E se n’era venuta sola in Italia, il paese vagheggiato sin dalla

fanciullezza; aveva fatto l’istitutrice, disegnato per giornali

di mode: l’esito dei primi saggi della sua arte originale l’aveva

incoraggiata a dedicarvisi interamente.

«Certi giorni ha avuto visita da una dama.... _Lady Hunger_, Madonna

Fame—raccontava la coraggiosa.—Era brutta, sai!»

Con lei entrava in casa mia un’onda di gaiezza. Ella riusciva a farmi

ridere come non avevo riso dagli anni infantili; il suo spirito mi

rianimava. Mio marito pure, ascoltandola, smetteva un poco il cipiglio

abituale; l’urtavano in principio quei modi spigliati e inconsciamente

provocanti di una donna artista che conosce la grazia della propria

persona e dei propri atteggiamenti; ma poi quella gioconda vitalità

femminea doveva averlo disarmato, ed anche quell’eleganza originale

degli abiti lunghi, ondeggianti e avvolgenti. Non protestava per

la crescente intimità nostra, ci accompagnava perfino a qualche

spettacolo, quando non era troppo preoccupato per le difficoltà della

sua impresa; ed arrischiava qualche scherzo, che ella accettava per

il suo sapore esotico, ricambiandolo con fini canzonature. Allora mio

marito si eccitava oltre misura. Una volta ch’ella gli fece con pochi

tratti, e ridendo con una punta di sprezzo, una caricatura atroce, egli

mi maltrattò per due giorni, finchè nella seguente visita ella non lo

calmò con alcune parole gentili.

La Rivista festeggiò il suo primo anniversario con un ricevimento. La

disegnatrice aveva allestito una piccola esposizione di bianco e nero,

in cui trionfava una serie di schizzi deliziosi sulla convalescenza

del mio bambino, il quale fu pure ammiratissimo in persona. Io m’ero

lasciata preparare un vestito dall’amica, una semplicissima tunica

bianca che accentuava il mio tipo che dicevano quattrocentesco.

La direttrice passava da un gruppo all’altro, corteggiata dalle

dame. Vedevo per la prima volta da vicino e nei loro parati di

cerimonia le nobili figure che una collega elogiava nella cronaca dei

ricevimenti, delle _garden party_, delle caccie alla volpe: fiori di

serra eccezionalmente curati, alcuni fragili, altri prosperosi, altri

morbosi. Conobbi fra esse due scrittrici, una poetessa che in versi

squisiti esalava una sensualità raffinata e agli spiriti alti quasi

ripugnante; una romanziera cattolica che eccelleva nell’analizzare

degli adulterî di desiderio coronati dal pentimento e dall’elogio

del matrimonio indissolubile. Queste due donne dal temperamento così

somigliante si odiavano e si sorridevano, mentre i loro mariti, due

principi romani militanti l’uno tra i guelfi, l’altro tra i radicali,

si scambiavano dei complimenti freddi.

La disegnatrice, alta, con una clamide di audacissimo giallo, su cui

la testa bionda si ergeva come una spiga, superando colla fronte

quasi tutte le persone nella sala, s’inchinava verso le damine come

su pupattole gentili: pareva appartenere ad un’altra umanità. Le si

avvicinò un momento una robusta matrona, un’attrice tragica quasi

settantenne, appunto mentre un professore, marito di un collega che

si occupava di questioni didattiche, mi chiedeva in tono un po’

pedantesco: «Questo è il regno di _Mulier_ o di _Foemina_?» Io non

potevo rispondere al suo latino, ma indicando verso quelle, gli dissi:

«Ecco due donne!»

Avevo conosciuto l’attrice presso la mia vecchia rivoluzionaria: erano

legate d’intimità da quasi mezzo secolo. Nei loro discorsi passavano

le figure eroiche della indipendenza nazionale. Repubblicana fervente

come il suo grande maestro, Gustavo Modena, l’artista udiva ora

affaticarsi le trombe della fama intorno ad attrici che erano mosse più

dai nervi che dall’anima: ella non aveva mai adulato nè i palchi, nè la

platea e credeva ancora che il teatro fosse una missione.

Accanto a lei tutto il mondo che si agitava in quella sala mi pareva

effimero. Com’erano rare e isolate le vere donne! _Domina_, signora,

m’aveva detto il galante professore. Signora di sè stessa la donna non

era di certo ancora: lo sarebbe mai?

