Attorno a me, frattanto, molte cose prendevano un significato,

attiravano la mia attenzione. Mi accorgevo con lento stupore di non

essermi mai prima chiesta se io avessi qualche responsabilità di quanto

mi urtava o mi impietosiva nel mondo circostante. Avevo mai considerato

seriamente la condizione di quelle centinaia di operai a cui mio padre

dava lavoro, di quelle migliaia di pescatori che vivevano ammucchiati

a pochi passi da casa mia, di quei singoli rappresentanti della

borghesia, del clero, dell’insegnamento, del governo, della nobiltà,

che conoscevo da presso? Tutta questa massa umana non aveva mai

attratto altro che la mia curiosità superficiale; senza esser superba

nè servile, io ero passata fra i due estremi poli dell’organizzazione

sociale sentendomene isolata. Non avevo mai accolta l’idea d’essere una

spostata, a cui l’osservazione del mondo si presentava in circostanze

eccezionalmente favorevoli. Il mio allontanamento dai volumi di scienza

era una colpa assai meno grave di quella che consisteva nell’aver

trascurato di gettar gli occhi sul grande libro della vita.

Ed ora? Non potevo andare fra il popolo, nè rientrare in quell’ambiente

il cui contatto mi era stato fatale; la mia reclusione, per forza

d’abitudine, era diventata ormai così spontanea, che non si sarebbe

potuta rompere senza sommuovere nuovamente l’esistenza della nostra

casa. Dovevo limitarmi a raccogliere l’eco che saliva dalla strada alle

mie stanzette.

Il giovane che mia sorella amava s’era in quell’inverno impegnato

in una lotta che gli aveva alienato del tutto l’animo di mio padre:

organizzava gli operai della fabbrica, li univa per la resistenza; il

socialismo penetrava mercè sua nel paese. Mio padre proibì alle due

ragazze di riceverlo più oltre in casa. La fidanzata era smarrita.

Malgrado la contrarietà di mio marito invitai il giovine ingegnere in

casa mia. Come luccicavano gli occhi della fanciulla la prima volta che

le feci trovar da me, senza preavviso, l’amato! Per lei, per l’altra

bimba, per mio fratello già sedicenne, non poteva far altro, purtroppo,

che assicurare quell’appoggio. Compievo su me uno sforzo riparatore

troppo grande perchè mi avanzasse l’energia di dedicarmi efficacemente

a quei poveri abbandonati del mio sangue.

Dal giovane fui informata con esattezza del movimento che sollevava le

masse lavoratici in tutto il mondo e le opponeva formidabili di fronte

alla classe cui appartenevo.

Egli aveva studiato in Germania, aveva viaggiato, e, tornato nella

sua regione da due anni per dirigere i lavori di un nuovo tronco

ferroviario, aveva sentito il bisogno prepotente di tentare qualcosa

per quelle miserevoli popolazioni, da cui egli era pur germinato.

Mia sorella accettava tutto a priori; le idee vivevano, palpitavano

nel giovane, ed ella non poteva distinguerle da lui. Io discutevo,

m’infervoravo. Lenta nell’espressione, per amor di sincerità e di

esattezza, inesperta nella dialettica, mi provavo poi a riprender la

mia libertà di spirito a tavolino e scrivevo sul quaderno stesso a

cui avevo confidato lo sfogo del mio dolore. Mi compiacevo cedendo

all’impulso, poi arrossivo, assalita dal dubbio di esser vittima d’una

sciocca ambizione incipiente, di _recitare una parte_, come nei tempi

lontani in cui, bimba, mi figuravo davanti allo specchio d’essere una

dama affascinante. Ma continuavo, nondimeno, con impeto.

Pensare, pensare! Come avevo potuto tanto a lungo farne senza? Persone

e cose, libri e paesaggi, tutto mi suggeriva, ormai, riflessioni

interminabili. Talune mi sorprendevano, talaltre, ingenue, mi facevano

sorridere; certe ancora recavano una tale grazia intrinseca, ch’ero

tratta ad ammirarle come se le vedessi espresse in nobili segni,

destinate a commuovere delle moltitudini. La loro varietà era infinita.

