Il Poeta ha il sole in fronte: è tornato a libertà. Avanti lui è una
foresta tutta odore, tepore, gorgheggi. Otto giorni prima vedeva pure il
sole su un colle. Allora un’altra selva era dietro lui. L’una era la
selva oscura, poco meno amara che morte; l’altra è la divina foresta
spessa e viva: l’una il vizio e l’ignoranza, l’altra l’innocenza e la
luce. Dante è ora nello stato dell’anima prima avanti il peccato. La
ragione illumina la volontà, e questa cavalca agevolmente, come franco
cavaliere, il docile appetito sensitivo. Può così scegliere la sua via.
Ma non poteva in quell’altro mattino già così lontano; chè prima la
lonza, fiera alla gaietta pelle, poi un leone ‛Con la test’alta e con
rabbiosa fame’, e una lupa, ‛che di tutte brame Sembiava carca nella sua
magrezza’, lo costrinsero a tenere altro viaggio. In quest’altro viaggio
Dante contemplò gli effetti di tre disposizioni che il ciel non vuole:
incontinenza, bestialità e malizia. Probabile mi pareva che le tre fiere
simboleggiassero appunto queste tre disposizioni; la lonza
l’incontinenza, il leone (Boezio scrive nel IV: ‛Lo stemperato d’ira
fremisce? animo di leone aver si creda’) la bestialità o violenza o ira;
la lupa, che s’ammoglia a molti animali e dall’invidia di Lucifero fu
scatenata nel mondo, la malizia propria dell’uomo o frode, cui aveva
veduto germinare in tante specie di peccati e che fu il primo peccato
del primo Angelo e del primo Uomo. Duplice era in verità la malizia,
così come Dante interpretava Aristotele: malizia con forza e malizia con
frode; bestialità matta e malizia propriamente detta: così che a piè del
colle con due figure veniva incontro a Dante. Ma triplice era,
teologicamente dividendola; malizia con forza o violenza o ira, malizia
con frode in chi non si fida o invidia, malizia, con frode
necessariamente congiunta a sè, in chi si fida, o superbia. E la
malizia, così triplice, era forse simboleggiata su l’alta torre di Dite
nelle tre furie infernali di sangue tinte. Delle quali Aletto (_Si tibi
bacchatur mens, tunc Alecto vocatur_: dice uno dei versi citati da
Pietro di Dante), che piange (si ricordi: ‛E piange là dove esser dee
giocondo’, detto dei violenti o iracondi con ingiuria consumata in
_Inf._ XI 45), è certamente la violenza o ira, e Tesifone nel mezzo sarà
il tradimento o superbia, e Megera la frode o invidia. Ora queste tre
Furie impietrano l’uomo col Gorgon, come le due Fiere che in due
comprendono quelle tre e sono tra loro due simili nella ‛fame’, cioè
nella cupidità, hanno un consimile effetto, a differenza della lonza,
che fa sì volgere per tornare a quando a quando, ma non toglie la
speranza di andare e vincere l’ostacolo: il leone dà ‛paura’, la lupa
porge ‛tanto di gravezza Con la paura che uscia di sua vista’, che il
Poeta perde la speranza. E ciò mi faceva credere che veramente le due
Fiere equivalessero alle tre Furie, e che Fiere e Furie simboleggiassero
quello che ho detto e che quello che è Gorgon nelle Furie, fosse nelle
Fiere la ‛paura’. Or dunque Dante o, meglio, l’Uomo non è libero; e
torna addietro nella selva dell’ignoranza e del vizio, ciò della
servitù. Come è lontana l’altra foresta, quella della libertà! lontana e
opposta. La Ragione si fa a lui sentire, fiocamente sulle prime, si
rivela per quel che è, gli propone l’altro viaggio. E l’Uomo la segue,
ma dubita: onde la Ragione gli rivela che ella è consigliata dalla Fede
o scienza divina, e questa fu richiesta da Lucia e questa da Maria.
