Perchè nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi

questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia,

da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte

abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece

pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non

aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta.

Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri,

rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione,

di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse,

e una madre non sopprimesse in sè la donna, e un figlio apprendesse

dalla vita di lei un esempio di dignità? Allora si incomincerebbe a

comprendere che il dovere dei genitori s’inizia ben prima della nascita

dei figli, e che la loro responsabilità va sentita _innanzi_, appunto

allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice. Quando

nella coppia umana fosse la umile certezza di possedere tutti gli

elementi necessari alla creazione d’un nuovo essere integro, forte,

degno di vivere, da quel momento, se un debitore v’ha da essere, non

sarebbe questi il figlio?

Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più

bella in essi la vita, devono esserci grati i figli, non perchè,

dopo averli ciecamente suscitati dal nulla, rinunziamo ad essere noi

stessi....

* * * * *

Quella notte non dormii. Il confuso problema di coscienza intravisto la

prima volta a Roma, mi si imponeva ora con una lucidità implacabile. E

per giorni, per settimane maturai nello spirito ciò che in quella notte

avevo _veduto_.

Avevo formulata la mia legge. Essa avrebbe agito, mi avrebbe

compenetrata, sarebbe diventata istinto, atto, e un giorno senza sforzo

l’avrei seguita, come la rondine che segue le correnti della primavera.

Esteriormente ero più calma, in certi momenti l’idea si impossessava

tanto di me, che io non la riguardavo più se non in astratto, senza

applicarla al mio caso, tanto era limpida e naturale nella sua verità,

tanto era lontana dalla pratica mia e di tutti.

Nessuno se n’avvedeva. La domestica soltanto, la buona vecchia ormai

da tanto tempo abituata ad osservarmi in silenzio, sorprendeva talora

un’espressione troppo intensa, paurosa per lei, sul mio volto, che

per tutti restava quello d’una bimba savia. E avventurava qualche

consiglio, qualche scongiuro: lavorassi, come a’ bei tempi, sperassi,

avessi fede....

La parola pietosa m’inteneriva. Che strana intuizione era in quella

semplice anima devota? Forse era l’influsso della mia costante

presenza: con la mia taciturnità, la mia inquietudine, con le risonanze

che avevano le parole d’indole famigliare, che dovevo rivolgerle, io

l’affascinavo, la suggestionavo, la portavo nella cerchia oscura delle

mie sensazioni.

Ah poter liberamente influire su tutte le creature avide di riscatto,

poter dare un sorriso, una speranza, un’energia a chi ignora e geme e

muore!

La mia forza d’emozione diventava pura, alata, e s’alzava con le albe

e coi tramonti, coi pensieri nobili e coi versi dei poeti. Erano tuffi

nel sole, scalate a vette sublimi di ghiaccio, raccolte di fiori

ideali; attimi di gioia perfetta, come la sensazione improvvisa d’una

fresca carezza di vento primaverile che ci uguaglia alle frondi

novelle, ci fa come esse fremere del semplice piacere della vita. Mi

si formava la convinzione che il genio è eterno solo in quanto il suo

linguaggio è immancabilmente una testimonianza della umiltà e della

dignità umana. Volgono le epoche, tramontano i sogni e le certezze, si

trasformano le nostre brame; ma immutato resta il potere d’amore e di

dolore nella creatura terrena, immutata la facoltà di esaltarsi sino ad

intendere voci fraterne nello spazio in apparenza deserto.

* * * * *

Sopraggiunto l’autunno, fra mio marito e gli operai, come un anno

avanti fra costoro e mio padre, la scissura si accentuò. Mentre gli

affari della fabbrica continuavano a rendere guadagni considerevoli sui

quali il direttore percepiva un buon interesse, i salari si mantenevano

mediocri e i regolamenti durissimi: la mia equità si rivoltava; una

cupa onta m’invadeva sempre più di esser lì, inerte e inerme. Certe

lavoranti che passavano dinanzi al cancello del giardino, a gruppi,

uscendo dalla fabbrica, con un riso sfacciato e sprezzante, mi

sembravano più di me degne di rispetto. E non osando quasi più uscire

di casa, il grande giardino nella pompa autunnale mi vedeva vagare per

ore come un’ombra. Mia madre!... Non le andavo incontro, non vivevo già

un po’ come lei?...

Un malessere, una spossatezza generale mi assalirono: un dubbio mi

traversò un istante la mente: ch’io stessi di nuovo per divenir madre?

