XXXII.

Il Poeta ha il sole in fronte: è tornato a libertà. Avanti lui è una

foresta tutta odore, tepore, gorgheggi. Otto giorni prima vedeva pure il

sole su un colle. Allora un’altra selva era dietro lui. L’una era la

selva oscura, poco meno amara che morte; l’altra è la divina foresta

spessa e viva: l’una il vizio e l’ignoranza, l’altra l’innocenza e la

luce. Dante è ora nello stato dell’anima prima avanti il peccato. La

ragione illumina la volontà, e questa cavalca agevolmente, come franco

cavaliere, il docile appetito sensitivo. Può così scegliere la sua via.

Ma non poteva in quell’altro mattino già così lontano; chè prima la

lonza, fiera alla gaietta pelle, poi un leone ‛Con la test’alta e con

rabbiosa fame’, e una lupa, ‛che di tutte brame Sembiava carca nella sua

magrezza’, lo costrinsero a tenere altro viaggio. In quest’altro viaggio

Dante contemplò gli effetti di tre disposizioni che il ciel non vuole:

incontinenza, bestialità e malizia. Probabile mi pareva che le tre fiere

simboleggiassero appunto queste tre disposizioni; la lonza

l’incontinenza, il leone (Boezio scrive nel IV: ‛Lo stemperato d’ira

fremisce? animo di leone aver si creda’) la bestialità o violenza o ira;

la lupa, che s’ammoglia a molti animali e dall’invidia di Lucifero fu

scatenata nel mondo, la malizia propria dell’uomo o frode, cui aveva

veduto germinare in tante specie di peccati e che fu il primo peccato

del primo Angelo e del primo Uomo. Duplice era in verità la malizia,

così come Dante interpretava Aristotele: malizia con forza e malizia con

frode; bestialità matta e malizia propriamente detta: così che a piè del

colle con due figure veniva incontro a Dante. Ma triplice era,

teologicamente dividendola; malizia con forza o violenza o ira, malizia

con frode in chi non si fida o invidia, malizia, con frode

necessariamente congiunta a sè, in chi si fida, o superbia. E la

malizia, così triplice, era forse simboleggiata su l’alta torre di Dite

nelle tre furie infernali di sangue tinte. Delle quali Aletto (_Si tibi

bacchatur mens, tunc Alecto vocatur_: dice uno dei versi citati da

Pietro di Dante), che piange (si ricordi: ‛E piange là dove esser dee

giocondo’, detto dei violenti o iracondi con ingiuria consumata in

_Inf._ XI 45), è certamente la violenza o ira, e Tesifone nel mezzo sarà

il tradimento o superbia, e Megera la frode o invidia. Ora queste tre

Furie impietrano l’uomo col Gorgon, come le due Fiere che in due

comprendono quelle tre e sono tra loro due simili nella ‛fame’, cioè

nella cupidità, hanno un consimile effetto, a differenza della lonza,

che fa sì volgere per tornare a quando a quando, ma non toglie la

speranza di andare e vincere l’ostacolo: il leone dà ‛paura’, la lupa

porge ‛tanto di gravezza Con la paura che uscia di sua vista’, che il

Poeta perde la speranza. E ciò mi faceva credere che veramente le due

Fiere equivalessero alle tre Furie, e che Fiere e Furie simboleggiassero

quello che ho detto e che quello che è Gorgon nelle Furie, fosse nelle

Fiere la ‛paura’. Or dunque Dante o, meglio, l’Uomo non è libero; e

torna addietro nella selva dell’ignoranza e del vizio, ciò della

servitù. Come è lontana l’altra foresta, quella della libertà! lontana e

opposta. La Ragione si fa a lui sentire, fiocamente sulle prime, si

rivela per quel che è, gli propone l’altro viaggio. E l’Uomo la segue,

ma dubita: onde la Ragione gli rivela che ella è consigliata dalla Fede

o scienza divina, e questa fu richiesta da Lucia e questa da Maria.