La norvegese mi veniva ora incontro, accompagnata da un giovine alto

come lei, dall’aspetto simpatico di studioso: me lo presentò. Era

un fisiologo già favorevolmente noto. Mi dimostrò subito una grande

cordialità, mentre parevami che la disegnatrice lo incoraggiasse. La

sua simpatia verso di me non era che un riflesso di quella che lo

legava evidentemente all’amica mia: non era difficile, guardandoli

mentre si scambiavano delle osservazioni comuni, sentire che qualcosa

come un intimo consenso li univa nei loro silenzi.

Mio marito restava in un angolo, disorientato, senza saper nascondere

il suo malumore, rasserenandosi soltanto quando la norvegese,

sollecitata da tutte le parti, gli si avvicinava. Gli portai il bimbo,

per dargli modo d’avere un contegno: egli lo respinse: «Vuoi disfartene

per brillare!»

Dolore e sdegnò m’assalirono. Pretestai una indisposizione ed uscimmo.

Nè per istrada nè a casa parlai. A che pro? La sua non era gelosia:

era un livore oscuro, era umiliazione, era manìa d’imporsi, come per

sfida, vedendo affermarsi la possibilità della mia indipendenza. Ed

io non osavo arrestarmi un attimo a considerare l’ironia della mia

condizione!... Perchè avevo quasi terrore che altri lo intuisse? Mi

pareva che una voce dal profondo mi tacciasse d’ipocrita, oltre che di

vile....

* * * * *

L’opera sparsa e faticosa che andavo compiendo non mi confortava

molto delle intime disfatte. Cominciavo a spiegarmi la mancanza in

Italia di un nucleo che disciplinasse i tentativi e le affermazioni

d’indipendenza femminile. La solidarietà femminile laica non esisteva

ancora. Invece il cattolicismo, che aveva sempre imposto alla donna

il sacrificio, consentiva ora ad una certa azione muliebre, ma

sotto la propria sorveglianza. Contro questo nuovo pericolo nessuno

s’agguerriva. Anzi, come ben mi indicava la vecchia amica, i liberi

pensatori di Montecitorio mandavan le loro figlie in istituti retti da

monache, allo stesso modo che quelli del paese laggiù mandavan le mogli

al confessionale.

«Femminismo!—esclamava ella.—Organizzazione d’operaie, legislazione

del lavoro, emancipazione legale, divorzio, voto amministrativo e

politico.... Tutto questo, sì, è un còmpito immenso, eppure non è che

la superficie: bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella

della donna!»

E la buona vecchia, la cui energia contrastava vittoriosamente colla

gravezza penosa della persona, mi portava con lei a vedere le sue opere

nuove o rinnovate. «Agire! questa è la vera propaganda!»

Ella aveva aperto da poco, accanto al riparto femminile dell’ospedale

celtico, ove era ispettrice, una specie di scuola per quelle

disgraziate, una sala bianca dove le inferme potevano ricevere un po’

d’istruzione elementare, leggere qualche libro, ascoltar qualche parola

che agitasse in fondo alla loro povera sostanza calpestata una brama

di rinnovamento, di salvezza. Un giorno entrai anche là. Oh, non vi

rievocherò, dolorose sorelle, in queste pagine! Io devo rivedervi, devo

sentirmi rivelare da voi ancor più cose che non potei in quell’unico

e omai lontano incontro. È un voto che non ho ancora sciolto, e che

ho formulato fin d’allora, quando rientrai a casa e mi strinsi al

cuore mio figlio e mi domandai con terrore—la prima volta!—se avrei

potuto custodire illeso quel fiore di vita, avviarlo integro e libero

all’incontro della sua compagna....

Tra le due fasi della vita femminile, tra la vergine e la madre, sta

un essere mostruoso, contro natura, creato da un bestiale egoismo

maschile: e si vendica, inconsapevolmente. Qui è la crisi della lotta

di sesso. La vergine ignara e sognante trova nello sposo un cuore

triste e dei sensi inariditi; fatta donna ed esperta comprende come il

suo amore sia stato prevenuto da una brutale iniziazione. Fra i due

torna spesso l’intrusa, e il solo ricordo avvilisce ogni loro bacio.

