dalle mie meditazioni. Per la rivista non avevo quasi più nulla da
fare: l’editore cercava chi mi sostituisse; si era mostrato dolente
di perdermi: «È così difficile trovare chi legga con imparzialità
dei libri di donna!» La direttrice, col suo fare sempre tra cortese
e distratto, m’aveva detto che sperava io le avrei continuata la mia
collaborazione anche da laggiù. Non avevo mai pensato dì tentare
qualche lavoro di fantasia?
La norvegese era a letto per una infezione reumatica che non pareva
grave. Andavo ogni giorno per qualche ora a tenerle compagnia. Ogni
giorno veniva pure a visitarla l’amico professore. La prima volta che
avevo visto il giovane chino sopra di lei, mi si era comunicata la
dolce sicurezza del loro amore. Ma nella stanza buia non c’era aria
sufficiente. Quand’egli la persuase della necessità di trasportare il
letto nello studio, la fronte le si oscurò, sebbene egli affermasse che
era soltanto questione di alcuni giorni.
Affrettavo col pensiero il ritorno di mio marito: gli avrei proposta
una separazione amichevole; io potevo vivere col mio lavoro e con ciò
che mio padre continuerebbe ad assegnarmi. Il piccino avrebbe potuto
studiare accanto a me, e andare dal babbo nelle vacanze.
Perchè non avrebbe accettato? Egli era in uno di quei momenti
psicologici che giustificano le azioni più contrarie alla nostra
natura; tutto doveva mostrarglisi sotto un nuovo punto di vista.
Non volevo però in nessun modo pregiudicare il tentativo. A chi
chiedere un consiglio? La buona vecchia mamma non era ancora tornata
dalla Lombardia. E a nessun’altra avrei potuto confidarmi, in quell’ora
decisiva. Ma un’immagine mi s’imponeva da qualche tempo, con insistenza
crescente; non v’era un uomo che diceva di possedere la verità? Da lui
avrei potuto ricevere forza.
Non lo vedevo da parecchie settimane. Lo invitai con un biglietto a
venirmi a trovare, per sentire cose gravi.
Giunse la sera dopo, mentre stavo per condurre a letto il bambino. Per
qualche minuto parlò col piccolo amico, che lo guardava cogli occhioni
confidenti; poi questi andò a coricarsi.
Con un tremito interno straordinario presi a dire. Egli ascoltava
impassibile. Sapeva forse. La persona si protendeva un poco verso di
me, in attitudine incoraggiante.
A poco a poco mi rinfrancai; le sue domande, nette, valevano a dirigere
e a districare il mio racconto un po’ imbarazzato. Non parlavo del
lontano passato, della mia adolescenza distrutta; dicevo solo di mio
padre e di mia madre, del mio matrimonio, del lungo periodo in cui,
conscia de’ miei sentimenti, avevo ritenuto doveroso restar presso
l’uomo che credevo m’amasse e a cui pensavo di far del bene: accennavo
alla scoperta recente di un nuovo sentimento in mio marito, al mio
recente miraggio d’indipendenza.... L’aspirazione appassionata ad una
vita di libertà e d’azione, in armonia colle mie idee, si palesava in
verità a me stessa come non mai, Ogni mia parola sembrava illuminarmi
il fondo dell’anima. E uno stupore m’invadeva, si mescolava alla lucida
ebbrezza del pensiero finalmente capace di manifestarsi.
L’uomo mi guardava tranquillo, poi prese lui a parlare. Stimava inutile
giudicare la decisione irresistibile della mia coscienza. Ero pronta a
subirne qualunque effetto? Egli poteva dirmi soltanto che tutte le cose
della vita, anche i problemi morali che il nostro orgoglio suscita,
non sono in fondo che ombre. Per guidarsi, nella vita, occorre poco,
l’avrei compreso un giorno: intanto, gli piaceva la mia preoccupazione
di sincerità e di logica.
