fanciullezza; aveva fatto l’istitutrice, disegnato per giornali
di mode: l’esito dei primi saggi della sua arte originale l’aveva
incoraggiata a dedicarvisi interamente.
«Certi giorni ha avuto visita da una dama.... _Lady Hunger_, Madonna
Fame—raccontava la coraggiosa.—Era brutta, sai!»
Con lei entrava in casa mia un’onda di gaiezza. Ella riusciva a farmi
ridere come non avevo riso dagli anni infantili; il suo spirito mi
rianimava. Mio marito pure, ascoltandola, smetteva un poco il cipiglio
abituale; l’urtavano in principio quei modi spigliati e inconsciamente
provocanti di una donna artista che conosce la grazia della propria
persona e dei propri atteggiamenti; ma poi quella gioconda vitalità
femminea doveva averlo disarmato, ed anche quell’eleganza originale
degli abiti lunghi, ondeggianti e avvolgenti. Non protestava per
la crescente intimità nostra, ci accompagnava perfino a qualche
spettacolo, quando non era troppo preoccupato per le difficoltà della
sua impresa; ed arrischiava qualche scherzo, che ella accettava per
il suo sapore esotico, ricambiandolo con fini canzonature. Allora mio
marito si eccitava oltre misura. Una volta ch’ella gli fece con pochi
tratti, e ridendo con una punta di sprezzo, una caricatura atroce, egli
mi maltrattò per due giorni, finchè nella seguente visita ella non lo
calmò con alcune parole gentili.
La Rivista festeggiò il suo primo anniversario con un ricevimento. La
disegnatrice aveva allestito una piccola esposizione di bianco e nero,
in cui trionfava una serie di schizzi deliziosi sulla convalescenza
del mio bambino, il quale fu pure ammiratissimo in persona. Io m’ero
lasciata preparare un vestito dall’amica, una semplicissima tunica
bianca che accentuava il mio tipo che dicevano quattrocentesco.
La direttrice passava da un gruppo all’altro, corteggiata dalle
dame. Vedevo per la prima volta da vicino e nei loro parati di
cerimonia le nobili figure che una collega elogiava nella cronaca dei
ricevimenti, delle _garden party_, delle caccie alla volpe: fiori di
serra eccezionalmente curati, alcuni fragili, altri prosperosi, altri
morbosi. Conobbi fra esse due scrittrici, una poetessa che in versi
squisiti esalava una sensualità raffinata e agli spiriti alti quasi
ripugnante; una romanziera cattolica che eccelleva nell’analizzare
degli adulterî di desiderio coronati dal pentimento e dall’elogio
del matrimonio indissolubile. Queste due donne dal temperamento così
somigliante si odiavano e si sorridevano, mentre i loro mariti, due
principi romani militanti l’uno tra i guelfi, l’altro tra i radicali,
si scambiavano dei complimenti freddi.
La disegnatrice, alta, con una clamide di audacissimo giallo, su cui
la testa bionda si ergeva come una spiga, superando colla fronte
quasi tutte le persone nella sala, s’inchinava verso le damine come
su pupattole gentili: pareva appartenere ad un’altra umanità. Le si
avvicinò un momento una robusta matrona, un’attrice tragica quasi
settantenne, appunto mentre un professore, marito di un collega che
si occupava di questioni didattiche, mi chiedeva in tono un po’
pedantesco: «Questo è il regno di _Mulier_ o di _Foemina_?» Io non
potevo rispondere al suo latino, ma indicando verso quelle, gli dissi:
«Ecco due donne!»
Avevo conosciuto l’attrice presso la mia vecchia rivoluzionaria: erano
legate d’intimità da quasi mezzo secolo. Nei loro discorsi passavano
le figure eroiche della indipendenza nazionale. Repubblicana fervente
come il suo grande maestro, Gustavo Modena, l’artista udiva ora
affaticarsi le trombe della fama intorno ad attrici che erano mosse più
dai nervi che dall’anima: ella non aveva mai adulato nè i palchi, nè la
platea e credeva ancora che il teatro fosse una missione.
Accanto a lei tutto il mondo che si agitava in quella sala mi pareva
effimero. Com’erano rare e isolate le vere donne! _Domina_, signora,
m’aveva detto il galante professore. Signora di sè stessa la donna non
era di certo ancora: lo sarebbe mai?