Tanta ricchezza era in me? Mi dicevo che probabilmente essa non aveva

nulla di eccezionale, che probabilmente tutti gli esseri ne recano una

uguale nel segreto dello spirito, e solo le circostanze impediscono

che tutte vadano ad aumentare il patrimonio comune. Ma non ero

persuasa dell’ipotesi. Tanta incoscienza e noncuranza erano intorno!

Il dottore avrebbe potuto fornire una base ai miei studi colla sua

scienza, ma egli non si curava più di nutrire il suo spirito: le

necessità urgenti della sua professione l’occupavano troppo, e il

suo scetticismo gli faceva apparire troppo ipotetico un mutamento di

condizioni secolari, il sollievo d’una miseria fisiologica ereditaria.

Mi diede però alcuni libri, trattati di biologia, manuali d’igiene, di

storia naturale. E sorrideva con simpatia non priva di canzonatura,

quando gli mostravo che ne avevo tratto sunti e note.

Egli era per me un fenomeno malinconicamente interessante. Mi chiedevo

ancora se erano esistiti e se esistevano dei rapporti intimi fra lui e

mia cognata, e il solo sospetto mi riusciva umiliante. Ma come viveva

egli scapolo? Il caso di mio padre mi faceva fermar l’attenzione sul

fatto sessuale e ne traevo delle riflessioni amare. Ecco, anche questo

giovane, che professava un tal rispetto per me e riconosceva delle

verità superiori, conducendo una vita esemplare secondo le convenzioni

sociali, aveva una vita segreta forse non confessabile....

Chi osava ammettere una verità e conformarvi la vita? Povera vita,

meschina e buia, alla cui conservazione tutti tenevan tanto! Tutti si

accontentavano: mio marito, il dottore, mio padre, i socialisti come

i preti, le vergini come le meretrici: ognuno portava la sua menzogna,

rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili o dannose: quelle

collettive troppo deboli ancora, ridicole quasi di fronte alla paurosa

grandezza del mostro da atterrare!

E incominciai a pensare se alla donna non vada attribuita una parte

non lieve del male sociale. Come può un uomo che abbia avuto una buona

madre divenir crudele verso i deboli, sleale verso una donna a cui dà

il suo amore, tiranno verso i figli? Ma la buona madre non deve essere,

come la mia, una semplice creatura di sacrificio: deve essere _una

donna_, una persona umana.

E come può diventare una donna, se i parenti la dànno, ignara, debole,

incompleta, a un uomo che non la riceve come sua eguale; ne usa come

d’un oggetto di proprietà; le dà dei figli coi quali l’abbandona sola,

mentr’egli compie i suoi doveri sociali, affinchè continui a baloccarsi

come nell’infanzia?

Dacchè avevo letto uno studio sul movimento femminile in Inghilterra e

in Scandinavia, queste riflessioni si sviluppavano nel mio cervello con

insistenza. Avevo provato subito una simpatia irresistibile per quelle

creature esasperate che protestavano in nome della dignità di tutte

sino a recidere in sè i più profondi istinti, l’amore, la maternità,

la grazia. Quasi inavvertitamente il mio pensiero s’era giorno per

giorno indugiato un istante di più su questa parola: «emancipazione»,

che ricordavo d’aver sentito pronunciare nell’infanzia, una o due

volte, da mio padre seriamente, e poi sempre con derisione da ogni

classe d’uomini e di donne. Indi avevo paragonato a quelle ribelli la

gran folla delle inconsapevoli, delle inerti, delle rassegnate, il

tipo di donna plasmato nei secoli per la soggezione, e di cui io, le

mie sorelle, mia madre, tutte le creature femminili da me conosciute,

eravamo degli esemplari. E come un religioso sgomento m’aveva invasa,

lo avevo sentito di toccare la soglia della _mia_ verità, sentito

ch’ero per svelare a me stessa il segreto del mio lungo, tragico e

sterile affanno....

Ore solenni della mia vita, che il ricordo non potrà mai fissare

distintamente e che pur rimangono immortali dinanzi allo spirito!

Ore rivelatici d’un destino umano più alto, lontano nei tempi,

raggiungibile attraverso gli sforzi di piccoli esseri incompleti, ma

nobili quanto i futuri signori della vita!

XIII.

Un fatto di cronaca avvenuto nel capoluogo della provincia, m’indusse

irresistibilmente a scrivere un articoletto e a mandarlo ad un giornale

dì Roma, che lo pubblicò. Era in quello scritto la parola _femminismo_.