Il terrore onde fui investita mi diede una volta ancora la misura della

mia miseria.

Oh, fuggire, fuggire!

Rinnovai a mio marito una domanda già respinta: mi lasciasse andare

presso mio fratello, a Milano, per qualche settimana.

Quando ottenni il consenso, la paura di una nuova maternità era

svanita. Mio marito aveva pure intuito il mio dubbio, e in pochi giorni

la tensione tra noi si era fatta insostenibile. Ci lasciammo senza una

parola: egli aveva un’aria di sfida minacciosa.

Di nuovo la città mi accolse. Era la città della mia fanciullezza,

questa volta. Pur rinunciando a cercare per le strade e per i giardini

la bimba di quindici anni innanzi, io mi sentivo circondare nelle mie

ricognizioni da un’atmosfera famigliare: i viali immersi nella nebbia,

le piazze dai contorni imprecisi, le file dei fanali, la sera, lungo

il Naviglio deserto, mi mostravano la stessa fisionomia d’un tempo. Lì

avevo ricevuto da mio padre la prima impronta intellettuale, lì avevo

appreso il rispetto, quasi il culto per l’energia umana. Fin da bimba

avevo sentito in modo confuso come nella città l’uomo dia una sfida

incessante e superba alla natura per lui limitata e insufficiente. In

verità, circoscrivendo in certo modo la sua prigione, l’uomo si sente

tra le mura cittadine più libero e possente che sotto l’infinito cielo

stellato, che dinanzi al mare e alla montagna incuranti di lui: ciò

spiega anche l’ostentazione del progresso che le metropoli offrono.

Certo, qui come a Roma, come nel villaggio, quasi sempre il motivo

dello sforzo era egoistico: gli esseri si premevano, correvano e

sembravano indifferenti gli uni agli altri. Ma un sordo agitarsi

di coscienze s’intuiva tra quella rete fitta e tumultuosa, nei

grandi sobborghi operai, nelle scuole, nei comizi: coscienze che si

orientavano verso una visione ancora confusa, che trovavano stimolo al

lavoro in qualcosa di non tangibile, in un sentimento di reciprocità,

di solidarietà col passato e coll’avvenire, in una vera estensione

d’amore nello spazio e nel tempo. E alcuni uomini e alcune donne, con

serena pazienza, promovevano quasi da soli tutta quella germinazione.

Un’ideale corrispondenza era fra essi e la mia vecchia amica di Roma:

già in lei avevo ammirato e invidiato il potere animatore e propulsore

che una forte volontà altruistica può esercitare nella città moderna.

Andavo con mia sorella a visitare i luoghi ove s’iniziavano tentativi

di riforma, ove s’abbozzavano gli schemi della convivenza umana

avvenire, e osservavo trepidamente svilupparsi in lei il desiderio di

partecipare, fosse anche in minima parte, all’azione, di non passare

ignara e sterile accanto alla vita. Dacchè era arrivata a Milano,

aveva condotto un’esistenza malinconica, troppo sola sempre e senza

occupazioni. Il babbo viaggiava quasi sempre, malato d’instabilità,

irrequieto e scontento. Nostro fratello s’era impiegato in una

fabbrica, e sperava poter arrivare presto a provveder da solo a sè

e alla fanciulla: frequentava l’Università Popolare, leggeva molto,

aveva alcuni compagni interessanti; ma capiva di trascurar un poco

la sorellina. «Avrebbe bisogno d’una amica: che cosa posso fare io

per lei?» Ella ascoltava, con i suoi grandi occhi dilatati: dolce

fiore di giovinezza che oscillava in esaltamenti e depressioni per la

mancanza appunto d’uno stimolo continuo, vigoroso e tenero insieme.

Temeva d’esser la vittima estrema dell’errore che aveva unito i nostri

genitori, di portare il loro irrimediabile dissidio nel proprio

carattere. Ripeteva: «Se ti avessi vicina un po’ sovente!» E sembrava

scrutarmi nell’anima, interrogare l’avvenire.