La norvegese mi veniva ora incontro, accompagnata da un giovine alto
come lei, dall’aspetto simpatico di studioso: me lo presentò. Era
un fisiologo già favorevolmente noto. Mi dimostrò subito una grande
cordialità, mentre parevami che la disegnatrice lo incoraggiasse. La
sua simpatia verso di me non era che un riflesso di quella che lo
legava evidentemente all’amica mia: non era difficile, guardandoli
mentre si scambiavano delle osservazioni comuni, sentire che qualcosa
come un intimo consenso li univa nei loro silenzi.
Mio marito restava in un angolo, disorientato, senza saper nascondere
il suo malumore, rasserenandosi soltanto quando la norvegese,
sollecitata da tutte le parti, gli si avvicinava. Gli portai il bimbo,
per dargli modo d’avere un contegno: egli lo respinse: «Vuoi disfartene
per brillare!»
Dolore e sdegnò m’assalirono. Pretestai una indisposizione ed uscimmo.
Nè per istrada nè a casa parlai. A che pro? La sua non era gelosia:
era un livore oscuro, era umiliazione, era manìa d’imporsi, come per
sfida, vedendo affermarsi la possibilità della mia indipendenza. Ed
io non osavo arrestarmi un attimo a considerare l’ironia della mia
condizione!... Perchè avevo quasi terrore che altri lo intuisse? Mi
pareva che una voce dal profondo mi tacciasse d’ipocrita, oltre che di
vile....
* * * * *
L’opera sparsa e faticosa che andavo compiendo non mi confortava
molto delle intime disfatte. Cominciavo a spiegarmi la mancanza in
Italia di un nucleo che disciplinasse i tentativi e le affermazioni
d’indipendenza femminile. La solidarietà femminile laica non esisteva
ancora. Invece il cattolicismo, che aveva sempre imposto alla donna
il sacrificio, consentiva ora ad una certa azione muliebre, ma
sotto la propria sorveglianza. Contro questo nuovo pericolo nessuno
s’agguerriva. Anzi, come ben mi indicava la vecchia amica, i liberi
pensatori di Montecitorio mandavan le loro figlie in istituti retti da
monache, allo stesso modo che quelli del paese laggiù mandavan le mogli
al confessionale.
«Femminismo!—esclamava ella.—Organizzazione d’operaie, legislazione
del lavoro, emancipazione legale, divorzio, voto amministrativo e
politico.... Tutto questo, sì, è un còmpito immenso, eppure non è che
la superficie: bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella
della donna!»
E la buona vecchia, la cui energia contrastava vittoriosamente colla
gravezza penosa della persona, mi portava con lei a vedere le sue opere
nuove o rinnovate. «Agire! questa è la vera propaganda!»
Ella aveva aperto da poco, accanto al riparto femminile dell’ospedale
celtico, ove era ispettrice, una specie di scuola per quelle
disgraziate, una sala bianca dove le inferme potevano ricevere un po’
d’istruzione elementare, leggere qualche libro, ascoltar qualche parola
che agitasse in fondo alla loro povera sostanza calpestata una brama
di rinnovamento, di salvezza. Un giorno entrai anche là. Oh, non vi
rievocherò, dolorose sorelle, in queste pagine! Io devo rivedervi, devo
sentirmi rivelare da voi ancor più cose che non potei in quell’unico
e omai lontano incontro. È un voto che non ho ancora sciolto, e che
ho formulato fin d’allora, quando rientrai a casa e mi strinsi al
cuore mio figlio e mi domandai con terrore—la prima volta!—se avrei
potuto custodire illeso quel fiore di vita, avviarlo integro e libero
all’incontro della sua compagna....
Tra le due fasi della vita femminile, tra la vergine e la madre, sta
un essere mostruoso, contro natura, creato da un bestiale egoismo
maschile: e si vendica, inconsapevolmente. Qui è la crisi della lotta
di sesso. La vergine ignara e sognante trova nello sposo un cuore
triste e dei sensi inariditi; fatta donna ed esperta comprende come il
suo amore sia stato prevenuto da una brutale iniziazione. Fra i due
torna spesso l’intrusa, e il solo ricordo avvilisce ogni loro bacio.