E quando la vidi così, stampata, la parola dall’aspro suono mi parve

d’un tratto acquistare intera la sua significazione, designarmi

veramente un ideale nuovo.

Intanto il mio scartafaccio cresceva di mole. Tentativi disparati vi

si succedevano. Accanto ad impressioni visive, alla pittura rapida

di qualche _tipo_, si svolgeva in cento frammenti il filo delle mie

considerazioni sulla vita, tendenti ad orientarsi in una connessione,

in un organismo. Un occulto ardore correva per quei fogli, che io

cominciavo ad amare come qualcosa _migliore di me_, quasi mi rendessero

la mia imagine già purificata e mi convincessero ch’io poteva vivere

intensamente ed utilmente. Vivere! Ormai lo volevo, non più solo per

mio figlio, ma per me, per tutti.

Mi stimavo fortunata nella mia solitudine. L’aspro calvario era ben

sempre sotto a’ miei occhi; guardandolo restavo affascinata dal

pensiero delle innumeri creature che ne salivano uno uguale senza

trovare alla vetta neppure una croce su cui attendere una giustizia

postuma. Donne e uomini; agglomerati e pur così privo ognuno di aiuto!

Quella l’umanità? E chi ardiva definirla in una formula? In realtà la

donna, fino al presente schiava, era completamente _ignorata_, e tutte

le presuntuose psicologie dei romanzieri e dei moralisti mostravano

così bene l’inconsistenza degli elementi che servivano per le loro

arbitrarie costruzioni! E l’uomo, l’uomo pure ignorava sè stesso:

senza il suo complemento, solo nella vita ad evolvere, a godere,

a combattere, avendo stupidamente rinnegato il sorriso spontaneo e

cosciente che poteva dargli il senso profondo di tutta la bellezza

dell’universo, egli restava debole o feroce, imperfetto sempre. L’una e

l’altra erano, in diversa misura, da compiangere.

Nessun libro aveva la virtù di sconvolgere le mie recenti convinzioni;

e nessuno, di quelli che lessi in quel tempo, mi produsse grande

impressione. M’accorsi che il mio senso critico, dopo la lunga

paralisi, s’era come allargato ed intensificato; e insieme scopersi

nel mio spirito una sorta di nostalgia accorata per tutto ciò che la

mia educazione irrimediabilmente aveva trascurato in me. La poesia,

la musica, le arti del colore e della forma, rimanevano per me cose

quasi ignote, mentre l’intero mio essere aspirava all’estasi ch’esse

suscitano; il pensiero di cui vivevo, avrebbe voluto talvolta farsi

alato, confondersi coi raggi e coi suoni. Scrivendo, la mia impotenza

a tradurre liricamente l’oscuro mondo interiore mi dava spesso una

sofferenza acuta; ogni cosa, che non giungevo ad esprimere, ricadeva

per sempre nel baratro ignoto onde era sòrta per un istante.

Nella casa tranquilla una vecchia donna entrata stabilmente al nostro

servizio, adempieva le funzioni domestiche che prima erano state quasi

del tutto a mio carico. Alta e curva, il viso ossuto stranamente brutto

ed espressivo, ella mi aveva destato ripugnanza al primo momento e

mi aveva conquistata di poi subito colla sua intelligenza ed il suo

tatto. La sua storia non era diversa da quella di molte donne del

popolo, prima esauste dalla maternità, poi abbandonate dal marito

emigrato, e infine sfruttate dalle loro medesime creature. Ella la

raccontava timidamente, rivelando una stoica simpatia per la vita. La

mia attenzione l’aveva lusingata: sin dai primi giorni la mia figura

fanciullesca, colla lunga treccia ed il viso roseo così simile a

quello del mio bimbo, era stata per lei oggetto di sorpresa; poi, la

vita solitaria ch’io conducevo e i temi di discorso con mio marito, a

tavola, quand’egli era in vena di ascoltarmi, le avevano infusa una

riverenza timorosa ove si mescolavano orgoglio, devozione, strane

speranze per sè e per i suoi figli.

Presi a considerarla come una compagna, umile e discreta. Non ne

avevo altra! Che sforzi commoventi per comprendermi quando tentavo

di istruirla su qualche soggetto! Se doveva rinunciarvi, crollava le

spalle curve: «Ah, signorina mia, fossi con trent’anni di meno! Chi sa

che avreste fatto di me!»

