II.

E passiamo ad altro. Leggiamo ancora:

Pag. 37-38: “Lo stesso può dirsi della famosa scena con Filippo Argenti.

Che se qui Dante grida a lui:

.... con piangere e con lutto

Spirito maledetto ti rimani,

e se si fa abbracciare e baciare da Virgilio, e si fa chiamare “alma

sdegnosa,„ noi non possiamo già supporre che tutto ciò esprima la

repulsione del Poeta per il peccato ond’è punito l’Argenti, ma dobbiamo

di necessità credere o che Dante avesse ragioni personali, a noi ignote,

di odiare quel “pien di fango„; o che, piuttosto, come qualcheduno ha

supposto, nel “fiorentino spirito bizzarro,„ che “in sè medesmo si

volgea co’ denti,„ egli abbia voluto rappresentare la discorde e rissosa

cittadinanza fiorentina dilaniatrice di sè medesima. A ogni modo è

sempre il pensiero della terra che lo accompagna in mezzo alla morta

gente„.

O anima gentile, con cui mi è dolce conversare non di là da molto cielo

e terra e mare, ma di là dalla vita stessa; può essere che Dante avesse

ragioni personali di odiare quel “pien di fango,„ e anche che egli

volesse in lui rappresentare la cittadinanza fiorentina. Ma il certo è

che Dante volle rappresentare in sè stesso l’uomo che respinge il male e

il malvagio, che ha nell’_irascibile_ la forza di _propulsare iniuriam_,

di odiare l’_ingiustizia_ anche quando si estrinsecò col rifiuto della

giustizia, anche quando ingiuria non commise, ma si volse in sè coi

denti. Traversando in barca (egli non è Enea, il perfettamente temprato,

che varca a piedi asciutti; Enea cui la Sibilla dice: _invade viam

vaginaque eripe ferrum; Nunc animis opus, Aenea, nunc pectore firmo!_)

la palude dell’ignavia malvagia, egli dà di sè mostra come _d’alma

sdegnosa_, cioè di tale che ha, e volto al giusto, ciò che i fitti nel

fango e gli altri dal sembiante offeso, o non ebbero, o troppo ebbero,

con effetto consimile d’inattività; che ha, insomma, l’irascibile. E

mostra di aver profittato dell’insegnamento che Virgilio gli aveva dato

avanti gl’ignavi assoluti, avanti quelli che nemmeno scelsero tra il

bene e il male. Virgilio gli aveva detto allora:

Misericordia e Giustizia li sdegna.

Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

Di quelli non doveva curare, come di tali di cui, privi di volontà di

concupiscibile e d’irascibile, il mondo non lasciava essere _fama_;

questi della palude, tra cui sono o devono venire gran regi che

lasciarono di sè non l’oblio solo ma il disprezzo, tra cui è _persona

orgogliosa_, una maschera di forte e di bravo, della quale pure non è

bontà che fregi la memoria, egli li deve maledire e respingere: _Spirito

maledetto!_ E il Poeta conclude l’episodio con parole che ricordano quel

_Non ragioniamo_ di Virgilio: Quivi il lasciammo, _chè più non ne

narro_. La mira del Poeta, nè solo rispetto all’Argenti, ma in tutto

l’episodio della palude sino all’entrata in Dite, è di mostrare oltre

l’incontinenza dell’irascibile e oltre il suo difetto, il giusto

temperamento di esso.

E lo mostra in sè, in Virgilio e in Enea, compiutamente.

Come gl’ignavi di oltre Acheronte si figurano dal Poeta condannati a una

vana e dolorosa attività, correndo essi perpetualmente e soffrendo le

punture di mosconi e di vespe, e piangendo; come essi si figurano

_invidiosi d’ogni altra sorte_, non solo del Paradiso, che sdegnosa loro

interdice la Misericordia; ma anche dell’Inferno, di cui li tiene al

vestibolo pure sdegnosa la Giustizia; così gl’ignavi del male,

gl’incontinenti dell’irascibile, sono figurati non solo rissosi e con

sembiante offeso e tristi, ma anche avvolontati _di altra sorte_, anche

delle peggiori pene di Dite. Ma anche loro sdegna la Giustizia! _Via di

qua con gli altri cani!_ Perchè evidentemente l’Argenti vorrebbe passare

di là, e stende le mani al legno per salirvi e fare la traversata. _Vedi

che son un che piango!_ aveva detto esso, come Palinuro si chiama

_misero_ pregando Enea:

_Da dextram misero et tecum me tolle per undas!_

E nell’atto e nelle parole di Virgilio vive, con la naturale

trasformazione, il solenne monito della Sibilla:

_Unde haec o Palinure, tibi tam dira cupido?_

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

_Desine fata deum flecti sperare precando._

Minerva oscura Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante · 第 65 / 84 题