Avevo veduto come Dante reputasse non solo vili, ma vilissimi i re
malvagi o inetti. Il perchè egli assegna (_Conv._ IV 7) col paragone
d’uno, che non avendo, per andare in alcun luogo, se non a seguire le
vestigie lasciate da un altro, ‛erra e tortisce per li pruni e per le
ruine, ed alla parte dove dee, non va’. E conclude chiamando valente il
primo che trovò la via, e non valente o vile, anzi vilissimo, l’altro
che la via già trovata non seppe seguire. Donde ricavavo che l’opposto
di accidia era per Dante, oltre nobiltà e fortezza, anche valore. Ma
meglio ancora comprendeva perchè il Poeta indicasse, come tra gli
accidiosi dell’Antinferno, ‛l’ombra di colui Che fece per viltate il
gran rifiuto’, così tra quelli dell’Antidite i gran regi; poi che
veramente e singolarmente accidioso è chi, dovendo per operare bene,
fare uno sforzo minimo, vi si rifiuta; lasciando che il suo operare è
sopra tutto utile, e il non operare, dannoso ad altrui, come dimostra
Marco Lombardo; colui che amò il valore abbandonato dai degeneri del
mondo d’allora; concludendo:
Ben puoi veder che la mala condotta
È la cagion che il mondo ha fatto reo.[50]
[50] _Purg._ XVI 25 e segg.
E qui notavo che tale dimostrazione è fatta nello scaglione dell’ira e
da un iracondo, per accennare che se è male andar di là dell’ira, è
male, e per Dante peggio, restar di qua. Certo nulla al Poeta coceva più
che l’ignavia dei re e degl’imperatori, e, in genere, il tralignare
degli uomini. Mi venivano subito in mente due luoghi, uno nel
Purgatorio, l’altro nel Paradiso, dove Dante parlava più particolarmente
dei re del suo tempo. Sordello, il cui abbracciare aveva dato argomento
alla digressione in cui è acerbamente punto Alberto Tedesco (_Purg._ VI
76 e segg.), mostra nella Valletta dei fiori i Principi che vi sedevano
(_Purg._ VII 64 e segg.); e la sua dimostrazione si aggira sopra un
punto cardinale:
Rade volte risurge per li rami
L’umana probitate.
Nella spera di Giove le anime luminose che avevano di sè formato prima
le parole, _Diligite iustitiam qui iudicatis terram_, e poi la testa e
il collo dell’aquila, cantano i dispregi dei re, de’ quali il primo è
Alberto, figlio di Ridolfo che è il primo mostrato da Sordello nel
Purgatorio. E nel luogo del Purgatorio (114 e 117) e in quello del
Paradiso (25: ‛Che mai valor non conobbe nè volle’) si legge la parola
valore, come propria dei re. Che concludevo da questi raffronti? Dal
fatto che nel cielo di Giove, dalle anime di Principi amanti della
Giustizia si condannano i Principi allora regnanti, concludevo che detti
Principi _non valenti_, che non conobbero cioè nè vollero valore,
spiacevano per la loro mancanza di giustizia e che per questo erano
vili. Ma c’era altro. Io domandava: dove è la Valletta amena? e che
significa ella? In tanto io sapeva che cosa era la mala striscia.
Leggevo nel _de Monarchia_ (I 13): _notandum, quod iustitiae maxime
contrariatur_ cupiditas, _ut innuit Aristoteles in quinto ad Nicomachum.
