XXVIII.

Questo, per allora: che vi era come un navicellaio dell’Inferno così un

galeotto di Dite, e come un Antinferno così un Antidite, e che alle

anime dell’Antinferno rassomigliavano quelle dell’Antidite, come a Caron

Flegias e a Stige Acheronte. In tanto posi mente ai peccatori fitti nel

limo, che dicono:

tristi fummo

Nell’aer dolce che dal sol s’allegra,

Portando dentro accidioso fummo:

Or ci attristiam nella belletta negra;[48]

[48] _Inf._ VII 121 e segg.

e notai che nella tristezza erano simili non solo alle anime triste

degl’ignavi, ma anche ai loro compagni che si percotono, de’ quali uno

dice: ‛son un che piango’. Ricordai a questo proposito che anche il

violento, almeno contro sè e le sue cose, piange là dove esser dee

giocondo (_Inf._ XI 45): il che faceva più stretta la relazione tra i

peccatori della palude pingue, che io diceva incontinenti d’irascibile

senza ingiuria, e quelli del settimo cerchio, che io aveva dichiarati

rei d’ira. Ma ad altro io attendeva: che rea d’accidia fosse la gente

che sospirava nel limo, era per me indubitabile, oltre che per altre

ragioni, per questa, che l’accidia è, secondo la definizione di Gregorio

Nysseno (vedi in _S._ 1ª 2ae XXXV 8), ‛tristitia vocem amputans’, il che

dà la spiegazione non solo dell’attristarsi di quell’anime che triste

furono già in vita, ma anche di non poter esse dire il loro inno con

parola integra. Ora questi accidiosi assomigliano certo, nell’essere

stati e nell’essere tristi, alle ‛anime triste di coloro Che visser

senza infamia e senza lodo’. Le quali in altro assomigliano ad altri

accidiosi, a quelli del Purgatorio: nella pena; poi che e questi e

quelli corrono incessantemente. Accidiosi dunque potevo riputare anche i

vili o ignavi dell’Antinferno: ai quali avevo veduto assomigliare in

molte parti gl’incontinenti d’ira dell’Antidite. Sì che entravo a poco a

poco nel pensiero che come l’Antinferno così l’Antidite fosse popolato

d’accidiosi. In vero accidioso è chi non fa il bene, poi che accidia è

definita ‛taedium bene operandi (_S._ 1ª LXIII 2ae passim)’; e d’uno

della fangosa gente, e s’intende di tutti, Virgilio dice: ‛Bontà non è

che sua memoria fregi’. Non fecero dunque il bene. Ma forse perchè lento

fosse l’amore (_Purg._ XVII) che li tirava ad esso? Non propriamente, ma

perchè, sotto il predominio dell’irascibile, amavano il male. Fecero

dunque il male? No: chè allora sarebbero puniti tra i violenti. Non

fecero dunque nè il bene nè il male, come appunto i vili

dell’Antinferno, ma con la differenza che questi sciaurati mai non fur

vivi, ossia non si giovarono della libertà del volere concesso da Dio

per suo maggior dono, e gli incontinenti d’ira ne profittarono sì, per

amare il male, ma non fecero poi nè male nè bene. Sì che come l’Inferno,

quanto egli è, non riceve quelli, così Dite non vuol questi. Ora questi

mi parevano di due ragioni: l’anime dei vinti dall’ira e la gente che

gorgoglia l’inno; ma vedevo che avevano tra loro di comune, oltre

l’essere nel pantano, la ‛Tristitia’; che negli immobili era significata

dalle parole stesse del loro canto, e nei rissosi era accennata dal

sembiante offeso e dichiarata con l’accento d’uno d’essi: ‛Vedi che son

un che piango’. Ora la Tristizia è ‛media tra due passioni

dell’irascibile: che segue il timore; poi che quando occorra il male che

si temeva, se ne causa la tristezza; e precede il moto d’ira, perchè,

quando dalla precedente tristezza alcuno insorge alla vendetta, ciò

pertiene al moto d’ira (_S._ 1ª 2ae XXV 1)’. Sopra tutto ricordavo:

‛l’irato ha speranza di punire, che appetisce la vendetta come a sè

possibile. Onde se molto alta sia stata la persona che fece nocumento,

non ne segue ira, ma solamente tristizia (_S._ 1ª 2ae XLVI 1)’. A questo

mi pareva aver mirato Dante e aver segnata una differenza tra peccatori

e peccatori nella palude stessa. E ciò era evidente dal fatto che fitti

immobilmente nel limo sono i primi, per mostrare che essi scontano

quella passione del concupiscibile, ciò è la Tristezza, la quale

‛importa quiete nel male (_S._ l. c.)’; e mobili e inquieti sono i

secondi, per indicare che essi ubbidirono al moto dell’irascibile; ma

sino a un certo punto; non essendo giunti a fruire di quella ‛quiete nel

bene’ che è il gaudio della vendetta: nel bene, poi che ‛rendere il

male, si apprende come bene (_S._ l. c.)’. Così concludevo: ma dubitavo

ancora come potessero essere considerati incontinenti dell’irascibile sì

i quieti e sì gl’inquieti, parendomi che quelli, più tosto che

incontinenti, se ne avessero a giudicare privi, poi che il timore aveva

impedito le loro azioni e cagionata la loro tristezza: il timore che è

la passione dell’irascibile opposta alla speranza o al desiderio. A ciò

rispondevo che incontinenza si aveva a interpretare disordine o

squilibrio, e che essi erano fitti nel limo sotto e presso quelli che

dentro esso limo rissavano, per la medesima ragione che di fronte

agl’incontinenti nell’amore della ricchezza erano i prodighi, sì che

come avari e prodighi potevano contenersi nello stesso nome di male

spenditori o dismisurati nello spendio, così i quieti e gl’inquieti

dello Stige si potevano definire dismisurati o squilibrati nelle

passioni dell’irascibile. E il Poeta rappresentava sopra loro, in modo

molto chiaro, come l’uomo deve essere temperato in tali passioni. Chè

Dante, respingendo l’Argenti, che forse voleva salire sulla barca (me lo

fa sospettare un altro sospetto, che l’episodio Dantesco sia suggerito

dal Virgiliano di Palinuro: _Da dextram misero et tecum me tolle per

undas_: _Aen._ VI 370 e segg.), e facendosi poi abbracciato e baciato da

Virgilio per il suo sdegno, dichiara che nè la misericordia è sempre

virtù, nè l’ira è sempre peccato; e che il moto dell’irascibile è

naturale all’uomo, quando è secondo ragione (_S._ 2ª 2ae CLVIII 2), e

che vi è un appetito d’ira lodevole, che si chiama ‛ira per zelum,

quando alcuno appetisce che secondo l’ordine della ragione si faccia

vendetta (_vindicta_) (ib.)’. E qui la vendetta era, se mai altra,

giusta, perchè veniva da Dio. Ora chi di questa ‛ira per zelum’ non è

capace, come chi solo è capace di ‛ira per vitium’, pecca, e poi che

Dante in quel brago destina, per bocca di Virgilio, gran regi, io non

sapeva se intendesse che v’abbiano a essere tuffati per difetto della

prima o per abbondanza della seconda.

Minerva oscura Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante · 第 41 / 84 题