XXIX.

Questi gran regi fermavano il mio pensiero. Era chiaro che il loro

castigo dopo morte era in aspro contrasto con la nobiltà loro in vita, e

che tra porci e gran regi Dante intendeva l’opposizione che è tra

nobilissimi e vilissimi. E qui soggiungevo che Dante fa veramente vile

contrario di nobile, anzi reputa che il vocabolo nobile sia quasi non

vile (_Conv._ IV 16). E vile fa uguale a bestia (_Conv._ III 7), dicendo

vedersi ‛molti uomini tanto vili e di sì bassa condizione, che quasi non

pare essere altro che bestie’. Il che è ancor meglio spiegato con queste

parole (_Conv._ II 8): ‛le cose deono essere denominate dall’ultima

nobiltà della loro forma; siccome l’uomo dalla ragione, e non dal senso,

nè da altro che sia meno nobile: onde quando si dice: l’uomo vivere, si

dee intendere, l’uomo usare la ragione; ch’è sua spezial vita ed atto

della sua più nobile parte. E però chi dalla ragione si parte e usa pur

la parte sensitiva, non vive uomo, ma vive bestia’. Queste parole

illustrano il fatto che quelli che la ragion sommettono al talento, sono

dal Poeta assomigliati ad animali: i lussuriosi a stornelli e poi a gru,

e due d’essi a colombe, in cui il disio precede il volere; i golosi, a

cani; e a cani, implicitamente, i mali spenditori della cui voce dice

che abbaia, lasciando che equivale a dire che non vissero uomini e

perciò vissero bestie, il dichiarare:

La sconoscente vita che i fe’ sozzi

Ad ogni conoscenza or li fa bruni.[49]

[49] _Inf._ VII 53 e seg.

E poi a guardia de’ golosi è il dimonio Cerbero, che con tre gole

caninamente latra, e de’ mali spenditori, Pluto, che è chiamato

maledetto lupo. Ma cani sono anche detti i dannati dello Stige, come a

porci sono assomigliati i gran regi: chè anche di loro si può affermare

che non usarono ragione. Bestie dunque furono e saranno, se pure non si

voglia dire, che non furono mai vivi, che torna lo stesso; poi che

Dante, stesso osserva (_Conv._ IV 7): ‛... vivere nell’uomo è ragione

usare. Dunque se vivere è l’essere dell’uomo, e così da quello uso

partire è partire da essere, e così è essere morto’. Ora appunto di

quelli rei di viltate, il Poeta dice: che mai non fur vivi. Ma si sa che

i bruti e sono privi di libero arbitrio (_S._ 1ª LIX 3 e passim) e usano

‛pur la parte sensitiva (_Conv._ l. c.)’ o appetito: quell’appetito che,

secondo le parole di esso Dante (_Conv._ IV 26) ‛mai altro non fa, che

cacciare e fuggire; e qualunque ora esso caccia quello che è da

cacciare, e quanto si conviene, e fugge quello che è da fuggire, e

quanto si conviene, l’uomo è nelli termini della sua perfezione.

Veramente questo appetito conviene essere cavalcato dalla ragione: chè

siccome uno sciolto cavallo, quanto ch’ello sia di natura nobile, per sè

senza il buono cavalcatore bene non si conduce, e così questo appetito,

che irascibile e concupiscibile si chiama, quanto ch’ello sia nobile,

alla ragione ubbidire conviene; la quale guida quello con freno e con

isproni; come buono cavaliere lo freno usa, quando elli caccia; e

chiamasi quello freno temperanza, la quale mostra lo termine infino al

quale è da cacciare; lo sprone usa, quando fugge per lo tornare al loco

onde fuggir vuole; e questo sprone si chiama fortezza, ovvero

magnanimità, la qual vertute mostra lo loco ove è da fermarsi e da

pungere (_al._ pungare)’. Di che consegue che non è nobile, sì vile, sì

bestia, sì non vivo, come colui che non usa nel cacciare il freno della

temperanza, così quello che non adopera nel fuggire lo sprone della

fortezza o della magnanimità. E qui io notava che non il solo

concupiscibile caccia e il solo irascibile fugge; ma che per l’una

potenza ‛l’anima è inclinata a proseguire (cacciare, dice Dante) le cose

che sono convenienti secondo senso e a fuggire le nocive’; per l’altra

‛l’animale resiste a ciò che gl’impugna le cose convenienti e gli porta

danno (_S._ 1ª LXXXI 2)’. Dunque Dante poteva trovare due specie di

viltà, in proposito: di chi non fuggisse e di chi non resistesse; di chi

fosse dominato da passioni atte a infirmare o la potenza concupiscibile

o la potenza irascibile dell’anima nella loro attitudine a ‛fuggire’:

dalla tristizia, per la prima; dal timore, per la seconda; poi che a

quattro si riducono le passioni dell’anima, gioia e tristezza, speranza

e timore (_S._ 1ª 2ae XXV 4 e passim), che Dante trovava espresse

nell’Eneide (VI 733), e nel suo dottore, in Boezio (_Cons. Phil._ I). E

io avevo già veduto come i fitti nel limo scontassero l’essere stati in

vita tristi, l’essersi quietati nel male, e i rissosi nel brago fossero

puniti per esser sorti sì alla vendetta, ma non averla compiuta per

timore. Che se la vendetta era giusta, erano rei di non averla fatta, se

era ingiusta, erano colpevoli d’averla desiderata. E qui tornando ai

gran regi, io ricordava come Dante avesse adombrato l’ufficio del

Principe, parlando di Arrigo (_Ep._ V 3) il quale, come Cesare, avrebbe

perdonato, come Augusto castigato (_vindicabit_). Il che si appartiene a

giustizia. Ora io concludeva che quello che Dante desiderava in questi

gran regi era precisamente il sentimento della giustizia e che, per loro

vilissimi perchè ‛non solamente colui è vile, cioè non gentile, che,

disceso di buoni, è malvagio, ma eziandio è vilissimo (_Conv._ IV 7)’ e

perciò assomigliati a porci, la viltà si riduceva appunto a non aver

dirizzato la volontà a essere quando come Cesare, quando come Augusto. E

pensavo che il galeoto di Stige, il Caron che tragitta all’inferno

inferiore, Flegias, ha tale ministero, perchè la sua grande voce grida

per l’ombre dalle pagine dell’Eneida (VI 620): ‛Discite iustitiam moniti

et non temnere Divos’. Chè in Dite si punisce chi misconobbe la

Giustizia, sia la _communiter dicta_, sia quella che si chiama _Religio_

e _Pietas_, e fuori di Dite, nello Stige, come oltre Acheronte chi non

usò la libertà del volere, quelli che, per le passioni del

concupiscibile e dell’irascibile, non si risolsero alla ingiuria, ma non

vollero la giustizia; sì che da una parte sono incontinenti, come quelli

che al talento o all’appetito sommisero la ragione, da un’altra sono

maliziosi, perchè o nel male quietarono o dal fine del male furono

distolti solo dal timore. Furono in somma gli accidiosi del male.

Minerva oscura Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante · 第 42 / 84 题