L’apparente sua indifferenza verso i figli sembrava si trasformasse
da qualche tempo in un rancore più e più amaro, smanioso di sfogo.
Forse era per l’influenza della donna colla quale egli passava la
maggior parte del tempo libero dalle occupazioni della fabbrica.
Forse sospettava che noi ci ritenessimo defraudati del denaro ch’egli
spendeva largamente per quella famiglia. In verità io esitavo ancora
nel giudicarlo: mi dicevo ch’egli doveva soffrire dal suo canto
essendosi lasciato sfuggire per sempre il cuore delle sue creature;
ch’egli non era ancora abbastanza lontano dal suo passato di fervore
intellettuale e di tenerezza per non averne un’istintiva nostalgia.
Certe rare volte, nel suo giardino, per qualche accenno ai miei
articoli, di cui sentiva parlare, si dava a discutere, andando da una
pianta all’altra, e mi suscitava ad istanti il ricordo degli anni
infantili, delle suggestive lezioni tra i fiori e le erbe. Mi guardava
con i piccoli occhi dai bagliori metallici, e pareva domandarmi se non
trovavo in lui ancora qualcosa di superiore a tutto ciò che conoscevo;
e uno struggimento angoscioso, una paura indefinibile mi afferrava....
Che misterioso, imperscrutabile avvertimento la vita di quell’uomo!
Quando mio marito vide che, nè spontaneamente, nè in seguito alle
sue ritrattazioni, mio padre lo richiamava, un’onda di disperazione
lo avvolse. Evidentemente non aveva mai fatta l’ipotesi di un simile
avvenimento.
Mi trovavo dunque ad uno svolto del cammino?
Il problema della sussistenza mi lasciava tranquilla; ero stata
abituata da bimba a pensare che chi ha volontà trova sempre di che
vivere e che qualunque lavoro è dignitoso. Ma l’idea di lasciare il
paese stentava a penetrare in mio marito: egli era senza diplomi, quasi
senza denaro, e non più giovane: malgrado l’alto concetto che sempre
avea dimostrato avere di sè, tremava....
E tuttavia sentivo ch’era inevitabile la mia liberazione da
quell’ambiente. Finita l’acquiescenza, per cui da qualche tempo mi
rimproveravo, allo sfruttamento che mio padre esercitava sugli operai
e che mio marito giustificava! Ora mi pareva di riacquistar dignità:
respiravo più tranquilla sopratutto riguardo a mio figlio. Lontano!
Egli avrebbe potuto dimenticare quel luogo che era stato così nefasto a
sua madre, ove tanti malvagi esempî contrastavano alle mie parole!
Lasciai un giorno intravedere questo mio senso di gioia all’amico
dottore. Egli mi guardò, tacque. Dinanzi a quel silenzio provai una
punta al cuore.
Appariva stanco, sfibrato. In paese serpeggiava il tifo, ed egli
andava, dal mattino alla sera, dall’una all’altra casetta di povera
gente, con la persona un po’ curva; la voce sempre un po’ velata di
tristezza doveva dare agli infermi la speranza, doveva confondersi coi
suoni aleggianti intorno a chi muore o teme di morire. E veniva di rado
a trovarmi.
Per alcune settimane si visse così, incerti. Cercar un impiego in
qualche città pareva a mio marito umiliante. Ci rimaneva l’assegno
di mio padre. Ma col congedo dalla fabbrica restava sospeso pure il
lavoro mio di contabilità e il compenso mensile. Come avrei potuto d’or
innanzi adoperare la mia attività per sostenere il bilancio famigliare?
Cedetti a un’ispirazione improvvisa un mattino che mio figlio,
recandomi la posta, ne aveva estratto un fascicolo e me l’aveva pòrto
prima degli altri, col suo fare di piccolo uomo informato riguardo alle
mie predilezioni.
Era infatti una rivista milanese che amavo. Il direttore, un vecchio
combattente della libertà, aveva «lanciato» generosamente più d’un
giovine ingegno, e a me stessa inviava ogni tanto sollecitazioni
affettuose, perchè mi affermassi con qualche lavoro più solido che non
i brevi articoli ch’egli mi pubblicava con premura.
Gli scrissi esponendo le necessità sopravvenutemi.
