Venne Natale, cogli arbusti delle rosse bacche sui gradini della

Trinità dei Monti, coi presepi di Piazza Navona, delizia del mio

piccino; venne la stagione dei teatri e delle conferenze, ed il

febbraio coi primi rami fioriti; per le vie stormi di giovani

straniere, alte, bionde e ridenti, passavano recando sulle braccia le

candide nuvole di petali. Talvolta anch’io e il mio bimbo portavamo a

casa quei tenui annunzi primaverili. Dalle pareti alcune fotografie, le

Sibille della Sistina, il tragico e dolce Guidarello sul suo guanciale

di pietra; un calco dell’Erinni dormente, dono della disegnatrice

norvegese; alcuni ritratti, Leopardi, George Sand coi grappoli di

neri capelli, Emerson, Ibsen, figure di geni e di simboli, sembravano

animarsi nei luminosi riflessi dei fiori, lievemente colorirsi.

Scendeva da essi come un conforto alla fatica e alla speranza. Il bimbo

correva a giocare sul terrazzo. Lavorando, continuavo a sentirmi alitar

nello spirito, in maniera confusa, le idee e le imagini accolte durante

la passeggiata, nei prati di Villa Borghese o sulla deserta duna del

fiume.

La sproporzione fra questi pensieri e il lavoro alquanto meccanico

che compievo era grande. Ma non mi dava pena. Ormai le mie velleità

ambiziose di scrittrice eran lontane: trovavo una certa bellezza

anche nel còmpito oscuro di trascegliere notizie e raccogliere dati

di fatto intorno agli argomenti che più mi premevano. E m’indignavo

vedendo piovere in redazione libri mediocri firmati da donne, vere

parodie di libri maschili più in voga, dettati da una vanità ancor più

sciocca di quella delle pupattole mondane di cui l’editore riproduceva

in fotografia gli appartamenti _modern style_. Come mai tutte quelle

«intellettuali» non comprendevano che la donna non può giustificare

il suo intervento nel campo già troppo folto della letteratura e

dell’arte, se non con opere che portino fortemente la sua propria

impronta?

Esprimevo tali considerazioni alla direttrice, trepidando, per la

mia abitudine al silenzio e per timidezza. La direttrice mi guardava

sorridendo con gli occhi miopi, sospirava, e qualcosa come una leggera

ombra passava in essi. Mi pentivo quasi delle mie osservazioni:

immaginava forse che la piccola sconosciuta ch’io ero, il suo

«Perugino» com’ella mi chiamava, osasse giudicare anche la sua opera?

Di quest’opera ella non era del tutto soddisfatta, lo sapevo: e

neppure di sè, della sua vita intima doveva esser lieta. Suo marito,

giurista di valore, non era il compagno creato per lei, benchè avesse

intelligenza, cultura, gusto fine, e paresse a tutti un marito e un

padre modello. Non aveva mai intralciato in alcun modo le aspirazioni

della moglie. Si stimavano reciprocamente: per le due figliole

restavano uniti e volevano farsi credere felici. Ma la maggiore di

queste, forse, cominciava a indovinar qualcosa: i suoi diciotto anni

rivelavano una personalità già forte, e sotto la bellissima fronte

venata d’azzurro dovevano maturar propositi di fiera coerenza tra la

sua vita e l’ideale. Ella era l’avvenire. Dinanzi a lei avevo sentito

per la prima volta che v’erano esseri più giovani di me, che avrebbero

potuto ereditar da me qualche favilla e tramandarla più alta nel tempo.

Ma sarebbe mai apparso fuor della mia anima un segno dell’interno fuoco?

La stessa domanda mi pareva di leggere qualche volta negli occhi della

buona vecchia mamma dei miseri, quando nel suo ritiro, ai suoi piedi

su uno sgabello, l’ascoltavo parlarmi della sua vita meravigliosa. Se

la figliuola della direttrice mi rappresentava la speranza del domani,

il formarsi di tutta una umanità muliebre più conscia e dignitosa,

questa donna a cui la fronte splendeva sotto i capelli bianchi era

bene l’immagine del genio femminile manifestatosi attraverso i secoli

in qualche rara individualità più forte d’ogni costrizione di legge

o di costume. Mazziniana fervente nella sua prima gioventù, aveva

trasportato presto la sua forza rivoluzionaria nel campo sociale. Il

suo temperamento la spingeva all’azione diretta e non alla propaganda.