S’era alzato in piedi, girava attorno toccando libri e fotografie.
Anch’io mi ero levata e m’appoggiavo al tavolo in mezzo alla stanza;
mi venne accanto: mi sorpassava di poco in statura. Riprese a parlare,
piano. Anche nel suo passato erano delle ore oscure: egli aveva creduto
nella legge, nel progresso; aveva giudicato gli uomini in nome di un
assoluto inflessibile, aveva condannato.... Poi, un dolore tremendo, la
morte quasi simultanea del padre e della madre, gli aveva restituito
la coscienza del niente che è l’uomo, e per la prima volta infuso
il desiderio tormentoso di figger lo sguardo oltre la vita. Erano
passati anni e anni, egli aveva reciso tutti i fili che l’avvincevano
all’umanità, e una luce, sì, una luce s’era fatta nel suo spirito.
Egli credeva di poter spiegare, ora, l’enigma della nostra essenza,
essenza immortale. Questa parola avrebbe recato alle creature umane una
grande pace, la norma per l’esercizio benefico della propria volontà
durante questo passaggio terreno. Non poteva spiegarmene nulla ancora.
Fra breve.... Da vicino o da lontano, continuassi a sperare, ad aver
fede nella sua promessa.
Dalla strada, ogni tanto, la tramvia elettrica mandava il suo ululo,
producendomi l’impressione del vento notturno in riva al mare in
tempesta. Mi sentivo avvolta, veramente, in un’atmosfera frigida che
placava, rendeva anzi ogni impulso di vita particolare, creava visioni
bianche nelle quali l’occhio si smarriva.
Quando mi ritrovai sola nello studio, ove la lampada sembrava vegliare
dall’alto sull’intera città, una gioia m’invase, ignota fin allora. Che
cos’era, che cos’era? Non volevo saperlo, come non mi dava affanno il
segreto che quell’uomo diceva di possedere. Ma l’antica anima ribelle
ad ogni giogo ch’era giunta a odiare l’amore per il disprezzo di ogni
dedizione, si abbandonava alla dolcezza di essere compresa, sentita da
un’altra anima....
Il gaudio silenzioso e quasi inconfessato durò alcuni giorni. L’amico
venne altre due o tre volte, di sera; mi aveva pregato di copiargli
il manoscritto di un suo nuovo opuscolo che stava per pubblicarsi;
certe pagine quasi indecifrabili per le aggiunte e le cancellature
richiedevano le sue spiegazioni, Egli me le dava con quella sicurezza
dogmatica che allontanava qualsiasi obbiezione. L’opuscolo era una
satira tagliente cui non potevo non associarmi; preannunziava, ma non
svelava affatto l’idea dominante dell’autore, la secreta sintesi creata
dal suo intelletto. In esso non mi turbava che lo stile, complicato,
contorto, spesso illogico; più mi turbavano, talvolta, certe frasi
dettemi a viva voce, frasi oscure, che mi riconducevano ai primi tempi
della nostra relazione quando riguardavo la strana creatura come un
pauroso inviato del Mistero, a sè stesso forse incomprensibile. E
neppur ora avevo la forza di formarmi un concetto esatto della sua
personalità; ora meno che mai. Evitavo anzi, probabilmente senza
rendermene conto, di esercitare dinanzi a lui la mia analisi. Lo
vedevo pallido, emaciato, ombra della vita, con un sorriso sempre più
enigmatico sulle labbra pallide tra la breve barba nerissima, con gesti
di bimbo delicato e precoce che prevede tutto ciò che la vita gli
negherà.... E tremavo. Così debole e miserando qual’era, m’appariva
ammirabile: era in lui una potenza che non sapevo definire, ma che
trovavo più grande d’ogni altra; egli mi rappresentava lo sforzo
incessante e terribile dell’umano verso la divinità. Quando la parola
«pazzia» mi si affacciava alla mente, mi sentivo straziare.
