Questo posto, io chiedeva; come l’uomo può ribellarsi alla Giustizia?
come può misconoscerla? La Giustizia sta nel dare a ognuno ‛suum ius’:
la misconosce chi ritiene ‛iniuria’ il ‛ius’, e Ingiustizia la
Giustizia. L’usuriere dunque tiene ingiuria quello che è giusto; e si
ribella. Ma io leggevo (_S._ 1ª 2ae XLVII l) che ‛ira est appetitus
nocendi alteri sub ratione iusti vindicativi’; e così da Tomaso e da
altri apprendevo che l’irato in tanto cerca vendetta (_vindictam_) in
quanto gli par giusta; e vendetta giusta non si dà se non di ciò che
ingiustamente fu fatto: e quindi ciò che provoca all’ira è sempre
alcunchè sotto la ragion dell’ingiustizia (ib. 2); e che l’ira è ‛libido
ulciscendi (_De Civ. Dei_ XIV 15)’ e che, per non dire d’altri,
è chi per ingiuria par ch’adonti
Sì che si fa della vendetta ghiotto,
E tal convien che il male altrui impronti,[45]
[45] _Purg._ XVII 121 e segg.
come Dante definisce. Ed ecco, io comprendeva assai meglio come quel
della scrofa azzurra e grossa fosse collocato sotto le falde del fuoco
nello stesso girone di colui che disse: _Primus in orbe deos fecit
timor_. Poi che chiaro mi appariva, ora che violenza avevo fatta uguale
a ira, come violenti potessero essere chiamati sì Capaneo e sì lo
Scrovegni. Di vero gli usurieri par che adontino, come d’un’ingiuria,
del castigo giustamente dato da Dio agli uomini ‛di nutrirsi del pane
loro nel sudore del loro volto’, e si fanno ghiotti della vendetta. Ma
come può essere vendetta di Dio? A questo proposito sapevo bene che il
peccatore peccando ‛non può in nulla nuocere effettivamente a Dio,
tuttavia da parte sua doppiamente fa contro Dio: primamente, in quanto
dispregia i suoi comandi, secondo, in quanto porta nocumento a qualcuno,
a sè o ad altrui: il che pertiene a Dio, per il fatto che quegli, cui si
porta nocumento, si contiene sotto la provvidenza e tutela di Dio (_S._
1ª 2ae XLVII 1)’. Ora che è vendetta? Me lo spiegava Dante con l’ultimo
verso del ternario sopra scritto, verso che vedevo non troppo ben
inteso: chè egli dice male tal, come a dire sì fatto o uguale, a quello
che ha ricevuto, gli bisogna rendere subito a quello che glielo ha
fatto. Ora è opportuno considerare che secondo Tomaso, che segue
Aristotele, tutte le cause d’ira si riducono alla ‛parvipensio’ o
‛despectio’, ossia disprezzo (1ª 2ae XLVII 2). Dunque l’usuriere si
vendica di Dio opponendo al disprezzo il disprezzo, poi che dispregia
per sè natura e per la sua seguace, e perciò Dio; come Capaneo, che
giace dispettoso ed ebbe e par ch’egli abbia Dio in disdegno. Ma come
l’usuriere può credere d’essere spregiato da Dio? La ‛parvipensio’ o
disprezzo, dice Tomaso (ib.), ‛si oppone all’eccellenza dell’uomo; chè
gli uomini ciò che in nessun modo stimano essere degno, disprezzano,
come è detto nel secondo della Retorica: or dai nostri beni vogliamo
alcuna eccellenza: e perciò qualunque nocumento a noi si porti, in
quanto deroga dall’eccellenza, pare appartenere al disprezzo’. Si pensi
ora alla tasca che avea certo colore e certo segno, in cui si pasce
l’occhio di questi peccatori: si vedrà con quanta accortezza il Poeta
significhi come essi fossero teneri d’alcuna eccellenza e come perciò
propensi a considerare disprezzo il comandamento di trarre il
sostentamento dalla propria fatica. Chi può affermare d’aver capito
qualche cosa in questa strana comune “nobiltà„ degli usurai di Dante? E
se ne conferma che il loro peccato è ira, perchè tutte le cause d’ira si
riducono alla _parvipensio_. Sono poi collocati su per la strema testa
di quel settimo cerchio, come i superbi imitatori di Caino sono finitimi
agl’invidi; per mostrare come la loro colpa abbia qualche cosa della
frode; poi che pur volendo vendicarsi di Dio “portano nocumento... ad
altrui„. Ma pur facendo direttamente contro Dio, non sono più giù messi,
perchè il loro peccato, che non è dell’uom proprio male, è senza
concorso d’intelletto e non può quindi essere che ira.