Remota_ cupiditate _omnino nihil iustitiae restat adversum_. E
nell’Epistola ai Principi italiani leggevo ancora (V 4): _nec seducat
illudens_ cupiditas, _more Sirenum, nescio qua dulcedine vigiliam
rationis mortificans_; E nell’Epistola ai Fiorentini (5): _nec
advertitis dominantem cupidinem... sanctissimis legibus, quae iustitiae
naturalis imitatur imaginem, parere vetantem_. Era la cupidità, dunque,
e tralascio il molto che potrei soggiungere: quella cupidità che si
mostra nel mal volere (_Par._ XV 3) e che è bene il nostro avversaro, il
serpente antico che seduce. Poi che è ben la Cupidigia, che sotto sè
affonda i mortali (_Par._ XXVII 121), come quella che fa iniqua la
volontà; che è l’origine di tutti i peccati d’ingiustizia, e che,
simboleggiata nella Valletta dall’antico serpente che ammalia, è altrove
raffigurata in bestie fameliche, nel leone che ha la rabbiosa fame,
nella lupa, che ha tutte brame, che dopo il pasto ha più fame che pria,
che fu dall’invido Nemico scatenata nel mondo e perciò equivale al
serpente. E di passaggio osservavo che la lupa significava avarizia più
ristrettamente nel Purgatorio (XX 10 e segg.); ma nell’Inferno (I 49 e
segg., 94 e segg.) tutto al più ad avarizia equivaleva nel senso di
Agostino (_De lib. arb._ III 17): _avaritia... non in solo argento vel
in nummis, at in omnibus rebus quae immoderate cupiuntur intelligenda
est_, e nel senso di Tomaso (2ª 2ae CXVIII 2): _nomen avaritiae
ampliatum est ad omnem immoderatum appetitum habendi quamcumque rem...
quod avaritia est non solum pecuniae, sed etiam_ altitudinis.... Il che
ci porta a Lucifero e alla superbia e all’origine d’ogni peccato. Ma la
Valletta dove dunque è sita? Chiaro che ella è nell’Antipurgatorio, nel
quale indugiano, più o meno, quelli che indugiarono al fin li buon
sospiri, quelli che furono peccatori infino all’ultim’ora. E
consideravo, oltre l’andare delle anime trapassate in contumacia della
Chiesa, che ‛movieno i piè ver noi E non pareva, sì venivan lente’, e il
loro subito arrestarsi, lo stare delle altre anime, all’ombra dietro al
sasso, ‛Come l’uom per negghienza a star si pone’, e specialmente
l’atteggiamento e le parole di Belacqua che si mostrava più negligente
‛Che se pigrizia fosse sua sirocchia’, coi suoi atti pigri e le parole
corte, tra le quali queste: ‛Va su tu, che se’ valente’. Vedevo inoltre,
che come nel passaggio dello Stige Dante faceva prova di quella ‛ira per
zelum’, che nell’uomo nobile o perfetto ha da essere, così
nell’Antipurgatorio dava la riprova dello stesso concetto facendo
parlare Nino
segnato dello stampo
Nel suo aspetto di quel dritto zelo
Che misuratamente in core avvampa.[51]
[51] _Purg._ VIII 82 e segg.
Tutto diceva a me che con la necessità di stare fuor della porta del
Purgatorio per il tempo che vissero, o per trenta volte il tempo della
loro contumacia, si puniva in quelle anime un’accidia, o negligenza, o
pigrizia; un’accidia analoga a quella che impediva il passaggio
d’Acheronte agli sciaurati dell’Antinferno e il passaggio di Stige alle
genti fangose dell’Antidite. Di questi accidiosi negligenti o pigri o
meno valenti erano i gran regi della Valletta, non ostante che d’uno
d’essi, Sordello, dica che ‛D’ogni valor portò cinta la corda’. Ma
perchè nella Valletta questi Principi? Il perchè tralasciavo di
scrutare, sebbene mi paresse chiaro che questa valle fiorita era in
relazione sì del brago, in cui dovevano essere tuffati altri, sì della
Giovial facella, dove altri volitavano; ma correvo subito a un altro
luogo di Dante, dove era il medesimo concetto di segregazione e d’onore,
e dove Dante, come qui da un balzo, vedeva da un luogo aperto luminoso
ed alto, nobili spiriti. La valle insomma dell’Antipurgatorio mi
condusse al nobile castello del Limbo. E allora sentii come il ventare
nuovo e interrotto della terra lontana, che volevo scoprire; e per molti
segni capii che tra poco ella sarebbe stata in vista dell’ardito
navigatore. E l’oscura Minerva mi dimostrò un lampeggiar di riso.