Ma egli era sicuro della mia fede in lui; un fugacissimo bagliore mi
pareva gli attraversasse lo sguardo nei momenti in cui mi sorprendeva
intenta, assorta nella sua parola. Non aveva mai incontrato, certo, una
devozione così fervida in un’anima così libera e giovane....
Parlavo di lui alla mia malata, nelle molte ore che ormai passavo
accanto al suo letto; il male s’era complicato, l’infezione era salita
al cuore, e il povero cuore si gonfiava ogni giorno più, batteva
pazzamente, minacciava d’arrestarsi per sempre. Già il dottore, un
vecchio maestro del fidanzato, m’aveva svelato la gravita del caso;
egli lottava, ma temeva. Il giovane fisiologo sorrideva teneramente
a lei, ma dava talvolta a me sguardi strazianti. La malata non aveva
sospetti; non voleva accanto, oltre l’amico e me, che la vedova vicina.
Formulava progetti per la convalescenza, ripetendo: «Che noia, che
noia!»
Una crisi terribile, inattesa, precipitò il corso del male, gettò
l’inferma nel terrore ultimo. Per due notti restai accanto al letto
di spasimi, la mano stretta convulsamente da quella di lei, nella
pena infinita di non poter far nulla contro la forza misteriosa che
la prostrava. Per qualche ora credetti che la fine fosse imminente.
Scrissi a mio marito due righe per avvertirlo della necessità ch’io
rimanessi ancora qualche giorno.
La terza sera il cuore attenuò alquanto i suoi battiti pazzi e il
pericolo si allontanò. Il giovane, che aveva vegliato con me tre notti
tormentose, si concesse un po’ di riposo; io non mi sentivo stanca,
e il sorriso con cui la diletta accolse la mia risoluzione di restar
presso a lei, m’impedì di rimpiangere la pace delle mie stanzette, il
respiro dolce del bimbo addormentato sotto i miei occhi. La speranza
rifioriva.
Quando fu l’alba lasciai la malata in custodia della vedova e m’avviai
verso casa. Dopo pochi passi nella via deserta, biancastra, m’imbattei
in mio marito che s’avanzava a capo chino; si scosse, non seppe trovar
una parola, quasi vergognandosi. Un misto di pietà e di sprezzo
m’assalse.
Dopo che l’ebbi rassicurato sulle condizioni dell’inferma, egli cercò
di scusarsi per il viaggio impreveduto. Gli troncai la parola: non
volevo offender in alcun modo la diletta che lassù soffriva.
Anche a casa tacemmo. Tornai poco dopo presso l’amica: egli venne nel
pomeriggio a chieder se poteva vederla un momento. L’osservai. Ma
colei che lo aveva turbato, che era riuscita quasi a vincere io lui la
cupidigia d’un impiego ambito, non aveva più il fascino sensuale che lo
aveva ammaliato. Era una povera creatura sfiorita.
Ella gli parlò di me, gli disse che ero stata una santa per lei. «Vai
un po’ a casa, ora, vai, cara. Sto bene, risposerò. Verrai domattina,
non è vero?»
Povera donna! Dovetti contentarla. Ma tra mio marito e me pesava il
silenzio. Solo alla sera, dopo cena, quando il bimbo fu coricato, le
anime si apersero, con ardore la mia, un po’ guardinga la sua. Egli
teneva a giustificar il suo contegno. Io non volevo che l’ora scorresse
vana, perpetuando la menzogna. E, sorretta forse dall’eccitazione
nervosa di tanti giorni, parlai come non avrei creduto di poter mai.
Gli dissi ciò che avrei potuto dire al mio figliuolo fatto uomo:
egli non potè schermirsi, finì coll’ammettere in silenzio ciò che
gli attribuivo. Ascoltò anche quando conclusi nella necessità di
svincolarci entrambi da un legame che ci opprimeva.
M’interrogava, ora, dubbioso: «Credi proprio? Non potremo mai
intenderci?...» E sperai che sarei riuscita a persuaderlo.
