Peraltro io pensai come già avessi veduto che tra il Purgatorio e
l’Inferno si doveva attendere una differenza, in quanto che nei peccati
che si puniscono nell’Inferno, sono l’odio di Dio e l’odio di sè, i
quali non sono nei peccati che si scontano nel Purgatorio. Onde
m’incorai a cercar meglio la cosa. Come in vero potrebbe entrare a farsi
bella anima che odiasse ciò che veramente ella è, e volesse cose
contrarie alla ragione? come potrebbe odiar Dio chi appunto, se a Dio
non si rivolgesse in un empito d’amore, non salirebbe il santo monte?
Dice Manfredi:[47]
Piangendo a Quei che volentier perdona.
Orribil furon li peccati miei,
Ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
Che prende ciò che si rivolge a lei.
[47] _Purg._ III 119 e segg.
Senza quel pianto di contrizione, egli meritava forse la Ghiaccia; ma si
rese in tempo, sebbene in punto di morte, a Quello da cui si era
allontanato in vita co’ suoi peccati. E quali fossero questi, non dice
Dante, e non si sa se credesse a quello a cui molti credevano: a ogni
modo, in ogni peccato è allontanamento da Dio, è ‛aversio’; anzi esso
peccato è allora mortale e da punirsi eternalmente, quando giunge sino
all’allontanamento dall’ultimo fine, ciò è Dio (_S._ 1ª 2ae LXXII 5):
ora questa aversione non è più certo in chi si converte o si rivolge. Il
che è significato da Tomaso con queste parole: ‛Quando per la grazia si
rimette la colpa, si toglie l’allontanamento (aversio) dell’anima da
Dio, in quanto per la grazia l’anima a Dio si congiunge. Onde e per
conseguente insieme si toglie la condanna alla pena eterna (3ª LXXXVI
4)’. Ma aggiunge: ‛Può tuttavia rimanere la condanna a qualche pena
temporale’. Or come questo? Perchè in ogni peccato è non solo l’’aversio
ad incommutabile bono’, ma anche la ‛inordinata conversio ad commutabile
bonum (lª 2ae LXXXVII 4 e passim)’. Quale per la superbia, per la
invidia, per l’ira sia questo commutevole bene, Dante dice (_Purg._ XVII
115 e segg.): l’eccellenza, che il superbo spera; podere, grazia, onore,
fama, che l’invido teme di perdere; la vendetta, di cui l’iroso è
ghiotto. Tace poi quale sia l’altro ben che non fa l’uom felice, a cui
troppo s’abbandonano gli avari e prodighi, i golosi, i lussuriosi; ma
facilmente s’intende, quale è. E io m’indugiavo a solvere un dubbio, che
qui mi si presentò d’un tratto. I peccati si dividono dai Teologi in
spirituali e carnali. Carnali sarebbero, secondo Gregorio, soli la
lussuria e la gola; ma altri, seguendo San Paolo (_Ad Ephes._ V) che
nomina l’_avaritia_ accanto alla _fornicatio_ e all’_immunditia_,
aggiungono l’avarizia; e di questi era certo Dante: il quale in altra
cosa (lasciando l’opinione sulle gerarchie angeliche; _Par._ XXVIII 132)
pare non si accordi con Gregorio, poi che, dicendo questi che i peccati
carnali sono _minoris culpae_ ma _infamiae maioris_, esso, come
correggendo, dice dell’incontinenza (_Inf._ XI 84) che men Dio offende e
men biasimo accatta. Pone dunque Dante l’avarizia o meglio il malo
spendio tra i peccati carnali o d’incontinenza, seguendo Tomaso che
spiega (1ª 2ae LXXII 2) Potest dici, quod res, in qua delectatur avarus,
corporale quoddam est; e come il più grave dei tre. Ma questi tre sono
pur meno gravi dei peccati spirituali, i quali (_S._ 1ª 2ae LXXIII 5)
‛pertengono allo spirito, di cui è proprio il volgersi a Dio e
l’allontanarsi da lui, mentre i peccati carnali si consumano nella
dilettazione dell’appetito carnale, a cui principalmente pertiene
volgersi al bene corporale; e perciò il peccato carnale, in quanto è
tale, ha più della conversione, perchè è anche di maggiore adesione; ma
il peccato spirituale ha più di aversione, dalla quale procede la
ragione della colpa, e perciò il peccato spirituale in quanto è tale è
di maggior colpa’. Ora il mio dubbio era qui: poi che nel purgatorio i
rei di peccati spirituali non possono essere più con allontanamento da
Dio, perchè non sono essi posti nelle cornici superiori? In vero osserva
S. Tomaso (2ª 2ae CLXII 6) che ‛dalla parte della conversione non ha la
superbia di che essere il più grande de’ peccati: perchè l’altezza
(_celsitudo_) che il superbo inordinatamente appetisce, secondo la
ragion sua non ha la più grande ripugnanza al bene della virtù’. E pure
anche nel Purgatorio pone Dante la superbia come il massimo dei peccati,
ponendola nell’ima cornice, sebbene dichiari ch’ella non altro appetisce
se non quella stessa eccellenza ‛che secondo la ragion sua non ha la più
grande repugnanza al bene della virtù’. E qui il dubbio si sciolse;
diceva infatti Dante:
È chi per esser suo vicin soppresso
Spera eccellenza;
e così della superbia, come dell’invidia e dell’ira, affermava che il
fine era il mal del Prossimo. Aveva dunque Dante concepiti questi tre
peccati, o almeno la superbia, in un modo tutto suo; sì che nessuno
avrebbe dovuto meravigliarsi di ciò che m’era parso: che egli avesse
agguagliate la superbia e la invidia e l’ira punite in inferno al
tradimento o frode in chi si fida, alla frode in chi non si fida, alla
violenza o bestialità. E così tornavo al punto in cui avevo perduto la
speranza dell’altezza; al punto in cui tutti i miei ragionamenti avevo
veduti vani, accorgendomi che Soddoma, che io credevo fosse per Dante
peccato d’ira o violenza o bestialità, che sono una cosa, era invece per
lui, come per tutti, peccato di lussuria. Oh! ma, io dissi, i soddomiti
del Purgatorio si resero a Dio, entrarono nel Purgatorio dopo giusto
pentere. Ora la penitenza di che effetto era stata nel loro reo?
Rispondeva S. Tomaso (3ª 86 4): ‛Per la grazia si toglie l’aversione
della mente da Dio, insieme con la condanna alla pena eterna: rimane
tuttavia ciò che è materiale, cioè l’inordinata conversione a un bene
creato, per la quale si deve condanna a pena temporale’. Tolto dunque
nel peccato de’ soddomiti ciò per cui esso era più veramente un
allontanamento da Dio, ciò è la volontà d’impedire la generazione della
prole, rimaneva pur sempre l’atto materiale, che è di lussuria. E così
non solo io mi confermava nei miei ragionamenti, ma vi trovava una forza
nuova che mi spingeva a cercare sempre più, con la certezza che avrei
trovato. Di vero io mi rivolgeva agli altri interpreti e domandava loro,
perchè non avessero spiegato come Dante in Inferno non avesse posto
Brunetto coi lussuriosi, poi che nel Purgatorio vi aveva posto il
Guinizelli; e sentivo che non avrebbero potuto o non potrebbero darne
ragione, che stesse. Io in vece poteva anche ricordare, che Tomaso
afferma come in un peccato possono concorrere più difformità e, a modo
d’esempio, riportare che egli dice dell’adulterio come non solo pertenga
al peccato di lussuria ma sì anche a quello d’ingiustizia (1ª 2ae LXXII
2).