore del fratello, l’altro, pur della seconda,
ma il primo, sì che è considerato dai teologi come affine a quelli della
prima; quello che ingiunge la riverenza, come ai genitori, così a tutti
i consanguinei. Come offensore del prossimo è invido; come offensore del
fratello è superbo; ma, ripeto, il prossimo si riduceva al fratello e il
fratello era il solo suo prossimo.
Ib.: “e l’esempio di Capaneo, non punito come orgoglioso, ma come
violento contro Dio„.
Ma Capaneo è punito come violento contro Dio, che è quanto dire, per
vendetta voluta fare contro Dio stesso, col _cuore_ soltanto, cioè senza
intelletto e col solo appetito irascibile, oltre il _mal volere_. Egli è
reo d’ira, d’ira folle, di quella che possiede
chi spregiando Dio col _cuor_ favella.
Pag. 73: “E da questo nostro lungo discorrere, intanto quale conclusione
può trarsi? Questa sola a mio avviso: che l’ordinamento morale della
prima parte dell’Inferno presenta delle difficoltà (qualunque ne sia la
ragione) insormontabili„.
Insormontabili davvero, se si continuasse a ritenere _color cui vinse
l’ira_ essere rei d’ira.
Pag. 74: “O sia, in parte almeno, vera l’ipotesi del Minich, o sia
altro, noi non vediamo ben chiaro come Dante abbia concepita la
distribuzione de’ peccati puniti dal secondo al quinto cerchio, nè
pienamente intendiamo il legame tra il sistema seguito nei primi sette
canti e quello dei successivi„.
Chiaro a me pare di vedere come Dante abbia concepita quella
distribuzione, e intendo il legame tra il sistema dei primi e quello dei
successivi canti, che sono appunto un sistema solo.
Ib.: “Sta in fatto che nei primi sette canti è punita la rea passione
che spinse gli uomini al peccato, ma che tra queste ree passioni, ne
mancano tre, e delle più fondamentali„.
Le passioni impellenti al peccato sono in Dante tre: amor del bene che
non è bene, lento amore di esso bene, amor del male. Al primo
corrisponde l’incontinenza, all’ultimo la malizia e la bestialità.
Quanto alla passione di mezzo, negativa, Dante la pone per metà con
l’incontinenza, per metà con la malizia, se si osserva che le genti
fangose (accidiose nella vita attiva) sono fuori di Dite, cioè
incontinenti, incontinenti d’irascibile; e gli eresiarchi (accidiosi
nella vita contemplativa) sono dentro Dite, cioè maliziosi.
Ib.: “Sta in fatto che nei canti successivi più che la passione
speciale, impellente al peccato, si punisce il peccato in sè stesso„.
Ma no: Brunetto e gli altri non sono tra i lussuriosi, sebbene il
peccato _in sè stesso_ sia di lussuria; gli usurai e i simoniaci non son
tra gli avari, sebbene il peccato in sè stesso sia d’avarizia, come per
i simoniaci nota poi il Bartoli. Ma per questi ultimi, per non ripetermi
intorno agli usurai, ricordo che la passione impellente non fu
l’avarizia, checchè possiamo pensare noi: Dante pensava che fosse il
disegno di _calcare i buoni e sollevare i pravi_: invidia.
Ib.: “E quando siamo per entrare nel settimo cerchio, dove sono puniti i
tiranni e gli omicidi, il Poeta esclama:
Oh cieca cupidigia, oh ira folle
Che sì ci sproni nella vita corta,
E nell’eterna poi sì mal c’immolle!
Dunque la cupidigia e l’ira furono le passioni che mossero gli omicidi e
i tiranni, ma questi non sono però puniti nel cerchio quarto e quinto,
sibbene nel settimo„.
Lasciando che la cupidigia qui non è, evidentemente, di denaro, ma di
vendetta, o in generale di _male_, noi qui dobbiamo rendere un omaggio
di ammirazione al sottile e profondo ingegno del grande uomo estinto.
Sì: egli intuiva la verità e senza l’intoppo dell’aver assegnato il
quinto cerchio all’ira, egli avrebbe scoperto il segreto della
costruzione morale della _Comedia_. Perchè in vero d’ira sono puniti gli
omicidi e i tiranni, e con loro i suicidi, i bestemmiatori, i soddomiti
e gli usurieri: d’ira che è _folle_, poichè essi peccarono solo col
_cuore_ o appetito irascibile, oltre il _mal volere_, ma senza
l’intervento della ragione.