Ella, con mia suocera e un’altra vecchietta che veniva qualche volta a

lavorar di bianco in casa mia, mi rappresentava al più alto grado la

sommissione del mio sesso, non soltanto alla miseria, ma all’egoismo

dell’uomo. Teste grigie scosse perennemente di un lievissimo tremito,

come dall’istintivo ricordo degli strazî sofferti, teste stanche su cui

spesso lo sguardo non osava mantenersi, quante volte vi ho baciate in

ispirito, non per voi, per una fugace pietà del vostro destino, ma per

l’onda ardente dei propositi che, senza saperlo, gettavate entro al mio

cuore!

Mia madre, dal pauroso asilo, m’incitava anch’ella. Ero persuasa che

se la sventurata avesse incontrato in gioventù un motivo d’azione

fuori della cerchia famigliare, ella non sarebbe stata annientata

dalla sventura. Non credevo io, a ventidue anni, di poter accettare

la vita senza l’amore? Non trovavo anzi una specie di sicurezza nella

convinzione che mai più l’amore m’avrebbe sfiorata?

Non potevo percepire distintamente le deficienze ancor profonde

della mia vita. Riuscendovi, avrei reciso tutti i miei ingenui

entusiasmi. Guai se avessi analizzata la mia vita quotidiana! Ma

esorbitavo talmente da quello che avrebbe dovuto essere il mio circolo,

avevo talmente il senso di compiere uno sforzo eccezionale, che la

contraddizione fra ciò che pensavo, e ciò che subivo, non mi pungeva

nell’anima, non mi dava che un lieve affanno fisico.

A mezzo l’estate un lavoro, che mi si svolgeva in meno da qualche

tempo, mi s’impose, e lo condussi a termine in pochi giorni: una

piccola monografia sulle condizioni sociali della regione in cui

vivevo, tessuta d’osservazioni personali, vibrante d’emozione. La

mostrai al dottore, e quando me la riportò sentii ch’egli era convinto

d’una mia nuova potenzialità; e compresi anche, per istinto, senza

chiedermi se me ne compiacevo o rammaricavo, che in questa attività da

cui ero assorbita, egli avrebbe veduto un ostacolo nuovo al sentimento

che forse nutriva per me in segreto.... Elevandomi mi isolavo dunque

più che mai.

Che importava? Il mio distacco dal mondo, ora, era sincero; dotata

di gioventù e di bellezza, io potevo, mercè la crisi attraversata,

credermi esente per sempre da ogni desiderio di sensi. I rapporti con

mio marito, cui mi rassegnavo con malinconica docilità, non turbavano

il lavorìo della mia coscienza. Allorchè, nelle mie letture o nelle

mie fantasticherie, mi trovavo dinanzi alle figure delle antiche e

moderne ascete, splendenti nel loro candore di ghiaccio, non potevo non

ritenermi per un istante loro sorella.

Ricordo il mattino in cui mi giunse la rivista ov’era inserito fra

scritti importanti lo studio, per cui il dottore mi aveva pazientemente

aiutata in alcune rettificazioni. Il bimbo mi tolse il fascicolo

subito, scoperse la mia firma—non sapeva leggere, ma distingueva

la grafia de’ miei tre nomi—mi sorrise col piccolo sorriso savio e

luminoso che aveva ogni qualvolta considerava nel suo cervellino la

parola stampata. Era quel suo sorriso il premio, l’approvazione

quotidiana del mio sforzo. Pareva dicesse: «Io sento che tu lavori

anche per me, mamma, sento che tu fiorisci, ti espandi, vivi, e perciò

diventi forte e buona, e mi prepari un’esistenza forte e buona....»

Quel mattino risposi al sorriso di mio figlio con uno altrettanto

savio e luminoso. Era come se mi trovassi su di un’altura, col bambino

per mano, e contemplassi un paese smisurato e meraviglioso innanzi di

accingermi a traversarlo, sicura delle mie forze. Dietro e intorno,

nulla. Nel vago e pur imperioso presentimento del futuro una pace

assoluta, un riposante oblìo dominavano.

