XXV.

Peraltro io pensai come già avessi veduto che tra il Purgatorio e

l’Inferno si doveva attendere una differenza, in quanto che nei peccati

che si puniscono nell’Inferno, sono l’odio di Dio e l’odio di sè, i

quali non sono nei peccati che si scontano nel Purgatorio. Onde

m’incorai a cercar meglio la cosa. Come in vero potrebbe entrare a farsi

bella anima che odiasse ciò che veramente ella è, e volesse cose

contrarie alla ragione? come potrebbe odiar Dio chi appunto, se a Dio

non si rivolgesse in un empito d’amore, non salirebbe il santo monte?

Dice Manfredi:[47]

Piangendo a Quei che volentier perdona.

Orribil furon li peccati miei,

Ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

Che prende ciò che si rivolge a lei.

[47] _Purg._ III 119 e segg.

Senza quel pianto di contrizione, egli meritava forse la Ghiaccia; ma si

rese in tempo, sebbene in punto di morte, a Quello da cui si era

allontanato in vita co’ suoi peccati. E quali fossero questi, non dice

Dante, e non si sa se credesse a quello a cui molti credevano: a ogni

modo, in ogni peccato è allontanamento da Dio, è ‛aversio’; anzi esso

peccato è allora mortale e da punirsi eternalmente, quando giunge sino

all’allontanamento dall’ultimo fine, ciò è Dio (_S._ 1ª 2ae LXXII 5):

ora questa aversione non è più certo in chi si converte o si rivolge. Il

che è significato da Tomaso con queste parole: ‛Quando per la grazia si

rimette la colpa, si toglie l’allontanamento (aversio) dell’anima da

Dio, in quanto per la grazia l’anima a Dio si congiunge. Onde e per

conseguente insieme si toglie la condanna alla pena eterna (3ª LXXXVI

4)’. Ma aggiunge: ‛Può tuttavia rimanere la condanna a qualche pena

temporale’. Or come questo? Perchè in ogni peccato è non solo l’’aversio

ad incommutabile bono’, ma anche la ‛inordinata conversio ad commutabile

bonum (lª 2ae LXXXVII 4 e passim)’. Quale per la superbia, per la

invidia, per l’ira sia questo commutevole bene, Dante dice (_Purg._ XVII

115 e segg.): l’eccellenza, che il superbo spera; podere, grazia, onore,

fama, che l’invido teme di perdere; la vendetta, di cui l’iroso è

ghiotto. Tace poi quale sia l’altro ben che non fa l’uom felice, a cui

troppo s’abbandonano gli avari e prodighi, i golosi, i lussuriosi; ma

facilmente s’intende, quale è. E io m’indugiavo a solvere un dubbio, che

qui mi si presentò d’un tratto. I peccati si dividono dai Teologi in

spirituali e carnali. Carnali sarebbero, secondo Gregorio, soli la

lussuria e la gola; ma altri, seguendo San Paolo (_Ad Ephes._ V) che

nomina l’_avaritia_ accanto alla _fornicatio_ e all’_immunditia_,

aggiungono l’avarizia; e di questi era certo Dante: il quale in altra

cosa (lasciando l’opinione sulle gerarchie angeliche; _Par._ XXVIII 132)

pare non si accordi con Gregorio, poi che, dicendo questi che i peccati

carnali sono _minoris culpae_ ma _infamiae maioris_, esso, come

correggendo, dice dell’incontinenza (_Inf._ XI 84) che men Dio offende e

men biasimo accatta. Pone dunque Dante l’avarizia o meglio il malo

spendio tra i peccati carnali o d’incontinenza, seguendo Tomaso che

spiega (1ª 2ae LXXII 2) Potest dici, quod res, in qua delectatur avarus,

corporale quoddam est; e come il più grave dei tre. Ma questi tre sono

pur meno gravi dei peccati spirituali, i quali (_S._ 1ª 2ae LXXIII 5)

