La violenza è senza lume d’intelletto; dunque è matta bestialitade o ira
che è ‛furor brevis’; la bestialità è appetito di vendetta; dunque è
ira. Così avevo concluso, così dovevo concludere. Ma l’ira è con
ragione: dice Tomaso. Sì; ma egli disputa (1ª 2ae XLVI 4) che con
ragione ella è _quodammodo_, poi che la ragione non le si accompagna se
non come denunziatrice dell’ingiuria da vendicare; ed essa ‛non
perfettamente la ode, poichè non osserva la regola della ragione nel far
vendetta; sì che all’ira si richiede qualche atto della ragione e si
aggiunge impedimento di essa ragione’. Ora io vedevo a questo concetto
rispondere esattamente il subito adirarsi del Minotauro, chè questi,
quando vide Dante e Virgilio, ‛sè stesso morse, Sì come quel, cui l’ira
dentro fiacca’. Perchè? perchè egli crede, come lo rimbrotta Virgilio,
che lì sia il duca d’Atene, il suo uccisore. Qui è dunque un atto di
ragione la quale manifesta o ricorda all’infamia di Creti l’antica
ingiuria; onde s’adira, appena veduti i due visitatori d’Inferno,
appetendo vendetta. Ma Virgilio vuol renderne vana l’azione, e perciò
più vivo gli desta nell’anima il ricordo di quella ingiuria; onde
l’uomo-toro si fa e sembra toro soltanto, e diventa bestiale: ciò è
all’atto di ragione, che gli denunzia l’ingiuria che è nelle parole di
Virgilio, segue impedimento di essa ragione: il che fa sì che i due
possano agevolmente correre al varco, mentre ch’è in furia. Così vedevo
che a tutti i violenti la ragione bensì denunziava un’ingiuria o
supposta o vera, di cui essi bramavano, anzi facevano vendetta, ma che
essi, nel farla, obliavano la ragione. Così dei tiranni mi pareva che
Dante pensasse come appunto tiranni fossero perchè il loro giudizio non
era stato quel che doveva essere, che Dante significa, parlando di
Arrigo (_Ep._ V 3): ‛semper citra medium plectens’. Di Arrigo egli dice
che, come Cesare, perdonerà a chi implorerà misericordia, poi che la sua
maestà ‛de fonte defluat pietatis’; e come Augusto, ‛relapsorum facinora
vindicabit’. In simile guisa i sovrani devono bensì vendicare i delitti,
ma hanno a castigare ‛citra medium’ e ascoltare la pietà: se no, sono
tiranni. Or di questi nel fiume di sangue si piangono appunto gli
spietati danni, ossia le pene date senza ascoltare la pietà, che è
giustizia e ragione ascoltare. Quanto poi alla vendetta privata, che
Dante tien giusta (_Inf._ XXIX 16 e segg.), pone l’esempio di Guido di
Monforte, che avendo ragione di vendicarsi di Eduardo Re, non seguì
ragione _in rependendo vindictam_, e per la persona sulla quale si
vendicò e per il luogo, in grembo a Dio, e per il modo come si vendicò.
Nè i guastatori e ladroni sono puniti nel settimo cerchio invece che
nell’ottavo, per altro che per avere sì con la ragione appresa
un’ingiuria, di cui o ragionevolmente o no appetirono vendicarsi (il che
dei guerrieri di strada maestra è ancora consuetudine ed opinione), ma
non aver poi seguito ragione nel vendicarsi stesso, specialmente col
prendersela con tutti, senza più attendere se rei verso loro o no: onde
la loro cupidigia cieca. Ciò in nessuno appariva più manifesto che in
Pier della Vigna: al quale il Poeta fa dimostrare e giurare che non
ruppe fede al suo signore e perciò fu a torto accusato e abbacinato o
imprigionato, donde in lui giusto risentimento per vera ingiuria. Ma la
ragione dopo l’abbandonò:
L’animo mio per disdegnoso gusto
Credendo col morir fuggir disdegno
Ingiusto fece me contra me giusto:[46]
[46] _Inf._ XIII 70.