* * * * *

Qualche settimana dopo mio marito venne a casa tutto preoccupato. Io

avevo ricevuto il dì stesso una lettera d’una scrittrice illustre che

mi invitava a collaborare in un periodico femminile che stava per

fondare, incaricata da una nuova Società editrice. Mi si offriva un

modesto compenso. Speravo vederlo rallegrarsi. Al contrario mi intimò

di tacere. Egli aveva saputo che l’ingegnere fidanzato di mia sorella,

aveva subìta una perquisizione. In quel momento un’onda di reazione

percorreva l’Italia. Mio marito cercò la rivista che portava il mio

articolo, alcune lettere di antichi e nuovi corrispondenti che me ne

complimentavano, e buttò tutto sul fuoco: vi aggiunse un mucchio di

giornali e di riviste; indi si mise a frugare tra le mie carte....

Quell’ora emerge nella mia memoria fra le più amare e insieme le più

profonde della mia vita: notando la meschinità della creatura a cui ero

aggiogata, e vedendomi così definitivamente divisa in ispirito e sola,

sentii il brivido che incutono certi spettacoli in cui il grottesco si

mescola al sublime.

Passato quel panico, continuai a scrivere e a pubblicare. Cominciavo a

ricevere echi delle mie idee in lettere e in articoli. Un professore

italiano, riparato di recente in Svizzera, aveva iniziato meco una

corrispondenza attiva. Sotto i suoi auspici una giovane dottoressa

veneziana mi aveva pure scritto e un’amicizia epistolare s’era presto

annodata fra i nostri due spiriti ferventi. La mia immaginazione

si popolava di figure disparate, che prendevano curiose fisionomie

nell’indeterminatezza dei contorni. Di taluni de’ miei corrispondenti

non tentavo neppure di foggiarmi l’immagine nella mente: uno scienziato

genovese, ad esempio, tutto dedito alla propaganda morale fra i

marinai, era riuscito a divenirmi carissimo e oggetto di culto devoto,

senza che pensassi di conoscere nulla della sua vita privata, della sua

età. Di altri, di certi giovani che pubblicavano articoli o versi negli

stessi periodici in cui collaboravo, vedevo invece subito i visi timidi

o fatui. Le donne mi destavano maggior curiosità: le avrei desiderate

tutte belle; talune mi mandarono i loro ritratti, e questi erano

davvero tutti graziosi....

Sorelle?

Chi sa! Qualche rapida delusione mi pose in guardia. Via via

intravvedevo lo stato delle donne intellettuali in Italia, e il

posto che le idee femministe tenevano nel loro spirito. Con stupore

constatavo ch’era quasi insignificante; l’esempio, in verità, veniva

dall’alto, dalle due o tre scrittrici di maggior grido, apertamente

ostili—oh ironia delle contraddizioni!—al movimento per l’elevazione

femminile. Di ideali d’ogni specie, d’altronde, tutta l’opera

letteraria muliebre del paese mi pareva deficiente: grandi frasi vuote,

senza nesso e senza convinzione. E nell’azione anche, com’eran rare le

donne! La maggior parte straniere.

Le giovanissime, provviste di titoli accademici, avevano quasi disdegno

per la conquista dei diritti sociali. Fra queste era la mia nuova amica

di Venezia, singolare ingegno critico. Fra le attempate più d’una mi

lasciò indovinare d’essere stata torturata e logorata dalla vita; e

apertamente mi esortavano a non gettarmi nella mischia, a temperare i

miei entusiasmi, a perseguire qualche puro sogno d’arte se proprio non

mi bastava l’amore del mio bimbo e del mio nido. Sincere, certo. Le

loro lettere mi lasciavano perplessa.

Mio figlio, piccolo psicologo inconsapevole, afferrava sul mio volto

le sfumature della tristezza e della serenità, taceva quando mi vedeva

assorta, corrugava le ciglia allorchè percepiva malumore fra suo

padre e me.... Io gli rappresentavo tutto ciò che di migliore egli

conosceva in fatto d’umanità: ero la più savia, la più buona delle

creature; perfino i miei momenti di collera, quei momenti rari che mi

rimproveravo e che eran provocati dal permanente squilibrio fisico, non

suscitavano il minimo moto di rancore nel piccolo spirito; egli doveva

dirsi sempre che la mamma _aveva ragione_; e quasi sempre mi chiedeva

perdono, tremando non per la punizione ricevuta ma per lo spettacolo

del mio dolore.... Povero figliuolo mio, povero bimbo adorato! Per due

anni la sua infanzia fu veramente radiosa: egli potè accumulare tanto

vigore di vita quale di solito un fanciullo non giunge a possedere. Era

una forza oscura che prevedeva il futuro e preparava in lui nei limiti

del possibile il riparo?