Da trent’anni, dacchè era arrivata alla capitale dalla Lombardia e

s’era unita liberamente con uno scultore illustre, il suo lavoro per

redimere sventure era stato incessante, incalcolabile. La sua pazienza

nel perseguire miglioramenti parziali, riforme d’istituti benefici,

aiuti degli enti pubblici, la sua tenacia nel bussare alle porte dei

ricchi per ottenerne la piccola elemosina, contrastavano stranamente

con la sua credenza nella necessità ultima di sconvolgere col fuoco e

col ferro la massa oppressiva delle istituzioni formate dalle classi

superiori. Aveva mai lasciato intravedere questo terribile pensiero a

qualcuno dei giovani operai che la ascoltavano nella Scuola Popolare

da lei fondata? La sua ricca natura univa l’amore pratico per la vita

umana all’indignata rivolta teorica contro i tarlati ordinamenti; e

nessuno come lei sentiva la tragica bellezza della nostra epoca, coi

suoi sparsi tentativi sociali, coi suoi presentimenti di rivelazioni

scientifiche innovatrici e colla ricerca di nuove idealità oltreumane.

In tanti anni, nell’ambiente artistico e cosmopolita del compagno e

in quello popolare ch’ella studiava, aveva conosciuto grandi poeti

ed ex-galeotti, donne sventurate e donne depravate, uomini di Stato

e fanciulli vagabondi. Anche ora nel suo studiolo apparivano donne e

uomini dai più diversi linguaggi, e sembrava che sfilasse così dinanzi

a lei l’umanità, varia e una. Talvolta udivo costoro parlare d’altre

genti ancora, di moltitudini remote che della vita e dell’universo

hanno una concezione per noi incomprensibile. Il pensiero della

nostra civiltà in cammino su una parte così piccola del pianeta mi si

presentava con sgomento. Roma, sì, era il centro ideale, la comune

patria delle stirpi privilegiate. Ripartivano quei pellegrini che

avevano tante, tante aspirazioni comuni e che non potevano contemplare

una comune opera irradiata da questo cuore del mondo, Roma!

Alternative d’entusiasmi e di scoramenti. La prima volta che penetrai

colla vecchia amica in alcune case del quartiere di San Lorenzo,

sentii divampare improvviso, anche nel mio sangue, l’oscuro istinto

della distruzione.... Su la strada il cielo splendeva intenso: i colli

tiburtini, in fondo, sorgevano come un paese di serenità. E negli

ànditi dei portoni già si obliava il sole; si salivano delle scale,

chiazzate d’acqua, buie; e ai lati dei pianerottoli s’aprivano corridoi

neri, e da questi uscivano donne scarmigliate, il seno mal coperto da

camice sudicie, lo sguardo ostile.... Da quali profondità di orrore

sorgevano le tremende apparizioni? E le voci rauche non imploravano

neppure, davano notizie di malattie, di nascite, di scioperi forzati,

di ferimenti, con indifferenza. Scendeva dai piani superiori qualche

bimba bionda, ancora rosea, ancora coll’arco delle labbra aprentesi ad

un sorriso schietto. Scompariva. E dalle stanze spalancate esalavano

odori insopportabili, e dall’intero casamento, in basso, in alto,

uscivano strilli, lamenti, richiami....

Oh quel paese di serenità che si staccava ancora sull’orizzonte,

lontano, quando tornavo su la strada! Rifugiarsi là, tra il verde e le

acque, dimenticare che degli esseri umani, uguali a me, a mio figlio,

a quella santa creatura che mi guidava, vivono fasciati di cenci, col

respiro corto, colle membra fredde, senza saper neppure che cosa li

tien chiusi in quegli antri con mano dì ferro!

Il dovere era là, nella mischia, in faccia a quella realtà

spaventevole. E lì bisognava trascinare tutti quelli che godono

della luce, dell’aria pura, delle cose belle, semplici o raffinate,

necessarie o superflue; tutti quelli che passeggiano sorridendo tra i

palazzi e le fontane, che si affollano agli spettacoli, che si pigiano

al passaggio di qualche principe o all’inaugurazione di qualche statua

vana. Trascinarli. E quando potessero ancora dimenticare, suonasse pure

l’ora della catastrofe!

* * * * *

Un essere solo m’appariva al di sopra di questo dovere e m’afferrava e

teneva sospesa l’anima oltre ogni visione di male e di bene. Era l’uomo

misterioso che sembrava possedere qualche grande segreto sulla vita, il

«profeta» come la direttrice di _Mulier_ sorridendo lo designava. Mio

marito faceva per lui un’eccezione permettendomi di riceverlo; la fama

ascetica dell’uomo lo rassicurava. Ma le sue visite erano rare e brevi.

