Ciò toccava, secondo le convenzioni, a mio marito. Ma quell’altro aveva

preso l’attitudine dell’uomo chiamato direttamente in causa, e faceva

di tutto per venir provocato, a fine di mostrare la sua superiorità

di spadaccino, e, senza dubbio, per far credere ch’egli aveva delle

ragioni personali per difendere il mio onore....

Mostruose falsificazioni di ogni senso morale, che non mi avrebbero

colpita profondamente, tanto conoscevo la corruzione e l’ipocrisia

dell’ambiente; se non mi avessero rivelato una nuova piega del

carattere di mio marito. Mi accorsi ch’egli credeva alla necessità di

un duello, non per difendere me, ma se stesso; solo il suo amor proprio

soffriva. E intanto aveva paura!

Il dottore si adoperò in ogni modo per accomodar la faccenda. Dopo

varie trattative, l’avvocato finì per rilasciare ai padrini di mio

marito una dichiarazione ampollosa e ritorta, in cui io ero qualificata

«rispettabilissima». Mio marito si dichiarò soddisfatto, e soddisfatti

apparvero l’uno e l’altro partito che avevan trattata la mia

riputazione come un affare pubblico.

Non volli convenire con me stessa; ma l’esaltamento di sacrificio

era ormai del tutto caduto; finita la voluttà di piegare, finito il

silenzio della coscienza insoddisfatta.

Tutte le umiliazioni inflittemi, tutte le bassezze strisciatemi

accanto, e i compromessi e le menzogne, le avidità della carne e le

viltà dello spirito, episodî ironici ed episodî mostruosi, tornarono a

galla nella memoria atterrita, invano implorante pace, oblio.... E fu

l’ora suprema della lunga giornata d’orrore: il meriggio risplendente

sul campo devastato. Nulla più mi veniva nascosto da veli fallaci.

Umiliandomi, io non potevo neppure avere il conforto di scusare chi mi

opprimeva. Nulla stava sopra di me, condannata a camminare curva. E mio

figlio, mio figlio era un’altra vittima fra due condannati avvinti. Chi

lo avrebbe salvato, condotto lontano, dove alcuno gli trasmettesse la

virtù umana?

XI.

Colla chiusura dell’odiosa vertenza mio marito divenne più calmo,

sospese del tutto le peregrinazioni nel passato. Per qualche tempo

ancora mantenne i suoi divieti, ed io continuai a non uscire, a passare

i pomeriggi chiusa a chiave, ad aver i fogli di carta da lettere

numerati, a non poter vedere che i parenti, il dottore e la domestica,

il tutto sotto l’apparenza della più ampia libertà e con procedimenti

d’un’ingenuità che mi avrebbe divertita se i miei ventun anni prossimi

a scoccare non fossero stati irrimediabilmente chiusi al riso. Badavo

ad evitargli le cause di preoccupazione, a prevenire anzi le sue

esigenze, ma ormai più per la volontà di tutelare la tranquillità mia

e di mio figlio, che per impulso di pietà. Egli, come pel passato,

era ridivenuto ottuso, cieco e tranquillo, Desideroso d’un placido

benessere, finiva per felicitarsi dell’avvenimento che me gli aveva

data nelle mani vinta, rassegnata, passiva. Io osservavo nel rapido

ripristinamento della sua figura normale, senza sdegno. Omai non poteva

più nulla, nè per me nè per lui.

In quei giorni di infinita solitudine, nel silenzio d’ogni richiamo

umano, abbandonata veramente ogni speranza e ogni fede, trovai in un

libro una causa di salvezza.

Era il primo che prendevo tra le mani dopo molti mesi: un invio di

mio padre, che mi vedeva raramente e mi pensava, certo, con amarezza,

vittima silenziosa per non aver accolto il suo invito a rifugiarmi in

casa sua, in quei giorni tragici.

L’autore era un giovane sociologo di cui quel libro, uscito allora,

diffondeva il nome in tutta Europa. Parlava di alcuni suoi viaggi in

paesi giovani, e con una elegante vivacità traeva i profani e gli

scettici a considerare dei problemi gravi che spuntavano dai contrasti

fra due civiltà. Un’acuta facoltà d’intuizione, una vera genialità dì

sintesi, davano una suggestione rara a quell’opera un poco precipitosa

ma gagliardamente pensata, nella quale uno schietto sentimento

d’umanità vivificava ogni pagina.

