Così cercavo; e confesso che con meraviglia vedevo qui che non tutti
gl’interpreti del Poema Sacro trovavano l’Aristotelica disposizione
detta matta bestialitate tutt’una con la malizia con forza o violenza.
Nulla in verità era più chiaro. Vanni Fucci, conosciuto come violento,
come uomo di sangue e di crucci, che come tale si sarebbe creduto di
trovare nel giron primo del primo cerchio dentro dai sassi dell’alta
ripa, professa bensì d’essere bestia e d’avere condotta vita bestiale e
non umana, ma deve confessare di necessità, perchè il luogo e il modo
della pena non concordano con ciò che professa, d’avere anche commesso
un dell’uom proprio male e di stare per questo di sutto: oh! come non
comprendere subito che la violenza è senza intelletto, ciò è bestiale e
che matta bestialitate e violenza sono una cosa? E sì che sopra veniva
subito un centauro pien di rabbia a confermare e ribadire la cosa. Caco
in vero, _semi-homo_ e _semifer_ come lo chiama Virgilio, non è come gli
altri centauri nel giron primo del primo cerchietto, sebbene vi avesse
luogo non solo come simbolo ma come reo, poi che ‛sotto il sasso di
monte Aventino Di sangue fece spesse volte laco’; ma egli fu anche
frodolento, ciò è, per quanto bestiale, come quello che era mezzo uomo e
mezzo bestia, commise un fatto di quella frode che è dell’uom proprio
male. Onde al centauro, oltre le bisce che ha sul dosso,
Sopra le spalle, dietro dalla coppa,
Con l’ale aperte gli giacea un draco;
E quello affoca qualunque s’intoppa.[43]
[43] l. c. 22.
Ma qui mi soffermavo prima dubitando e poi mutando a mano a mano il
dubbio in ammirazione profonda e lunga. Perchè questo draco che affoca
qualunque s’intoppa? io domandai. E cambiai subito la domanda. Perchè i
centauri simboli di violenza? Non soltanto perchè tutti solean nel mondo
andar a caccia, non soltanto perchè Nesso fe’ di sè la vendetta egli
stesso, non soltanto perchè Folo fu sì pien d’ira, ma anche e più perchè
i Centauri sono mezzo uomini e mezzo bestie o bestiali, o a dirittura
fiere. Così l’infamia di Creti che sembra simbolo più generale ancora
dei centauri, è detta bestia e paragonata a un toro e chiamata ira
bestiale. Ma un altro simbolo era in questo primo cerchietto: le brutte
Arpie. Ora Minotauro, Centauri, Arpie hanno una cosa in comune tra loro
e differente dai simboli Gerione e Lucifero del secondo e terzo
cerchietto. Quale? le duo nature, mentre Gerione ne ha tre, e tre faccie
ha Lucifero. Ma se le tre faccie di Lucifero e le tre nature di Gerione
raffiguravano il mal volere, l’intelletto e la possa, necessari elementi
o capi del peccato di superbia e d’invidia; le duo nature dei simboli
del peccato punito nel primo cerchietto, peccato in cui non ha luogo
l’intelletto, perchè la forza non è, come la frode, dell’uom proprio
male, raffiguravano certamente la possa, che io chiamai appetito
sensitivo e il mal volere. E che le duo nature del Minotauro, dei
Centauri, delle Arpie raffigurassero gli elementi subbiettivi del
peccato, era chiarito dal fatto che il centauro Caco, essendo posto in
altro cerchietto, per il furar frodolente che fece, ossia per aver
aggiunto alla sua Malizia bestiale o violenta un terzo elemento,
l’intelletto, assumeva un terzo corpo o una terza natura che dir si
voglia: ‛il draco Sopra le spalle, dietro dalla coppa, Con l’ale
aperte’. La quale a me pareva convenevolissima aggiunta, pensando alle
serpi della bolgia e più alla sozza imagine di froda che aveva il fusto
di serpente. Bene: ma qui ripensavo che nel tricorpore Gerione la natura
serpentina io avevo concluso significasse il mal volere, mentre mi
pareva che l’intelletto fosse rappresentato dalla faccia d’uom giusto; e
qui in vece, in Caco, dovevo ammettere che dal draco fosse significato,
non il mal volere, ma l’intelletto. Ma Dante creando il simbolo della
violenza, peccato bestiale, ne significava, di necessità, la bestiale
natura con escludere dal simbolo l’elemento che avrebbe rappresentato
l’intelletto; tuttavia, avendo il peccato, per quanto bestiale, de’ due
elementi che rimanevano, uno umano e non ferìno, perchè la volontà non è
dei bruti ma solo degli uomini, il simbolo era semiumano e semiferino.