Qualche volta ci incontravamo in istrada, e m’accompagnava per un

tratto; abitava nello stesso nostro quartiere Flaminio. Il bambino gli

offriva spontaneamente la manina. Che cosa andava unendo a me e a mio

figlio quella creatura solitaria, enigmatica, forse malata? Egli aveva

l’incosciente bisogno, ogni tanto, di parlare, di lasciar intravedere

qualche barlume di quel mondo in cui, tutto solo, si moveva.... E mi

trovava capace di ascoltarlo. Ma non era neppure un barlume ch’io

vedevo: di concreto non sapevo altro se non che nell’opera a cui egli

lavorava doveva esser racchiusa una parola di estremo beneficio per gli

uomini....

La prima volta m’ero domandato con terrore s’egli era un mistico, un

pazzo. Via via l’impressione paurosa era andata dileguando. Io che

non avevo mai osato addentrarmi negli studi psichici pur riconoscendo

ch’era questa una specie di timidità intellettuale, io mi sorprendevo

ora ad accettar quasi l’ipotesi che quest’uomo potesse svelarmi

qualcosa in cui avrei creduto per virtù occulta.

Egli mi parlava del mistero, degli sforzi compiuti dall’umanità per

affermare un’origine e un destino ultraterreni. Un fascino m’avvolgeva,

e mi sentivo quasi arrossire ricordando la facilità con cui avevo

risolto per mio conto la crisi religiosa nell’ora più grave del mio

passato. Quell’uomo mi significava una potenzialità di sofferenza

spirituale, ch’io, dovevo confessare, non possedevo. Sterile

sofferenza, forse. Ma non era in quello spasimo la nobiltà suprema

dell’essere che tende a superare sè stesso?

E fioriva in me per lui un umile sentimento, materno e figliale

insieme, del tutto nuovo nella mia vita. L’austerità della sua

esistenza, e quella forza singolare del carattere per cui egli si

inibiva ogni confidente abbandono, e il suo aspetto, anche, così

gracile e insieme così fiero, mi attraevano. Se ne accorgeva egli? Non

me lo chiedevo. Ad ogni modo non era in me alcuna manifestazione di

fervore, e neanche mio marito commentava i nostri rapporti.

Parlava poco di sè, come se tutti dovessero ignorare la sua vita di

stenti, lo stoico suo distacco da ogni dolcezza. Pareva che tutto ciò

che il destino ancor metteva, di tanto in tanto, a sua portata, sorrisi

di bimbi, devozione di donne, ristoro di sole, egli lo accettasse

come diretto a una parte insignificante del suo essere, capace ancora

d’allietarsi, ma priva di influenza sul suo spirito e sulla sua volontà.

Doveva aver immensamente sofferto, nel passato. Forse aveva trovato un

rimedio nell’analisi, osservandosi; doveva essersi convinto che l’uomo

soffre di cose meschine. Le privazioni materiali e sentimentali, la

mancanza di pane, di benessere, di cure, di affetto, tutto questo fa

soffrire l’uomo. Ma l’uomo grande è quello che si avvezza a far senza

di tutto questo, che può viver solo, nutrirsi di sè stesso, isolarsi

dall’umanità e dalla vita....

A tale stato voleva condurre tutti noi? Non era ammissibile. E allora,

che significava l’oscura esortazione all’attesa che egli mi rinnovava

di tratto in tratto?

Parlavo di lui colla buona vecchia mamma. Ella lo conosceva da

parecchio tempo, aveva per lui una speciale tenerezza. Lo aveva mai

condotto seco a veder qualche miseria mostruosa?

Sì, ed altre volte egli ne aveva osservate, lontano, a Londra, a Nova

York.

«Vedi, figliuola: egli deve dirsi sempre che ogni tentativo di

rinnovamento sociale è puerile, senza il soccorso della nuova fede

ch’egli vuoi dare agli uomini. Egli cerca un assoluto e nulla è

più inutile, anzi nefasto.... che l’assoluto, quando sappiamo che

tutto muta, e che si muore. Egli cerca probabilmente una nuova prova

dell’immortalità dell’anima, poichè le vecchie non reggono più. Ma gli

uomini hanno creduto fino ad oggi a questa immortalità, e non sono

divenuti migliori....»

