E Dante disse:
Del Poema non questo o quell’uomo, ma l’Uomo è il soggetto. Leggiamo
dell’Uomo le prime istorie, che sono nello Genesi. Di che peccò egli,
dannando in sè tutta la sua gente? Peccò di superbia, come l’Angelo reo.
Perchè? Perchè si volle sopraporre a Dio, trasgredendo il suo precetto,
che era l’unico e in cui era l’unico segno della soggezione dell’Uomo a
Dio. Appena commesso il peccato, egli decadde e per sempre, come
l’Angelo; perchè quell’inalzarsi era un abbassarsi, e la superbia trae
in giù, come l’umiltà conduce in su, come oltre che in S. Agostino è in
S. Gregorio (_Mor._ XVI 35, XVII 37, XXXIV 16). Ora nei figli di Adamo
ha luogo questa superbia che si estrinseca col volere inalzarsi sopra
Dio e che è seguita dal subito cadere? Quando i figli di Adamo
commettono uno di quei peccati per il quale disconoscono ogni legge e
perciò ogni superiorità di Dio, nulla lasciando intatto della divina
regola, essi al certo sono rei di superbia, ed è ragionevole credere che
siano puniti senza mezzo. E non misconosce Dio e annulla tutta la sua
regola, chi viola il precetto più semplice e ricusa di fare il meno che
Dio domandi agli uomini? E i precetti più semplici sono i tre primi del
Decalogo, ai quali si deve aggiungere, secondo i teologi, il quarto. In
essi è il meno che Dio chieda agli uomini; e chi ricusa di farlo è reo
di superbia. Ma i precetti del Decalogo sono tutti comandamenti di
giustizia, e i tre primi di quella parte della giustizia che si chiama
religione, e il quarto di quell’altra che è detta pietà; di giustizia
però tutti; onde chi li viola fa contro la giustizia, commette ciò è
ingiuria. Ora ingiuria è il fine della malizia; sì che si può dire che
superbia è peccato di malizia. Ma la malizia contrista altrui o con
forza o con frode: con quale delle due contrista altrui questo peccato
di malizia che si chiama superbia? La frode è proprio male dell’uomo,
perchè si compie con l’intelletto, e l’intelletto non è delle bestie ma
solo dell’uomo. Ora l’intelletto entrò al certo nel peccato di Lucifero,
in quello di Adamo, in quello dei Giganti, tutti superbi. E oltre
l’intelletto, vi ebbe parte la volontà volta al male, e, sebbene in
Lucifero solo _metaphorice_, l’appetito sensitivo. È dunque possibile
che la superbia sia malizia con frode, poichè in essa superbia è
l’intelletto, e la frode senza intelletto non può essere. Ma vi è
veramente? Poi che violare i primi quattro comandamenti è rompere il
vincolo speciale che ci unisce a Dio e a chi di Dio più tiene, in quella
violazione è sempre frode, perchè dal benefizio deriva la fiducia, di
cui abusare per commettere ingiuria tanto vale quanto usare frode. Anzi
perchè dal vincolo più stretto si genera una fiducia più grande, la
frode ancora sarà più grave. Dunque superbia è malizia con frode, e con
frode più grave che altra malizia pur fraudolenta. Quale quest’altra
malizia fraudolenta men grave di quella che si può chiamare _tradere_
dal fatto di Giuda che con un bacio consegnò (_tradidit_: _cfr._ gli
Evangeli) il Dio-Uomo ai Giudei? quale? Torniamo allo Genesi. Il diavolo
superbo, e perciò invido, fu il pravo consigliere dell’Uomo. La sua
invidia si estrinsecò in quel pravo consigliare. Si mutò in serpente,
usò melate parole, sedusse, mentì, ingannò, scisse l’uomo da Dio. Anche
dei figli di Adamo è invido chi compie sì fatte operazioni; chi insomma
fa ingiuria al suo prossimo, agli altri uomini; poi che l’invidia è tra
pari. E poi i teologi pongono grande somiglianza tra la superbia e
l’invidia, facendo che dal male altrui, che tutti e due vogliono,
sperino il superbo di guadagnare eccellenza o primato, l’invido di
cessare il timore che ha di perdere quello che possiede di bene. Ora
anche alla malizia con frode più grave è simile quella con frode meno
grave, come la superbia all’invidia; e differiscono in questo che la
prima malizia abusa di una fiducia speciale, che da uno speciale vincolo
deriva, mentre la seconda deve sopraffare quella tanto languida, che non
si può nemmeno chiamare fiducia, che deriva dal vincolo più largo e più
lasso che lega gli uomini agli uomini. Onde si può affermare che come i
maliziosi con frode speciale sono più tristi peccatori, gli altri
debbano essere più scaltri ingannatori; e che, mentre i primi possono
parere a volte più violenti che fraudolenti, come l’Angelo ribelle e i
fieri Giganti, i secondi appaiono sempre nella forma vile del serpente
che cauto striscia. E anche l’invidia, che teme, in ciò differisce dalla
superbia che spera. Invidia è dunque malizia che ingiuria il Prossimo
come superbia è malizia che ingiuria Dio e chi più a Dio somiglia; e
