Roma! Forse ogni giorno lì in cima al colle qualche anima sentiva

affluire in sè le più possenti energie, vedeva lucidamente segnate le

opere da compiere nell’ammasso meraviglioso di pietre così diverse

per età e tutte ugualmente scintillanti e significative; ogni giorno

forse qualche anima aveva la visione d’una Roma dalla quale, nel

tempo, scomparirebbero ogni violenza e ogni laidezza, nella quale le

linee armoniose del suolo e del cielo non sarebbero più turbate da un

incomposto agitarsi d’uomini fra loro estranei, incompresi, ostili....

Mio figlio parlava, parlava, felice d’avermi per sè, e mi indicava gli

alberi pieni di cinguettii, e stendeva la manina verso certi punti

dell’orizzonte, come mi aveva vista fare tante volte; diceva: «Guarda,

guarda, mamma, che bella nuvola sopra la pineta! E là, là che cos’è

quella terra?»

La vecchia rivoluzionaria era in casa, ma v’erano altri visitatori,

tra i quali la direttrice di _Mulier_ colla figliuola maggiore, e un

giovane archeologo a cui la fanciulla s’era fidanzata da poco: la

bella coppia raggiava di gioia e di fiducia; la sposa, mi disse la

romanziera, avrebbe potuto aiutare il marito nelle pubblicazioni dei

suoi lavori: l’impresa le sarebbe facilitata, oltre che per virtù

d’amore, per il soffio di poesia con cui egli animava le proprie

indagini fra i ruderi e le tombe....

I due giovani ascoltavano sorridendo: gli occhi azzurri dell’una si

fissavano su quelli neri dell’altro: mai, mai io avevo visto così due

vite offrirsi, incrociarsi!

Per un momento il loro calore mi avvolse, soave. Poi pensai al giovane

scienziato chino sulla sua moribonda e il bisogno di tornar presso di

loro m’incalzò.

Sul portone di casa mia trovai una donna che mi cercava: «Da due ore,

signora....»

Era morta. La vedova l’avea vista piegare sul petto del giovane, mentre

questi le aveva dato un cucchiaio di medicina; con la bocca semiaperta,

a metà d’un «grazie».

«Grazie!» Non sapeva la povera donna la profonda bellezza di quella

parola! Non rimpiansi d’essermi allontanata e d’averla lasciata morire

in braccio dell’amato.

Lassù, ella era già composta sul letto, non era già più lei. Qualche

vicina, qualche mia collega erano accorse. Ora si succedevano le

visitatrici. Non potei restare nello studio, fuggii nella stanzetta;

il professore mi raggiunse. Dimenticai la mia sofferenza, gli stesi

la mano. Sì, il suo dolore poteva espandersi dinanzi al mio: noi soli

l’avevamo amata.

E noi soli la vegliammo, per due notti, parlando di lei, di quello

ch’ella era stata. Il bel viso roseo era diventato d’avorio tra i

capelli d’oro stinto, si trasformava d’ora in ora, diveniva più

rigido, più ombrato.... Finito, finito!... Pensavo a _lui_ che credeva

conoscere il Mistero: perchè in quell’ora non me lo svelava? Perchè,

sopratutto, sapendo che la mia amica era condannata, non era venuto a

portare la parola di luce?

Ah, come di fronte alla Fine cade ogni speranza di sfidare e vincere

l’Ignoto!... Come si sente che l’umanità è impropria all’impresa,

destinata a passar sulla terra senza spiegarsi la ragione del suo

passaggio! Ma contemporaneamente la nostra intima sostanza attinge la

massima coscienza del suo valore: la Vita che si sofferma a guardar la

Morte comprende la nobiltà eroica del proprio ostinarsi ad ascendere e

a perpetuarsi nel buio.... E la creatura dell’oggi ascolta un appello

confuso: è forse la creatura del remoto domani che la chiama così, che

la conforta a proseguire, la creatura nella quale raggierà tutto ciò

che oggi è oscuro, e con la quale si inizierà una nuova epoca, l’epoca

dello spirito liberato?...

* * * * *

Le ore passate accanto alla spoglia di chi amammo non ci fanno

veggenti; ma neppure ci prostrano, nè ci tolgono il senso

dell’esistenza che in noi continua. Sembra in quel punto di ereditare,

coi doveri, anche le qualità dì chi ci ha lasciati; ci si trova più

ricchi, o di energia o di idealità o di amore. Ci si sente solidali coi

vivi oltre che coi morti.