Mio figlio! Chi gli avrebbe fatto la sacra rivelazione? Gli avrei mai
potuto dire che egli doveva essere, un giorno, per la sua donna?
V’era nel mondo che si agitava intorno a noi tanto scetticismo, tanta
viltà! Non avevo assistito ad una seduta della Camera dei Deputati,
durante la quale un’interpellanza su la tratta delle bianche era
stata con disinvoltura «liquidata» in cinque minuti da un ministro
che dichiarava esser la legislazione italiana su tale rapporto assai
migliore che in altri paesi, mentre nell’aula quasi spopolata alcuni
onorevoli sbrigavano il loro corriere o chiacchieravano disattenti?
Un deputato clericale gemette lugubremente sulla necessità di questa
«valvola di sicurezza del matrimonio», interrotto dall’interpellante
che chiamava il matrimonio un feticcio a cui si sacrificavano creature
umane. Due sotto-segretari puntavano i binocoli nella tribuna delle
signore pavoneggiandosi: poi si passò ai bilanci....
Mi pareva strano, inconcepibile che le persone colte dessero così poca
importanza al problema sociale dell’amore. Non già che gli uomini
non fossero preoccupati della donna; al contrario, questa pareva la
preoccupazione principale o quasi. Poeti e romanzieri continuavano a
rifare il duetto e il terzetto eterni, con complicazioni sentimentali
e perversioni sensuali. Nessuno però aveva saputo creare una grande
figura di donna.
Questo concetto m’aveva animata a scrivere una lettera aperta ad un
giovane poeta che aveva pubblicato in quei giorni un elogio delle
figure femminili della poesia italiana. Fu un ardimento felice, che
ebbe un’eco notevole nei giornali e fece parlare di _Mulier_ con
visibile soddisfazione dell’editore. Dicevo che quasi tutti i poeti
nostri hanno finora cantato una donna ideale, che Beatrice è un simbolo
e Laura un geroglifico, e che se qualche donna ottenne il canto dei
poeti nostri è quella ch’essi non potettero avere: quella ch’ebbero
e che diede loro dei figli non fu neanche da essi nominata. Perchè
continuare ora a contemplar in versi una donna metafisica e praticare
in prosa con una fantesca anche se avuta in matrimonio legittimo?
Perchè questa innaturale scissione dell’amore? Non dovrebbero i poeti
per primi voler vivere una nobile vita, intera e coerente alla luce del
sole?
Un’altra contraddizione, tutta italiana, era il sentimento quasi
mistico che gli uomini hanno verso la propria madre, mentre così poco
stimano tutte le altre donne.
Questi furono chiamati paradossi da molti giornali, ma alcune lettere
di giovani mi dimostrarono che avevo toccato un tasto vibrante.
Una sera a teatro la vecchia attrice, nel suo palco, aveva avvertito
due lagrime brillarmi negli occhi. Non avevo mai pianto per le finzioni
dell’arte. Sulla scena una povera bambola di sangue e di nervi si
rendeva ragione della propria inconsistenza, e si proponeva di diventar
una creatura umana, partendosene dal marito e dai figli, per cui la
sua presenza non era che un gioco e un diletto. Da vent’anni quella
simbolica favola era uscita da un possente spirito nordico; e ancora
il pubblico, ammirando per tre atti, protestava con candido zelo
all’ultima scena. La verità semplice e splendente nessuno, nessuno
voleva guardarla in faccia!
«Avessi un quarto di secolo di meno!—esclamava la mia grande artista
con la sua voce ancora magica—io l’imporrei!»
Ed ero più che mai persuasa che spetta alla donna di rivendicare sè
stessa, ch’ella sola può rivelar l’essenza vera della propria psiche,
composta, sì, d’amore e di maternità e di pietà, ma anche, anche di
dignità umana!
* * * * *
Venne l’estate; due mesi torridi, incerti nei ricordo. Le amiche, il
«profeta», tutti erano fuori di Roma. Il mio lavoro era cresciuto,
nell’assenza della direttrice, andata in montagna a cercar un po’
d’aria fresca e la trama d’un nuovo romanzo. Trovavo nondimeno un’ora
ogni giorno per rifugiarmi col bimbo a Villa Borghese, e mentre egli,
con la felice facoltà di distrazione della sua età, giocava insieme a
compagni improvvisati, io leggevo, riposando ogni tanto gli occhi su le
linee melodiose dei grandi pini.