Con gioia e timore insieme rilevavo in lei quest’ansia dello spirito,

principio veramente di una più alta esistenza di cui avevo in parte

la responsabilità. Avrebbe la vittoria coronato lo sforzo suo e del

fratello? Entrambi mi rappresentavano l’uomo e la donna d’oggi alla

soglia della vita, la loro tristezza e la loro speranza. Mentre l’una

deve ancora spezzare vincoli esteriori ed interiori per conquistare

la propria personalità, l’altro ha bisogno d’esser visto, d’esser

guardato negli occhi da lei come da un’anima che sa e vuole. Avrebbe

trovato ciascuno l’essere che poteva accompagnarlo nella vita

partecipando a tutte le gioie e a tutti i dolori? In certi momenti mi

dicevo che mi sarei ritenuta fortunata nella mia sventura se avessi

potuto imbattermi, prima di morire, in qualche umana coppia perfetta.

Ripensavo ai due giovani fidanzati intravisti il giorno della morte

della mia amica, a Roma. Sì, qualcuna già poteva, doveva esistere, e

rapidamente suscitarne altri esemplari intorno. Nella mia fantasia

frattanto erano un tormentoso sconforto alla squallida condizione in

cui giacevo. E mi cantavano nella mente le parole che i poeti non

dicevano ancora.

Intermezzo di vita. Mi sentivo alacre, volonterosa, forte. Tutto

quanto avevo accumulato nella mia anima durante i mesi di solitudine

laggiù, balzava adesso in limpide formule. Quasi una purissima gioia

di creazione m’invadeva quando consideravo dentro di me l’ideale

di creature che non portassero più nelle vene come me, come i miei

fratelli e mio figlio, un sangue di perenne contesa; in cui un’unica

volontà parlasse, nell’esempio e nel ricordo di genitori amanti e

attivi, nella speranza d’una sempre maggiore serenità di vita.

Nel futuro, nel futuro. La certezza d’un tale avvenire mi si era

andata formando inavvertitamente, forse dall’adolescenza, forse prima,

quando l’atmosfera penosa della casa ove due cuori avevano cessato di

comprendersi, mi aveva rivolta l’anima alle indagini appassionate.

Come le aveva perseguite il mio temperamento logico ed assoluto, a

traverso ogni ostacolo! A tratti, un senso di ammirazione quasi di

estranea mi prendeva per il cammino da me percorso; avevo la rapida

intuizione di significare qualcosa di raro nella storia del sentimento

umano, d’essere tra i depositari d’una verità manifestantesi qua e là a

dolorosi privilegiati.... E, pensosa, mi chiedevo se sarei riuscita un

giorno ad esprimere per la salvezza altrui una parola memorabile.

XXI.

Mio marito mi ricevette alla stazione del paese con un certo impaccio:

si occupò specialmente del figlio nel tragitto verso casa. A casa la

domestica mi avvolse in uno sguardo trepidante che mi sorprese. Ma

erano lì anche mia suocera e mia cognata; dovetti comporre il volto

alla calma cortesia che usavo con loro, assistere alle feste ch’esse

prodigavano al bimbo un po’ restìo, un po’ annoiato. Osservavo mio

marito e mi stupivo di trovarlo inverosimilmente invecchiato, con

la traccia d’un guasto interno su la maschera pallida e contratta.

Possibile che poche settimane soltanto fossero scorse dacchè ci eravamo

separati? Anni mi parevano: più ancora: mi pareva di non avergli mai

appartenuto, tanto lo sentivo lontano da me, estraneo.

Quando restammo soli, egli mi disse di una indisposizione avuta durante

la mia assenza. Parlava abbondantemente e confusamente. Si trattava

di cosa leggera, un ritorno, diceva, d’un’infezione avuta molti anni

addietro, da soldato.... Qualcosa mi balenò alla mente, come la confusa

reminiscenza di parole udite, quando? in città? dalla dottoressa?—Roba

da nulla, egli ripeteva, senza conseguenze. Aveva dovuto serbare

l’immobilità per alcuni giorni: ora era guarito, ma il medico avrebbe

voluto che continuasse a riposare, ciò che non era possibile.

La narrazione era intercalata da brevi soffocate bestemmie, espressione

famigliare dei suoi rammarichi. Ascoltavo in silenzio, incapace di

rendermi conto esatto della realtà. Egli si alzò, mi prese tra le

braccia, con una esitanza quasi rispettosa che non gli conoscevo;

cercava le mie labbra; istintivamente piegai il capo: egli mi posò

la bocca a sommo della fronte mormorando: «Sei buona tu.... tanto

buona.... non ti merito....»

Coricati, il suo desiderio alitava caldo intorno alle mie membra....