Egli mi rispose dopo alcuni giorni che nulla avrei potuto fare a
Milano, ma che aveva scritto subito a un editore di Roma, il quale
aveva fondato di recente un periodico femminile. Ricevetti infatti
ben presto una nuova lettera dalla romanziera che m’aveva scritto
mesi avanti, in cui si diceva molto dolente ch’io non avessi ricevuto
la prima, perchè m’avrebbe allora offerto un posto di redattrice
ch’era ora occupato. Nondimeno ella poteva farmi assegnare un piccolo
stipendio per lavori secondari, i quali richiedevano la mia presenza a
Roma, ma non un orario d’ufficio. Ricevevo insieme i numeri di _Mulier_.
L’aspetto della rivista era simpatico, ma con un’impronta di leggerezza
che mi sconfortò alquanto. Il programma aveva alcuni passi eccellenti:
«Lasciate che finalmente anche le donne dicano qualcosa di sè stesse.
Gli uomini fanno dei panegirici o delle requisitorie. Gli uni, anche
alti intelletti e anime profonde, hanno un astio involontario, perchè
la donna, oggi poco intelligente, non li cerca e non li ammira; gli
altri pretendono conoscere la donna perchè hanno fatto molte esperienze
e molte vittime. Costoro non hanno avuto il tempo di conoscerne anche
una sola: conoscono come si vincono i sensi di molte e come si può
trarre da esse il maggior piacere. Niente altro.
«In realtà _la donna_ è una cosa che esiste solo nella fantasia degli
uomini: ci sono _delle donne_, ecco tutto.»
L’articolo, non firmato, era certo della romanziera illustre, che
non aveva ancora creati dei tipi di donna veramente individuali, ma
che forse avrebbe potuto ritrarne qualcuno dei non rari che oggi
incominciano a farsi notare. Esso concludeva: «Noi non promettiamo
molto più di quello che avete sempre veduto: non domandateci troppo.
L’ideale della donna non lo troverete formato di tutto punto in questa
rivista più che non lo troviate nella vita. Noi vogliamo soltanto
aiutare a trarlo fuor dalle nuvole dell’utopia e metterlo innanzi alle
donne d’oggi».
Ma veramente di questo ideale c’era poco nella rivista. Un articolo
d’arte, il profilo di un’attrice, con varie pose, ritratti di duchesse
scollate, resoconti d’avvenimenti sportivi, di feste benefiche, un
articolo d’igiene. Una rubrica dell’estero era la sola parte del
giornale in cui si discuteva di femminismo.
Parlai dell’offerta, senza entusiasmo, a mio marito. Egli sfogliò
accuratamente i fascicoli, rimase a lungo dubbioso. Non temeva per il
colore della rivista, che gli pareva abbastanza temperato, ma pensava
che ci saremmo trovati troppo in soggezione in quell’ambiente di
mondanità. Si tranquillò soltanto quando gli feci osservare che io
potevo lavorare in casa, rimanere isolata. Occorreva risolvere subito.
Che cosa avrebbe potuto egli fare a Roma? Finì per appigliarsi a un
partito che gli pareva facilmente attuabile. Andò da alcuni proprietari
del luogo ed espose il progetto di avviare il commercio dei loro
prodotti a Roma e all’estero. Aderirono molti. Non occorreva un forte
capitale, qualche migliaio di franchi soltanto, per cominciare. Sua
madre, gemendo, glieli promise.
* * * * *
Proprio il giorno avanti la decisione, il dottore s’era posto a letto.
Lo sapevamo estenuato dalla fatica; credemmo si trattasse di una crisi,
forse benefica, e nessuno si impensierì. Soltanto, io mi dolevo che in
quell’ora grave mi mancasse il suo consiglio. E pensavo che oltre alle
mie sorelle egli era il solo per cui avrei sofferto nella mia partenza
dal paese.
Una settimana dopo egli era morto.
Il meningo-tifo, manifestatosi improvviso e violento, aveva atterrato
l’uomo gracile che pareva covare da alcun tempo la morte. Dall’oggi al
domani l’intelletto s’era oscurato, e il corpo aveva lottato, solo, per
alcuni giorni, contro il progressivo sfacelo.... Nessuno poteva credere
alla realtà. L’agonia durò un giorno e una notte; era al capezzale
la madre settantenne, accorsa quando il male s’era manifestato
invincibile; una donna cui i capelli d’argento davano qualcosa
d’augusto, mentre sulle labbra le errava un sorriso di bimba ingenua.