La parte dunque che ne’ centauri, nelle Arpie, e nel Minotauro, avrebbe
potuto rappresentare la ragione, era già stata dal simboleggiatore usata
per la volontà; sì che quando egli volle poi dare la mente ad un
Centauro, fu costretto a prendere, per simboleggiarla, il Serpente che
altrove aveva simboleggiato il mal volere. Eppure, mirabile accortezza!,
egli seppe riparare il difetto come meglio non avrebbe potuto, ponendo
in Caco il serpente in modo che sormontasse la testa e fosse in certa
guisa la testa medesima del Centauro, mentre il serpente in Gerione era
il fusto e la coda. E ciò confermava facendo che tale nuova testa del
Centauro, la quale affoca qualunque s’intoppa, somigliasse negli effetti
appunto alla coda di Gerione, la quale passa i monti e rompe mura ed
armi. Così dunque era tricorpore anche Caco: mentre bicorpori erano i
suoi fratelli e il Minotauro e le Arpie, perchè di due elementi soli è
commisto il peccato, di cui sono simboli e guardie e punitori. E di
questo mi soccorreva una riprova tale, da sommergere in me ogni dubbio.
Io leggevo che il peccato più grave di violenza era, oltre spregiar
natura e sua bontà,
far forza nella deitade
Col cor negando e bestemmiando quella;
onde nell’infimo girone, oltre Sodoma e Caorsa, è posto chi spregiando
Dio, col cor favella. Io non sapeva se altri avesse intese queste parole
di negare Dio e favellare spregiando Dio col core: sapevo che non
potevano intendersi che in un modo: soltanto col cuore, ossia col
ΘΥΜΟΣ, con l’irascibile, con la parte sensitiva dell’anima,
senza concorso d’intelletto. Nel fatto Capaneo stolidamente minaccia Dio
di non allegra vendetta, anche se lo saetti di tutta sua forza; ed è
nell’inferno precipitatovi appunto dalla saetta di Dio! Onde le parole
di Virgilio. E che l’intelletto mancasse nel primo girone, Dante lo
aveva detto esplicitamente, cieca chiamando la cupidigia e folle l’ira
che si puniva nel fiume di sangue. Non restava dunque che sapere del
secondo, poi che senza concorso d’intelletto avevano peccato quelli del
primo, come gli omicide, e quelli del terzo, come Capaneo. Ma quelli che
privano sè del mondo, o biscazzano e fondono la loro facoltà e piangono
dove devono essere giocondi, sono così manifestamente pazzi nel loro
operare, che non occorreva che Dante lo dicesse altrimenti che
raccontando che cosa avevano operato. Ora quale era questo peccato o
disposizione cattiva, chiamata malizia che persegue il suo fine solo con
la forza, senza concorso d’intelletto, chiamata ancora matta
bestialitade? Io rileggevo: l’infamia di Creti...
Quando vide noi, sè stesso morse,
Sì come quei, cui l’ira dentro fiacca;[44]
[44] _Inf._ XII 14 e seg.
poi è in furia, poi è detta ira bestiale; ira folle è chiamata quella
che immolla nel fiume di sangue; un de’ centauri, sebben da lungi,
minaccia di tirar subito l’arco, e Chiron prende subito uno strale,
appena veduti Dante e Virgilio; Pier della Vigna dichiara d’essere stato
mosso da disdegnoso gusto e feroce chiama l’anima che si disvelle dal
corpo da sè stessa; di rabbia è ancora compreso Capaneo, che giace
dispettoso e i cui dispetti ‛Sono al suo petto assai debiti fregi’. E
poi i peccatori che parlano, parlano sdegnosamente, sì che d’ira pare
fosse il loro abito da vivi se da morti lo conservano: sdegnosamente
parla non solo Pier della Vigna della meretrice delle corti, ma colui
che fe’ giubbetto a sè delle sue case, e ser Brunetto ricordando la
città del Batista e il suo ingrato popolo maligno, e Iacopo Rusticucci,
domandando se cortesia e valore del tatto se n’è gita fuori della sua
città, e lo Scrovegni dicendo a Dante, Or te ne va, e predicendo
sventura al suo vicin Vitaliano. Il loro peccato sarebbe dunque l’ira?
Oh! che hanno che vedere Sodoma e Caorsa con l’ira? Nella violenza entra
qualche volta bensì l’ira, ma non è l’ira. Così pensavo e m’indugiavo
perplesso.