Mio marito? Non so, non lo rivedo distintamente: ho solo l’impressione
fastidiosa della sua voce un po’ rauca, pronta in ogni momento a
lagnanze e ad offese, della sua fronte accigliata, in cui una nuova
ruga diritta si approfondiva nel mezzo, mentre l’ira gli accentuava
gli zigomi e le mascelle. Una mal repressa ostilità cresceva in lui,
sempre più. Le notti dovevano essere come sempre; non ricordo; penserei
quasi di non esser stata infastidita se non riflettessi ch’egli non
era capace di rispettar la donna sua neanche quando un malessere o la
stanchezza la prostravano.
In realtà non stavo bene: mi si venivano acuendo, da vario tempo,
certi disturbi che sopportavo fin dai primi tempi della mia maternità,
indici dell’intimo dissesto dell’organismo; e talora mi si affacciava
il dubbio che essi avessero qualche causa più segreta, paurosa.... La
dottoressa mia collega, un giorno, discorrendo, m’aveva detto che pel
mondo sono a centinaia di migliaia le donne che non sanno di essere
debitrici di lenti e oscuri travagli ai loro mariti. Non avevo osato
interrogarla in modo preciso; e non l’osai neppure allorchè, verso la
fine di quell’estate, mi sentii tanto sofferente di dover guardare il
letto per più d’una settimana. Mi rialzai sfinita; con una stanchezza
mortale in tutte le membra.
Giungevano intanto lettere tristi delle mie sorelle. Nostro padre era
in uno stato d’irritazione acuta perchè gli operai, organizzatisi
fortemente, minacciavano scioperi. In casa egli trovava un’atmosfera
altrettanto ostile, che doveva aumentargli l’esasperazione. Anche
mio fratello frequentava ora i socialisti del paese, e insieme alle
sorelle ascoltava con passione le parole dell’ingegnere. Una strana
forza di suggestione era in questo giovane! Le fragili anime de’ miei
minori l’avevan tutte esperimentata, ed il timore del padre era quasi
scomparso nella comunione di quell’infiammato spirito teorico. Da due
anni ormai la fidanzata languiva nella passione contesa. Io pensavo
ai suoi fieri e dolci occhi oscuri che dicevano la malìa del sogno
fioritole in cuore. Felice? Ella lo era, certo, malgrado le lagrime
che le faceva versare l’astio crescente tra il padre e l’innamorato.
Nell’inverno avrebbe compiuto i ventun’anni; avrebbe allora lasciata la
casa per quella dello sposo. Era ben decisa. Ma la preoccupava la sorte
dell’altra bimba: avrebbe potuto il fratello tenerle luogo di tutti gli
affetti che le venivano via via mancando?
E frattanto la situazione in fabbrica diventava insostenibile.
Il babbo sfidava gli operai. Minacciava di abbandonare per sempre
l’impresa a cui da tanti anni dava tutto il vigor suo. Non poteva
ammettere un controllo, una volontà emanante dai subalterni.
La minaccia si effettuò. Al principio dell’autunno egli ruppe il
contratto col proprietario, lasciandogli un mese di tempo per
provvedere a una nuova direzione. Mia sorella me ne informava tutta
angosciata per il timore di dover lasciare il paese avanti le nozze.
Con un sorriso un poco amaro dissi a mio marito:
«Ora, dovrebbero chiamar te.... Accetteresti?»
Lo vidi restar sospeso un istante. Poi rispose un no stanco, e troncò
il discorso.
Il mattino seguente, un telegramma di mia cognata avvertiva che il
proprietario della fabbrica, sceso a patti cogli operai, aveva fatto il
nome di mio marito per il posto di direttore.
Mi par di riudire lo scoppio di risa in cui diedi quando sentii il
contenuto del foglietto giallo. Partire, tornar laggiù, veder mio
marito al posto di mio padre.... Che ironia!
Egli tacque. Era turbato. Lo guardai, e mi parve che il viso gli si
atteggiasse istintivamente a una dignità nuova, come se il fatto
d’esser creduto meritevole d’un incarico importante bastasse a
persuadere lui stesso di un valore mai prima sospettato. E, ad un
tratto, la mia gaiezza cadde.
