XXII.

Io doveva a ogni modo comprendere come il Poeta sotto il medesimo

concetto di violenza o di malizia con forza raggruppasse oltre omicidi e

predoni, oltre suicidi e dissipatori, i bestemmiatori, i sodomiti e gli

usurieri. Di questi ultimi specialmente non intendevo il come e il

perchè. In ciò era veramente un groppo, che Dante pregava Virgilio di

solvergli. Dante non capisce come usura offenda la divina bontà, e

Virgilio spiega acconciamente come l’usuriere dispregi la natura (e

perciò Dio) in sè stessa e nell’arte. Bene: ma come in tale offesa o in

tale dispregio è violenza? è forza? Perchè offese Dio nella sua bontà

anche Lucifero, ma non fu violento, sì superbo; e lo offendono tutti i

peccatori, i quali sono detti rei di questo o quel peccato, non

necessariamente di violenza. Costringere il danaro a fruttar danaro,

senza altra propria operazione: questa era la risposta che trovavo ai

miei dubbi. Ma mi pareva un parlar per metafora, un arzigogolo ingegnoso

quanto si voglia, non degno di Dante. E veramente in sì fatto

“costringere„ come non è intelletto? Anzi vi abbonda, e sottile; mentre

nella violenza non avrebbe a essere. Bisognava attendere alle parole

proprie di Virgilio per giungere al pensiero di Dante. Alla domanda di

Dante, in che usura offende la divina bontà, Virgilio, risponde che

l’usuriere dispregia la natura e Dio, perchè altra via tiene da quella

assegnata da Dio agli uomini. Dalla natura e dall’arte conviene che

l’uomo tragga il suo sostentamento e avanzamento. Conviene, perchè Dio

così volle, ed è scritto nello Genesi. Così volle nella sua bontà,

perchè chi altrimenti fa, offende quella. Ora in che principalmente Dio

mostrò all’uomo la sua bontà? nel crearlo simile a sè, non solo

intelligente quindi ma operante. Dice lo Genesi dal principio: ‛Posuit

Deus hominem in Paradiso ut operaretur...’ E Tomaso (1ª CII 3) riporta

qui il comento di Agostino che dice che quell’operare ‛non sarebbe stato

faticoso, come dopo il peccato, ma giocondo per lo sperimento della

virtù naturale’. Ma poi il lavoro e la fatica, e in particolare

l’agricoltura, fu all’uomo imposta da Dio ‛in poenam peccati (ib.),’ chè

Dio era irato, come l’ira e simili si attribuiscono a Dio, secondo la

simiglianza dell’effetto; or poi che proprio dell’irato è punire, il suo

punire si chiama metaforicamente ira. Disse dunque Dio all’uomo:

‛Vesceris pane tuo in sudore vultus tui’. Ma quale di questi due passi

dello Genesi dobbiamo noi recarci a mente per intendere il pensiero di

Dante? Nel primo è espresso un atto della bontà di Dio, nel secondo un

atto della sua giustizia: quindi il primo parrebbe più a noi opportuno

che il secondo. Ma, oltre che il bene sta al giusto come il genere alla

specie, non dovremmo noi credere che la giustizia di Dio, nella

punizione del primo uomo, Dante ritenesse più tosto ‛condecentia suae

bonitatis’ che ‛retributio pro meritis’? Per la prima infatti risparmia,

per la seconda punisce i cattivi (_S._ 1ª XXI 1). Ora l’Uomo

predestinato già nella pena a essere riparato dalla divina bontà con ‛Sì

alto e sì magnifico processo (_Par._ VII 109, 113)’ non fu certo punito

‛pro meritis’, ed ebbe dunque piuttosto un perdono che una pena e ricevè

la prova meglio della bontà che della giustizia di Dio. Agostino poi

(_De Civ. D._ XIV 21) ha per l’esortazione ‛crescite et multiplicamini’

un comento, che Dante poteva essersi appropriato per questo altro monito

divino. Dice egli che tale benedizione di nozze ‛fu data avanti il

peccato, perchè si conoscesse che la procreazione dei figli pertiene

alla gloria del connubio, non alla pena del peccato’. E così l’operare,

perchè dato come fine prima del peccato, conservava dopo il peccato la

nota della bontà divina per una parte, e per un’altra prendeva la nota

della giustizia, come il procreare figli era segno della prima e il

partorir con dolore della seconda. E concludevo che nel pensiero di

Dante l’usuriere, negandosi di lavorare, disubbidiva a un precetto in

cui era bensì il castigo dell’antico peccato, ma che era stato dato

prima ancora di esso per divina bontà. Quindi offendeva la bontà anche

ricusando di fare ciò che la giustizia di Dio aveva ingiunto, nè

soltanto perchè ciò che la giustizia aveva ingiunto, la bontà aveva

destinato, ma perchè la giustizia fu nel punire piuttosto una condecenza

della bontà di Dio che una retribuzione secondo il merito dell’uomo, e

perchè a ogni modo la giustizia è contenuta nella bontà, come la specie

nel genere. Ma in tanto l’usuriere, pure riuscendo a offendere la bontà

divina, faceva però direttamente contro la giustizia, perchè solo Adamo

nel paradiso terrestre avrebbe potuto fare contro la bontà ricusando di

operare. Ma i figli di Adamo nel paradiso non sono più, e per essi

l’operare non è più disgiunto dalla fatica: dunque immediatamente si

ribellano alla giustizia e solo mediatamente offendono la bontà.

Minerva oscura Prolegomeni: la costruzione morale del poema di Dante · 第 35 / 84 题