Nei peccati adunque del Purgatorio sapevo mancare l’aversione da Dio e
di essi punirsi soltanto la conversione a un commutevole bene. Al
contrario in quelli dell’Inferno, si puniva con pena eterna l’aversione
da Dio. Il Purgatorio era tutto d’uomini conversi a Dio; l’Inferno era
d’uomini aversi da Dio. Il che vedevo significato dal Poeta col fare che
nessuno de’ rei pronunziasse il nome di Dio; salvo Capaneo, il violento
contro Dio, che nomina sdegnosamente _Giove_ (_Inf._ XIV 52), e Vanni
Fucci, il finto violento, che con lo sconcio gesto grida: _Togli, Dio_
(_Inf._ XXV 3). Quante volte un dannato vuole significare Dio, accenna o
vela; e così Francesca (V 91) dice, _il Re dell’universo_; e Farinata,
_il Sommo Duce_ (X 102); e Ulisse, _altrui_ (XXVI 141); e Maestro Adamo,
_la rigida giustizia_ (XXX 70); nello stesso modo che Virgilio, il quale
pure pronunzia il nome di Dio, accenna però e vela quello di Cristo,
chiamandolo _un Possente_ (IX 53); _Colui che la gran preda Levò a Dite_
(XII 38), _l’Uom che nacque e visse senza pecca_ (XXXIV 115). E
tralascio, come evidente a tutti, che l’Inferno stesso è volto alla
parte contraria a quella donde si sale a Dio e che, rispetto a Dio,
Lucifero e tutto il suo gregge doloroso sono capovolti. Ora io notava
che in ogni peccato mortale è aversione e conversione; ma che tuttavia
il peccato carnale ha più della conversione, e lo spirituale più
dell’aversione, e che perciò questo è più grave di quello (_S._ 1ª 2ae
LXXIII 5). E questo sapeva essere la ragione per cui Dante aveva
collocato i peccati carnali, dei quali per lui era anche l’avarizia,
fuori di Dite e oltre lo Stige. Men Dio offende, dice esso,
l’incontinenza; tuttavia l’offende e con conseguenza anche di pena
eterna. Perchè, mentre in ogni peccato mortale è aversione e
conversione, in alcuni peraltro è principale quella, in altri questa; e
l’una porta con sè l’altra (_S._ 2ª 2ae XX 1). Così nel peccato di
lussuria, è la conversione al piacere carnale che porta seco l’aversione
da Dio e nel peccato di superbia è invece l’aversione da Dio che produce
la conversione a qualcosa di terreno. E gli altri peccati carnali sono
come la lussuria, e gli altri spirituali, come la superbia. E la
superbia, dice S. Tomaso (2ª 2ae CLXII 6), ‛excedit in aversione’. Il
che, come dà l’esatta spiegazione dell’ordine, in cui sono puniti
nell’Inferno questi sei peccati, lussuria, gola, avarizia, carnali, ira,
invidia, superbia, spirituali, così ci illumina di nuova luce la
profonda coscienza di Dante. Poi che noi vediamo come egli punisca tra i
lussuriosi gli adulteri Paolo e Francesca, significando con ciò che in
loro la conversione aveva preceduto l’aversione; che colpa d’amore era
la loro, d’amor che a cor gentil ratto s’apprende, d’amor ch’a nullo
amato amar perdona; che nel loro adulterio incestuoso non era peccato
d’ingiustizia; che l’uccisore della moglie e del fratello, sebbene
colpevoli, era più reo di loro; e mostrando così prima ancora di venir
meno e cadere, la pietà per i duo cognati. E vediamo altresì che, nei
peccati spirituali, l’aversione da Dio per desiderio o di primazìa
assoluta, o di podere, onore, grazia e fama, o di vendetta, doveva
suggerire all’intelletto volto al male un’ingiuria contro Dio e contro
chi di Dio più tiene o contro gli uomini, oppure alla passione, al core,
un’ingiuria contro Dio, contro sè stesso, contro il Prossimo; perchè
ella fosse eternalmente punita. Così Dante non poneva nell’Inferno la
superbia se non come tradimento, l’invidia se non come frode, l’ira se
non come bestiale violenza contro il prossimo, contro sè stesso, contro
Dio, la Natura e l’Arte.