Gli occhi le si velavano:

«Nessuno più di me desidererebbe il conforto di ritrovare dopo morte

chi ha amato! Io ho sperato per tanti anni che il destino non mi

facesse sopravvivere al mio compagno. Non è stato così.... Ma la

dolcezza della nostra unione mi avvolge ancora tutta nel ricordo, mi

consente di fare questo ultimo tratto di cammino sola.... Io ho avuto

la mia parte di bene. Cara, bisogna far che l’uomo ami la vita in

quanto essa è suscettibile d’esser bella _per tutti_, materna _verso

tutti_. E non è guardando oltre la morte che si può raggiungere questo

scopo».

Io pensavo a tutte le volte che avevo sentito «staccato» dal mondo,

lontano, quell’uomo. Egli non aveva neppure discepoli; nessuno dei

tanti giovani che s’affollavano nelle redazioni delle riviste maggiori,

ed invocavano in versi «l’atteso», aveva l’impulso d’interrogarlo, di

scandagliare il suo segreto.

La vecchia amica si rassegnava:

«Egli è veramente un _esemplare unico_, ed io mi compiaccio certe

volte con uh po’ d’estetismo che mi sia caduto sotto gli occhi. Ne

arrossisco, perchè, in fondo, egli mi desta una gran compassione.... E

tu, piccina, hai subito un poco il suo fascino? Le donne non sono mai

insensibili alle manifestazioni mistiche.... Se potessi mostrarti il

mio esempio, ti direi che io credo nel mistero, che ho anch’io, come

si dice, le finestre aperte sul mistero. Ma non posso stare tutto il

giorno alla finestra, e c’è tanto da fare in casa!»

Ella sorrideva con una ironia che nascondeva un’appassionata tenerezza.

Come delicatamente ella sfiorava le anime! Avrei mai un giorno potuto

espandere intera la mia con lei? Sentivo lento lento un affanno salire.

Per quella nobile creatura la vita era amore: e se l’amore è tutto

nella vita, io non conoscevo ancora la vita....

* * * * *

Si giunse alla fine di febbraio: l’influenza infieriva, mio figlio

s’ammalò, dapprima senza sintomi gravi, indi rapidamente precipitando

verso il pericolo. Mai quella creaturina era stata inferma: qualcosa mi

trascinò fuor di me, in quei giorni di terrore inobliabili, e di cui

pur non conservo un distinto ricordo. Una sola notte rivivo. Alcuni

accessi nervosi violenti, seguiti da vere allucinazioni, da barlumi di

furore,—per cui il caro viso, ove poco tempo innanzi ancora i cinque

anni sorridevano, diventava irriconoscibile, spaventoso,—avevan fatto

spuntare nella mente mia e degli altri presenti un sinistro fantasma:

meningite.... La parola mi danzava nel cervello, lo riempiva. Si

attendeva la dottoressa. Coperta solo di un accappatoio, tremante pel

gelo della notte e per la febbre che da tre giorni serpeggiava anche

nelle mie fibre, mi curvavo sul bimbo che a volte mi respingeva o

mi guardava àtono senza riconoscermi; mi gettavo su una poltrona lì

presso, mi rialzavo. Per un’ora o due, forse, immaginai mio figlio

perduto, mi raccolsi in questo pensiero, sentii le lagrime, sgorgate

irresistibili alla vista degli spasimi infantili, asciugarsi; mi

chiedevo: «Potrò trovar subito un mezzo per morire, o dovrò giuocar

d’astuzia per deludere la sorveglianza di costoro?» Nessun richiamo

mi veniva dalla vita poi che la vita si chiudeva su mio figlio, su

colui pel quale soltanto avevo riaperto con rassegnazione gli occhi in

un’altra tragica notte....

La crisi nervosa fu superata; per quarant’ore circa dalla boccuccia

rossa non era uscita una parola dettata dall’intelligenza o dalla

volontà; una piega ostinata, amara, l’aveva contratta; gli occhi,

più larghi, sembravano interrogare su ciò che avveniva e inquietarsi

di non comprendere.... Non rivedo le fattezze straziate dal male, ma

risento la sofferenza acuta di quella vista. Avevo la febbre, non

potevo percepire ciò che accadeva in me, e impressioni lancinanti si

succedevano, si confondevano. Ricordo il risveglio, invece: un attimo

divino: il sorriso che si abbozzava su quelle povere piccole labbra,

che irraggiava il visino bianco, mentre una vocetta esile, nuova

e insieme antica, rispondeva alla dottoressa che gli domandava il

nome.... Oh, nome, nome di mio figlio che da quell’ora mi divenisti

parola di vita!