In quel punto suonò all’ingresso il campanello. Era il «profeta», che
non vedevo da qualche giorno. Avevo, il mattino, detto a mio marito
delle sue visite, del lavoro di cui egli m’aveva pregata; ma il vederlo
giungere così, dopo le otto di sera, richiamò improvvisamente alla
sua anima sconvolta tutte le ire malsane di cui era capace. A stento
le represse, e la conversazione si trascinò per qualche minuto, fin
che l’amico risolse d’andarsene, stringendomi la mano in modo da
significarmi coraggio.
Sentii che la partita era persa. Mio marito principiò coll’inquisirmi,
brutalmente sarcastico. Lo lasciai dire e dire, sperando si esaurisse
così, come altre volte, il furore che gli faceva digrignar i denti....
Invece il mio atteggiamento remissivo peggiorò la situazione. Alterato
dal suono della propria voce, mi accusò, insultò l’amico, vomitò parole
abbiette, finì col lanciarsi sopra di me, gettarmi in ginocchio,
percuotermi bestialmente, mentre mi dibattevo a mia volta in una
crisi di rabbia spasmodica. Dalla stanza attigua il bimbo svegliatosi
mi chiamava, spaventato. Riuscii a svincolarmi, a correre presso il
letticciuolo, come istupidita. Le piccole mani di mio figlio correvano
sul mio viso umido e infocato, la vocina tremante susurrava: «Non
voglio, mamma, non voglio.... Non tornar più di là col papà: sta qui,
vieni a letto, non voglio che tu pianga....»
Ah, sì, obbedire, obbedire alla piccola voce dolente! Non eran più
queste le orribili notti del passato, nelle quali l’anima avvilita
accettava senza ribellione ogni sfregio e non riceveva alcun richiamo
dalla vita.... Mio figlio, ora, si preparava a difendermi, mi voleva
per sè, mi sentiva buona, pura, si rivoltava anche contro il dolore
ingiusto che per la prima volta gli si palesava.
L’uomo dovette gettarsi sul divano, in sala da pranzo; io presi in
letto con me il bambino; un’altra volta attesi l’alba.
La vecchia servente, quando m’alzai, m’interrogò tremante. Che cosa
aveva sentito dal suo stanzino? Mi guardava con pietà insistente. Mi
prese le mani, mi baciò qualche segno rosso sui polsi. Ricordava
anche lei delle ore di supplizio? I suoi occhi avevano spesso come il
rimprovero muto delle bestie maltrattate.
A mezzogiorno, a tavola, non rammento come la nuova scena si svolse:
so soltanto che a un certo punto mi trovai mio figlio avvinghiato al
petto e dinanzi mio marito che tentava strapparmelo, che gli ingiungeva
di seguirlo, partire insieme, per lasciarmi sola alle mie follìe....
Egli aveva riso ad una mia rinnovata proposta di separazione: padrona
io, di restare, di guadagnarmi da vivere come volevo, ma il figlio lo
seguirebbe, oh, dovunque!
Il piccino mi guardava smarritamente. Ah bimbo, bimbo mio!... Non sarei
morta se colui me lo strappava? Era la mia carne, la mia vita, era la
mia fede quel piccolo viluppo tepido che mi tremava fra le braccia....
Con uno sforzo tremendo respinsi il comando della coscienza
inesorabilmente lucida. Non volevo morire: e per vivere, dovevo piegare.
L’uomo sentì d’aver vinto, abbassò il tono della voce, rallentò il
fiotto delle parole odiose. Forse nella notte aveva esaminata la
situazione, s’era imposta una linea di condotta, aveva sentito svanire
i fumi sentimentali fra cui s’era compiaciuto negli ultimi mesi, s’era
di nuovo trovato pronto a strappare alla vita, senza riguardi, i soli
beni materiali—sufficienti per lui. Forse era sicuro in precedenza
che la minaccia di togliermi il figlio m’avrebbe ricondotta alla
rassegnazione. Si calmò, giunse a sorridere leggermente delle scene
avvenute, come d’una debolezza; credo anche mi chiedesse perdono.