Una frase remota, il ricordo d’un sorriso amaro sul volto della

dottoressa, un giorno, a Roma, mi lampeggiarono di nuovo alla mente. E

un impeto indomabile, selvaggio, di difesa, m’invase. Egli desistè dopo

un istante, ed io restai fremente a lungo come uscita, da un bagno di

fiamme.

Il dì dopo venne il medico d’un paese vicino; parlò di riposo, di

cure, e se ne andò avvolgendomi in uno sguardo ambiguo.

Anche la domestica aveva uno strano modo di guardarmi, o piuttosto,

di distogliere gli occhi dai miei. Infine si lasciò sfuggire che il

padrone era stato in città alcuni giorni dopo la mia partenza, e che al

ritorno si era ammalato. Benchè non l’interrogassi, aggiunse: «Non mi

fate dir altro....»

Non ce n’era bisogno. La fantasia mi tracciava ora una scena dai

contorni sfuggenti: l’uomo che in un giorno d’irritazione andava a

picchiare a una porta infame.... Vedevo l’onta di colui presso i

famigliari, la sua risoluzione di nascondermi tutto, i sotterfugi....

Che cosa poteva in tutto questo sorprendermi? Nulla: come se un

ritratto, alla cui esecuzione avessi assistito giorno per giorno mi si

mostrasse finalmente completo, perfetto.

E non gli dissi una parola: le mie labbra non avrebbero potuto

disserrarsi, anche se l’avessi voluto. Feci preparare in una camera

accanto a quella del bimbo il letto per me, e la sera, prima ch’egli

uscisse dal suo solito giro in fabbrica, lo avvertii. Egli impallidì

un poco: ma forse era preparato, e mostrò non dar importanza al fatto:

«Questione di giorni!»—brontolò.

Un ribrezzo profondo mi dominava ogni volta che lo vedevo rientrare

in casa. Egli manteneva un’aria di vittima infastidita e pareva non

supporre in me nulla di nuovo. Si compiaceva nell’ascoltare ed

esperimentare i consigli empirici di sua sorella. E allorchè non si

lagnava delle malattie che colpiscono chi men se l’aspetta, dava

sfogo all’acredine contro i socialisti che tendevano in quel tempo

a suscitargli uno sciopero. A volte, sorprendendomi seduta accanto

al bimbo, con il capo appoggiato alla testolina di lui, intenta

a leggergli una storia o a commentargli un’incisione, aveva una

contrazione maligna delle labbra e non reprimeva qualche motteggio.

Volevo fare uno scienziato anche di quel poverino?

Studiava il piccino, adesso, e l’intimità dei nostri cuori pareva

aumentare in quel destarsi della sua intelligenza, in quelle prime

emozioni del pensiero. Mentre egli al tavolino faceva i suoi esercizi,

io scrivevo o leggevo, interrompendomi per rispondere alle sue domande.

Passavano minuti di dolcezza e di pace. Poi, quand’egli mi lasciava per

andare e giocare, un gelo m’invadeva.

Sfogliavo in quei giorni con una strana voluttà il «giornale intimo» di

Amiel. Fantasmi popolavano il mio studio, mi apparivano dinanzi fra le

piante del giardino o in mezzo alle vie maestre o in riva al mare: mia

madre giovane accanto alla culla delle mie sorelle, in atto d’accettare

la sua sorte atroce; questo filosofo ammalato, curvo sulla sua

scrivania ad esprimere il suo dolce pessimismo intessuto di lagrime e

di ruggiti repressi; un famoso scrittore nostro, infine, una delle mie

ammirazioni d’adolescente, a cui poco innanzi il figlio ventenne era

morto, vittima forse del dissidio tra i genitori. Simboli sanguinosi

della vanità del sacrificio, esempî terribili del castigo incombente su

ogni coscienza che si suicida.

Non ero io una di queste coscienze? Non mi era bastato il ragionamento

e l’intima persuasione. Avevo continuato ad appartenere ad un uomo

che disprezzavo e che non mi amava: in faccia al mondo portavo la

maschera di moglie soddisfatta, in certo modo legittimando una ignobile

schiavitù, santificando una mostruosa menzogna. Per mio figlio, per non

correre il rischio d’esser privata di mio figlio.

Ed ora, ultima viltà che ha vinto tante donne, pensavo alla morte come

ad una liberazione: mi riducevo anche a lasciare, per morire, mio

figlio: non avevo il coraggio di perderlo per vivere.