Pag. 82: “La seconda parte dell’Inferno si apre colla città di Dite,
attorno alla quale sta la palude Stigia, al di fuori; al di dentro
stanno le arche infuocate degli epicurei e degli eretici; ed è questo il
sesto cerchio, ed il primo dei quattro compresi dentro la città di
Dite„.
È il sesto cerchio, ma appena d’un poco più basso del quinto, seppure
non è allo stesso livello. In fatti Dante ha in mente gli spaldi d’una
vera città, rappresentandosi quelli di Dite; e le arche sono ai piedi di
essi in grandi campagne; e queste campagne interne sono certo più
elevate del fondo e anche dell’orlo delle _alte fosse_ esterne. La terra
sconsolata è bensì _entro nella valle_, ma la domina. Or Dante così
volle, perchè gli eresiarchi volle bensì rei di malizia, e perciò li
pose dentro Dite, ma li fece pure rei d’accidia collocandoli allo
stesso, o quasi, livello delle genti fangose. Non è da tralasciare che
il Todeschini, che il Bartoli cita in nota a questo punto, bene intuì
scrivendo che Dante per vaghezza “di serbare nell’opera sua certe
corrispondenze superficiali, e quasi direi materiali,„ ha collocate “le
anime perdute pel mancamento non malizioso della fede, nel primo cerchio
dell’Inferno superiore, perchè stessero in corrispondenza coi reprobi
che mancarono di retta fede per propria malizia, i quali vennero da lui
collocati nel primo cerchio dell’Inferno profondo„. Donde il Del Lungo
ricavò questa corrispondenza:
{ ignavi e angeli neutrali (nel vestibolo)
meno colpevoli {
{ non battezzati e pagani virtuosi (nel 1º cerchio).
{ epicurei ed eresiarchi (nel 6º cerchio)
più colpevoli {
{ giganti (tra l’8º e il 9º).
Ma certamente è in tutti e due imperfetta l’osservazione e la
distribuzione. Il che riuscirà evidente a chi ponga mente a questa
corrispondenza che io sottopongo:
{dell’inferno tutto —
{ accidiosi totalmente
{ involontaria { attiva } fuori { {dell’inf. tutto — non
{ nella vita { contemp. } } { { battezzati
Accidia { } } { {dell’infer. profondo
{ volontaria { attiva } } dentro { — accidiosi del male
{ nella vita { contemp. } { dell’inferno prof. —
{ eresiarche.
Ora queste non sono “corrispondenze superficiali e quasi direi
materiali,„ ma si riferiscono a dogmi teologici per i quali il disordine
circa le cose dello spirito è più grave che quello intorno le cose del
corpo. Nè si dimentichi che la colpa, non maliziosa e maliziosa, dei non
battezzati e di coloro che l’anima col corpo morta fanno, è di accidia,
perchè ad accidia si riduce ogni ignoranza. E si ricordi che la colpa
dei non battezzati è involontaria, ma sino a un certo punto.
Questo esame può bastare. Certo non m’indugio più sull’argomento della
bestialità, che ho provato essere la violenza. Solo esporrò
un’obbiezione che prevedo. È questa: come mai i peccati dei primi 7
canti non hanno divisioni, e quelli dei rimanenti ne hanno tante,
dividendosi la bestialità o violenza o ira in tre peccati, e di questi i
due primi ognuno in due, e il terzo in tre; la frode semplice o invidia
in dieci, la frode complessa o tradimento o superbia in quattro?
Rispondo che già anche nei 4 primi peccati sono divisioni; l’accidia
essendo di quattro ragioni, carnale e spirituale, senza o contro (in
parte) volontà e volontaria; la lussuria essendo punita come amore
(s’intende soverchio) o vizio; l’avarizia essendo mal dare e mal tenere.
Ma è chiaro, anche dalla proporzione dei canti che trattano degli uni e
quelli che descrivono gli altri, che questa ragione non basta. La
ragione vera è nella natura dei principii posti da Dante dietro
Aristotele a tutti i peccati: dell’incontinenza cioè e malizia. Non mi
dilungo: a tutti che accettino per un momento la sovrapposizione che
Dante fece della triplice divisione Aristotelica sulla settemplice
distinzione teologica, appare l’omogeneità, per così dire, e uniformità
dei peccati d’incontinenza a confronto di quelli di malizia. Tanto più
che Dante prendendo a modello e tipo il primo drama umano raccontato
nella Bibbia, sottrasse alla lussuria e all’avarizia alcune loro forme,
le quali però si rifondono nel peccato stesso d’incontinenza, quando la
penitenza ne ha cancellata _l’ingiuria_ o il fine malizioso.