Tempra eccezionale, ella aveva già composto nell’estremo sonno un
figliuolo di vent’anni, soldato; assisteva costantemente il marito
minacciato da paralisi cardiaca, amministrava il patrimonio complicato
della famiglia dispersa; rappresentava il sacrificio attivo e semplice,
incurante d’ogni critica interiore, pago d’una salda speranza
ultraterrena. Io la rivedo in quell’ultima notte del mio povero amico;
con una mano asciugava il sudore della bella fronte divenuta livida,
coll’altra accostava ogni tratto alla bocca già irrigidita, ove appena
poteva infiltrarsi qualche goccia di cordiale, l’immagine d’un santo.
Così spontaneo e tranquillo quell’atto, che pareva quasi impossibile
anche per noi non attendere il miracolo.
Il rantolo sinistro era incominciato quando entrò il prete per
l’estrema unzione. Volevo assistervi, per deferenza verso la
sventurata; ma vi rinunciai dopo i primi istanti. L’intimo mio essere
si ribellava a quel rito insulso a cui lo spirito omai assente aveva
ripugnato in vita. Mi ritrassi nella stanza accanto, ove si trovavano
mio marito, i medici, qualche amico. Giungevano le voci sommesse
delle donne, un coro indistinto che accompagnava quella monotona
del sacerdote: n’avevo il senso d’un sopruso; pregai mio marito
d’accompagnarmi via, a casa, lontano, poichè nulla più per me v’era, in
quel luogo, della persona cara.
All’alba vennero ad annunziarci la morte. Mio marito si alzò ed uscì
subito. Io avrei voluto piangere e non potevo: il mistero, quel mistero
mostruoso ed augusto della _fine_ mi soggiogava. Solo dopo un’ora,
forse più, vinse l’umile istinto, pensai alla perdita ch’io faceva, e
la pietà di me e di quanti non avrebbero mai più sentita la voce ferma
ed affettuosa, si sciolse in lagrime desolate.
Tra le lagrime pensavo che egli m’era stato accanto dal tempo del mio
matrimonio; sei anni. Ambedue così diversi dall’ambiente, così soli! Un
momento la sua anima s’era tesa verso di me: l’avevo sentito. L’avrei
amato? Perchè nulla ci aveva spinti l’una nelle braccia dell’altro,
aveva unito le nostre due energie che forse nell’intimo non erano
estranee? Forse era mancata una parola, un impulso?
Destino! Egli spariva, pensando forse di portar seco il suo segreto.
Io restavo, più che mai sola, ove diretta? per quale fine superiore
salvaguardato dall’odio e dall’amore?
* * * * *
Non ricordo chiaramente gli ultimi giorni passati laggiù, non rammento
alcun particolare....
Rivedo il mio bambino scoppiare in pianto mentre io gli dico di dare
l’addio alla camera ove egli è nato, e donde i mobili son partiti.
Ho l’impressione della stretta alla gola provata quando, andata in
casa de’ miei per salutar mio padre e strappargli una parola buona,
ricevetti poche frasi aspre troncate all’improvviso da una voltata di
spalle.... Come in una nebbia mi si presenta un’altra scena pungente:
mia cognata che scaglia invettive alle mie sorelle sgomente, venute in
casa sua per abbracciarmi l’ultimo dì; e mia suocera che geme senza
fine....
Un’ultima visita a mia madre: un vano appello al passato, la tortura di
quell’occhio senza sguardo, di quella voce un po’ roca che rideva....
Il mare, la campagna, le strade del borgo, in quella fine di settembre,
dovevano avere una fisionomia dolcemente stanca, mandare la migliore
espressione della loro anima.... Dopo undici anni dacchè li avevo visti
per la prima volta, li lasciavo, movendo incontro all’ignoto. Undici
anni tragici, lungo i quali la mia sostanza si era andata foggiando
di lagrime, lagrime di ribellione, lagrime di sommissione, lagrime di
riconoscenza, anche, al Mistero invincibile.... Li lasciavo senza uno
sguardo, quasi fuggissi, quasi temessi di scorgere un riso ironico
nelle loro penombre, l’avvertimento di non stimarmi troppo presto
liberata.
XV.
Pel cielo glorioso le nuvole andavano, tutte avvolte dal sole, mutevoli
e continue: le piazze, le fontane, le case di pietra e le cupole e il
fiume e le pinete incise sull’orizzonte, e il deserto della campagna
e i monti lontani, tutto pareva seguire il lento viaggio delle nubi,
tutto era com’esse immerso nella luce meravigliosa e com’esse appariva
fluido ed eterno.