nel qual luogo è da notarsi ‛l’animo mio’, che è precisamente il
θυμός di cui è parola di Tomaso (1ª 2ae XLVI 8), dove si conclude:
_nihil autem prohibet, ut θυμός graece, quod latine furor
dicitur, utrumque importet, et velocitatem ad irascendum, et firmitatem
propositi ad puniendum._ Anche Pier della Vigna adunque, abbandonato
dalla ragione, la qual pur rettamente gli designava l’ingiuria e
l’ingiuriatrice, scambiò nella vendetta la persona, punendo sè stesso e
non altri. L’ira invero è matta, è folle, è una “pazzia breve„; una
pazzia che può, per il momento che arde, trovarsi in persone per solito
e per altre parti ragionevolissime; onde Dante sotto la guardia del
Semifero ci fa vedere uomini come Pier della Vigna e altri che posero
gli ingegni a ben fare, e cui abbracciare Dante avrebbe voluto, e avanti
i quali egli poteva andare reverente. Ma qui anch’io esclamai, come
Dante, vedendo uno in cotal famiglia: Siete voi qui, Ser Brunetto? Il
peccato di cui foste lercio, come può essere ira? Ma mi soccorse lo
Genesi, e subito compresi, che come gli eccellenti e nobili usurieri
erano violenti contro l’Arte e perciò contro la Natura e quindi rei
d’ira contro Dio, così questi letterati grandi e di gran fama erano rei
d’ira contro Dio perchè colpevoli di violenza contro la Natura. Nel
fatto il loro peccato è contro natura, ‛in quantum impeditur generatio
prolis (_S._ 1ª 2ae CLIV 1)’. E in somma contro il dolce comando di Dio:
‛Crescete e moltiplicate ed empite la terra e sottomettetela...’. Il
qual comando, poi che fu dato prima che i primi parenti mangiassero del
pomo, attestava la santità delle nozze ed era argomento della divina
bontà. Ma dopo il peccato sonarono le lugubri parole: Dio ‛alla donna
ancora disse: Moltiplicherò i dolori tuoi e i concepimenti tuoi: nel
dolore farai figli e sotto il potere dell’uomo sarai ed esso dominerà su
te. E ad Adamo disse: Perchè udisti la voce della moglie tua e mangiasti
del legno del quale ti avevo comandato che tu non mangiassi, maledetta
la terra nell’operar tuo! nelle fatiche mangerai da lei in tutti i
giorni della vita tua; spine e triboli ti germinerà e mangerai le erbe
della terra. Nel sudore del volto tuo ti ciberai del pane tuo, finchè
ritorni nella terra dalla quale preso fosti; perchè polvere sei e in
polvere tornerai!’. Ora l’invito alle nozze che resta anche dopo questa
intimazione di morte e di sventura, può fare apparire maledizione quella
che fu una benedizione, e credere pena del peccato quella che è gloria
del connubio: onde gli uomini respingono, nell’ira loro, la provvidenza
di Dio che ‛masculum et feminam fecit eos’. Perchè “crescere„
l’infelicità? perchè “moltiplicare„ la morte? Così non vollero che per
loro seguisse ‛generatio prolis’, e spregiando natura e perciò Dio,
vollero vendicarsi del dispregio di Dio, che essi letterati grandi e di
gran fama più che altri sentivano nel cuore. In tal modo cominciavo a
comprendere come il peccato, di che era lercio ser Brunetto, non
impedisse che Dante tenesse il capo chino come uom che reverente vada;
anzi come Dante potesse porre tra tale masnada chi nel mondo ad ora ad
ora gli insegnava come l’uom s’eterna. E ricordavo che a quei tempi
erano sette o congreghe che erano riputate ree di simile ribellione a
Dio, e che i Cathari, come diceva il Moneta, affermavano illegittima,
cioè contro la legge di Dio la congiunzione pur nel matrimonio, ‛quia
credunt corpus maris et foeminæ a diabolo fuisse factum’ (Tocco,
_Eresia_, p. 90, n. 1), e gli Almariciani, partendo dal principio che la
distinzione del sesso si dovesse al peccato, ‛et stupra, come Martino
Polono asseriva, et adulteria in charitatis nomine committebant’ (ib. p.
413, n. 2); e ammiravo il Poeta che così altamente concepiva il peccato
degli uomini, raffigurandolo in quel primo eterno drama, dentro e fuori
il paradiso deliziano, dove sonava la voce di Dio e fiammeggiava la
spada del Cherubino; di che Dante aveva ammonito il discreto lettore
ricordando lo Genesi: quando in me patii, quello che il primo Angelo
patì nel sentire che il suo levarsi era cadere. Udii in fatti nella
settima cornice del Purgatorio una delle due schiere di lussuriosi
sopragridar, Soddoma e Gomorra. Erano essi manifestamente rei del
peccato di Ser Brunetto, e il loro peccato era manifestamente di
lussuria: dunque io avevo errato e tutto il mio argomentare era stato,
per questo punto, e forse per tutti, in vano.