Il pensiero d’aver fatto tutto quello ch’era in mio potere per

alleviare alla diletta le sofferenze estreme mi dava una specie di

pacato conforto. La breve e agitata vita di lei s’era chiusa sotto la

protezione dell’amore: ella aveva portato con sè, morendo, la certezza

di esser compresa e di rivivere nel rimpianto.

E io mi sorprendevo a dirmi che con ogni probabilità sarei stata meno

fortunata.... Laggiù, consunta in pochi anni dall’arida esistenza, chi

mi avrebbe chiusi gli occhi dopo avermi sorriso? Accanto al mio letto,

nelle ore ultime, non avrei avuto che mio figlio, inconsapevole...

solo... solo.

Questo dissi, o piuttosto lasciai indovinare, il mattino dei funerali,

alla vecchia amica che era venuta a portare il suo saluto alla cara

dormiente già tutta ricoperta di fiori. Eravamo accanto alla finestra,

un istante isolate dalla lunga sfilata delle conoscenti; e ambedue

volgevamo sguardi di serenità verso la forma indecisa avvolta di

bianco, verso le immagini vivaci ch’ella con vena inesauribile aveva

sparse sulle pareti, verso la campagna e il Soratte lontano. Ah il buon

riposo! La dolce creatura l’aveva ottenuto....

E la voce della vecchia donna mi ripeteva sommessa e vibrante: «Ma

perchè parti? Sai pure che la rassegnazione non è una virtù!»

Mormorai il nome di mio figlio, e quella tacque, passandomi una mano

sulla fronte, lieve, più volte.

«Non tornare laggiù!»

Anche la dormiente me l’aveva detto, prima di chiudere gli occhi.

* * * * *

Ai funerali, dietro il carro carico di fiori, tra molte signore e i

giornalisti, avevo visto fuggevolmente il «profeta». Qualche giorno

dopo, passando presso la sua abitazione, fui assalita dall’improvviso

desiderio di sorprenderlo, là dove egli viveva la sua vita deserta, di

dargli là il mio addio, poi che presto sarei partita.

Salii in fretta l’oscura scala della vecchia umida casa.

Imbruniva: nella stanza era già accesa una candela: si vedeva un letto

in un angolo, bassissimo, quasi un giaciglio. Su una stufa di terra

due mele eran posate, cotte sulla brace. Presso una finestra, una

tavola ingombra di carte e delle seggiole con qualche libro; una severa

effigie di vecchia sulla parete: sua madre? E in fondo alla stanza la

scarna persona, in attitudine un po’ incerta, che allungava un braccio

per pregarmi di sedere.

Che cosa dicemmo? Non riesco bene a ricordare. Egli si scusava del

freddo dell’ambiente, mi chiedeva del piccino, della partenza.... Gli

guardavo le labbra: non avevano un tremito. Accennai al cassetto del

tavolino. Lì stava la sua opera? Ebbe un gesto vago di assenso. E, non

so come, dovetti far travedere la mia incredulità.... Più che le mie

parole, rotte come singhiozzi, i miei occhi gli dicevano, certo, la

disfatta del mio fervore e l’amarezza della mia anima nuovamente libera.

Nel silenzio che seguì, vidi per la prima e l’ultima volta quel viso

sempre illuminato come da una visione interna, oscurarsi, alterarsi,

esprimere il più umano dei dolori, la semplice profonda sofferenza

di chi si sente abbandonato.... Ma furono pochi istanti. La calma

ridiscese sulla sua fronte con il segno ostinato d’una sovranità

intangibile.

Per due giorni le piccole stanze furon di nuovo ingombre di casse,

tante bare nelle quali seppellivo, cogli oggetti e coi libri, i miei

sogni e i miei palpiti. Mio marito protestava per lettera di volermi

con lui: la povera morta era rinnegata: egli aveva sospettato il suo

amore pel giovane scienziato, e l’orgoglio soffocava in lui ogni

residuo di sentimento. Un attimo avevo tentato ancora di strappargli la

mia libertà, e non avevo che ribadito la catena.

PARTE TERZA.

XX.