Anch’io ero già passata sotto quel cielo che ora riguardavo; ed anche
in quel mio passaggio di adolescente l’anima s’era sentita dilatare
al cospetto dell’infinito azzurro. Non ero la medesima, ancora? Non
cominciava ora la giovinezza? Roma appartiene allo spirito che la
desidera con volontà, e mantiene tutto quanto le si chiede con vigore
d’anima. E forse non era tanto lontano il giorno in cui avrei compreso
in un solo sguardo la città unica, l’avrei sentita tutta nel palpito
del mio cuore.... Frattanto, che ebbrezza e che estasi assistere con
mio figlio ai lunghi tramonti di fiamma dalla terrazza del nostro
quartierino, con dinanzi il fiume e Monte Mario, dopo aver lavorato ore
e ore nel silenzio dell’alto studiolo!
Mi sembra di non poter raccontare quei miei primi mesi di vita
romana, così come non ho potuto raccontare la mia infanzia. Tutto
ciò che è succedersi d’impressioni, vita pulsante per eccitazioni
esteriori, scintillìo di immagini, eco di suoni, non può essere da me
risuscitato,...
Città di esaltamento e di pace!
Riserbandomi di penetrare poco per volta la bellezza e la maestà
dei luoghi sacri, esploravo lietamente le parti moderne, che mi
risuscitavano il senso dell’energia umana avuto nella fanciullezza.
Ma ad ogni tratto, dalla confusione e dal frastuono della vita
febbricitante mi trovavo repentinamente trasportata davanti a quadri
di silenzio e di sogno, lontano, in epoche non conosciute quasi,
fuorchè in leggende. Ed erano anche aspetti improvvisi di civiltà
più prossime e più note al mio spirito, e l’impressione talora della
presenza di grandi anime non ancora estinte, non ancora lontane dalla
terra così improntata di loro. Se ero sola o col piccino soltanto e
nulla d’estraneo mi turbava, l’intensità della commozione mi faceva
qualche volta salire alla gola un singhiozzo. L’avvenire si velava,
s’allontanava: il presente appariva più indecifrabile. Ed io, piccola
accanto al mio piccino, quasi dileguavo alla mia stessa coscienza.
Mi riscuotevano presentimenti vaghi di un’altra parola ancora che la
città doveva dirmi. Intorno ai nuclei di pietra che rappresentavano
memorie grandiose o attualità mediocri, sapevo che esistevano cinture
di miseria, agglomeramenti di esseri che la società fingeva d’ignorare
e nei quali intanto fermentava forse il segreto del domani....
Chi me n’aveva parlato così presto? Oh, foste voi, mamma buona mia e
di quanti avete incontrato nella vita! Eravate, quel primo giorno in
cui v’abbracciai, nel vostro ritiro sul Gianicolo. Le pareti coperte
di ritratti, celebri ed ignoti, di grandi uomini e di bambini. La
scrivania ampia, carica di carte. E voi, con la persona un poco
pingue e curva, con qualcosa di mia madre nei tratti del volto, voi
mi chiamaste figliuola, subito, e vi prendeste sulle ginocchia il
mio bimbo, e ci guardaste a lungo entrambi, coll’espressione un poco
astratta dei vostri dolci occhi, come a strapparci il segreto di quella
nostra fusione per cui pareva che la piccola creatura aderisse ancora
alla mia persona. Che cosa indovinaste? Mai, mai ho sentito, in un
silenzio, tanta improvvisa compenetrazione. E quando incominciaste a
parlare, a dirmi di qualcuna delle opere create in tanti anni dalla
vostra meravigliosa volontà di giustizia, mi parve che un tacito
convegno aveste dato alla mia anima....
Poi.... Poi l’ingranaggio del lavoro m’aveva afferrata. _Mulier_ aveva
i suoi uffici accanto a Piazza di Spagna. Io vi andavo due o tre volte
la settimana, ma, come s’era convenuto, sbrigavo a casa il mio còmpito,
ch’era di riassumere e tradurre articoli dai periodici esteri o di
render conto di qualche libro. L’accoglienza della direttrice era
stata cordiale, con una viva sorpresa per la mia giovinezza. Scrivevo
cose tanto serie «con quel piglio di madonnina»!
