Altri spiriti erano in Inferno, di cui avrei detto fossero puniti per
accidia, sentendo uno di loro dire: ‛Non per far, ma per non fare
(_Purg._ VII 25)’. E questi sono in luogo
non tristo da martiri,
Ma di tenebre solo, ove i lamenti
Non suonan come guai, ma son sospiri;[52]
[52] _Purg._ VII 28 e segg.
sospiri di desiderio senza speranza (_Inf._ IV 42); ‛di desiderio
Ch’eternalmente è dato lor per lutto (_Purg._ III 42)’. Essi tardi
conobbero l’alto sole e per un difetto (_Inf._ IV 40), non per una
colpa, sono perduti, perchè essi non peccarono, sebbene i loro meriti
non bastino, e tra loro, oltre parvoli innocenti, sono onrevol gente e
spiriti magni (_Inf._ IV 72 e 119). Sono nel primo cerchio dell’abisso;
prima di loro, separati dall’Acheronte, sopra loro, appena di un
gradino, sono solo gli ignavi per cui inutile dono fu quello della
libera volontà. Ora io pensavo che altro luogo era in inferno, dove
Dante avrebbe trovato il primo di quelli che a ben far poser gl’ingegni,
di quelli che egli tanto desiderava vedere: Farinata (_Inf._ IX e X).
Anche d’essi peccatori poteva dirsi che erano in quelle arche non per
altro rio che per non avere adorato o riconosciuto il Creatore e per
aver fatta morta l’anima col corpo. E poi anche qui sonavano sospir
dolenti, certo più intensi dei sospiri che nel Limbo facevano tremare
l’aura eterna perchè quello era duol senza martiri e qui erano sì i
martiri (IX 133, X 2) e rio il tormento e i lamenti duri (IX 111, 121).
Nè il Poeta trascura qui, come non ha trascurato nel Limbo (IV 25) di
notare l’oscurità del luogo; poi che Cavalcante chiama cieco il carcere,
come Virgilio del Limbo dice che è tristo di tenebre. E dal Limbo i
Poeti s’affacciano a luogo oscurissimo e tempestosissimo, come dal
cimitero degli Epicurei vengono sopra più crudele stipa. Un tristo fiato
è la novità che sentono qua, l’oscurità perfetta e i guai, quella che
sentono là. Sono gli epicurei dentro Dite, sebbene agli spaldi, come i
sospesi del Limbo dentro l’inferno, sebbene ‛Nel primo cerchio che
l’abisso cinge’. E Dite è nella valle, in un avvallamento della palude
Stigia, quindi quasi allo stesso piano, come il Limbo è quasi allo
stesso piano di Acheronte. E nella palude Stigia sono anime sdegnate da
Dite, come oltre Acheronte sono altre anime sdegnate dall’Inferno quanto
egli è: accidiosi gli uni e gli altri, sebbene in diverso modo, essendo
respinti questi di qua dal cielo, di là dall’inferno, e quelli, di qua
dall’inferno dell’incontinenza e di là da quello della malizia. Io
vedevo queste corrispondenze e dicevo che una somiglianza era in verità
tra i sepolti nelle arche e i sospesi nel Limbo. E notavo un’altra
somiglianza, tra quelli di là d’Acheronte e quelli di qua; la quale
consisteva in questo, che i sospesi erano tali in quanto avevano, per il
primo peccato, perduto il libero arbitrio, almeno secondo la restrizione
di Tomaso (1ª LXXXIII 2), _non quantum ad libertatem naturalem, quae est
a coactione, sed quantum ad libertatem, quae est a culpa et a miseria_;
e gli sciaurati, che mai non fur vivi, ne erano stati come privi,
essendo vissuti come bestie, che libero arbitrio non hanno, e non come
uomini o angeli. Che anzi considerando questi ultimi, meglio si giunge
al concetto di Dante; poi che gli angeli nel primo istante in che furono
creati in grazia, meritarono bensì, ma poi alcuni mortificarono subito
il loro precedente merito (_S._ 1ª LXIII 5 e 6); e ‛il loro libero
arbitrio essendo inflessibile dopo l’elezione, se dopo il primo istante,
in cui ebbe un naturale movimento al bene, non avesse posto impedimento
alla sua beatitudine, sarebbe stato confermato nel bene’. Si tratta
dunque d’un atto solo e istantaneo di libero arbitrio, nel quale
“proruppero„ gli angeli, scegliendo quali il bene, quali il male. Ma
Dante, non seguendo in questo i teologi, pone una terza schiera d’angeli
che in atto di libero arbitrio non proruppero e non scelsero nè il bene
nè il male: respingendo il dono che Dio loro faceva, del libero
arbitrio. E così gli uomini che con loro sono punti da mosconi e da
vespe. Or dunque in questo difetto di libero arbitrio assomigliano
quelli del vestibolo infernale e quelli del primo cerchio; ma
differiscono in quanto nei primi volontario fu il rifiuto dell’atto
della volontà, e involontario nei secondi, non ostante che anch’essi
potessero essere salvi credendo, come altri crederono, e si salvarono,
in Cristo venturo. Ma in ciò è un mistero che per Dante resta mistero
anche in Paradiso, come alcuni fossero predestinati e altri no; peraltro
noi possiamo intendere come egli non giudichi al tutto involontaria la
mancanza di fede e in quelli che vissero avanti il Cristianesimo e in
quelli che morirono prima d’essere battezzati. E così possiamo renderci
ragione del fatto che egli pone il Limbo dentro l’Inferno, al che del
resto era invitato dalla dottrina dei teologi (_S. suppl._ LXIX 5).
