Questi gran regi fermavano il mio pensiero. Era chiaro che il loro
castigo dopo morte era in aspro contrasto con la nobiltà loro in vita, e
che tra porci e gran regi Dante intendeva l’opposizione che è tra
nobilissimi e vilissimi. E qui soggiungevo che Dante fa veramente vile
contrario di nobile, anzi reputa che il vocabolo nobile sia quasi non
vile (_Conv._ IV 16). E vile fa uguale a bestia (_Conv._ III 7), dicendo
vedersi ‛molti uomini tanto vili e di sì bassa condizione, che quasi non
pare essere altro che bestie’. Il che è ancor meglio spiegato con queste
parole (_Conv._ II 8): ‛le cose deono essere denominate dall’ultima
nobiltà della loro forma; siccome l’uomo dalla ragione, e non dal senso,
nè da altro che sia meno nobile: onde quando si dice: l’uomo vivere, si
dee intendere, l’uomo usare la ragione; ch’è sua spezial vita ed atto
della sua più nobile parte. E però chi dalla ragione si parte e usa pur
la parte sensitiva, non vive uomo, ma vive bestia’. Queste parole
illustrano il fatto che quelli che la ragion sommettono al talento, sono
dal Poeta assomigliati ad animali: i lussuriosi a stornelli e poi a gru,
e due d’essi a colombe, in cui il disio precede il volere; i golosi, a
cani; e a cani, implicitamente, i mali spenditori della cui voce dice
che abbaia, lasciando che equivale a dire che non vissero uomini e
perciò vissero bestie, il dichiarare:
La sconoscente vita che i fe’ sozzi
Ad ogni conoscenza or li fa bruni.[49]
[49] _Inf._ VII 53 e seg.
E poi a guardia de’ golosi è il dimonio Cerbero, che con tre gole
caninamente latra, e de’ mali spenditori, Pluto, che è chiamato
maledetto lupo. Ma cani sono anche detti i dannati dello Stige, come a
porci sono assomigliati i gran regi: chè anche di loro si può affermare
che non usarono ragione. Bestie dunque furono e saranno, se pure non si
voglia dire, che non furono mai vivi, che torna lo stesso; poi che
Dante, stesso osserva (_Conv._ IV 7): ‛... vivere nell’uomo è ragione
usare. Dunque se vivere è l’essere dell’uomo, e così da quello uso
partire è partire da essere, e così è essere morto’. Ora appunto di
quelli rei di viltate, il Poeta dice: che mai non fur vivi. Ma si sa che
i bruti e sono privi di libero arbitrio (_S._ 1ª LIX 3 e passim) e usano
‛pur la parte sensitiva (_Conv._ l. c.)’ o appetito: quell’appetito che,
secondo le parole di esso Dante (_Conv._ IV 26) ‛mai altro non fa, che
cacciare e fuggire; e qualunque ora esso caccia quello che è da
cacciare, e quanto si conviene, e fugge quello che è da fuggire, e
quanto si conviene, l’uomo è nelli termini della sua perfezione.
Veramente questo appetito conviene essere cavalcato dalla ragione: chè
siccome uno sciolto cavallo, quanto ch’ello sia di natura nobile, per sè
senza il buono cavalcatore bene non si conduce, e così questo appetito,
che irascibile e concupiscibile si chiama, quanto ch’ello sia nobile,
alla ragione ubbidire conviene; la quale guida quello con freno e con
isproni; come buono cavaliere lo freno usa, quando elli caccia; e
chiamasi quello freno temperanza, la quale mostra lo termine infino al
quale è da cacciare; lo sprone usa, quando fugge per lo tornare al loco
onde fuggir vuole; e questo sprone si chiama fortezza, ovvero
magnanimità, la qual vertute mostra lo loco ove è da fermarsi e da
pungere (_al._ pungare)’. Di che consegue che non è nobile, sì vile, sì
bestia, sì non vivo, come colui che non usa nel cacciare il freno della
temperanza, così quello che non adopera nel fuggire lo sprone della
fortezza o della magnanimità. E qui io notava che non il solo
concupiscibile caccia e il solo irascibile fugge; ma che per l’una
potenza ‛l’anima è inclinata a proseguire (cacciare, dice Dante) le cose
che sono convenienti secondo senso e a fuggire le nocive’; per l’altra
‛l’animale resiste a ciò che gl’impugna le cose convenienti e gli porta
danno (_S._ 1ª LXXXI 2)’. Dunque Dante poteva trovare due specie di
viltà, in proposito: di chi non fuggisse e di chi non resistesse; di chi
fosse dominato da passioni atte a infirmare o la potenza concupiscibile
o la potenza irascibile dell’anima nella loro attitudine a ‛fuggire’:
dalla tristizia, per la prima; dal timore, per la seconda; poi che a
quattro si riducono le passioni dell’anima, gioia e tristezza, speranza
e timore (_S._ 1ª 2ae XXV 4 e passim), che Dante trovava espresse
nell’Eneide (VI 733), e nel suo dottore, in Boezio (_Cons. Phil._ I). E
io avevo già veduto come i fitti nel limo scontassero l’essere stati in
vita tristi, l’essersi quietati nel male, e i rissosi nel brago fossero
puniti per esser sorti sì alla vendetta, ma non averla compiuta per
timore. Che se la vendetta era giusta, erano rei di non averla fatta, se
era ingiusta, erano colpevoli d’averla desiderata. E qui tornando ai
gran regi, io ricordava come Dante avesse adombrato l’ufficio del
Principe, parlando di Arrigo (_Ep._ V 3) il quale, come Cesare, avrebbe
perdonato, come Augusto castigato (_vindicabit_). Il che si appartiene a
giustizia. Ora io concludeva che quello che Dante desiderava in questi
gran regi era precisamente il sentimento della giustizia e che, per loro
vilissimi perchè ‛non solamente colui è vile, cioè non gentile, che,
disceso di buoni, è malvagio, ma eziandio è vilissimo (_Conv._ IV 7)’ e
perciò assomigliati a porci, la viltà si riduceva appunto a non aver
dirizzato la volontà a essere quando come Cesare, quando come Augusto. E
pensavo che il galeoto di Stige, il Caron che tragitta all’inferno
inferiore, Flegias, ha tale ministero, perchè la sua grande voce grida
per l’ombre dalle pagine dell’Eneida (VI 620): ‛Discite iustitiam moniti
et non temnere Divos’. Chè in Dite si punisce chi misconobbe la
Giustizia, sia la _communiter dicta_, sia quella che si chiama _Religio_
e _Pietas_, e fuori di Dite, nello Stige, come oltre Acheronte chi non
usò la libertà del volere, quelli che, per le passioni del
concupiscibile e dell’irascibile, non si risolsero alla ingiuria, ma non
vollero la giustizia; sì che da una parte sono incontinenti, come quelli
che al talento o all’appetito sommisero la ragione, da un’altra sono
maliziosi, perchè o nel male quietarono o dal fine del male furono
distolti solo dal timore. Furono in somma gli accidiosi del male.