Per la prima volta sentivo intera la mia indipendenza morale,

mentre a Roma avevo sempre conservato, in fondo, qualche scrupolo

nell’affermarmi libera, sciolta d’ogni obbligo verso colui al quale

la legge mi legava: temevo, allora, che qualche altro sentimento vi

contribuisse. Ora mi sentivo completamente calma. La mattina del mio

arrivo osservai che mio marito aveva avuto certe piccole attenzioni

nell’allestimento del nostro provvisorio alloggio. Sulla scrivania

erano riviste e libri nuovi; un sorriso quasi timido pareva esprimere

il desiderio di riconquistarmi. Era in lui un miscuglio di sentimenti

oscuri: una sorta di dispetto per avermi lasciato trapelare la sua

debolezza verso la mia amica, dandomi così motivo di riaffermare la

libertà del cuore, e insieme il desiderio sollecito di dimenticare

tutto nel mio tranquillo possesso. Impacciato, inabile, non aveva la

forza di attendere l’opera del tempo. E subito sentii il peso dei suoi

buoni propositi quanto quello della primitiva tirannia.

Ma i doveri del suo impiego mi salvavano in parte, preoccupandolo e

affaticandolo. Decisi di mostrarmi del tutto estranea al suo campo di

lavoro. Il primo sguardo da vicino m’aveva confermato ciò che avevo

supposto da lontano: mio marito era più rozzo nella prepotenza che

mio padre, suscitava intorno a sè un’antipatia tanto più malevola in

quanto, per la sua origine, egli non incuteva agli operai l’istintivo

timore che nutrivano verso il signore forestiero. Il ridicolo è il

maggior dissolvente d’ogni spirito di obbedienza, e io lo vedevo

luccicare negli occhi di quei ragazzi dal viso risoluto quando li

incontravo nei pressi della loro Lega di resistenza.

Una cosa mi feriva sordamente; ch’io venissi coinvolta nelle ostilità.

E non potevo pensare a rimediarvi. Lavorare, lì.... creare qualche

scuola, qualche insegnamento per le madri che lasciavano morire due

terzi dei loro bambini, diffondere libri.... Ahimè! Non avrei avuto

l’energia di imporre la cosa a mio marito, e nessuno, nessuno poteva e

voleva aiutarmi.

Il matrimonio di mia sorella segnò la prima crisi di dolore nella nuova

fase della mia esistenza. Negli ultimi mesi, non so perchè, avevo

accarezzata l’idea d’una possibile rottura tra lei e il fidanzato.

Diffidenza contro l’amore, gelosia dell’altrui felicità? Temevo che

in lei, come già in me, fosse un’illusione, un’autosuggestione? Poi,

nelle settimane precedenti lo sposalizio, avevo visto la fanciulla

felice, avida di accogliere il destino foggiatosi colle proprie

piani. La trovavo intenta ad ultimare il suo corredo, aiutata dalla

sorella minore che appariva altrettanto lieta. E pensavo a nostra

madre: così era stata forse anche lei? Anch’ella s’era così abbandonata

fiduciosamente alla lusinga dell’amore perenne?

Andò in municipio una sera, tardi, accompagnata solo dal fratello, poi

che lo sposo aveva evitato la compagnia di mio marito e per conseguenza

la mia. Il babbo, ch’era stato saldo nel non voler dare il suo consenso

e aveva negato anche il più piccolo assegno dotale, vedendo partire

quella che aveva per tanti anni surrogata la madre nella casa, la

bella bimba tenace e poco espansiva che serbava alcuni tratti del

suo carattere, si lasciò sfuggire una lacrima. Io, a letto, al buio,

piangevo pure, nell’istessa ora, su quell’atto irrevocabile che si

compieva, sulla catena di errori che si svolgeva fatale senza che gli

esempî atroci servissero.... Credevo di piangere su questo: ma nel

profondo dell’anima doveva essere invece il lamento desolato della mia

solitudine, del mio destino che mi teneva lontana da quella piccola

sorella nell’ora della massima sua gioia, che mi dichiarava impotente

a partecipare a tal festa, che mi radiava dal novero delle creature

fidenti, volenti, amanti....