Forse se invece di quel libro mi fosse capitato in quel punto un poema

vibrante di paganesimo o un saggio di misticismo, il mio destino

sarebbe stato diverso da quello che fu? Forse anche non avrei subìto

influenza di sorta ed io mi sarei affondata in un’atonìa inguaribile.

Non piansi, non mi esaltai, non sentii in me nessuna rivoluzione.

Quelle pagine rispondevano nella sostanza ad un ordine di idee

che in me si svolgeva fin dall’infanzia. Ma appunto perchè non mi

spalancavano abissi ignoti, appunto perchè con un vigore delicato,

quasi inavvertito, mi riconducevano a regioni popolate di pensieri

latenti, come susurrandomi d’una ricchezza troppo a lungo trascurata,

esse mi furono provvidenziali, in quell’ora. Un lento fascino

m’avvolgeva, mentre nella stanza chiusa, accanto al bimbo intento a’

suoi giuochi, io meditavo su le cose lette, ricordavo lontani discorsi

della fanciullezza, aggiungendo osservazioni e riflessioni mie a quelle

dello scrittore, partecipavo inconsciamente all’ideale costruzione

d’un mondo. E quel fascino faceva indietreggiare in silenzio i recenti

fantasmi disperati, rendeva benefica la solitudine, mi difendeva fra le

piccole realtà ostentanti la loro irrimediabile miseria.

Allorquando il buon senso vinceva la gelosia di mio marito e l’induceva

a portarmi a passeggio, provavo un senso indicibile di fastidio per gli

sguardi della gente, e per il timore d’incontrare a faccia a faccia

l’uomo che poteva riaccendere nell’anima di chi mi stava al fianco la

brutalità primitiva. Scorgendo talvolta da lungi la figura nota, sola

o in qualche crocchio, ed evitandola, in mutuo accordo con mio marito

che pur guatava la strada, mi stimavo vile. Perchè non consideravo

l’esistenza di colui come un fatto che non mi riguardava? Non era forse

odio ch’io sentivo per lui, bensì tremavo come si trema al nome d’un

morbo che ha condotto noi o qualche persona cara sull’orlo della tomba.

E quando mi trovavo vicina alle mie sorelle, omai divenute due fiori di

giovinezza, quel terrore mi riassaliva. Avrebbero mai sospettato, esse?

E la calunnia, anche fra molti anni, sarebbe giunta fino a loro?

La maggiore delle due fanciulle era da qualche mese amata da un

giovane ingegnere di un paesello vicino, un’intelligenza fervida in

un temperamento ineguale, nato per la lotta, pieno il capo d’ideali

nuovi. Io avevo indotto mia sorella—diciassettenne—a interrogarsi

profondamente innanzi di togliere ogni speranza al giovine. Ora, dopo

un lungo periodo d’incertezza, la fanciulla aveva dichiarato a nostro

padre di ricambiare quell’amore e di attendere che il fidanzato potesse

consolidare la sua carriera per sposarlo; e poichè il babbo in vista

della dilazione, non aveva messo ostacoli, mostrandosi solo poco

contento, i due si scrivevano, si vedevano a passeggio, si studiavano,

e la passione dell’uno diveniva affetto protettore, la simpatia

dell’altra devozione riconoscente; cementavasi un sentimento comune di

stima per cui l’avvenire si delineava sempre più saldo ai lor occhi

fiduciosi. Così, nella casa rimasta a lungo senza luce, s’insinuava per

virtù d’amore un soffio di vita nuova, più seria e più alta, penetrava

una influenza estranea che sarebbe in breve divenuta imperiosa e

benefica. Allietandomene, io favorivo quell’amore la cui fiamma pareva

quella d’un mio sogno appena abbozzato e non avverato.

Verso la fine dell’estate mio marito risolse di fare un viaggio, per

riposarsi e per distrarsi, riparare le mie forze nervose esauste e

rinvigorire la salute del bimbo. La settimana che passammo a Venezia

fu triste, malgrado l’incantesimo della città, malgrado il languore

dolcissimo ch’essa infiltra nelle vene dei più disperati. Il bimbo

non ci permetteva visite accurate a musei e chiese: d’altronde mio

marito, nell’assenza di gusto innato e nell’ignoranza assoluta di cose

d’arte, non era un compagno dilettevole, sciupandomi spesso anche le

più spontanee sensazioni. Partendo, ci sentimmo come sollevati, ma

nell’angolo remoto del Tirolo dove avevamo scelto d’accamparci la

tristezza non scomparve.

