Prendiamo il tomo sesto della storia della letteratura italiana del
Bartoli, e di esso tomo la parte prima, dove è riassunto e giudicato ciò
che si era pensato sino allora (1887) intorno al concepimento
fondamentale della _D. C._ e alla costruzione morale dei tre regni.
Fermiamoci ai punti nei quali il critico illustre si ferma dubitando, e
vediamo, se dopo lo studio mio, ci sia più ragione a dubitare.
Manca, purtroppo, il sottile ingegno che meglio avrebbe giudicato; il
nobile cuore che più lealmente avrebbe riconosciuto il vero e il falso
di queste ricerche!
Pag. 36-37: “Il concepimento della _Divina Commedia_ è senza dubbio
etico-religioso; l’esecuzione è in gran parte politica. Teniamo
rapidamente dietro a quest’uomo che dalla selva del vizio vuol salire il
monte della perfezione cristiana. Tra i primi dannati che egli incontra
sono i carnali; a due di questi egli parla, ma non gli esce dal labbro
una sola parola di abominazione per il loro peccato: tutt’altro: sembra
quasi invidiare la felicità del loro amore, se a Virgilio, che dopo il
racconto di Francesca gli domanda: “che pensi?,„ ei risponde:
Quanti dolci pensier, quanto disio
Menò costoro al doloroso passo!
E non pago di ciò, vuol sapere, è curioso di sapere tutto il dramma di
quella sciagurata passione, e domanda:
Ma dimmi, al tempo de’ dolci sospiri,
A che e come concedette Amore
Che conosceste i dubbiosi disiri?
C’è qui il banditore della verità e della morale, o c’è l’uomo, il
vecchio uomo che forse si ricordava degli amori suoi, che forse
ripensava con desiderio ai suoi _dolci sospiri_?„
O anima gentile, c’è sì l’uomo e c’è il poeta, ma non c’è meno il
filosofo o teologo che esprime, senza farne le viste, sue verità
teologiche e filosofiche. Per Dante ci sono lussuriosi semplicemente rei
d’_incontinenza_ e altri rei di _malizia_ o ingiustizia che si voglia
dire. Francesca e Dido, Semiramis e Cleopatras sono dei primi. Brunetto
e Giasone e Mirra dei secondi. Ma Francesca è adultera, Semiramis
incestuosa, Dido e Cleopatras suicide.... Sì, ma per Dante fu la loro
incontinenza che produsse quelli altri guai; non fu l’amor del male che
ebbe tali effetti o strumenti d’incontinenza. Egli parla chiaro.
Semiramis
A vizio di lussuria fu sì rotta
Che libito fe’ licito in sua legge,
Per torre il biasmo, in che era condotta.
Fu dunque il vizio di lussuria, l’incontinenza _causa mali tanti_. E
Dido
_s’ancise_
sì, ma
_amorosa,_
e Cleopatras è detta non oziosamente _lussuriosa_. Brunetto invece volle
il male, ribellandosi a Dio che aveva detto, _Crescite_, e impedendo per
parte sua la generazione della prole; e Giasone ingannò Issipile e Mirra
scellerata falsò se stessa; onde sono puniti l’uno come reo d’ira contro
il buon Dio, cioè come stolto agognatore di vendetta contro la sua
giustizia; il secondo e la terza come rei d’invidia, cioè finti e
coperti desideratori e artefici del mal del prossimo. Ma Francesca, oh!
Dante ci s’indugia a bella posta, per dichiararla colpevole solo di
smodato amore al bene che non è vero bene. Fu _Amor, che al cor gentil
ratto s’apprende_, fu _Amor che a nullo amato amar perdona_, fu _Amor_
che _condusse_ lei e lui _a una morte_. Furono _dolci pensier_, fu
_disìo_, fu _solo un punto_ che li _vinse_. Pensiamo: _solo un punto!_
Diciamo pure che nell’apprezzare il fatto si ricordasse degli amori suoi
e ripensasse con desiderio ai suoi _dolci sospiri_; ma aggiungiamo che
una volta apprezzatolo come conseguenza d’_amore_, cioè come
incontinenza, egli era obbligato dalla sua finzione stessa, dalla sua
filosofia e teologia, a non mostrare per que’ rei, i quali pure piangono
laggiù e accennano mestamente a Dio e alla preghiera, l’abbominazione
che doveva crescere di grado in grado per i cerchi dell’inferno, sino
alla maledizione contro Bocca, sino alla villania verso frate Alberigo.
Incontinenza offende Dio meno, dice teoricamente Virgilio; e già prima
Dante lo dimostra col fatto. E sì, in proposito a lussuria, quella che è
una vittoria d’amore, nel caso di Francesca e di Dido, e sì quella che è
émpito di lussuria, come nel caso di Semiramis, rotta a vizio di
lussuria, e di Cleopatras lussuriosa. Perchè le genti gastigate nell’aer
nero sembrano veramente di due ragioni: quelle rotte a vizio, quelle
vinte da un desio. Semiramis conduce la prima schiera:
La prima di color di cui novelle
Tu vuoi saper....;
Dido la seconda:
la schiera ov’è Dido.
E forse la prima schiera è assimigliata al branco largo e scomposto
degli stornelli e l’altra alla lunga riga dei gru che vanno _cantando
lor lai_, e alle colombe; ma le anime sì dell’una e sì dell’altra sono
figurate come ratte da una forza maggior di loro, _portate_ (v. 49), e
_gli stornei ne portan l’ali_ (l’_ali_, soggetto: v. 40) e le _colombe
dal disio chiamate... vengon per l’aer... portate_... sì, forse dal
_voler_, ma meglio, forse meglio, dal _volare_ (cfr. _fertur in arva
volans_; Aen. V 215; _illam fert impetus ipse volantem_, ib. 219). Pur
c’è tra queste e quelle una differenza. Quale? Ecco:
Nulla speranza gli conforta mai,
Non che di posa, ma di minor pena.
Poichè due della schiera ov’è Dido, hanno un momento di tregua,
mentre che il vento, come fa, si tace;
si deve necessariamente intendere che la disperazione di posa e di minor
pena sia propria solo dei peccatori assomigliati agli stornelli, cioè
dei lussuriosi, dei rotti a vizio, di quelli di cui la prima è
Semiramis. Ed è ben naturale che soli gli altri, quelli presi e vinti
d’amore, quelli che _amor... mena_, obbediscano allo scongiuro d’amore
espresso con l’affettuoso grido: _O anime affannate!_