E a tratti come un vento di follia m’investiva. La sera, dopo aver

sopportato la conversazione dei parenti, se restavo sola di fronte

all’uomo che mi avviliva coi suoi sguardi e i suoi tentativi di

riconciliazione, mi lasciavo trarre a lanciar parole taglienti contro

i lagni ch’egli esalava sulla crisi dell’industria e l’atteggiamento

degli operai. La mia voce si faceva acuta, quasi smarrivo il

significato delle mie parole. Allora, una vocina m’interrompeva

d’improvviso: «Mamma!», e dopo un momento: «Vieni, mamma!» Mi

riscotevo, mi recavo al buio nella stanzetta ov’era coricato il bimbo.

Egli vedeva la mia ombra nel vano della porta: mi chiamava di nuovo

più sommesso: «Mamma!» E come mi sentiva presso il letticciuolo,

traeva fuori le braccia, m’afferrava il collo, mi attirava il capo

accanto al suo. In silenzio, mi passava una mano sugli occhi, sulle

guance; sentivo il tremore delle dita tepide e morbide.... Che voleva

la cara anima? Accertarsi ch’io non piangevo, che il papà non mi

faceva piangere.... Mi gettavo traverso il letticciuolo e i singhiozzi

montavano, infrenabili; li soffocavo nelle coltri, sentendo di nuovo la

parola tremante: «Mamma!», e il mio viso era bagnato di lagrime mie,

sue.... Imploravo in cuore: Perdono, perdono, figlio! E a lungo restavo

lì, china, senza parole, attendendo per il piccolo essere il sonno

pietoso, per me l’atonìa che segue la crisi.

* * * * *

Un giorno arrivò un telegramma che m’annunziava le condizioni disperate

di un mio zio di Torino, fratello maggiore di mio padre, che mi aveva

sempre dimostrato il suo affetto attraverso i tempi e le vicende, e

più volte mi aveva beneficata con doni e prestiti di danaro, nei tempi

difficili di Roma specialmente. Egli era l’opposto di mio padre, con

tutte le caratteristiche del borghese lavoratore, limitato nelle idee,

ligio alle usanze, soddisfatto di sè, ma profondamente buono. A lui

riportavo tanti miei ricordi d’infanzia, e, nonostante l’immenso

divario di principii e di sentimenti, m’ero sempre commossa ad ogni

incontro col caro vecchio pingue, roseo e burbero, a cui una ventina di

nipoti, figli de’ vari fratelli e sorelle, facevano corona.

Sarei stata in tempo a rivederlo un’ultima volta? M’avrebbe

riconosciuta?

Mio marito mi fece partire la sera stessa, dopo simulati tentennamenti,

dandomi, riguardo al mio contegno verso il ricco zio e i parenti, delle

raccomandazioni che mi gelarono ogni spontaneità. Così sempre la vita,

dunque?

Al mattino, dopo l’eterno viaggio notturno, trovai ad attendermi sotto

la tettoia fumosa mio padre e una sua sorella. Mi chiedevano del mio

stato, mio padre si lagnava delle ferrovie, la zia rimproverava a lui

di non avermi ancora baciata.... Tanti anni che non sentivo le braccia

paterne attorno al mio collo!

Lo zio era morto nella notte.

Era sparita una creatura del mio passato, forse la sola che avesse

pensato a me come ad una pianta dell’antico ceppo. Avvertivo un vuoto,

e insieme come un senso di liberazione.... Così le nuove generazioni

quando si staccano dalle vecchie soffrono e sognano.

Restai a Torino tre giorni. Attorno al cadavere alitavano le brame

dei nipoti, eredi diretti, e quelle d’altri parenti innumerevoli.

Mi sentivo sollevata quando il babbo mi traeva lungi dal lugubre

spettacolo, a camminare con lui per le care tranquille vie della città

nativa. Egli mi parlava un po’ stancamente, e pareva che entrambi

assistessimo ad un ritorno di tenerezza, con mite stupore, rassegnati a

vederla ben presto dileguare. Eravamo ormai ben autonomi, il babbo ed

io, ognuno nella propria strada errata! Non potevamo scambiarci lamenti

o consigli, nè supporre possibile un futuro aiuto vicendevole in un

giorno di riscatto o di disastro; ci limitavamo ad ascoltare ciò che

restava in noi dei comuni entusiasmi d’un tempo, ad osservare ciò che

ancora avevamo d’identico negli istinti e nelle tendenze.