‛pertengono allo spirito, di cui è proprio il volgersi a Dio e

l’allontanarsi da lui, mentre i peccati carnali si consumano nella

dilettazione dell’appetito carnale, a cui principalmente pertiene

volgersi al bene corporale; e perciò il peccato carnale, in quanto è

tale, ha più della conversione, perchè è anche di maggiore adesione; ma

il peccato spirituale ha più di aversione, dalla quale procede la

ragione della colpa, e perciò il peccato spirituale in quanto è tale è

di maggior colpa’. Ora il mio dubbio era qui: poi che nel purgatorio i

rei di peccati spirituali non possono essere più con allontanamento da

Dio, perchè non sono essi posti nelle cornici superiori? In vero osserva

S. Tomaso (2ª 2ae CLXII 6) che ‛dalla parte della conversione non ha la

superbia di che essere il più grande de’ peccati: perchè l’altezza

(_celsitudo_) che il superbo inordinatamente appetisce, secondo la

ragion sua non ha la più grande ripugnanza al bene della virtù’. E pure

anche nel Purgatorio pone Dante la superbia come il massimo dei peccati,

ponendola nell’ima cornice, sebbene dichiari ch’ella non altro appetisce

se non quella stessa eccellenza ‛che secondo la ragion sua non ha la più

grande repugnanza al bene della virtù’. E qui il dubbio si sciolse;

diceva infatti Dante:

È chi per esser suo vicin soppresso

Spera eccellenza;

e così della superbia, come dell’invidia e dell’ira, affermava che il

fine era il mal del Prossimo. Aveva dunque Dante concepiti questi tre

peccati, o almeno la superbia, in un modo tutto suo; sì che nessuno

avrebbe dovuto meravigliarsi di ciò che m’era parso: che egli avesse

agguagliate la superbia e la invidia e l’ira punite in inferno al

tradimento o frode in chi si fida, alla frode in chi non si fida, alla

violenza o bestialità. E così tornavo al punto in cui avevo perduto la

speranza dell’altezza; al punto in cui tutti i miei ragionamenti avevo

veduti vani, accorgendomi che Soddoma, che io credevo fosse per Dante

peccato d’ira o violenza o bestialità, che sono una cosa, era invece per

lui, come per tutti, peccato di lussuria. Oh! ma, io dissi, i soddomiti

del Purgatorio si resero a Dio, entrarono nel Purgatorio dopo giusto

pentere. Ora la penitenza di che effetto era stata nel loro reo?

Rispondeva S. Tomaso (3ª 86 4): ‛Per la grazia si toglie l’aversione

della mente da Dio, insieme con la condanna alla pena eterna: rimane

tuttavia ciò che è materiale, cioè l’inordinata conversione a un bene

creato, per la quale si deve condanna a pena temporale’. Tolto dunque

nel peccato de’ soddomiti ciò per cui esso era più veramente un

allontanamento da Dio, ciò è la volontà d’impedire la generazione della

prole, rimaneva pur sempre l’atto materiale, che è di lussuria. E così

non solo io mi confermava nei miei ragionamenti, ma vi trovava una forza

nuova che mi spingeva a cercare sempre più, con la certezza che avrei

trovato. Di vero io mi rivolgeva agli altri interpreti e domandava loro,

perchè non avessero spiegato come Dante in Inferno non avesse posto

Brunetto coi lussuriosi, poi che nel Purgatorio vi aveva posto il

Guinizelli; e sentivo che non avrebbero potuto o non potrebbero darne

ragione, che stesse. Io in vece poteva anche ricordare, che Tomaso

afferma come in un peccato possono concorrere più difformità e, a modo

d’esempio, riportare che egli dice dell’adulterio come non solo pertenga

al peccato di lussuria ma sì anche a quello d’ingiustizia (1ª 2ae LXXII

2).

Minerva oscura Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante · 第 38 / 84 题