Qualcosa in me veramente si agitava di nuovo e di inesprimibile. Una

commozione sorda, senza cagione fissa mi teneva di continuo. Un

bisogno di dolcezza, di tenerezza; una brama indistinta di poesia, di

colori, di suoni; un languore per cui il mio essere veniva a momenti

rapito nel sogno di estasi ignote.... Quando mi scotevo, non riuscivo

subito a riguardar intera la realtà. Mi stringevo al petto con frenesia

il bambino, il quale non mostrava sorpresa, e mi si abbandonava con

tutto lo slancio del suo cuore desioso di vedermi sorridere. Allentando

l’abbraccio, scorgevo nei dolci occhioni fissi su me l’interrogazione

ansiosa.... Perchè comunicavo così alla piccola creatura il mio male,

chiedendole ciò che essa non poteva darmi? Perchè domandavo follemente

a lui tutto l’amore che mancava alla mia vita? Mia madre, le sorelle,

altre ombre d’uomini e di donne m’eran passate accanto ed erano andate

oltre, senza conoscermi, senza destare in me ciò che di profondo e di

più vero contenevo. Nessuno mi aveva dato nulla per accrescere la mia

sostanza: nessuno aveva pianto per me, su di me; e, dal mio canto, io

non avevo fatto nulla per nessuno, non avevo portato un sorriso, non

avevo aiutata una vittoria, non avevo asciugata una lagrima.

....E talora mi sembrava che tutti i tesori non effusi dalla mia

anima premessero su di essa, la soffocassero.... Ah, come sentiva di

possederle ancora, tutte queste forze intatte, e come tremavo che il

grido insorgente della mia natura esasperata salisse, e riempisse di

sè il silenzio ignaro dei giorni e delle notti! Poichè la rivolta non

era possibile, perchè lamentarmi? Perchè nella dolce primavera, accanto

all’umano flore della mia vita, all’unico bene mio, fra il verde

canoro del grande giardino, io cedevo ad inviti nostalgici, rievocavo

i visi perduti, ne disegnavo altri mai visti, dando loro voci frementi

e fraterne che mi facevano sobbalzare il cuore? Perchè, alla sera,

attendendo d’esser raggiunta da mio marito nel letto che tante miserie

ricordava, e allontanandone col pensiero il giungere, sentivo nel mio

sangue penetrare la persuasione d’un diritto mai soddisfatto, e con

essa un impeto formidabile di conquista, lo spasimo di raggiungere,

di conoscere quella gioia dei sensi che fa nobile e bella la materia

umana; quella fusione di due corpi in un sospiro di felicità dal quale

il nuovo essere prenda l’impulso alla vita trionfante?

Come mi pareva lontana ed incomprensibile, in tali momenti, la donna

tranquilla, senza brame, ch’io ero stata sino a pochi mesi innanzi!

Altrettanto sciolta da me di quel che era l’altra, la quale in tempi

remoti aveva lasciato che uomini informi tentassero significarle

l’essenza dell’umanità. Lucidamente, inesorabilmente, per la prima

volta, nel gran deserto spirituale che mi si era fatto intorno, il

senso della vita mi si svelava: Armonia.... non altro; un appagamento

di tutte le energie associate, sensi e ragione, cuore e spirito....

Invece.... Entrava, nella stanza buia, l’uomo stanco o infastidito,

accendeva il lume, si moveva senza guardare s’io dormissi. Poi, i

miei occhi erano serrati, e io sentivo una massa pesante stendermisi

accanto; nel silenzio, qualche parola, che voleva esprimere passione,

ebbrezza; ed ero in suo potere.... Sprofondavo nel guanciale il

viso.... Oh la rivolta e l’esasperazione di tutto il mio essere!

Una nausea, un odio per colui e per me stessa, e in fine, un lampo

sinistro: «La pazzia!»

L’uomo si addormentava a lato. Ascoltando il suo respiro pesante, io

restavo insonne, per ore. La mente, intanto, continuava il lavoro

intricato e straziante; e al sommo del cervello qualcosa si dilatava,

pareva scoppiasse.

Questa la mia vita. Essere adoprata come una cosa di piacere, sentir

avvilita l’intima mia sostanza. E vedere i giorni seguir le notti, un

dopo l’altro, senza fine.