Avevo subito capito che il suo nome era per la rivista più che
altro una preziosa insegna, ma che in realtà chi disponeva di tutto
nell’azienda era l’editore, un ometto rosso e vivacissimo. L’illustre
scrittrice, poco più che quarantenne, ancor piacente, divideva il suo
tempo fra i suoi romanzi, la sua famiglia e il suo salotto. La sua
fama era incominciata una quindicina d’anni prima, ed ora ella si
trovava in quel momento critico della carriera in cui si riconosce
che la propria arte sta per essere oltrepassata e si comincia a
temere di venir dimenticati. Forse perciò aveva ritenuto conveniente
di non trascurare quel nuovo mezzo che le si offriva di richiamare
a sè l’attenzione del pubblico. Alcune pagine veramente geniali
d’osservazione e d’espressione costituivano il valore della sua opera,
troppo copiosa e poco meditata. Negli ultimi tempi ella aveva bensì
accolto qualcuna delle idee nuove, ma senza passione. Mancandole
ogni ardore d’apostolato, ella non s’indignava di veder la sua
rivista divenire manifestamente una speculazione commerciale. Dietro
l’indolenza di lei, l’attività dell’editore mi pareva simboleggiasse
tutto un gruppo di interessi minacciati dalle nuove tendenze della
donna. Quel piccolo borghese dall’aspetto quasi misero, dai vestiti
sciupati, sempre tappato in un polveroso bugigattolo accanto al salone
della direttrice, rappresentava i mercanti che si arricchiscono sulla
vanità, sulla futilità femminile: introduceva i loro richiami fra le
creazioni delle donne artiste, fra le perorazioni delle emancipatrici,
fra le esortazioni delle consolatici, delle madri sociali.
Il modello era giunto dalla Francia, come pei cappellini. Il buon
gusto della direttrice e la furberia dell’editore s’accordavano nel
dare un certo nesso alle cose disparate che la rivista conteneva. Così
essa poteva introdursi negli ambienti più opposti; e se ad una donna
di seria coltura non poteva offrire che una mezz’ora di svago, alle
gentili oziose, fra l’una e l’altra curiosità poteva forse insinuare
la nozione vaga di un’esistenza più grave che si svolge parallela alla
loro, e anche il senso oscuro ed inquietante della fermentazione di
tutto un mondo nuovo.
Ciò era ben poco vicino al programma scritto dalla direttrice in un
attimo d’entusiasmo. I primi giorni m’ero sentita umiliata, e soltanto
per la necessità di non provocare i sarcasmi di mio marito, avevo
iniziato di buona volontà il mio lavoro, piuttosto gravoso per una
principiante. Egli non mi perdonava di averlo indotto a gettarsi nel
caos cittadino e s’accingeva fiaccamente alla sua impresa; per tanti
anni abituato ad un lavoro metodico, subalterno, la libertà e la
responsabilità gli erano d’impaccio; non riusciva a formarsi per suo
conto un programma quotidiano e si volgeva astiosamente ad osservarmi,
promettendosi certo di farmi sentire la propria autorità al primo
accenno d’indipendenza.
Il maggior vantaggio del mio nuovo impiego era per me la gran quantità
di pubblicazioni di ogni paese che pervenivano alla redazione e
che potevo portarmi a casa per leggere. In seconda linea mettevo
la possibilità di studiare in quel singolare ambiente qualche tipo
caratteristico di donna: una dottoressa in medicina forniva nozioni
d’igiene, fra cui l’editore inseriva gli indirizzi dei profumieri,
delle bustaie e dei medici della bellezza; una norvegese alta,
biondissima, con un nasino all’insù ed occhi azzurri e calmi,
illustrava le novelle e componeva fiabe figurate pei bambini; ad una
giovane signora le cui condizioni di famiglia non consentivano di far
valere altrimenti il suo titolo di nobiltà e la sua «distinzione» s’era
affidata la cronaca mondana. Nel salotto della direttrice, che mio
marito mi permetteva di frequentare ogni tanto, a patto che evitassi di
annodar relazioni, s’incontravano delle personalità di vario valore. Da
un cantuccio, inosservata, avrei potuto acquistare quel concetto della
realtà che i libri non erano capaci di darmi completamente.
Pochi giorni dopo l’inizio del mio lavoro ero stata a vedere la
tipografia ove la rivista si stampava; l’editore m’aveva fatto da
guida, col sorriso lievemente canzonatorio che errava sempre sulle sue
labbra tumide: un compositore aveva sulla sua cassa una mia cartella:
bisognava aggiungere alcune parole per comodo dell’impaginazione; e lì,
nel frastuono delle grandi macchine, avevo visto l’operaio tradurre
immediatamente in caratteri le parole ancor umide; il mio cuore in
petto batteva e i miei occhi si velavano....