Mio figlio! Chi gli avrebbe fatto la sacra rivelazione? Gli avrei mai

potuto dire che egli doveva essere, un giorno, per la sua donna?

V’era nel mondo che si agitava intorno a noi tanto scetticismo, tanta

viltà! Non avevo assistito ad una seduta della Camera dei Deputati,

durante la quale un’interpellanza su la tratta delle bianche era

stata con disinvoltura «liquidata» in cinque minuti da un ministro

che dichiarava esser la legislazione italiana su tale rapporto assai

migliore che in altri paesi, mentre nell’aula quasi spopolata alcuni

onorevoli sbrigavano il loro corriere o chiacchieravano disattenti?

Un deputato clericale gemette lugubremente sulla necessità di questa

«valvola di sicurezza del matrimonio», interrotto dall’interpellante

che chiamava il matrimonio un feticcio a cui si sacrificavano creature

umane. Due sotto-segretari puntavano i binocoli nella tribuna delle

signore pavoneggiandosi: poi si passò ai bilanci....

Mi pareva strano, inconcepibile che le persone colte dessero così poca

importanza al problema sociale dell’amore. Non già che gli uomini

non fossero preoccupati della donna; al contrario, questa pareva la

preoccupazione principale o quasi. Poeti e romanzieri continuavano a

rifare il duetto e il terzetto eterni, con complicazioni sentimentali

e perversioni sensuali. Nessuno però aveva saputo creare una grande

figura di donna.

Questo concetto m’aveva animata a scrivere una lettera aperta ad un

giovane poeta che aveva pubblicato in quei giorni un elogio delle

figure femminili della poesia italiana. Fu un ardimento felice, che

ebbe un’eco notevole nei giornali e fece parlare di _Mulier_ con

visibile soddisfazione dell’editore. Dicevo che quasi tutti i poeti

nostri hanno finora cantato una donna ideale, che Beatrice è un simbolo

e Laura un geroglifico, e che se qualche donna ottenne il canto dei

poeti nostri è quella ch’essi non potettero avere: quella ch’ebbero

e che diede loro dei figli non fu neanche da essi nominata. Perchè

continuare ora a contemplar in versi una donna metafisica e praticare

in prosa con una fantesca anche se avuta in matrimonio legittimo?

Perchè questa innaturale scissione dell’amore? Non dovrebbero i poeti

per primi voler vivere una nobile vita, intera e coerente alla luce del

sole?

Un’altra contraddizione, tutta italiana, era il sentimento quasi

mistico che gli uomini hanno verso la propria madre, mentre così poco

stimano tutte le altre donne.

Questi furono chiamati paradossi da molti giornali, ma alcune lettere

di giovani mi dimostrarono che avevo toccato un tasto vibrante.

Una sera a teatro la vecchia attrice, nel suo palco, aveva avvertito

due lagrime brillarmi negli occhi. Non avevo mai pianto per le finzioni

dell’arte. Sulla scena una povera bambola di sangue e di nervi si

rendeva ragione della propria inconsistenza, e si proponeva di diventar

una creatura umana, partendosene dal marito e dai figli, per cui la

sua presenza non era che un gioco e un diletto. Da vent’anni quella

simbolica favola era uscita da un possente spirito nordico; e ancora

il pubblico, ammirando per tre atti, protestava con candido zelo

all’ultima scena. La verità semplice e splendente nessuno, nessuno

voleva guardarla in faccia!

«Avessi un quarto di secolo di meno!—esclamava la mia grande artista

con la sua voce ancora magica—io l’imporrei!»

Ed ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicare sè

stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera della propria psiche,

composta, sì, d’amore e di maternità e di pietà, ma anche, anche di

dignità umana!

* * * * *

Venne l’estate; due mesi torridi, incerti nei ricordo. Le amiche, il

«profeta», tutti erano fuori di Roma. Il mio lavoro era cresciuto,

nell’assenza della direttrice, andata in montagna a cercar un po’

d’aria fresca e la trama d’un nuovo romanzo. Trovavo nondimeno un’ora

ogni giorno per rifugiarmi col bimbo a Villa Borghese, e mentre egli,

con la felice facoltà di distrazione della sua età, giocava insieme a

compagni improvvisati, io leggevo, riposando ogni tanto gli occhi su le

linee melodiose dei grandi pini.