Due anni. Come richiamare in frammenti quel periodo singolare? Io

andavo, col mio bimbo per mano, lungo le deserte strade maestre, tutte

uguali, fiancheggiate di biancospini, fragranti nella primavera,

polverosi l’estate. Lontano emergeva una doppia catena di altezze,

colline dinanzi, dietro gli Appennini. Borgate in cima a qualche

poggio sì sporgevano, evocando il medio evo colle loro cinte merlate,

colle casette brune raggruppate intorno a qualche campanile aguzzo. La

campagna e il mare erano talora abbaglianti, talora cinerei; in certi

giorni il silenzio imperava, strano e dolce, in certi altri sembrava

che ogni filo d’erba, ogni goccia d’acqua affermasse la sua vita con

un susurro, e l’aria popolata di suoni diveniva come sensibile. Le

linee del paesaggio m’erano famigliari da tanti anni: come nell’epoca

della fanciullezza, io non analizzavo ciò che si stendeva dinanzi

agli occhi, non cercavo il segreto dell’armonia che m’inteneriva o

m’esaltava, che mi dava la sensazione del riposo o quello della forza,

che m’identificava a sè. Mi lasciavo avvolgere dal fascino misterioso

e semplice, e una riconoscenza appassionata mi fioriva nel cuore.

Ecco, venivano a me le manifestazioni profonde della vita della terra,

venivano finalmente integre e lucide, capaci di significare il pianto,

il sorriso, l’amore, la morte. Non era troppo tardi.

Il mio passato m’appariva ornai come ordinato da un volere

spietatamente saggio. Tutto non vi sembrava posto, difatti, per la

preparazione dell’avvenire?

Pur non vedevo distintamente quest’avvenire. E senza direzione chiara,

i miei tentativi progredivano disordinati. Che cosa desideravo

diventare? Giornalista, no: cominciavo a sentir la quasi totale

inutilità di quello sparpagliamento di idee incomplete. Artista? Non

osavo neppure pensarci, esagerando la mia incoltura, la mia mancanza di

fantasia, la mia incomprensione della bellezza....

Un libro, _il libro_.... Ah, non vagheggiavo di scriverlo, no! Ma mi

struggevo, certe volte, contemplando nel mio spirito la visione di

quel libro che sentivo necessario, di un libro d’amore e di dolore,

che fosse straziante e insieme fecondo, inesorabile e pietoso, che

mostrasse al mondo intero l’anima femminile moderna, per la prima

volta, e per la prima volta facesse palpitare di rimorso e di desiderio

l’anima dell’uomo, del triste fratello.... Un libro che recasse

tradotte tutte le idee che si agitavano in me caoticamente da due

anni, e portasse l’impronta della passione. Non lo avrebbe mai scritto

nessuno? Nessuna donna v’era al mondo che avesse sofferto quel ch’io

avevo sofferto, che avesse ricevuto dalle cose animate e inanimate

gli ammonimenti ch’io avevo ricevuto, e sapesse trarre da ciò la pura

essenza, il capolavoro equivalente ad una vita?

XIV.

Un pomeriggio vidi rientrare in casa inaspettatamente mio marito

stravolto in viso, brutto a vedersi come diveniva ogniqualvolta gli si

scatenavano nell’animo le sue passioni primitive. Era venuto a diverbio

con mio padre e aveva abbandonato l’ufficio dichiarando che non vi

sarebbe rientrato mai più.

Una visione remota mi si affacciò alla memoria: mio padre, il giorno in

cui aveva lasciato il suo posto a Milano. Com’egli era sereno, quasi

ilare di trovarsi di fronte ad un avvenire ignoto ma libero!

Dalla stessa calma, quasi da letizia, mi sentivo invasa io, adesso,

mentre mio marito mal celava il suo rammarico, non di aver offeso il

padre di sua moglie, l’uomo a cui doveva tutto, ma di essersi rovinata

la situazione.

Una Donna · 第 8 / 15 段