E passiamo ancora ad altro, e propriamente alla costruzione morale dei
tre Regni, argomento che forma il Capitolo II del citato volume di A.
Bartoli.
Pag. 48-49: “....perchè, se soffrono eternamente come si soffre
nell’Inferno, porli (gli sciagurati che mai non fur vivi) fuori di esso?
— Appunto — dice il Todeschini — questa dissonanza tra l’apparenza e la
realtà ci dà diritto a riprendere l’ordine che fu dal Poeta seguito.
Niuno si lagnerà, perchè ai nove cerchi dell’Inferno, Dante abbia
preposto un vestibolo, ma questa lodevole idea doveva condurlo all’altra
di collocare quivi il Limbo de’ sospesi. — Nella costruzione morale
dell’Inferno questo è senza dubbio un errore, o almeno, come fu detto
dal Tommaseo — un giudizio non assai teologico. — Ma è un errore, però,
che ha le sue ragioni, le sue alte ragioni, nella sdegnosa anima del
Poeta„.
E un errore sia, se si vuole, ma che ha invero le sue ragioni, più alte
o meno, non tanto nella sdegnosa anima del Poeta, quanto nel disegno che
egli delineò già prima di por mano al poema sacro. Gli ignavi che mai
non furono vivi, sono non solo fuori dell’Inferno, ma di là di
Acheronte, e i sospesi non solo dentro, ma di qua. Perchè? Perchè anche
quelli della palude pingue sono di là della porta di Dite, e quelli che
l’anima col corpo morta fanno, di qua.
Ora gl’ignavi e i fangosi sono accidiosi, in diverso grado, ma gli uni e
gli altri rispetto alla vita attiva; i non battezzati e gli eresiarchi
sono accidiosi, in diverso grado, ma gli uni e gli altri rispetto alla
vita contemplativa. Come la vita contemplativa è più degna dell’attiva,
così il manco nella prima è maggior torto che quello nella seconda.
Dante che, oltre teologo, è uomo, corregge da par suo ciò che nella
applicazione pratica di questo giusto principio urtava lui come offende
noi, aggiungendo le vespe e i mosconi agli ignavi di fuori, togliendo
ogni martiro ai non battezzati di dentro, facendo per gli spiriti magni
un nobile castello, buttando miseramente nel fango gli accidiosi del
male, elevando con la figura di Farinata e con il di lui non memorare se
non anime di grandi, _lo secondo Federico e il Cardinale_, tutte le
anime seppellite nelle arche roventi, e sopra tutto rappresentando
quelli di fuori, gli esclusi da Acheronte e da Dite, desiderosi invano
di passar dentro.
Ora le difficoltà si moltiplicano. Le risposte mie le seguano passo
passo.
Pag. 50: “....le prime colpe punite sono quelle d’incontinenza. Nel
cerchio secondo i lussuriosi, nel terzo i golosi, nel quarto gli avari e
i prodighi, nel quinto gl’iracondi„.
Non propriamente “gl’iracondi,„ ma gl’incontinenti d’irascibile, coloro
“cui vinse l’ira„ e coloro che furono “tristi,„ coloro che, per usare le
parole del Convivio (IV 26) non furono _temperati_ o _forti_, non
usarono con l’appetito nè _lo freno_ nè _lo sprone_; accomunati, sebbene
con pena e atteggiamenti diversi, nella stessa palude; come gli avari e
i prodighi nel quarto cerchio. Vinti dall’ira e tristi dunque; ma non
rei d’ira, per così dire, consumata; poichè non fecero ingiuria se non a
sè stessi, o l’ingiuria tollerarono a sè o ad altrui fatta. E sono gli
uni e gli altri, per il difetto d’attività, _accidiosi_.
Il che, come è naturalissimo dire dei fitti nel fango (ed è
indubitabile, secondo il luogo di Gregorio Nysseno, _Accidia est
tristitia quaedam vocem amputans_, che io da me trovai nella _Somma_ e
che dopo ritrovai nel _Commento_ del Tommaseo, dal quale nessun
commentatore recente, ch’io sappia, lo trasse), così può parere strano
detto dei rissosi, di quelli cui vinse l’ira. Oh! non paia! L’ira
_impedì_ questi dall’azione, secondo un procedimento che il Poeta
descrive nel Minotauro che è appunto simbolo dell’ira:
_quando vide noi, sè stesso morse_
(come l’Argenti volge in sè stesso i denti),
_sì come quei cui l’ira dentro fiacca,_
cui toglie, cioè, la forza per agire. Dal che si comprende agevolmente
come questi cui l’irascibile dominava, mentre essi lo dovevano dominare
col freno della temperanza, siano pure inattivi ed accidiosi come gli
altri che non sollecitarono il medesimo irascibile con lo sprone della
fortezza. Di tale effetto dell’ira è parola nella _Somma_ (1ª 2ae,
XLVIII 2, 3, 4): _ira maxime facit perturbationem circa cor, ita ut
etiam ad exteriora membra derivetur_. E uno stato d’anima è comune
all’accidia e all’ira: la _tristitia_. _Motus irae insurgit ex aliqua
illata iniuria contristante, cui quidem tristitiae remedium adhibetur
per vindictam_ (S. 1ª 2ae XLVIII 1). Chiaro che se la vendetta non si
fa, resta la _tristitia_. Or Dante si cava ben d’impaccio, e non
considera rei d’ira propria se non quelli che compierono la vendetta:
gli altri, incontinenti bensì d’irascibile, ma che la vendetta non
fecero, accomuna cogli accidiosi.