Il male seguì il suo corso regolare: il piccino era docile, quasi

preoccupato lui stesso di guarire; non v’era da lottare per compiere le

prescrizioni mediche. Nei momenti di maggior sollievo, quando la febbre

gli dava requie, egli mi chiedeva: «Che avevo, mamma, l’altra notte?...

Vedevo rosso.... tu non c’eri, tu non c’eri....» E una manina saliva a

carezzarmi il viso. Nella piccola stanza una luce violacea penetrava

mentre i pomeriggi di marzo, di là dalla terrazza, inondavano il cielo

di nubi dorate. Poi, l’ombra subentrava, e le lunghe ore notturne

sfilavano. Io rimanevo sola a vegliare, fin verso l’alba.

La figura di mio marito si disegnava talora torbida nella notte, mentre

restavo con lo sguardo avvinto alle linee incerte e dolci della testina

riversa sul guanciale. Durante il periodo acuto della malattia di

nostro figlio l’avevo visto sinceramente commosso. Ciò non mi aveva

dato un solo fremito, chiusa come ero nel tragico cerchio delle mie

sensazioni materne. Come due estranei, avvicinati momentaneamente

dalla sventura, le nostre persone ritte da un lato e dall’altro del

letticciuolo, non avevano avuto neppure per un istante un moto, un

gesto, l’una verso l’altra....

....L’esistenza adorata era salva, rivolta di nuovo verso l’avvenire.

La consideravo ormai con calma, con la stessa sicura energia con cui

avevo considerato la sua possibile fine. Essa era la parte migliore

di me, che riposava e si ritemprava così, la parte vergine, ignara,

possente, quella che avrebbe debellato ogni insidia, come testè la

morte. Ma l’altra parte, la creatura vegliante, agitata da ricordi e da

presentimenti, debole e incerta nella sua dolorosa esperienza? L’altra

viveva d’una vita intensa come non mai, scrutava senza risultato

le tenebre circostanti, temeva, forse per la prima volta con tale

sincerità, di sè stessa e del suo destino....

Perchè avevo pensato tanto naturalmente alla morte quando mio figlio

era in pericolo? Non esistevo io dunque indipendentemente da lui, non

avevo, oltre al dovere di allevarlo, oltre alla gioia di assisterlo,

doveri miei altrettanto imperiosi?

Tre anni quasi erano trascorsi dal mio tentato suicidio. Durante

l’incessante ascesa avevo voluto persuadermi, persuadendo altrui colla

penna e coll’esempio, che la vita va vissuta per un fine più largo

che non sia quello della felicità individuale, che ogni rinuncia è

possibile e divien facile, quando si giunge a sentire la necessità

del legame sociale. Mi ero esaltata tante volte dinanzi a questa

concezione, mista di ascetismo e di paganesimo, glorificante insieme

l’azione e la contemplazione. Senza le lusinghe di una fede pietosa,

avevo sentito crescere in me forze insospettate, che erano state capaci

di attutire le voci del senso e del cuore.

Illusione! Menzogna! Io che predicavo la forza di vivere, io,

poche notti prima, avevo sentito questa forza estinguersi come per

incanto col suono d’una fievole voce infantile. Il mio ideale di

perfezionamento interiore crollava dinanzi alla realtà di questo fatto:

una cosa sola, ora come tre anni prima, era realmente _viva_ in me,

viva e formidabile: il legame della maternità.

XVII.

La convalescenza del piccino fu lunga: al principio di aprile andammo,

noi due soli, a passare alcuni giorni a Nemi: nel verde rinascente dei

boschi la creatura amata riacquistò finalmente tutta la sua vivacità.

Dolcezza ineffabile di quella nostra solitudine dinanzi alla piccola

conca glauca e silenziosa del lago! Gli occhi di mio figlio, dopo la

malattia, parevano ancor più profondi e pensosi; il sorriso esprimeva

una tenerezza più vibrante. Egli era ormai entrato nella fanciullezza,

ormai i ricordi dovevano cominciare ad imprimerglisi nel cuore. Per

lui, per lui!... La coscienza della mia dedizione, ora ben lucida, mi

avrebbe sorretta?

Mi riposi al lavoro. Tutte le mie colleghe mi avevano dimostrato pietà

e cortesia eccezionali, e tanto l’editore quanto la direttrice erano

stati indulgenti per la mia prolungata assenza.