Rimanemmo d’intesa che sarei rimasta in città alcuni giorni ancora,
finchè l’inferma fosse fuori di pericolo.
XIX.
Tre dì dopo la partenza di mio marito incontrai per strada il mio
amico; ero col piccino. Lo vedemmo avanzarsi tra la folla, assorto, un
po’ curvo, e ad un tratto, scorgendoci, trasformarsi per virtù d’un
sorriso splendente. Eravamo per lui una lieta apparizione?
Prese per mano mio figlio, rivolgendogli qualcuna di quelle domande
piene di grave tenerezza che fanno balzare di compiacimento il cuore
dei fanciulli, e che così pochi sanno trovare. Io rivedevo la scena di
poche sere innanzi; e un impeto d’indignazione mi toglieva la forza
di parlare. Bisognò ch’egli mi interrogasse, e allora non potei che
accennare ad una incipiente gelosia di mio marito, all’impossibilità
di veder lui d’ora innanzi in casa mia. Aveva intuita la cosa, ma al
sentirla confermare ebbe un movimento di sdegno. Poi, quando gli dissi
che avevo rinunziato ai propositi d’indipendenza, che per non esser
privata di mio figlio m’ero decisa a riprendere la vita meschina
e falsa, m’avvolse con uno sguardo mesto e quasi fraterno, e non
aggiunse parola. Senza confessarmelo chiaramente, restai un po’ delusa:
mi pareva che un gesto di pietà anche sprezzante, una rampogna, mi
avrebbero più sollevata.
La sera, dopo cena, mentre il bambino giocava sul tappeto accanto alla
stufa, ebbi una prostrazione paurosa.... Ero seduta alla scrivania; mi
trovai col capo tra, le mani, il petto scosso da singhiozzi violenti,
il volto inondato di lagrime. Il piccino restò un momento stordito; non
ricordava, certo, d’avermi mai vista così, piangere forte sola con lui.
Invano mi si strinse alle ginocchia, mi accarezzò il volto, mi disse le
sue puerili frasi d’amore per far cessare il mio pianto. Infine afferrò
la penna sulla scrivania, me la pose tra le dita inerti: «Mamma, mamma,
non piangere; scrivi, mamma, scrivi.... io sto buono; non piangere...!»
Ah, la piega dolorosa di quelle labbruzze fiorenti, la fissità precoce
di quello sguardo umido!... Egli partecipava veramente alla mia
sofferenza con tutta la bravura della piccola anima amorosa. E io non
potevo che accettare anche il suo sacrifizio, io, sua madre, che avevo
sognato per lui tutte le gioie, tutte le vittorie....
Scrivere? La cara piccola anima intuiva anche questo, la necessità per
me di tuffarmi come non mai nel lavoro e nel sogno. Non era geloso, mio
figlio, non era prepotentemente egoista nel suo affetto: pensava alla
mia salvezza, ai bisogni per lui oscuri del mio essere complesso, non
pretendeva di poter riempire lui solo tutta la mia vita.
Ma come afferrarmi a quella penna che mi porgevano i ditini rosei? Che
cosa scrivere? La mia desolazione si rifletteva anche su’ miei sogni,
che diventavano utopie inconsistenti e piene di contrasti ironici.
Il mio pensiero corse naturalmente sull’amico. Egli non aveva saputo
darmi un consiglio. Che cosa ero io per lui? Egli considerava tutti, me
compresa, come fa il passante che si china un momento sopra il bimbo e
lo lascia spaventarsi e piangere per qualche piccolo malanno ch’egli
potrebbe facilmente rimuovere. Potrebbe? Il bimbo quasi lo crede. Io
pure, quasi, l’avevo creduto.