Adunque gli ignavi e i non battezzati assomigliano per una parte e per
l’altra differiscono: in che, ora chiedevo, differiscono quelli delle
arche e quelli del Limbo? poi che avevo veduto in che assomigliavano. E
rispondevo che differivano i non credenti dai non battezzati, in ciò in
cui i non battezzati differivano dai non mai vivi, nella volontà.
Volontaria al tutto era stata la mancanza della fede negli uni; quasi
involontaria negli altri; gli uni, anche dopo Cristo, non crederono; gli
altri, benchè prima di Cristo, adorarono, sebbene non debitamente,
Iddio; e tennero certe cristiane credenze, come quella dell’anima
immortale. E i primi erano rei di malizia poi che erano puniti dentro
Dite. Ma sebbene mala fosse adunque negli eresiarchi la volontà, pure,
umanamente parlando, posero gl’ingegni a ben fare, e perciò non furono
messi più sotto, come non ebbero luogo più sopra perchè la volontà era
mala. In fine io pensavo che sola la vista della verità fa libero dritto
sano l’arbitrio (_Purg._ XXVII 140) e che l’ignoranza è quella che
l’offende e lo travia; e che si può dire che tutti i peccati che da
ignoranza provengono, si possono ridurre ad accidia (_S_. 1ª 2ae LXXXIV
4). Accidiosi erano dunque, in certo modo, e quelli del Limbo e quelli
delle arche. Perchè, come espressamente dice Dante (_Purg._ XVII 130),
l’amore del bene può essere lento sì ad acquistarlo sì a vederlo.
Accidiosi tutti quelli dell’Antinferno e quelli dell’Antidite, e, degli
uni e degli altri, quelli di là del fiume e immersi nella palude pingue,
accidiosi rispetto alla vita attiva; quelli di qua dall’Acheronte e
lungo gli spaldi di Dite, accidiosi rispetto alla vita contemplativa o
intellettuale. Or come della vita attiva la più alta virtù e che assomma
le altre è la giustizia, che Dante (_Conv_. I 12) dice la più propria
dell’uomo e perciò la più amabile, e dichiara ottimamente disposto il
mondo (_De Mon_. I 13), _cum iustitia in eo potissima est_; così
l’ingiustizia è il peggior male. Ma si può omettere la giustizia e fare
l’ingiustizia; il che specialmente nei Principi, ministri di giustizia,
è viltà o delitto. Ora nel brago dello Stige come tutti stanno per
difetto nella vita attiva, così tutti ma specialmente i re sono puniti
per non essere stati giusti, il che vale quanto essere stati ingiusti,
sebbene ingiustizia non avessero commesso altra che questa, di non fare
giustizia, ossia non essere stati quello che deve essere un re o più in
generale l’uomo, drittamente attivo, ciò è giusto. E qui mi occorreva
una nuova causa di meraviglia, vedendo non tutti i commentatori, che
anzi sono pochissimi, avere accolta un’opinione di chi nel miro gurge
del Poema Dantesco consunse la sua veduta.[53] Questi aveva rettamente
nel Messo del Cielo, che apriva con una verghetta le porte di Dite,
veduto Enea, e ne aveva date ragioni ottime e chiarissime, che non sto a
ripetere. Ma a me queste ragioni apparivano indubitabili, quando io
consideravo che nessuno poteva essere scelto da Dante ad attraversare
Stige, la palude della non attività o non giustizia o viltà o ignobilità
o disordine nell’irascibile; dove avevano a essere immersi gran regi;
meglio di chi da Dante stesso è preso a modello (_Conv._ IV 26) del buon
cavalcatore che frena e sprona il concupiscibile e l’irascibile con la
temperanza e la fortezza: con la prima avendo egli vinto di lasciare il
piacere e la dilettazione di Didone; con la seconda essendo riuscito
solo con Sibilla a entrare nello Inferno; meglio di chi da Dante (_De_
Mon._ II 3) è dichiarato esempio della nobiltà, sì propria, sì avita,
con ricordo di versi Virgiliani, tra i quali: _Rex erat Aeneas nobis,
quo_ iustior _alter Nec pietate fuit nec bello maior et armis_ (_Aen._ I
544 e seg.). Il Messo del cielo era veramente Enea, e passava Stige con
le piante asciutte, come i Poeti nel Limbo passano il bel fiumicello
come terra dura, chè se il rio che segrega dal volgo il nobile castello
della sapienza, non è difesa contro i sapienti, la palude
dell’ignobilità non può ritardare e affondare chi è supremamente nobile.
[53] Michelangelo Caetani.