Allora l’uomo si appaga. Deve dunque visitare, per riacquistare la

libertà del suo volere, il regno dei morti. Entra nell’inferno e nel

vestibolo trova quelli per cui fu dono vano tale libertà, poi nel primo

cerchio, oltre Acheronte, quelli cui tale libertà fu tolta dal peccato

primo e non restituita dalla fede in Cristo venuto o venturo. Scende al

secondo, al terzo, al quarto cerchio, dove sono quelli in cui il volere

fu sommesso all’appetito sensitivo, anzi a quella sua parte che si dice

il concupiscibile: lussuriosi, golosi, avari e prodighi. Poi si trova in

un quinto ripiano, in una gora che si profonda, nel cui mezzo è la città

di Dite, il vero Inferno. Nei fossati e nel pantano intorno alla città

rissano e gorgogliano quelli il cui volere fu bensì rivolto al male, per

soverchio d’irascibile, ma non lo fece, e quelli il cui volere, per

difetto d’irascibile, non rintuzzò il male e vi si quetò tristamente. Di

là dalle mura di Dite, sospirano duramente dentro tombe, quelli che per

mal volere respinsero la fede che rende la libertà. Dentro Dite, a mano

a mano più giù, sono puniti quelli il cui volere si volse al male e lo

fece: prima quelli che lo fecero senza concorso di ragione, ma con la

sola volontà soggiogata dall’appetito; e lo fecero al Prossimo, a sè

stessi, a Dio in sè e nella Natura e nell’Arte; poi quelli che lo

commisero contro gli uomini col concorso della ragione insieme alla

volontà e all’appetito; infine quelli che lo commisero, col concorso

detto, contro Dio e chi di Dio più tiene. Dentro Dite è dunque

l’ingiustizia, o l’offesa alla Giustizia, la quale avendo due parti più

alte e sacre, la Religione e la Pietà, anche l’ingiustizia che le

offende, più propriamente si avrebbe a chiamare empietà e irreligione.

All’orlo di Dite, dentro e fuori, è la nongiustizia, per così dire: sono

ciò è quelli che operarono bene, ma misconobbero Dio, quelli che non

operarono male, ma misconobbero la giustizia. Sopra loro sono quelli che

trovarono il loro bene nell’appagamento dei sensi. All’orlo

dell’inferno, di qua e di là d’Acheronte, sono quelli che operarono bene

ma non conobbero Dio vero, quelli che non operarono male, ma non

operarono nemmeno bene, non avendo scelto tra bene e male. Tutti sono

aversi da Dio. La Ragione, illuminata dalla Filosofia, spiega all’uomo

questo ordine di peccati e di punizioni, e dice, poi che Aristotele

stabilì tre disposizioni cattive, l’incontinenza, la bestialità, la

malizia; che incontinenza è quella punita nei cerchi secondo, terzo,

quarto e parte del quinto, e Malizia e Bestialità nell’altra parte del

quinto, ossia nel sesto, e nel settimo, ottavo e nono. E più

indugiandosi sulle colpe di questi gironi dichiara che la malizia (di

bestialità non parla ancora) ha per fine l’ingiuria, che è quanto dire

che ella è una cosa con l’ingiustizia, e questo fine adempie o con la

forza, e allora si chiama Violenza, o con la frode in chi non si fida o

con la frode in chi si fida: distinzione, in parte, di Tullio. Nella

frode è l’intelletto, che non è nella violenza, onde questa è poi

Aristotelicamente chiamata matta bestialità. La frode in chi non si fida

rompe solo i vincoli che ci uniscono agli altri uomini, offende

l’_Humanitas_, come dice Tullio; quella in chi si fida, rompe anche

quelli più stretti e più sacri che sono in custodia della _Pietas_,

secondo Tullio, o della _Pietas_, e _Religio_, secondo i teologi, che

sdoppiarono la parola unica che comprendeva le due idee. Questa la

esposizione filosofica o Aristotelica. L’Uomo però ha appreso

sicuramente il proprio nome degli speciali peccati puniti nei cerchi

secondo, terzo e quarto, e un poco oscuramente e confusamente ha sentito

accennare quello della colpa punita nel quinto; con le parole _peccator

carnali, vizio di lussuria, colpa della gola, nullo spendio con misura,

avarizia, mal dare e mal tenere, l’anime di color cui vinse l’ira,

tristi... portando dentro accidioso fummo_: peccati questi, con più

l’eresia, che l’Uomo aveva già veduti quando la Ragione dichiara a lui

il sistema delle pene nell’inferno.

Minerva oscura Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante · 第 45 / 84 题