Mio marito? Non so, non lo rivedo distintamente: ho solo l’impressione

fastidiosa della sua voce un po’ rauca, pronta in ogni momento a

lagnanze e ad offese, della sua fronte accigliata, in cui una nuova

ruga diritta si approfondiva nel mezzo, mentre l’ira gli accentuava

gli zigomi e le mascelle. Una mal repressa ostilità cresceva in lui,

sempre più. Le notti dovevano essere come sempre; non ricordo; penserei

quasi di non esser stata infastidita se non riflettessi ch’egli non

era capace di rispettar la donna sua neanche quando un malessere o la

stanchezza la prostravano.

In realtà non stavo bene: mi si venivano acuendo, da vario tempo,

certi disturbi che sopportavo fin dai primi tempi della mia maternità,

indici dell’intimo dissesto dell’organismo; e talora mi si affacciava

il dubbio che essi avessero qualche causa più segreta, paurosa.... La

dottoressa mia collega, un giorno, discorrendo, m’aveva detto che pel

mondo sono a centinaia di migliaia le donne che non sanno di essere

debitrici di lenti e oscuri travagli ai loro mariti. Non avevo osato

interrogarla in modo preciso; e non l’osai neppure allorchè, verso la

fine di quell’estate, mi sentii tanto sofferente di dover guardare il

letto per più d’una settimana. Mi rialzai sfinita; con una stanchezza

mortale in tutte le membra.

Giungevano intanto lettere tristi delle mie sorelle. Nostro padre era

in uno stato d’irritazione acuta perchè gli operai, organizzatisi

fortemente, minacciavano scioperi. In casa egli trovava un’atmosfera

altrettanto ostile, che doveva aumentargli l’esasperazione. Anche

mio fratello frequentava ora i socialisti del paese, e insieme alle

sorelle ascoltava con passione le parole dell’ingegnere. Una strana

forza di suggestione era in questo giovane! Le fragili anime de’ miei

minori l’avevan tutte esperimentata, ed il timore del padre era quasi

scomparso nella comunione di quell’infiammato spirito teorico. Da due

anni ormai la fidanzata languiva nella passione contesa. Io pensavo

ai suoi fieri e dolci occhi oscuri che dicevano la malìa del sogno

fioritole in cuore. Felice? Ella lo era, certo, malgrado le lagrime

che le faceva versare l’astio crescente tra il padre e l’innamorato.

Nell’inverno avrebbe compiuto i ventun’anni; avrebbe allora lasciata la

casa per quella dello sposo. Era ben decisa. Ma la preoccupava la sorte

dell’altra bimba: avrebbe potuto il fratello tenerle luogo di tutti gli

affetti che le venivano via via mancando?

E frattanto la situazione in fabbrica diventava insostenibile.

Il babbo sfidava gli operai. Minacciava di abbandonare per sempre

l’impresa a cui da tanti anni dava tutto il vigor suo. Non poteva

ammettere un controllo, una volontà emanante dai subalterni.

La minaccia si effettuò. Al principio dell’autunno egli ruppe il

contratto col proprietario, lasciandogli un mese di tempo per

provvedere a una nuova direzione. Mia sorella me ne informava tutta

angosciata per il timore di dover lasciare il paese avanti le nozze.

Con un sorriso un poco amaro dissi a mio marito:

«Ora, dovrebbero chiamar te.... Accetteresti?»

Lo vidi restar sospeso un istante. Poi rispose un no stanco, e troncò

il discorso.

Il mattino seguente, un telegramma di mia cognata avvertiva che il

proprietario della fabbrica, sceso a patti cogli operai, aveva fatto il

nome di mio marito per il posto di direttore.

Mi par di riudire lo scoppio di risa in cui diedi quando sentii il

contenuto del foglietto giallo. Partire, tornar laggiù, veder mio

marito al posto di mio padre.... Che ironia!

Egli tacque. Era turbato. Lo guardai, e mi parve che il viso gli si

atteggiasse istintivamente a una dignità nuova, come se il fatto

d’esser creduto meritevole d’un incarico importante bastasse a

persuadere lui stesso di un valore mai prima sospettato. E, ad un

tratto, la mia gaiezza cadde.