offendono la prima l’umanità, la seconda la pietà, come dice Tullio, o
la religione e la pietà, come specificano i teologi. E con frode sono
tutte e due, e perciò con intelletto, e hanno a essere significate con
simboli tricorpori e tricipiti: Gerione e Lucifero. Ma l’intelletto
manca in altra malizia che ingiurii altrui, sì il Prossimo e sì Dio, con
forza. Poi che vi manca l’intelletto, essa malizia con forza o violenza
si può chiamare matta; si può chiamare bestialità, perchè non vi è
l’elemento precipuo che distingue l’uomo dalle bestie, e vi è bensì la
volontà, ma asservita all’appetito e per ciò è quasi non ci fosse, come
nelle bestie; e perchè dell’appetito solo e della volontà a quello
asservita consta tale peccato, essa avrà simboli di due nature, una
bestiale, una umana: Minotauro, Centauri, Arpie. Ora tale peccato dai
teologi è chiamato ira, che è breve pazzia, in cui l’intelletto entra
appena per illuminare d’un lampo una offesa e un nemico, e poi di subito
si spenge, lasciando compiere al buio una vendetta. Questa cieca
cupidigia ci spinge anche contro noi stessi; a uccidere la nostra vita,
quando è ira proprio, ciò è quando è malizia; come a offendere coi denti
le nostre carni, quando è accidia volta al male, ciò è quando è
incontinenza d’irascibile; contro noi stessi oltre che contro il
Prossimo e contro Dio. Il che significa un autore, che molto è da
seguire in tali speculazioni (_Hugo de Sancto Victore_: _Alleg. in
Matth._ II xvi), dicendo: _Superbia... aufert homini Deum, Invidia
aufert ei Proximum, Ira aufert ei seipsum._ Senza intelletto, a
differenza dell’invidia e della superbia, opera l’ira folle: contro il
Prossimo, danneggiandolo con vendette spietate e ingiuste; contro Dio,
bestemmiandolo e spregiandolo, ma solamente col cuore ossia sotto il
dominio dell’irascibile. Perciò irosi contro Dio sono quelli, non che
abusano d’un suo benefizio, come i superbi, ma che si ribellano contro
una sua condanna che essi ritengono ingiusta o un suo benefizio che essi
apprendono come malefizio. E così intende l’autore sopra detto (_Hug. de
S. V. l. c._): _Superbia... dicit, Deum non bonum esse, Invidia et Ira
dicunt non benefecisse: illa, quia alii bonum contulit, ista, quia sibi
malum intulit._ Perciò coi bestemmiatori che rinnegano Dio in un empito
di dolore, vanno uniti quelli che rifiutano di generare e di lavorare,
respingendo due dolci comandi che fatti da Dio nella sua bontà al primo
Uomo prima del peccato, sonarono poi, dopo il peccato, lugubri come una
condanna pronunziata da lui nella sua giustizia, e parvero una ingiuria
di cui quei peccatori vollero vendicarsi. E su questo ancora è necessità
leggere il santo libro, lo Genesi. In tanto con esso libro si accordava
la Fisica di Aristotele, come l’Etica rispondeva, quasi esattamente, ai
libri teologici riguardo alla divisione delle colpe. Poi che nella
malizia sono compresi i tre peccati spirituali, con questo che l’ira è
più propriamente quella che Aristotele (non rettamente interpretato)
chiama bestialità; e di questa trigemina malizia, di cui l’idea è negli
Uffici di Tullio, sono simboli le tre Furie che hanno con sè il Gorgon
che accieca e indura; e nell’incontinenza i tre peccati carnali. Resta
il peccato medio, l’accidia, la quale è dell’operare e del contemplare,
e dipende o da mancanza di volontà o da volontà volta al male. La prima
è, nelle sue due specie operativa e contemplativa, sdegnata sì dalla
misericordia e sì dalla giustizia di Dio; la seconda è punita dalla
giustizia di Dio perchè è contro la giustizia. Ora questa seconda
accidia per la sua specie operativa è incontinenza d’irascibile, per la
sua specie contemplativa è malizia. Gli accidiosi per manco di volontà,
volontario o meno, non sono compresi nelle tre disposizioni, come invero
non devono essere compresi nell’inferno. Queste tre disposizioni sono
simboleggiate nelle tre Fiere, rappresentando: la lonza l’incontinenza,
il leone la bestialità, la lupa la malizia fraudolenta. E come la
bestialità e la malizia fraudolenta hanno due cose, tra altro, in
comune, la cupidità che affonda i mortali, presa in quel largo senso di
cui è parola nei teologi (_S._ 1ª 2ae LXXXIV 1 e passim); la cupidità
che ne è il principio, sia essa di eccellenza o di altri beni temporali
o di vendetta; e l’accecamento e indurimento simboleggiati nel Gorgon,
che ne sono l’effetto, tanto che per il più grave di essi peccati la
pena segue subito la colpa; così il leone e la lupa sono tutti e due
rabbiosamente famelici e dalla vista sprigionano la paura, e in
particolare la lupa fa perdere la speranza.