Ma se l’ira è punita nel settimo cerchio, quali sono nel pantano di
Stige ‛L’anime di color cui vinse l’ira’? Così tornavo al luogo e
all’ora oscura dell’Inferno; a cui quante volte avevo pensato
interrompendo i miei ragionamenti, tante dicevo a me stesso che io
doveva ossequio ad essi, anche quando parevano contradire la verità
meglio apparente. Ora, dunque, riprendevo l’esame della questione, dalla
quale avevo mosso, e domandavo quali erano esse anime, e di che ree. Una
cosa era chiarissima, che essi, della palude pingue, come i lussuriosi,
golosi, avari e prodighi, avevano peccato per quella disposizione che
l’Etica chiama incontinenza, allo stesso modo che di malizia erano rei i
felli dell’ottavo e nono cerchio e di matta bestialitate quelli del
settimo. E incontinenza è, secondo lo stesso Dante (_Purg._ XVII 136 e
segg.), l’abbandonarsi troppo con l’amore d’animo a un bene, che è bene
sì ma non fa l’uom felice; è (ib. 97 e segg.) il non misurarsi che
faccia il detto amore ne’ beni terrestri, è il correre suo nel bene con
più cura che non dee. E anche nell’inferno egli definisce
gl’incontinenti in genere, pure adombrando i lussuriosi in ispecie
(_Inf._ V 38 e segg.): ‛i peccator carnali, Che la ragion sommettono al
talento’. Ora il talento che è? È quello che Dante chiamò ancora libito;
è l’appetito sensitivo; anzi, quella sua parte che è detta il
concupiscibile. Dunque nei peccatori carnali la ragione non fa più il
suo ufficio di muovere essa la volontà, la quale è media tra la ragione
e il concupiscibile (_S._ 2ª 2ae CLV 3); ma lascia che l’altro la muova
a suo piacere. E io mi domandavo, con altri molti: Può essere
incontinenza d’altro che di concupiscibile? L’Etica in vero (VII 4)
distingue gl’incontinenti assolutamente, cioè quelli che tali sono
intorno ai piaceri del corpo, e gl’incontinenti secondo l’aggiunta
intorno a questo o quello. E nel capo sesto distingue gl’incontinenti
d’ira e quelli della concupiscenza, e dice quelli meno turpi di questi;
quelli in qualche parte seguendo la ragione, e questi no. Vi è dunque
come un’incontinenza di concupiscibile, così un’incontinenza
d’irascibile, parti, questo e quello, dell’appetito sensitivo; il che
conferma Tomaso in molti punti della Somma (2ª 2ae LIII 6, CLVI 4,
CLVIII 4, CLV 2, CLVI 2). Bene: ma che altro è essere incontinente d’ira
da essere reo d’ira o violenza o bestialità? E pure Dante i rei d’ira
pone nel settimo cerchio, dentro Dite, con ciò affermando che non sono
incontinenti. E che sono dunque? Sono uomini che fecero ingiuria, in
seguito a incontinenza d’ira. Poi che per Dante l’ira non è ira se non
ha per fine il male, come nè la invidia è invidia, nè la superbia è
superbia senza altrui danno. Or dunque, se noi supponiamo che
incontinenti d’irascibile siano quei della palude pingue, cui vinse
l’ira, come incontinenti di concupiscibile sappiamo che sono quelli dei
tre cerchi anteriori, che la ragion sommettono al talento, dobbiamo
inferire che essi non fecero ingiuria, perchè altrimenti sarebbero stati
messi più giù, nel settimo cerchio. Così pensavo; e vedevo che nel
pantano erano genti fangose con sembiante offeso, di cui uno solo era
nomato, Filippo Argenti, che all’ultimo in sè medesmo si volgea coi
denti; e di questo non era ricordata alcuna reità e solo se ne diceva:
‛Bontà non è che sua memoria fregi’. E concludevo che ben poteva essere
che il bizzarro e le altre genti ignude fossero stati incontinenti
d’ira, ma che male altrui non avessero fatto, sì l’avessero voluto fare,
rodendosi continuamente per l’odio e la rabbia: il che era significato
sì dal male che erano, per divina giustizia, costretti a farsi laggiù,
‛Troncandosi coi denti a brano a brano’, e sì volgendosi, come l’uno
d’essi fa, coi denti in sè medesimi. E subito le genti ignude tutte mi
richiamarono al pensiero altri sciaurati anch’essi ignudi (_Inf._ III 64
e segg.), anch’essi continuamente in moto, anch’essi continuamente
tormentati, sebbene da mosconi e da vespe e non dai compagni di pena o
da loro stessi. Le somiglianze erano altre molte: Virgilio lassù
garrisce Dante, dicendo ‛Non ragioniam di lor, ma guarda e passa’; qua
Virgilio cinge a Dante il collo con le mani e lo bacia e lo chiama ‛Alma
sdegnosa’, perchè ha ributtato l’Argenti; là e qua conosce un’Ombra, e
della prima non dice il nome, la seconda non noma esso, sì il volgo
delle anime; ‛Fama di loro il mondo esser non lassa’, dice Virgilio
degli sciaurati; ‛Bontà non è che sua memoria fregi’, dice di Filippo
Argenti. Cattivo il coro degli angeli che furono per sè, dei cattivi è
tutta quella setta; bontà non fregia la memoria della persona
orgogliosa. E questa esclama: ‛Vedi che son un che piango’; e di lagrime
è mischiato il sangue che riga il volto dei vili. E là sono angeli, e
qua staranno gran regi. E sopra tutto così dalla riviera d’Acheronte,
presso cui era la setta dei cattivi, come dalla secca ripa della palude,
in cui stavano i vinti dall’ira, Dante vedeva arrivare per il fiume e
per il pantano una nave, e nella nave là Caron, qua Flegias; e tutti e
due gridano e tutti e due tacciono alle parole di Virgilio. Che dovevo
concludere?