XXIV.

La violenza è senza lume d’intelletto; dunque è matta bestialitade o ira

che è ‛furor brevis’; la bestialità è appetito di vendetta; dunque è

ira. Così avevo concluso, così dovevo concludere. Ma l’ira è con

ragione: dice Tomaso. Sì; ma egli disputa (1ª 2ae XLVI 4) che con

ragione ella è _quodammodo_, poi che la ragione non le si accompagna se

non come denunziatrice dell’ingiuria da vendicare; ed essa ‛non

perfettamente la ode, poichè non osserva la regola della ragione nel far

vendetta; sì che all’ira si richiede qualche atto della ragione e si

aggiunge impedimento di essa ragione’. Ora io vedevo a questo concetto

rispondere esattamente il subito adirarsi del Minotauro, chè questi,

quando vide Dante e Virgilio, ‛sè stesso morse, Sì come quel, cui l’ira

dentro fiacca’. Perchè? perchè egli crede, come lo rimbrotta Virgilio,

che lì sia il duca d’Atene, il suo uccisore. Qui è dunque un atto di

ragione la quale manifesta o ricorda all’infamia di Creti l’antica

ingiuria; onde s’adira, appena veduti i due visitatori d’Inferno,

appetendo vendetta. Ma Virgilio vuol renderne vana l’azione, e perciò

più vivo gli desta nell’anima il ricordo di quella ingiuria; onde

l’uomo-toro si fa e sembra toro soltanto, e diventa bestiale: ciò è

all’atto di ragione, che gli denunzia l’ingiuria che è nelle parole di

Virgilio, segue impedimento di essa ragione: il che fa sì che i due

possano agevolmente correre al varco, mentre ch’è in furia. Così vedevo

che a tutti i violenti la ragione bensì denunziava un’ingiuria o

supposta o vera, di cui essi bramavano, anzi facevano vendetta, ma che

essi, nel farla, obliavano la ragione. Così dei tiranni mi pareva che

Dante pensasse come appunto tiranni fossero perchè il loro giudizio non

era stato quel che doveva essere, che Dante significa, parlando di

Arrigo (_Ep._ V 3): ‛semper citra medium plectens’. Di Arrigo egli dice

che, come Cesare, perdonerà a chi implorerà misericordia, poi che la sua

maestà ‛de fonte defluat pietatis’; e come Augusto, ‛relapsorum facinora

vindicabit’. In simile guisa i sovrani devono bensì vendicare i delitti,

ma hanno a castigare ‛citra medium’ e ascoltare la pietà: se no, sono

tiranni. Or di questi nel fiume di sangue si piangono appunto gli

spietati danni, ossia le pene date senza ascoltare la pietà, che è

giustizia e ragione ascoltare. Quanto poi alla vendetta privata, che

Dante tien giusta (_Inf._ XXIX 16 e segg.), pone l’esempio di Guido di

Monforte, che avendo ragione di vendicarsi di Eduardo Re, non seguì

ragione _in rependendo vindictam_, e per la persona sulla quale si

vendicò e per il luogo, in grembo a Dio, e per il modo come si vendicò.

Nè i guastatori e ladroni sono puniti nel settimo cerchio invece che

nell’ottavo, per altro che per avere sì con la ragione appresa

un’ingiuria, di cui o ragionevolmente o no appetirono vendicarsi (il che

dei guerrieri di strada maestra è ancora consuetudine ed opinione), ma

non aver poi seguito ragione nel vendicarsi stesso, specialmente col

prendersela con tutti, senza più attendere se rei verso loro o no: onde

la loro cupidigia cieca. Ciò in nessuno appariva più manifesto che in

Pier della Vigna: al quale il Poeta fa dimostrare e giurare che non

ruppe fede al suo signore e perciò fu a torto accusato e abbacinato o

imprigionato, donde in lui giusto risentimento per vera ingiuria. Ma la

ragione dopo l’abbandonò:

L’animo mio per disdegnoso gusto

Credendo col morir fuggir disdegno

Ingiusto fece me contra me giusto:[46]

[46] _Inf._ XIII 70.

nel qual luogo è da notarsi ‛l’animo mio’, che è precisamente il

θυμός di cui è parola di Tomaso (1ª 2ae XLVI 8), dove si conclude:

_nihil autem prohibet, ut θυμός graece, quod latine furor

dicitur, utrumque importet, et velocitatem ad irascendum, et firmitatem

propositi ad puniendum._ Anche Pier della Vigna adunque, abbandonato

dalla ragione, la qual pur rettamente gli designava l’ingiuria e

l’ingiuriatrice, scambiò nella vendetta la persona, punendo sè stesso e

non altri. L’ira invero è matta, è folle, è una “pazzia breve„; una

pazzia che può, per il momento che arde, trovarsi in persone per solito

e per altre parti ragionevolissime; onde Dante sotto la guardia del

Semifero ci fa vedere uomini come Pier della Vigna e altri che posero

gli ingegni a ben fare, e cui abbracciare Dante avrebbe voluto, e avanti

i quali egli poteva andare reverente. Ma qui anch’io esclamai, come

Dante, vedendo uno in cotal famiglia: Siete voi qui, Ser Brunetto? Il

peccato di cui foste lercio, come può essere ira? Ma mi soccorse lo

Genesi, e subito compresi, che come gli eccellenti e nobili usurieri

erano violenti contro l’Arte e perciò contro la Natura e quindi rei

d’ira contro Dio, così questi letterati grandi e di gran fama erano rei

d’ira contro Dio perchè colpevoli di violenza contro la Natura. Nel

fatto il loro peccato è contro natura, ‛in quantum impeditur generatio

prolis (_S._ 1ª 2ae CLIV 1)’. E in somma contro il dolce comando di Dio:

‛Crescete e moltiplicate ed empite la terra e sottomettetela...’. Il

qual comando, poi che fu dato prima che i primi parenti mangiassero del

pomo, attestava la santità delle nozze ed era argomento della divina

bontà. Ma dopo il peccato sonarono le lugubri parole: Dio ‛alla donna

ancora disse: Moltiplicherò i dolori tuoi e i concepimenti tuoi: nel

dolore farai figli e sotto il potere dell’uomo sarai ed esso dominerà su

te. E ad Adamo disse: Perchè udisti la voce della moglie tua e mangiasti

del legno del quale ti avevo comandato che tu non mangiassi, maledetta

la terra nell’operar tuo! nelle fatiche mangerai da lei in tutti i

giorni della vita tua; spine e triboli ti germinerà e mangerai le erbe

della terra. Nel sudore del volto tuo ti ciberai del pane tuo, finchè

ritorni nella terra dalla quale preso fosti; perchè polvere sei e in

polvere tornerai!’. Ora l’invito alle nozze che resta anche dopo questa

intimazione di morte e di sventura, può fare apparire maledizione quella

che fu una benedizione, e credere pena del peccato quella che è gloria

del connubio: onde gli uomini respingono, nell’ira loro, la provvidenza

di Dio che ‛masculum et feminam fecit eos’. Perchè “crescere„

l’infelicità? perchè “moltiplicare„ la morte? Così non vollero che per

loro seguisse ‛generatio prolis’, e spregiando natura e perciò Dio,

vollero vendicarsi del dispregio di Dio, che essi letterati grandi e di

gran fama più che altri sentivano nel cuore. In tal modo cominciavo a

comprendere come il peccato, di che era lercio ser Brunetto, non

impedisse che Dante tenesse il capo chino come uom che reverente vada;

anzi come Dante potesse porre tra tale masnada chi nel mondo ad ora ad

ora gli insegnava come l’uom s’eterna. E ricordavo che a quei tempi

erano sette o congreghe che erano riputate ree di simile ribellione a

Dio, e che i Cathari, come diceva il Moneta, affermavano illegittima,

cioè contro la legge di Dio la congiunzione pur nel matrimonio, ‛quia

credunt corpus maris et foeminæ a diabolo fuisse factum’ (Tocco,

_Eresia_, p. 90, n. 1), e gli Almariciani, partendo dal principio che la

distinzione del sesso si dovesse al peccato, ‛et stupra, come Martino

Polono asseriva, et adulteria in charitatis nomine committebant’ (ib. p.

413, n. 2); e ammiravo il Poeta che così altamente concepiva il peccato

degli uomini, raffigurandolo in quel primo eterno drama, dentro e fuori

il paradiso deliziano, dove sonava la voce di Dio e fiammeggiava la

spada del Cherubino; di che Dante aveva ammonito il discreto lettore

ricordando lo Genesi: quando in me patii, quello che il primo Angelo

patì nel sentire che il suo levarsi era cadere. Udii in fatti nella

settima cornice del Purgatorio una delle due schiere di lussuriosi

sopragridar, Soddoma e Gomorra. Erano essi manifestamente rei del

peccato di Ser Brunetto, e il loro peccato era manifestamente di

lussuria: dunque io avevo errato e tutto il mio argomentare era stato,

per questo punto, e forse per tutti, in vano.

Minerva oscura Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante · 第 37 / 84 题