Passavano, infatti, le settimane, i mesi. Mio padre era partito

definitivamente dal paese per Milano, seguìto dai due figli minori. Gli

sposi s’erano andati a stabilire nel Veneto. Nessuno della mia famiglia

restava in paese. A Pasqua ci eravamo insediati nell’abitazione

lasciata dal babbo, gaia e comoda, circondata dal grandissimo

giardino. Povero papà! Un poco della sua anima era rimasto qui; fra

quell’arruffio verde, in quel trionfo un po’ selvaggio di vegetazioni

disparate, egli aveva impiegato ciò che non poteva dare altrove: il

suo bisogno di bellezza, la sua ricerca di originalità, di semplicità,

di verità. Quante confuse meditazioni solitarie e orgogliose dinanzi a

quel muto popolo fiorente! E il tempo era scorso anche per lui, aveva

irrugginito il baldo organismo di pensiero e d’energia, col quale aveva

trasformato tutta una popolazione, scotendola da una inerzia secolare

e avviandola su un nuovo cammino. Solo, senza una voce fraterna che

rispondesse alle sue idee o le contrastasse, invano egli aveva chiesto

al culto della natura i benefici che non sapeva desumere dall’amore de’

suoi simili!

Ora mio figlio regnava felice in luogo del nonno. Colla tunica di tela

greggia che gli arrivava ai ginocchi, rosso in viso, gli occhi turchini

splendenti sotto le ciocche di capelli a riflessi dorati, sembrava un

Sigfrido in miniatura, quando irrompeva col sole nello stanzone ove io

leggevo o fantasticavo per la maggior parte della giornata. Egli era

il mio solo compagno. Null’altro mi compensava del contatto frequente

e penoso con la famiglia di mio marito: la suocera, molto invecchiata,

si faceva appena perdonare le irritanti esclamazioni di meraviglia

che ogni volta le suscitava la vista della casa, del giardino, del

frutteto: «Il paradiso! State qui come una regina! Ah figlio mio,

alfine la giustizia è fatta!» In quanto a mia cognata, ancora più aspra

e maligna dopo la morte del dottore, doveva intuire che soffrivo, e

naturalmente goderne; ma mostrava di credermi felice, anche lei.

Mio marito non celava la sua compiacenza nel trovarsi oggetto di

ammirazione, di venerazione anzi, pei suoi. Tutto in lui, con costante,

incredibile progressione, mi dava fastidio, ora; a tavola, in giardino,

per istrada, mi pareva di notargli per la prima volta questo o

quell’atto insopportabile.

La monotonia dei giorni era interrotta talvolta dal passaggio di

qualche importante cliente o corrispondente della fabbrica. Bisognava

invitarli alla nostra tavola, e se ne andavano meravigliati della

distinzione del nostro ambiente famigliare. Mio marito tentava allora

di mostrarmi che m’era grato: l’arrestavo al primo accenno. Ferito,

egli si rinchiudeva in sè, e non n’usciva che per ferire a sua volta,

con motti, sarcasmi, derisioni su tutto quel che mi stava a cuore.

Il bambino ascoltava con un’ombra di stupore negli occhi profondi;

certe volte con una pressione delle manine m’offriva tacitamente

aiuto. Notavo con gioia e dolore insieme ch’egli non dimostrava alcuna

confidenza per quel padre sempre accigliato, sempre di diversa opinione

della mamma.

Certe sere, tutti se n’andavano lasciandomi sola: portavo il bimbo

a letto e poi mi affondavo in un seggiolone di paglia nel giardino.

La cupa vôlta cosparsa di mondi silenziosi attraeva il mio sguardo

magneticamente; ma il mistero dell’universo non mi tentava, in

quell’ore: un’angoscia umana, precisa, incalzante, mi possedeva intera;

l’amarezza senza nome della mia solitudine, il vago timore di una morte

possibile, prossima, lì, tra quella gente ostile e straniera, senza

aver lasciato traccia della mia anima.... Tanto spazio di cielo, ed io

incatenata, curva sotto un giogo spietato, non capace più che di un

lento pianto....

Mi scotevo, rientravo nella stanza del bimbo addormentato. Così

placido, così fidente, nella notte piena per sua madre di brividi!...

Fosse egli almeno salvo, l’unico mio tesoro! Avessi potuto almeno

pensare ch’egli avrebbe sempre sorriso così alla vita come nel suo

sonno di bimbo!

Pareva, nel sonno, chiedermi perdono. Mi portavo alle labbra la

piccola mano. Oh, nulla avevo da perdonare alla creatura che un giorno

mi avrebbe detto forse: «Povera mamma, ti sei sacrificata per me!»

Piuttosto, un vago rimorso mi tormentava la coscienza, di continuo.