Il «no» della sera innanzi mi tornava alla mente. Una incertezza
sconfortata mi assalse. Egli frattanto, dinanzi alla silenziosa
interrogazione dei miei occhi, sentì la necessità di fingere, di
esprimere indifferenza. E la mia ansietà aumentò.
La sera, una lettera di mia cognata arrivò, che illustrava i fatti
telegrafati, accentuava la sicurezza del nostro ritorno «in patria»
e diceva fra l’altro: «Ricordi? fin da questa Pasqua ti avevo
avvertito....» Egli attendeva da chi sa quanto tempo!
* * * * *
E due giorni dopo giunse la proposta. Condizioni assai buone. Era
l’esistenza assicurata, l’agiatezza in breve volger di mesi, forse
la fortuna col tempo. Avrei dovuto gioire, con quel resto d’orgoglio
che potevo possedere, perchè inaspettatamente s’elevava agli occhi
altrui quegli che già m’aveva fatto compiangere.... Anche avrei dovuto
sentirmi soddisfatta dicendomi che, in fondo, ancora sempre a me e
a mio padre colui doveva la sua fortuna: il babbo, infatti, aveva
suggerito il suo ex-impiegato e lasciava a disposizione di lui la sua
cauzione di parecchie migliaia di franchi: per qual resipiscenza? Forse
semplicemente per stabilire un vincolo col proprio successore, per non
essere staccato del tutto dalla sua creazione.
Tutto il mio essere insorgeva come se un mostruoso pericolo lo
minacciasse: reclamava la vita, la libertà. Chiudendo occhi e orecchi
all’appello delle ragioni altrui, degli altrui diritti e bisogni,
un’unica visione mi atterriva. Ecco: brutalmente, mi si chiudeva la
via dell’avvenire, mi si riconduceva nel deserto. E con me mio figlio,
che avevo voluto salvare dalle influenze dell’ambiente nativo....
Laggiù, noi due, di nuovo, per anni, per tutta la vita forse, con le
mani avvinte e la bocca silenziosa, dì fronte a un popolo di lavoratori
miserandi e pieni d’odio....
XVIII.
Quand’ebbe concluse le trattative, mio marito cadde in una cupa
tristezza. Aveva forse precipitato la decisione per reprimere tosto
ogni mio tentativo di rivolta? E per non assistere agli atti di
meraviglia, ai rimproveri forse che le amiche e i conoscenti ci
avrebbero fatto, al mio dolore mentre preparavo il trasloco, volle fare
il generoso: egli partiva e concedeva che io col bimbo e la domestica
rimanessimo ancora per qualche settimana in città attendendo che mio
padre, il quale andava a stabilirsi a Milano, lasciasse libera la casa
del direttore, a noi destinata: sarebbe allora tornato a riprenderci.
Ma il giorno in cui aveva risoluto di partire, non uscì di casa,
restando taciturno e scontento al tavolino, a scrivere non so che
progetti; i dì seguenti vagò per la città, tutto solo, come invaso
all’improvviso da un furente amore per quella vita vertiginosa da
cui stava per allontanarsi. La sera, veniva la disegnatrice, tornata
allora dalla campagna. La conversazione procedeva stanca, ed era come
un ritornello l’interrogazione: Perchè partite? Ella pareva cedere ad
una malinconia invincibile, parlava del tempo in cui sarebbe rimasta di
nuovo sola, non sopportava di raffigurarmi lontana da lei. Mio marito
la guardava come affascinato.
Una notte—aveva fissato la partenza per l’indomani—mi svegliai e
lo sentii spasimare, rivoltarsi nel letto, pronunciare una parola
indistinta. Accesi il lume; aveva la febbre! Respinse ogni aiuto,
nascondendosi sotto le coltri con gesto disperato. Quando mi parve
ch’egli si fosse acquetato, forse assopito, rientrai in letto, al buio.
Dopo un poco lo intendevo chiamare, in un sogno di delirio la mia
amica....
Povero, povero!... Lottava, l’essere informe, lottava contro la
formidabile forza ch’egli non aveva mai conosciuto, mai ammesso,
l’amore? Da quanto! Forse la verità gli si era palesata solo da pochi
giorni, dacchè aveva deciso la partenza. Forse egli non l’ammetteva
ancora, si pensava debole, malato....
Era il castigo?