Tornavano dunque i tempi delle buone fatiche, quando tra gli operai
di mio padre lavoravo gaia e trepida? Era stato un sogno il lungo
intervallo, i giorni della reclusione laggiù, in un’afosa camera, sola
col mio bimbo, l’anima gonfia di tragiche fantasie?
L’autunno romano svolgeva intorno la sua magnificenza. Io proseguivo
ne’ miei vagabondaggi assaporando tutto l’incanto misterioso degli
spettacoli che mi si svolgevano dinanzi come altrettanti simboli. E
talora mi passavano accanto rapide al par di fantasmi e mi guardavano
per un attimo figure gravi e singolari, scienziati forse, forse
stranieri a cui il sole d’Italia illuminava verità interiori, forse
utopisti che avevano per patria l’avvenire. Ero ancora una romantica,
ecco, e non me ne dolevo: c’era tanta somma di vicende nel passato di
cui vedevo i vestigi, che potevo bene immaginare nel futuro le più
felici possibilità umane.
Mi rivedo nello studiolo, in un pomeriggio di novembre avanzato, col
sole che mi obbliga a farmi schermo della mano agli occhi. Dinanzi
a me è seduto un uomo pallido, emaciato, in cui brillano due occhi
neri e grandi: tutta la testa è bella, serena e tormentata insieme,
e la parte inferiore esprime una volontà sicura, e l’alta fronte una
sovrana pace. Egli interrompe a ogni tratto il suo dire per chinarsi
verso il bambino steso sul tappeto, ai nostri piedi, e fargli scorrer
sui riccioli la mano delicata, pallida. Alle spalle sento mio marito
che sfoglia distrattamente un libro per darsi un contegno. Colui
che parla m’è stato presentato qualche giorno innanzi dalla buona
vecchia amica. Autore di alcuni opuscoli assai commentati, il suo
pseudonimo suggestivo mi era già noto prima: avevo saputo che celava
un alto funzionario dimessosi dal suo ufficio per poter liberamente
difendere il vero; in dura povertà, egli attendeva ad un grande lavoro
filosofico. Il suo sorriso di simpatia spontanea mi aveva tutta
compiaciuta e m’aveva dato l’ardire d’invitarlo in casa mia malgrado la
diffidenza di mio marito.
Egli mi dice tante cose, con una voce calda a cui l’accento meridionale
dà una velatura di dolcezza. Dice senza enfasi, come ascoltando un
dettame interno: sulla donna, sulle leggi, sul costume, esprime la mia
stessa critica, con la vigorosa semplicità che a me manca; ma intorno
alla scienza, intorno ai sistemi di ricostituzione sociale oggi in
voga, le sue parole diventano singolari per ironia, per disprezzo; mi
esorta a ritenermi fortunata per la mia mancanza di studi; demolisce,
seccamente, la base delle vane ed orgogliose ricerche che l’umanità ha
in corso; e, ad un tratto, alzatosi in piedi, sembra che una visione
immensa si stenda dinanzi alla sua anima, per lui soltanto. E subito
egli non parla già più di errori e di follìe, e neppure di sacrifizî;
accarezza di nuovo il bimbo, accenna alla propria infanzia selvaggia,
mi stende la mano con moto rapido, come segnando un patto. Se ne va,
col suo segreto....
Mio marito tace, esce anch’egli dopo un momento; il piccino mi vede
assorta, continua a guardar le immagini di un grosso libro. Penso a mio
padre, ai brividi che certi suoi accenti mi davano negli anni lontani
in cui assorbivo da lui la vita dello spirito. Fino a quel giorno
nessuno più m’era apparso dinanzi come un’individualità libera, come
un interprete della verità, come un maestro. Credevo che l’èra dei
veggenti fosse chiusa: non era dunque vero?
Una vertigine mi afferra, per un attimo. Indi la calma torna. Non sono
pronta ad affrontare qualunque rivelazione? E prima di riprendere
il mio povero lavoro di giornalista guardo dalla terrazza il disco
abbagliante del sole sopra i cipressi di Monte Mario, e le due fasce
incandescenti che lo attraversano e arrossano l’orizzonte. E mi pare
che quel tramonto si fisserà per sempre nel mio ricordo.
XVI.