Il sito era meraviglioso, una stretta valle rumoreggiante di cascate,

verde d’abeti e di pini, incorniciata di gigantesche cime candide.

La mia infanzia, la mia infanzia che tornava coi paesaggi severi, coi

profumi selvaggi cogli ampi suoni semplici! Da quanto tempo sepolta

nella memoria? Oh, per esser sola col mio figliuolo fra quei boschi,

educarlo alla scuola della natura, fare che nel lontano avvenire l’onda

dei ricordi infantili non giungesse mai a lui così straziante come a me

in quel punto, che tutta la sua vita si svolgesse armoniosa, quale di

ospite nobile in nobili terre!

Così contento era il piccino esercitando bravamente le sue gambette su

pei viottoli erbosi, salutando le mandre dalle campanelle argentine!

Nell’alberghetto ove si alloggiava egli era il sorriso, il flore

squisito che tutti volevano aspirare con un bacio, e che giungeva da

lontano, da una parte d’Italia che non sapevan bene dove collocare

nella carta geografica, quei fratelli nostalgici, pensosi e un poco

taciturni....

Anche mio marito, nuovo affatto alla montagna, era contento, prodigo di

esclamazioni enfatiche e di osservazioni ingenue, sicuro come sempre

del suo giudizio, superbo di spender i propri risparmi in maniera

raffinata, desideroso della mia riconoscenza espressa. E quando mi

sorprendeva melanconica s’indignava come d’una frode. Che donna ero?

Nulla mi soddisfaceva!

Pentito, mi istigava poi a far qualche progetto pel nostro ritorno a

casa, a tentare di nuovo la distrazione dello scrivere.... Perchè non

cominciavo ad ispirarmi a quel luogo magnifico?

Lo ascoltavo stancamente, come si ascolta un passante che parla della

nostra salute e ci dà consigli senza saper nulla di noi. Io stessa

non sapevo che cosa m’era necessario, in quel punto. Sentivo solo

giganteggiare la mia solitudine, il mio isolamento morale; mentre

ponevo un certo impegno nel partecipare a mio marito le impressioni

che ricevevo, ad essere per lui come un libro aperto, comprendevo

bene che il substrato della mia vita restava inviolabile, che, anche

volendo, non avrei potuto farmi aiutare nell’opera di scandaglio che

continuava in me. E qualcosa come un tremito interiore mi possedeva

incessantemente.... In qual modo ricordare simili periodi? Talvolta, al

mattino, abbiamo la sensazione nitida d’aver passato una notte densa di

sogni e di fantasmi grandiosi, e d’aver vissuto in fuggevoli istanti

di dormiveglia una vita profonda; ma non riusciamo a ricostruire le

visioni nè a rifare i pensieri notturni; e ci accorgiamo poi che ogni

nostra nuova azione veramente essenziale non stupisce noi stessi,

perchè la nostra intima sostanza ne aveva avuto l’avviso.

L’ultimo pomeriggio passato in montagna mi è rimasto impresso

nella memoria visiva in maniera singolare per me che ritengo quasi

esclusivamente i caratteri morali, direi, dei luoghi che percorro; che

ad ogni luogo, cioè, do nel ricordo la fisionomia che la mia anima gli

diede nell’attimo in cui l’accolse in sè, lo sentì cornice ai propri

sentimenti. Mi rivedo per l’ampia strada da cui dovevamo, il mattino

dopo, discendere per ore e ore in diligenza verso la via ferrata, verso

il Benaco. L’atmosfera era grigia ed umida. Tuttavia ogni cosa ed ogni

suono avevano una nitidezza straordinaria; tutto sembrava più vasto,

e formidabile e fisso. Noi che andavam lenti fra tanta aria cinerea,

che cosa eravamo se non dei piccolissimi punti transitori che la Terra

proteggeva con austero amore? Per la prima volta forse in vita mia

abbracciavo questa Terra con pensiero riverente, figliale. Il tempo e

lo spazio mi pareva diventassero fluidi, che mi trasportassero sulla

loro corrente: ero l’Umanità in viaggio, l’Umanità senza mèta e pur

accesa d’ideale: l’Umanità schiava di leggi certe, e pure spinta da

una ribelle volontà a spezzarle, a rifarsi una esistenza superiore a

quelle....