Fu lui a comunicarmi il contenuto del testamento: a me erano assegnate

venticinquemila lire, a’ miei fratelli solamente cinque. Perchè? Ne

provai un’amarezza fortissima, l’impulso subitaneo a dividere la mia

parte con i meno favoriti. E una torbida sensazione di vergogna si

mescolava a questo dispiacere: quasi venissi un poco diminuita ai miei

occhi dalla possessione di quel danaro non guadagnato col mio lavoro,

da quel privilegio, sia pur minimo, che ricevevo non solo sui miei

consanguinei ma su tanti altri fratelli, proprietari unicamente d’un

paio di braccia e di una volontà attiva.

Nondimeno, sormontata l’acuta e complessa contrarietà, non potei non

pensare all’importanza pratica che il fatto assumeva per la mia vita.

Io acquistavo l’indipendenza materiale: quella somma, poca cosa certo,

sarebbe stata sufficiente però ad assicurare il sostentamento di mio

figlio quand’io dovessi col lavoro provvedere a me stessa.

Una clausola del testamento disponeva che esso venisse eseguito solo

sei mesi dopo.

Informai mio marito, annunziando il mio ritorno. Sentivo di poter

essere ora più esigente di fronte a lui; avrei reclamato delle vacanze,

dei viaggi; avrei potuto comperar libri per me e pel figlio, senza

mendicare sempre il permesso....

Una bizzarra ipotesi s’affacciò tra quei vaghi progetti. Io avevo, in

qualche parte della penisola, un amante; lo raggiungevo di tratto in

tratto, mi dissetavo di passione, di ebbrezze, indi rientravo nella

casa triste a riprender il giogo che il mio cuore di madre non riusciva

a rigettare. Non ingannavo nessuno, perchè mio marito sapeva che lo

disprezzavo. Soddisfacevo a un diritto del mio essere, accumulavo la

forza di resistere, di sopportare....

Pazzia! Potevo ben lasciare la briglia alla fantasia, ma, se non vedevo

chiaro quello che avrei fatto, sapevo troppo lucidamente quello che

non avrei fatto mai; avevo la sensazione che l’avvenire già esistesse

dentro di me: una soluzione, facile o difficile, più o meno lontana, ma

certa, quasi fatale.

* * * * *

Ero arrivata al mattino. Il bimbo giocava con le marionette, ed io lo

assistevo, seduta con lui sul tappeto. Mio marito leggeva i giornali,

taciturno; non ci eravamo scambiato ancora una parola.

Venne mia cognata, ilare, leziosa; attendeva da me delle notizie che

non m’affrettavo a darle, e ad un certo punto non resistette: «Dunque,

dunque, siamo ricchi, eh?»

Tenevo la testa china sulla baracca dei burattini, non la sollevai.

Il bimbo non aveva sentito, intento com’era allo spettacolo; ma la

voce stridula continuava, coprendo le parole che suggerivo ai miei

personaggi. «E il nostro caro figliuolo ora ha una fortuna di più! Ah,

voglio vederlo padrone del paese, un giorno!»

I due cari occhi turchini mi fissarono, ora; dicevano: «Continua,

mamma, non dar retta; io non ascolto che te; la mia vita me la fai tu

sola....»

Avanti, sì. Ma alla notte, stavo per coricarmi affranta, quando l’uomo

entrò nella mia camera. Dopo una lotta atroce, sola nel buio, invocai,

una volta ancora, la morte.

E il mattino seguente lo dissi al bimbo, piano: «Forse morirò, sai? Ma

tu non dovrai piangere, dovrai soltanto ricordarti....»

Morire!

Dentro il mio cervello mi pareva di sentire come un groppo, duro

e pesante, che si rimoveva, si sviluppava.... E un pensiero vi si

illuminò sinistramente. Anche _lui_, mio marito, avrebbe potuto _non

esistere più_.... Gli esseri che si agitano intorno a noi muoiono. È

come un alito: spariscono. E tutti gli altri uomini camminano, vi

guardano in faccia, parlano e non lo nominano più.... È come se non

fosse mai esistito....

Così poteva pure avvenire di me.... Ma, e mio figlio?

Invece, ora, _dopo_.... io e mio figlio, soli.... Ecco; giravo per la

casa, mia: nessuno! Uscivo in giardino, nella via.... Ecco il mare,

i paesi lontani. E in questo mondo immenso, liberi, liberi, io e mio

figlio....

Una Donna · 第 14 / 15 段