Il «no» della sera innanzi mi tornava alla mente. Una incertezza

sconfortata mi assalse. Egli frattanto, dinanzi alla silenziosa

interrogazione dei miei occhi, sentì la necessità di fingere, di

esprimere indifferenza. E la mia ansietà aumentò.

La sera, una lettera di mia cognata arrivò, che illustrava i fatti

telegrafati, accentuava la sicurezza del nostro ritorno «in patria»

e diceva fra l’altro: «Ricordi? fin da questa Pasqua ti avevo

avvertito....» Egli attendeva da chi sa quanto tempo!

* * * * *

E due giorni dopo giunse la proposta. Condizioni assai buone. Era

l’esistenza assicurata, l’agiatezza in breve volger di mesi, forse

la fortuna col tempo. Avrei dovuto gioire, con quel resto d’orgoglio

che potevo possedere, perchè inaspettatamente s’elevava agli occhi

altrui quegli che già m’aveva fatto compiangere.... Anche avrei dovuto

sentirmi soddisfatta dicendomi che, in fondo, ancora sempre a me e

a mio padre colui doveva la sua fortuna: il babbo, infatti, aveva

suggerito il suo ex-impiegato e lasciava a disposizione di lui la sua

cauzione di parecchie migliaia di franchi: per qual resipiscenza? Forse

semplicemente per stabilire un vincolo col proprio successore, per non

essere staccato del tutto dalla sua creazione.

Tutto il mio essere insorgeva come se un mostruoso pericolo lo

minacciasse: reclamava la vita, la libertà. Chiudendo occhi e orecchi

all’appello delle ragioni altrui, degli altrui diritti e bisogni,

un’unica visione mi atterriva. Ecco: brutalmente, mi si chiudeva la

via dell’avvenire, mi si riconduceva nel deserto. E con me mio figlio,

che avevo voluto salvare dalle influenze dell’ambiente nativo....

Laggiù, noi due, di nuovo, per anni, per tutta la vita forse, con le

mani avvinte e la bocca silenziosa, dì fronte a un popolo di lavoratori

miserandi e pieni d’odio....

XVIII.

Quand’ebbe concluse le trattative, mio marito cadde in una cupa

tristezza. Aveva forse precipitato la decisione per reprimere tosto

ogni mio tentativo di rivolta? E per non assistere agli atti di

meraviglia, ai rimproveri forse che le amiche e i conoscenti ci

avrebbero fatto, al mio dolore mentre preparavo il trasloco, volle fare

il generoso: egli partiva e concedeva che io col bimbo e la domestica

rimanessimo ancora per qualche settimana in città attendendo che mio

padre, il quale andava a stabilirsi a Milano, lasciasse libera la casa

del direttore, a noi destinata: sarebbe allora tornato a riprenderci.

Ma il giorno in cui aveva risoluto di partire, non uscì di casa,

restando taciturno e scontento al tavolino, a scrivere non so che

progetti; i dì seguenti vagò per la città, tutto solo, come invaso

all’improvviso da un furente amore per quella vita vertiginosa da

cui stava per allontanarsi. La sera, veniva la disegnatrice, tornata

allora dalla campagna. La conversazione procedeva stanca, ed era come

un ritornello l’interrogazione: Perchè partite? Ella pareva cedere ad

una malinconia invincibile, parlava del tempo in cui sarebbe rimasta di

nuovo sola, non sopportava di raffigurarmi lontana da lei. Mio marito

la guardava come affascinato.

Una notte—aveva fissato la partenza per l’indomani—mi svegliai e

lo sentii spasimare, rivoltarsi nel letto, pronunciare una parola

indistinta. Accesi il lume; aveva la febbre! Respinse ogni aiuto,

nascondendosi sotto le coltri con gesto disperato. Quando mi parve

ch’egli si fosse acquetato, forse assopito, rientrai in letto, al buio.

Dopo un poco lo intendevo chiamare, in un sogno di delirio la mia

amica....

Povero, povero!... Lottava, l’essere informe, lottava contro la

formidabile forza ch’egli non aveva mai conosciuto, mai ammesso,

l’amore? Da quanto! Forse la verità gli si era palesata solo da pochi

giorni, dacchè aveva deciso la partenza. Forse egli non l’ammetteva

ancora, si pensava debole, malato....

Era il castigo?