Quel dì appunto avevo terminato di rileggere il libro che m’avevo tanto

afferrata settimane innanzi, e che m’era stato compagno discreto e

costante, per tutto il soggiorno in montagna. Fondevo le due emozioni

successive, quella suscitatami dalle idee svoltesi nella mia mente

intorno a quella lettura, con quella ond’era autrice la Natura che mi

circondava e che stavo per lasciare. Ne emanava un fervore occulto

che conoscono solo i grandi credenti e i grandi innamorati: coloro

che adoravano la Vita fuor di sè stessi. _Io_ scomparivo, con la

mia miseria; davanti ai miei occhi non era più che la bellezza di

quell’umano sforzo ergentesi nella vastità del mondo.

Spettacolo che l’anima gelosamente accoglieva e serbava. Non era

la gran rivelazione: era il lavorìo sotterraneo dei germi che già

sentono il calore del sole vicino e ne temono e ne desiderano il pieno

splendore.

* * * * *

Al ritorno il dottore m’apprese che la moglie di quell’uomo era morta

e ch’egli abbandonando il figliuoletto ai suoceri, era partito per

l’America, da quel cercator di ventura ch’era in essenza; privo d’ogni

progetto ma ben risoluto a non tornare. Fu l’ultima volta che intesi

parlar di colui. Piansi, dopo che il dottore m’ebbe lasciata. Ero

libera, la vita si sarebbe ornai resa più facile, più attiva, pel

bene di mio figlio; restituendo il senso della sicurezza all’uomo

che mi possedeva, riprendevo tutti i miei diritti; non avendo più

dinanzi alcuna immagine del passato, io stessa sarei divenuta serena,

via via, avrei potuto riprender fiducia nelle mie forze.... Perchè

quelle lagrime? Pareva che mi si lacerasse qualche lembo di carne sana

accanto alla piaga da cui mi si liberava: non era morta in me, dunque,

la fede nell’amore, nell’esistenza d’un amore possente e fulgido,

poi che piangevo dando l’estremo addio al fantasma che m’aveva illusa

un attimo? Se ne andava, colui col quale avevo scambiato promesse di

felicità; spariva, in un vortice, per sempre. Sapeva che il suo ricordo

non poteva abbandonarmi poichè il suo rapido passaggio aveva segnato

la mia trasformazione? No certo: e il mio nome pronunciato un giorno

dinanzi a lui, dopo anni e anni, non gli avrebbe risvegliato che un

senso di dispetto.

L’amaro non mi tornava alle labbra, ma il cuore si abbandonava di nuovo

ad una tristezza mortale, alla compiacenza morbosa del buio desolato,

nel vuoto. Per giorni, per settimane. Mio marito, sempre più calmo,

più deciso a star in pace, si preoccupava però dell’invincibile mio

male che mi curvava a terra, insisteva perchè mi dessi allo studio,

perchè scrivessi, magari le mie memorie, la storia del mio errore.

Sì, egli era calmo, si ammirava; la sua bontà gli appariva meritevole

d’esser celebrata in un poema. Mi portò a casa un grosso fascicolo di

carta bianca, che guardai sentendo il rossore salirmi alla fronte.

Fino a quel punto poteva giungere l’incoscienza? Ma qualche giorno

dopo, mentre il bimbo era dalle mie sorelle nel tepido pomeriggio

autunnale, io mi trovai colla penna sospesa in cima alla prima pagina

del quaderno. Oh, dire, dire a qualcuno il mio dolore, la mia miseria;

dirlo a me stessa anzi, solo a me stessa, in una forma nuova, decisa,

che mi rivelasse qualche angolo ancor oscuro del mio destino!

E scrissi, per un’ora, per due, non so. Le parole fluivano, gravi,

quasi solenni: si delineava il mio momento psicologico; chiedevo al

dolore se poteva divenire fecondo; affermavo di ascoltare strani

fermenti nel mio intelletto, come un presagio di una lontana fioritura.