La disegnatrice aveva indovinato, forse per la prima. Ed era forse
colla speranza che mio marito lo sapesse da me, ch’ella mi aveva
confidato, al suo ritorno dalla campagna, un suo segreto. Ella amava il
giovane fisiologo che avevo conosciuto al ricevimento della _Mulier_.
Ma questi doveva persuadere i suoi vecchi genitori, cosa difficilissima
e possibile soltanto col tempo. Provvedere alla propria felicità col
dolore dei genitori pareva a lui egoismo.
Mio marito doveva ora notare l’attenzione che io ponevo mio malgrado
nell’osservarlo, e n’era irritato. Sentiva la necessità di mantenersi
al disopra di me. Intanto il mio amor proprio era colpito. In qual modo
spiegare il fatto che io non avessi mai soggiogato quell’uomo che da
dieci anni pure respirava la mia atmosfera, e invece fosse bastato il
riso argentino d’una straniera per sconvolgere tutti i suoi sentimenti?
E una brama acuta di sapere mi prendeva, di sapere che fosse l’essenza
dell’amore, di sapere se quell’uomo era vittima ancor una volta de’
suoi sensi o se la bella creatura l’avesse affascinato con qualche
arcana forza ch’io non possedevo.... E una domanda sorgeva, come da
remote lontananze: «Son io fatta per esser amata?»
Egli partì. L’amica ne fu sollevata. Per qualche giorno ci facemmo una
compagnia quasi continua, dolcissima. Andavamo per le vie, nelle ville,
fra i campi, col piccino in mezzo, un poco immemori, quasi felici in
certi istanti. Ella traeva fuori il suo album, ove schizzava con
rapidità atteggiamenti di mammine, di governanti, di bambini. Passavamo
delle ore nel suo studio ai Parioli, che per me non aveva più segreti.
Era una vasta camera bianca, linda come uno specchio, con alcuni mobili
semplicissimi di legno bianco, tende chiare e due grandi finestre che
guardavano sulla campagna verso la valle del Tevere, fino al Soratte.
Dietro lo studio era una stanzetta buia, con un letto e una seggiola,
nient’altro. Una vedova che abitava una soffitta dirimpetto con quattro
bambini, accudiva alla casa e preparava il pranzo, una volta al giorno;
il thè, che le serviva da cena, l’amica se lo preparava lei stessa.
Per la prima volta ero tratta, quasi senza accorgermene, ad effondere
intero il mio spirito, a tradurre in parole lente e precise le visioni
per cui soltanto, attraverso ogni vicenda, la vita m’era parsa sempre
degna d’esser vissuta. Ella m’ascoltava sorridente. Quando accennavo al
futuro, i miei occhi s’intorbidivano; la cara mi prendeva una mano; non
aveva che quel gesto per darmi coraggio.
Anche a lei l’avvenire s’annunziava indecifrabile; doveva ritenere
impossibile darsi all’uomo che amava, nascondersi con lui per vivere
felici, incuranti dei vincoli sociali. Sola, sola, fino a quando?
Di laggiù, mio marito mi scriveva ingenuamente che si trovava sperduto,
che forse quello non era più luogo per noi, che aveva una smania
furiosa di tornare.... Gli risposi un giorno con tutto il vigore di
pietà umana ch’era in me, facendogli intendere che solo guardando in
viso la verità insieme, potevamo sentirci capaci di gustare la vita
quale il destino ce l’aveva preparata. Che confessasse! Riconoscesse
che le nostre vie erano diverse e la nostra unione una catena anche per
lui!...
Tremavo, così scrivendo: interrogavo veramente la sibilla.
Egli replicò subito col piglio insolente che gli conoscevo da tanti
anni. Negava, mettendo i punti sugli i, negava e accusava....
Non ne soffrivo.... La realtà mi dominava, finalmente. Sentivo in
confuso ch’era necessario agire, senza sapere ancora in qual modo. Una
voce nell’anima cantava senza posa «Sei libera, libera!»
Vedevo nitidamente qual sarebbe stato il mio ufficio nella casa
coniugale che m’attendeva. L’uomo il quale un giorno m’aveva
scongiurata di vivere, ora più che mai non avrebbe cercato in me che il
delirio dei sensi, l’oblio. Ed io, in quest’unica ragione della nostra
convivenza, avrei sentito crescere il disprezzo per me stessa.... No,
no!