La disegnatrice aveva indovinato, forse per la prima. Ed era forse

colla speranza che mio marito lo sapesse da me, ch’ella mi aveva

confidato, al suo ritorno dalla campagna, un suo segreto. Ella amava il

giovane fisiologo che avevo conosciuto al ricevimento della _Mulier_.

Ma questi doveva persuadere i suoi vecchi genitori, cosa difficilissima

e possibile soltanto col tempo. Provvedere alla propria felicità col

dolore dei genitori pareva a lui egoismo.

Mio marito doveva ora notare l’attenzione che io ponevo mio malgrado

nell’osservarlo, e n’era irritato. Sentiva la necessità di mantenersi

al disopra di me. Intanto il mio amor proprio era colpito. In qual modo

spiegare il fatto che io non avessi mai soggiogato quell’uomo che da

dieci anni pure respirava la mia atmosfera, e invece fosse bastato il

riso argentino d’una straniera per sconvolgere tutti i suoi sentimenti?

E una brama acuta di sapere mi prendeva, di sapere che fosse l’essenza

dell’amore, di sapere se quell’uomo era vittima ancor una volta de’

suoi sensi o se la bella creatura l’avesse affascinato con qualche

arcana forza ch’io non possedevo.... E una domanda sorgeva, come da

remote lontananze: «Son io fatta per esser amata?»

Egli partì. L’amica ne fu sollevata. Per qualche giorno ci facemmo una

compagnia quasi continua, dolcissima. Andavamo per le vie, nelle ville,

fra i campi, col piccino in mezzo, un poco immemori, quasi felici in

certi istanti. Ella traeva fuori il suo album, ove schizzava con

rapidità atteggiamenti di mammine, di governanti, di bambini. Passavamo

delle ore nel suo studio ai Parioli, che per me non aveva più segreti.

Era una vasta camera bianca, linda come uno specchio, con alcuni mobili

semplicissimi di legno bianco, tende chiare e due grandi finestre che

guardavano sulla campagna verso la valle del Tevere, fino al Soratte.

Dietro lo studio era una stanzetta buia, con un letto e una seggiola,

nient’altro. Una vedova che abitava una soffitta dirimpetto con quattro

bambini, accudiva alla casa e preparava il pranzo, una volta al giorno;

il thè, che le serviva da cena, l’amica se lo preparava lei stessa.

Per la prima volta ero tratta, quasi senza accorgermene, ad effondere

intero il mio spirito, a tradurre in parole lente e precise le visioni

per cui soltanto, attraverso ogni vicenda, la vita m’era parsa sempre

degna d’esser vissuta. Ella m’ascoltava sorridente. Quando accennavo al

futuro, i miei occhi s’intorbidivano; la cara mi prendeva una mano; non

aveva che quel gesto per darmi coraggio.

Anche a lei l’avvenire s’annunziava indecifrabile; doveva ritenere

impossibile darsi all’uomo che amava, nascondersi con lui per vivere

felici, incuranti dei vincoli sociali. Sola, sola, fino a quando?

Di laggiù, mio marito mi scriveva ingenuamente che si trovava sperduto,

che forse quello non era più luogo per noi, che aveva una smania

furiosa di tornare.... Gli risposi un giorno con tutto il vigore di

pietà umana ch’era in me, facendogli intendere che solo guardando in

viso la verità insieme, potevamo sentirci capaci di gustare la vita

quale il destino ce l’aveva preparata. Che confessasse! Riconoscesse

che le nostre vie erano diverse e la nostra unione una catena anche per

lui!...

Tremavo, così scrivendo: interrogavo veramente la sibilla.

Egli replicò subito col piglio insolente che gli conoscevo da tanti

anni. Negava, mettendo i punti sugli i, negava e accusava....

Non ne soffrivo.... La realtà mi dominava, finalmente. Sentivo in

confuso ch’era necessario agire, senza sapere ancora in qual modo. Una

voce nell’anima cantava senza posa «Sei libera, libera!»

Vedevo nitidamente qual sarebbe stato il mio ufficio nella casa

coniugale che m’attendeva. L’uomo il quale un giorno m’aveva

scongiurata di vivere, ora più che mai non avrebbe cercato in me che il

delirio dei sensi, l’oblio. Ed io, in quest’unica ragione della nostra

convivenza, avrei sentito crescere il disprezzo per me stessa.... No,

no!

Una Donna · 第 11 / 15 段