Mi piaceva percorrere ogni giorno, anche col tempo cattivo, come

una qualunque lavoratrice, il breve tratto di strada da casa mia

all’ufficio della rivista, lottando collo scirocco o colla tramontana.

Giungevo in redazione col volto un poco acceso per la corsa. Sedevo;

tagliavo le pagine delle riviste appena arrivate, dei libri nuovi.

Era una piccola ricognizione nel paese della coltura, ove erano

sempre per me regioni inesplorate, qualche mutamento di scena, qualche

rivelazione improvvisa. Notavo quello che mi proponevo di leggere, di

approfondire, o soltanto di sfiorare. E subito desideravo di portar

tutto a casa, di esser sola coi miei tesori sempre rinnovati; ma

l’editore usciva dal suo bugigattolo, sfogliava anch’egli, m’accennava

le «varietà» più insipide, metteva il dito sulle interviste, sulle

cronache del pettegolezzo letterario. La lotta dei romanzieri cattolici

coll’Indice, le conversazioni del Papa, ogni ricevimento intellettuale

della Regina madre: guai a lasciarsi sfuggire qualcosa di tutto ciò.

Facevamo delle distinzioni da causidico fra le redattrici, per poterci

rimbalzare l’una sull’altra questi temi, dei quali i più noiosi erano

talvolta bonariamente assunti dalla direttrice. Ella era talmente ricca

d’immagini e d’aggettivi, che si disimpegnava del lavoro in un attimo.

Dava sempre ragione all’editore: «C’è modo di far passare qualunque

cosa: con un po’ di garbo, caro Perugino, con un po’ di garbo puoi far

l’elogio tanto dello struzzo, provveditore dei cappellini, quanto di

Sant’Antonio, protettore del matrimonio!» E così con una barzelletta

risolveva ogni questione.

Garbo lei ce n’aveva! La disegnatrice norvegese aveva fatto tutta una

serie di caricature sul garbo della direttrice. Buona ragazza! La prima

volta che andai nel suo piccolo studio, sui Parioli, mi pose tra mano,

con un piglio speciale, tutto nordico, misto d’ingenuità e di furberia,

una cartella in cui mi vidi con mia enorme sorpresa disegnata in molti

atteggiamenti, dei quali alcuni mi lusingavano, altri mi stupivano,

molti m’offendevano acutamente nell’intimo. Era come uno specchio,

davanti al quale io non avevo posato e che m’aveva riprodotta quando

meno me l’aspettavo. Credo che per la prima volta mi diedi a riflettere

sull’ironia, questo frutto amaro di terribili delusioni, ch’io non

possedevo nè possederò forse mai, perchè non sarò mai del tutto delusa,

essendo il mio ideale lontano, oltre la mia breve vita.

Quand’ella portò a casa mia alcuni di quei disegni (veniva spesso, dopo

la malattia del mio bambino, per il quale sentiva una vera passione)

mio marito ne rise in modo goffo. Provai un certo dispetto contro

l’amica; ella dovette incominciare a indovinare quali rapporti fossero

tra lui e me.

Per guadagnarsi la mia confidenza mi narrò la sua storia. I suoi

l’avevano data, a sedici anni, a un pastore del suo paese. «Ah che

noia, mia piccola, che noia!» Compresi finalmente il significato vero

di questo ch’era il suo intercalare abituale, sovente impiegato fuor

di proposito. Il vederla raccontare con quella bocca mobilissima,

sempre sorridente,—ma con un sorriso che aveva tutte le sfumature,

dalla letizia al dolore,—col contrasto di quegli occhi d’un azzurro

implacabilmente sereno, la sua vita di cinque anni in casa del suo

santo carceriere, fu per me la rivelazione della grande arte spontanea

e profonda che mi si manifestò di poi nei capolavori nordici.

«Lui mi amava, sai! Eravamo due servi di Dio, e mi amava come una

compagna di servitù. E Dio era sempre presente, in ogni occupazione, a

tutte le ore, in tutti gli angoli della casa. Ah che noia, che noia!»

Un giorno ella gli aveva detto francamente che avrebbe desiderato

«andar lontano da Dio!» Ci fu una disputa. Lui amava prima Dio, poi

lei. Ella gli disse di scegliere....

«Il Dio degli italiani è più divertente—aggiungeva:—si può servirlo

senza stancarsi, perchè in fondo non siamo mica sicuri che lui si

accorga di noi. Quando se n’ha bisogno lo s’invoca, poi lo si saluta e

andiamo pei fatti nostri.»

Una Donna · 第 10 / 15 段