Allora l’uomo si appaga. Deve dunque visitare, per riacquistare la
libertà del suo volere, il regno dei morti. Entra nell’inferno e nel
vestibolo trova quelli per cui fu dono vano tale libertà, poi nel primo
cerchio, oltre Acheronte, quelli cui tale libertà fu tolta dal peccato
primo e non restituita dalla fede in Cristo venuto o venturo. Scende al
secondo, al terzo, al quarto cerchio, dove sono quelli in cui il volere
fu sommesso all’appetito sensitivo, anzi a quella sua parte che si dice
il concupiscibile: lussuriosi, golosi, avari e prodighi. Poi si trova in
un quinto ripiano, in una gora che si profonda, nel cui mezzo è la città
di Dite, il vero Inferno. Nei fossati e nel pantano intorno alla città
rissano e gorgogliano quelli il cui volere fu bensì rivolto al male, per
soverchio d’irascibile, ma non lo fece, e quelli il cui volere, per
difetto d’irascibile, non rintuzzò il male e vi si quetò tristamente. Di
là dalle mura di Dite, sospirano duramente dentro tombe, quelli che per
mal volere respinsero la fede che rende la libertà. Dentro Dite, a mano
a mano più giù, sono puniti quelli il cui volere si volse al male e lo
fece: prima quelli che lo fecero senza concorso di ragione, ma con la
sola volontà soggiogata dall’appetito; e lo fecero al Prossimo, a sè
stessi, a Dio in sè e nella Natura e nell’Arte; poi quelli che lo
commisero contro gli uomini col concorso della ragione insieme alla
volontà e all’appetito; infine quelli che lo commisero, col concorso
detto, contro Dio e chi di Dio più tiene. Dentro Dite è dunque
l’ingiustizia, o l’offesa alla Giustizia, la quale avendo due parti più
alte e sacre, la Religione e la Pietà, anche l’ingiustizia che le
offende, più propriamente si avrebbe a chiamare empietà e irreligione.
All’orlo di Dite, dentro e fuori, è la nongiustizia, per così dire: sono
ciò è quelli che operarono bene, ma misconobbero Dio, quelli che non
operarono male, ma misconobbero la giustizia. Sopra loro sono quelli che
trovarono il loro bene nell’appagamento dei sensi. All’orlo
dell’inferno, di qua e di là d’Acheronte, sono quelli che operarono bene
ma non conobbero Dio vero, quelli che non operarono male, ma non
operarono nemmeno bene, non avendo scelto tra bene e male. Tutti sono
aversi da Dio. La Ragione, illuminata dalla Filosofia, spiega all’uomo
questo ordine di peccati e di punizioni, e dice, poi che Aristotele
stabilì tre disposizioni cattive, l’incontinenza, la bestialità, la
malizia; che incontinenza è quella punita nei cerchi secondo, terzo,
quarto e parte del quinto, e Malizia e Bestialità nell’altra parte del
quinto, ossia nel sesto, e nel settimo, ottavo e nono. E più
indugiandosi sulle colpe di questi gironi dichiara che la malizia (di
bestialità non parla ancora) ha per fine l’ingiuria, che è quanto dire
che ella è una cosa con l’ingiustizia, e questo fine adempie o con la
forza, e allora si chiama Violenza, o con la frode in chi non si fida o
con la frode in chi si fida: distinzione, in parte, di Tullio. Nella
frode è l’intelletto, che non è nella violenza, onde questa è poi
Aristotelicamente chiamata matta bestialità. La frode in chi non si fida
rompe solo i vincoli che ci uniscono agli altri uomini, offende
l’_Humanitas_, come dice Tullio; quella in chi si fida, rompe anche
quelli più stretti e più sacri che sono in custodia della _Pietas_,
secondo Tullio, o della _Pietas_, e _Religio_, secondo i teologi, che
sdoppiarono la parola unica che comprendeva le due idee. Questa la
esposizione filosofica o Aristotelica. L’Uomo però ha appreso
sicuramente il proprio nome degli speciali peccati puniti nei cerchi
secondo, terzo e quarto, e un poco oscuramente e confusamente ha sentito
accennare quello della colpa punita nel quinto; con le parole _peccator
carnali, vizio di lussuria, colpa della gola, nullo spendio con misura,
avarizia, mal dare e mal tenere, l’anime di color cui vinse l’ira,
tristi... portando dentro accidioso fummo_: peccati questi, con più
l’eresia, che l’Uomo aveva già veduti quando la Ragione dichiara a lui
il sistema delle pene nell’inferno.