Per la prima volta mi domandavo se la vita ch’egli conduceva, invece
che di purificazione e di perfezionamento, non fosse di raffreddamento,
di inutile crudeltà.... Qual verbo ne poteva scaturire?
Credeva venuta l’ora di dispensarlo al mondo; non mancava che una
preparazione di rito....
E mentre egli preparava la sua liturgia, io naufragavo, la mia amica
agonizzava: avrei pur io potuto morire! Non c’era in tutto questo
qualcosa di mostruoso?
Mi coricai. Il sonno non veniva. Quale ora di lucida coscienza
attraversavo? Dacchè, serrandomi al petto il figliuolo, avevo
rinunciato a’ miei progetti di libertà, non m’ero ancor chiesto
nettamente che cosa attendessi. Ed ecco, le risposte s’incrociavano
ora, contradicendosi, sgomentandomi. Io mi disprezzavo per la mia
debolezza.... Io mi sentivo vile.... Soffrivo senza scopo, senza
sollievo, senza utilità nè per me, nè per mio figlio.... E anelavo alla
gioia come lui nella spontaneità de’ suoi sei anni.... E presentivo
tutte le torture che egli avrebbe provato quando si fosse saputo prezzo
della ignominia materna....
E, ad un tratto, una nuova domanda irruppe: «Se _lui_ ti avesse detto
di resistere, se ti avesse chiesto di lasciare tuo figlio, se ti
avesse proposto di seguirlo, di servirlo, di portare nella sua vita
quell’armonia che vi manca?»
_Lui!_ Viveva dunque quella creatura talmente in me? Era dunque altro
che una guida, un esempio, un conforto?
E un’altra interrogazione fulminea: «L’hai amato?»
Poi ancora: «Avresti lasciato tutto per lui?»
Lo vedevo davanti a me, come l’avevo visto il giorno, contento di
ritrovarmi tra la folla ignara. Era mai stato amato? Non aveva mai
conosciuto il riposo su un seno di donna che lo comprendesse e lo
difendesse dalle ombre paurose del mistero?
Sorella egli mi chiamava.... Ma una sorella non può nulla. Altre egli
doveva averne incontrate, e niuna gli aveva potuto insegnare il
cammino della felicità.... Ed egli ostinato voleva dire agli uomini una
parola di rinunzia, assicurarli che quel cammino è fuor della terra....
Lente, le risposte si succedevano. Sì, s’egli mi avesse chiamata,
alcuni giorni prima, quand’io _credevo in lui_, io l’avrei seguìto; sì,
_per lui_ avrei forse potuto vivere senza mio figlio. In poco tempo
questo grande cambiamento s’era prodotto in me. Alcuni mesi prima,
quando avevo temuto che mio figlio morisse, nessuna figura era sorta
davanti alla mia mente ad affermarmi ch’io avrei ancora potuto vivere
per un altro essere.
Eppure, non era amore quello che sentivo per quell’uomo; non poteva
essere amore; io non desideravo nulla per me da lui, sentivo anzi che
una dedizione da parte sua me l’avrebbe menomato dinanzi agli occhi.
Non potevo sentirmi felice sotto il suo bacio.
Ma inginocchiarmi davanti a lui, adorare la sua anima misteriosa....
servirlo, dargli il mio ingegno, la mia penna, la mia vita, questo
avrebbe potuto avvenire, s’egli avesse voluto.... E mio figlio non si
sarebbe tenuto defraudato.
* * * * *
Bruscamente, in capo ad una settimana, la mia ammalata peggiorò di
nuovo. Il fidanzato questa volta non mi disse nulla: mi aveva guardata
come invocando lui da me una parola di conforto; e io compresi: la
cara era perduta, perduta.... il povero cuore si sarebbe da un momento
all’altro, domani o tra qualche giorno, arrestato di botto....