Non mai, in verità, avevo sentito di possedere una forza d’espressione

così risoluta e una così acuta facoltà d’analisi. Che cosa dovevo

attendermi? Dovevo chiamare a raccolta tutte le mie energie, avviarmi

alla conquista della mia pace concorrendo all’opera di umanità che sola

nobilita l’esistenza? O mai più, mai più un sorriso felice m’avrebbe

resa bella dinanzi a mio figlio?

La penna si fermò, io corsi in camera, mi gettai in ginocchio al punto

stesso ove, in una notte omai lontana, avevo susurrato ad una piccola

creatura dormiente il mio proposito di morte. Come fu che mi salì alle

labbra il nome di mia madre con un singhiozzo? Come fu che un bisogno

m’invase, lancinante, di pregare, d’invocare la Potenza occulta a

cui doveva aver ricorso tante volte il cuore di mia madre quand’era

gonfio di pena? Non so. Fu l’unica volta in vita mia ch’io aspirai

alla Fede in una Volontà divina, ch’io l’attesi a mani giunte. E in

quell’appello era tutta la disperazione d’uno spirito che si sente

debole, esausto, nel momento stesso in cui ha intravveduto una lunga

via da percorrere.... Mi umiliavo, irresistibilmente ma consciamente:

era timore di una nuova, diversa e più crudele illusione del mio cuore

infiammato di ideale? Forse. Chiedendo l’intercessione della mamma,

della mia mamma demente, pareva volessi rinnegare l’orgoglio del mio

passato oltre a quello dell’avvenire; rammentavo a me stessa la fatale

sconfitta di Lei, e l’inanità d’ogni ribellione in creature segnate

come Lei dalla sventura. Ella aveva desiderato che almeno i suoi figli

fossero salvi: a mia volta che cosa avrei chiesto a un Dio che mi fosse

apparso davanti? Di allontanare dal capo del mio bambino il dolore, di

fare ch’io potessi guidarlo per strade luminose... E se neppur io ero

ascoltata? Se la catena doveva svolgersi così, in eterno?

Fui sorpresa genuflessa da mio marito, che veniva qualche volta nella

giornata ad accertarsi che io non abusavo di quel po’ di libertà. Mi

alzai di scatto, con un senso d’onta: ero per lui uno spettacolo di

debolezza! E compresi d’aver soggiaciuto semplicemente ad una crisi

nervosa, da quella povera malata ch’ero ancora.

Egli mi chiedeva ansioso che cosa avessi: lo rassicurai con un gesto,

mentre le lagrime tornavano a sgorgare copiose, liberatrici. Benedette,

benedette! Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il

rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce

tutto quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello; alfine

arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile,

dell’abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola.

Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni.

XII.

Seguì un intenso, strano periodo, durante il quale non vissi che di

letture, di meditazioni e dell’amore di mio figlio. Ogni altra cosa

m’era divenuta dei tutto indifferente. Avevo solo la sensazione del

riposo che mi procurava quella esistenza così raccolta, uniforme, senza

sotterfugi nè paure.

Un silenzioso istinto mi faceva porre da parte i problemi sentimentali,

mi teneva lontana anche dalle letture romantiche delle quali m’ero

tanto compiaciuta nell’adolescenza. La questione sociale invece non

aveva nulla di pericoloso per la mia fantasia. Io ero passata nella

vita portando meco un’inconcepibile confusione di principii umanitari,

senza aver mai il desiderio di dar loro una qualsiasi giustificazione.