Come cresceva egli, tra me e suo padre? Nella casa era il solo che

sorridesse spontaneamente: ma così di rado! Venerava i libri che mi

vedeva tra le mani, aveva il senso di una vita ideale ch’io sola

intorno personificavo. Ma forse era già cosciente delle frodi che

il destino gli faceva. Troppo spesso, nelle ore più tetre, io lo

malmenavo, in uno sfogo selvaggio della natura tormentata, esigendo

da lui più del dovere, costringendolo sul quaderno, vietandogli un

passatempo legittimo; troppo spesso lo trascuravo, lasciandolo giocare

da solo in giardino, o correre alla fabbrica, o annoiarsi su un tappeto

acquerellando vecchie incisioni di giornali, senza ascoltare i suoi

richiami. Mancava a me la volontà continua della vera educatrice,

la serenità di spirito per guidare la piccola esistenza; non potevo

assorbirmi intera nella considerazione dei suoi bisogni, prevenirli,

soddisfarli. In certi istanti per questa consapevolezza mi odiavo.

Che miserabile ero dunque, se non riuscivo, una volta accettato

il sacrificio della mia individualità, a dimenticare me stessa, a

riportare integre le mie energie su quella individualità che mi si

formava a lato?

....Così era stata mia madre coi suoi bambini.... Un giorno trassi

da una cassetta alcune vecchie carte di lei, consegnatemi dalla mia

sorellina prima della sua partenza dal paese, mesi avanti. Non avevo

mai avuto il coraggio di scorrerle. Eran lettere di parenti, note di

spese, appunti disparati, abbozzi di ciò ch’ella scriveva ai genitori,

alla sorella, al marito; qualche poesia sua, anche, degli anni

giovanili, sentimentale, romantica, e tuttavia vibrante d’una tragica

sincerità. Lo spirito materno mi si mostrava in quei fogli sparsi,

quale l’avevo ricostituito penosamente colla sola intuizione nei giorni

della sua rovina.

E una lettera mi fermò il respiro. Datava da Milano: era scritta a

matita, in modo quasi illeggibile, di notte. La mamma annunziava a suo

padre il suo arrivo pel dì dopo; diceva di aver già pronto il baule

colle poche cose sue, di essere già stata nella camera dei figlioli a

baciarli per l’ultima volta....

«Debbo partire.... qui impazzisco.... egli non mi ama più.... Ed io

soffro tanto che non so più voler bene ai bambini.... debbo andarmene,

andarmene.... Poveri figli miei, forse è meglio per loro!...»

La lettera non era finita: certo non era stata rifatta nè spedita.

La sventurata non aveva avuto il coraggio di compiere il proposito

impostosi in un’ora di lucida disperazione. Aveva forse pensato che

suo padre non avrebbe voluto o potuto accoglierla; che la miseria

l’attendeva; che il suo cuore si sarebbe spezzato lungi dalle sue

creature e da colui che aveva avuta tutta la sua gioventù. Ella l’aveva

amato! L’amava ancora? Per noi sopratutto era rimasta: per dovere, per

il timore di sentirsi dire un giorno: «Ci hai abbandonati!...»

Non avevo mai sospettato che mia madre si fosse trovata un momento in

una simile situazione. La mia intelligenza precoce non aveva potuto,

a Milano, penetrar nulla. Avessi avuto qualche anno di più, mentre

ella era in possesso di tutta la sua ragione, e ancora in lei la vita

reclamava i suoi diritti contro la fatale seduzione del sacrificio!

Avessi potuto sorprenderla in quella notte, sentire dalla sua bocca la

domanda: «Che devo fare, figlia mia?» e risponderle anche a nome dei

fratelli: «Va, mamma, va!»

Sì, questo le avrei risposto; le avrei detto: «Ubbidisci al comando

della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii

forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Consèrvati da

lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d’oggi: risparmiaci lo

spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti

inevitabile!»

Ahimè! Eravamo noi, suoi figli, noi inconsci che l’avevamo lasciata

impazzire. S’ella fosse andata via, se nostro padre non ci avesse

permesso di raggiungerla, ebbene, noi l’avremmo nondimeno saputa viva,

e dopo dieci, vent’anni, ancora avremmo potuto ricevere da lei i

benefizi del suo spirito liberato e temprato....

Una Donna · 第 13 / 15 段