Perchè allora continuare quella lotta d’ogni minuto, tutti quei rimedi,
tutte quelle cure, dirette non soltanto a sollevare l’inferma, ma a
colpire il male?
Ah, gli è che è impossibile credere veramente alla scienza che
preannunzia la morte in un corpo nel quale la vita vibra! Si crede
piuttosto al miracolo, a un intervento ignoto. Si spera, sino alla fine.
E noi speravamo. Egli colla persona giovanile ed austera, gli occhi
incavati e ardenti dietro gli occhiali, io più attempata in apparenza
della morente, stanca e bianca sotto la ferrea volontà di resistere; in
piedi ai due lati del capezzale, per ore e ore, speravamo.
Ella ci confondeva quasi in una sola persona, come in un’atmosfera
protettiva e fedele. Durante le crisi ci serrava le dita come fra
tenaglie. Poveri occhi azzurri dolenti, povero viso roseo tra i capelli
color di spiga! Nelle tregue cercava strapparci il segreto della sua
sorte per prepararvisi. Ma non credeva di morire, non poteva crederci:
continuava ad intervalli a far progetti e progetti. Parlava d’un paese
lontano, tutto bianco di neve. Quanto tempo dacchè non avea veduto la
neve! Andrebbero insieme, verso i fiordi! Presto, alla prima estate! E
io spiavo l’avviso tremendo sul volto del giovane quando si rialzava
dall’avere ascoltato sul povero petto bianco il battito simile a quello
d’uno stantuffo enorme. Il volto suo si irrigidiva per celare lo
spasimo.
Per quanto tempo?... Non so più; mi parve interminabile; dovette essere
assai breve, invece.
Un mattino la donna mi portò in casa della malata una cartolina di
mio marito, quasi insultante verso di me, indirizzata al bimbo. Tutte
le sue lettere erano ora fredde e pungenti, con allusioni amare sul
«profeta»; non mi domandava più neppure dell’amica.
Questa mi vide impallidire. «È di tuo marito?...» E con un ardito moto
del capo quale le vedevo di frequente a’ suoi bei giorni: «A qualunque
costo, non tornare laggiù....»
La baciai con silenziosa tenerezza. «Se ti prendessero il
bimbo?...»—aggiunse quasi con un soffio. E i suoi occhi erano intensi
come per trasfondermi una volontà.
Il dottore m’aveva consigliato di riposarmi qualche ora e poi di far
una passeggiata col bambino al sole, per esser temprata a passar
un’altra notte in piedi.
Appena a casa afferrai tra le braccia mio figlio, lo tenni a lungo.
Non riposai. Non potevo. Uscii con lui, presi la tramvia di San
Pietro. Volevo vedere la mia vecchia amica, tornata da poco. Nella
piazza, quasi deserta, il colonnato colla sua corona di statue
ondeggianti pareva fremere tutto nell’aria vivida e nel gran silenzio.
Ci avviammo a piedi verso il borgo Santo Spirito, costeggiammo il
muro dell’ospedale; dall’altro lato della strada fanciulli e donne
in cenci interrompevano giochi e chiacchiere per guardarmi nella mia
apparenza di forestiera e tendermi la mano. Cenci appesi lungo i muri,
tanfo nell’aria. Per la salita di Sant’Onofrio ancora cenci, ancora
bimbi ruzzolanti, ancora finestre d’ospizi, graticolate. Un gruppo
di educande con alcune monache discendeva. In alto, al sommo del
Gianicolo, ci fermammo un po’ affannati. Garibaldi, figura di leggenda,
campato nell’azzurro, guardava tranquillo la cupola enorme alla sua
sinistra.
Lo sfavillìo della massa compatta di case, di torri, di alberi che mi
si stendeva sotto gli occhi era intenso, quasi insostenibile. In fondo
i monti si staccavano turchini sul cielo, e lungo i declivi le macchie
candide dei Castelli mandavano anch’esse barbagli. Tra i monti e Roma
la campagna, l’immensità.