Da bambina avevo nutrito in segreto l’amore dei miseri, pur ascoltando

le teorie autocratiche di mio padre. I miei componimenti contenevano

in proposito degli squarci retorici che mi sorprendevano e mi

lusingavano, e facevano sorridere bonariamente il babbo. Nella mia

educazione era stato uno strano miscuglio. Non s’era coltivato in me

il senso dell’armonia. Nessuna pagina immortale era stata posta sotto

ai miei occhi durante la mia fanciullezza. Il passato non esisteva

quasi per me, non andava oltre i miei nonni, cui sentivo accennar

qualche volta; e la storia che m’insegnavano a scuola mi appariva non

come la mia stessa esistenza prolungata all’indietro indefinitamente,

ma figurava davanti alla mia fantasia come un arazzo, come una

fantasmagoria. Io non poteva quindi, in quel tempo, che riportarmi

alla realtà immediata, e tutto m’era divenuto oggetto d’esame. M’ero

condotta a considerar di mia iniziativa l’essere umano con un’intensità

eccezionale, formandomi con inconsapevoli sforzi un culto dell’umanità

non del tutto teorico. Se le condizioni di famiglia non m’inducevano ad

approfondire il fenomeno delle disuguaglianze sociali, ciò che notavo

incidentalmente a scuola e per via mi metteva nell’animo una volontà

confusa di azione riparatrice.

Partita dalla città, piombata in paese incolto, avevo ben presto,

sotto l’esclusiva influenza di mio padre, smarrito quel senso di

larga fraternità che nei grandi centri è imperioso ed attivo, avevo

concepito il mondo come un gruppo d’intelligenze servito da una

moltitudine fatalmente ignara e pressochè insensibile. Ma anche questa

credenza non aveva tardato a sconvolgersi, per cagione prima, credo,

d’un piccolo episodio avvenuto verso i miei quattordici anni. Era a

colazione da noi il padrone della fabbrica, un blasonato milionario.

Questi aveva sfogliata una rivista alla quale mio padre era abbonato.

La trovava bella, ma «troppo cara». Ciò aveva ai miei occhi innalzato

la mia famiglia di fronte al riccone che possedeva due pariglie e

non aveva una rivista... M’ero troppo incoraggiata a chiacchierare,

perchè parlando del mio ufficio, avevo detto «la nostra fabbrica». E

correggendomi la mamma, il conte aveva soggiunto:

—Lasci! È come il mio cocchiere che dice «i miei cavalli».

La stizza che mi aveva invasa subitamente, aveva anche scossa la mia

concezione della società.

Più tardi il matrimonio aveva prodotto una specie di sosta nel mio

sviluppo spirituale.

Ed ecco che infine penetrava in me il senso di un’esistenza più ampia,

il mio problema interiore diveniva meno oscuro, s’illuminava del

riflesso di altri problemi più vasti, mentre mi giungeva l’eco dei

palpiti e delle aspirazioni degli altri uomini. Mercè i libri io non

ero più sola, ero un essere che intendeva ed assentiva e collaborava

ad uno sforzo collettivo. Sentivo che questa umanità soffriva per

la propria ignoranza e la propria inquietudine: e che gli eletti

erano chiamati a soffrire più degli altri per spingere più innanzi la

conquista.

Un giorno della mia infanzia mio padre mi aveva parlato di Cristo. Mi

aveva detto ch’era stato il migliore degli uomini, il maestro della

sincerità e dell’amore, il martire della propria coscienza. Io avevo

chiuso in petto quel nome, ne avevo fatto l’occulto simbolo della

perfezione, senza adorarlo tuttavia, felice semplicemente di sapere che

un _sommo_ aveva esistito, che l’essere umano poteva, volendo, salire

fino a rappresentare l’ideale della divinità, l’aspirazione all’eterno.

Come mi era parsa puerile la mitologia cristiana! Cristo non era nulla,

se Dio; ma se egli era uomo, diveniva il flore dell’Umanità, non un dio

diminuito, ma l’uomo nella sua maggior potenza. E sempre Gesù, il Gesù

di Genezareth sorridente ai bimbi, il Gesù indulgente verso la pentita,

incapace di rancore, sereno nell’ammonimento come nella profezia, aveva

brillato davanti alla mia anima, figura ideale che mi pareva di veder

offuscarsi di tristezza ogni volta ch’io mi allontanavo dalla bontà e

dalla verità.

Dopo mesi, forse dopo anni di smarrimento, io rivedevo il sorriso

di Cristo su la mia strada, e mi rivolgevo a lui come a una fonte

d’ispirazione. Per alcun tempo vagheggiai una dottrina che unisse la

soavità dei precetti del Galileo, sorti dal grembo della natura, alla

potenza delle teorie moderne emanate dalla scienza e dall’esperienza,

la libertà con la volontà, l’amore con la giustizia. Era come

un’orientazione, come l’affermazione di una armonia.

Una Donna · 第 7 / 15 段