Egli mi porgeva la lettera ch’era riuscito a farsi consegnare insieme

alla promessa del silenzio. E dinanzi al mio volto che si decomponeva

per l’insulto, per lo spasimo, il buon giovane non potè che chiamarmi

per nome tremando....

Ci stringemmo la mano, come trovando un reciproco conforto in quel

patto di silenzio.

Che cosa credeva? Potevo io spiegargli?

Disse quel che gli pareva consigliabile per sfuggire una catastrofe.

Dal canto suo avrebbe vigilato, nulla risparmiato.

—Ma non lo riceverà più, mi promette?

Non risposi. Si alzò; e allora soltanto, afferrandogli di nuovo la

mano, si sciolse il nodo che avevo in gola; un singhiozzo mi troncò la

voce mentre balbettavo che non sentivo di aver perduto la sua stima.

—Lo credo—e mi guardò triste.

Passarono due giorni, in cui continuai a persuader me stessa della

mia umiliazione, mentre, al pensiero che mio marito avrebbe potuto

apprendere e interpretare in modo brutale, ero assalita da una

ribellione sorda e insieme dalla smania di confessare il mio fallito

tentativo di vivere, affinchè mi conoscesse e mi allontanasse dalla

sua casa come una donna che non era sua e che avrebbe potuto esser

d’altri e che lo sarebbe forse un giorno. Nei sentimenti contrarî

che mi combattevano, io sentivo naufragare la mia volontà, la mia

persona, tutto quello che avevo creduto di essere e a cui rinunciavo

desolatamente.

Intanto quella donna non aveva saputo o voluto tacere; s’era sfogata

con un’amica, e la notizia, ghiotta quanto incredibile, aveva

serpeggiato sino a giungere all’orecchio di un caporione della fazione

clericale, chiamato per nomignolo l’avvocatino.

Il dottore alle prime voci venne di nuovo a trovarmi; mi disse che

bisognava negare, negare: nessuno aveva prove: bisognava che tutto

apparisse mera invenzione diffamatoria.

Gli scoprivo una concitazione interna sempre maggiore. Vegliava su

di me. Che cosa io spingeva? Non potevo, non volevo indagare, in

quell’ora fosca.... Ma non riuscivo a scacciar il ricordo del sospetto

balenatomi sui rapporti suoi con mia cognata. Anche lui era isolato

in quell’ambiente ostile: anche lui aveva ceduto, si era umiliato di

fronte a se stesso. Ora riconosceva forse in me un’altra vittima. E

sentivo che il suo spirito m’era vicino come nessun altro mai, tenero e

mesto.

La sera egli tornò, chiese di parlare da solo con mio marito. Posi a

letto il bambino, udendo come trasognata il bisbiglio delle loro voci

nella stanza attigua. Indi fui chiamata; il dottore aveva raccontato

che l’avvocatino si divertiva da qualche giorno a malignare sulle

riunioni serali in casa dell’assessore nostro parente, e sulla recente

festa da ballo: io e un’altra signora della comitiva eravamo sopratutto

bersaglio di quelle chiacchiere infami: all’una si attribuivano

parecchi amanti alla volta, a me uno solo, discretamente e ancor

platonico, poichè si parlava di sole occhiate dalla finestra e di

lettere....

Il dottore era calmo, bonario come il solito, sollecito di

rassicurarmi: aveva consigliato al marito dell’altra signora, ed ora al

mio, che entrambi chiedessero conto al diffamatore delle sue parole:

era l’unico mezzo per rintuzzare una buona volta l’audacia di quel

mascalzone, mostrargli che non lo si temeva.

Mio marito, pallido, si frenava. Rimasti soli, si limitò dapprima a

rimproverarmi la mia leggerezza, la smania nuovissima venutami in

quell’anno di frequentar gente, di mostrarmi elegante e brillante. Per

esser tranquilli in paese non bisognava uscir dal proprio guscio!

Ma il dubbio lavorava nel suo spirito, dava via via alle sue parole

un tono più acre ed imperioso; egli era di coloro che la propria voce

accende ed esalta fino al parossismo, nelle ore di tempesta. Io sapevo

che nulla più ormai l’avrebbe fermato sulla via delle inquisizioni;

sentiva spuntare, annodarsi nel suo cervello i sospetti. Incapace

di padroneggiarsi più oltre, esigeva che negassi quello di cui già

mi insultava, e che protestassi insieme d’amar lui solo. La faccia

convulsa e paonazza, gli occhi fuor della fronte, diventava spaventoso:

ebbi l’improvvisa sensazione d’essere una piccola creatura indifesa

sotto una potenza cieca e bestiale. Rimasi muta, rigida.

Ad un tratto mi risolsi, investita dalla sua medesima esaltazione.

A che mentire? Io avevo chiamato quell’uomo. L’aveva amato forse!

L’avevo anche respinto, come respingevo lui, mio marito, e li odiavo

entrambi.... Mi cacciasse! Mi uccidesse! Sentendo il suo orgoglio

montare implacabile, tutto il mio essere si levava in un impeto....

Egli non interrogava, minacciava, accusava. Non mi credeva: mi ero

data, lo confessassi....

Non ricordo altro. Rivedo me stessa gettata a terra, allontanata col

piede come un oggetto immondo, e risento un flutto di parole infami,

liquido e bollente come piombo fuso. Colla faccia sul pavimento,

un’idea mi balenò. Mi avrebbe uccisa? Con una strana calma mi chiesi se

l’anima mia sarebbe mai stata raggiunta in qualche parte dalle anime di

mia madre e di mio figlio.

Ed ho il confuso senso della disperata ira che mi assalse quando, dopo

una notte inenarrabile in cui il mio viso ricevette a volta a volta

sputi e baci, e il mio corpo divenne null’altro che un povero involucro

inanimato, mi sentii proporre una simulazione di suicidio.... «Bisogna

che io ti faccia morire di mia mano; ma non voglio andar in galera:

devo far credere che ti sei data la morte da te stessa...»

Ira silenziosa e vana, disperazione spasmodica, agonia atroce, ombre

di follia.... Giorni, settimane. Tutto è avvolto di grigio; non

distinguo più la successione delle sofferenze, dei deliri, delle soste

di stupefazione. Mio padre, informato, era riuscito col dottore a

persuadere l’uomo pazzo ed insieme vile a perdonarmi, a credere che

tutto non era se non aberrazione momentanea. Mia cognata, mia suocera,

avevan toccato il tasto dello scandalo: ogni cosa, piuttosto che la

pubblicità di quell’onta! E, insieme, tutta questa gente mi circondava

come in un sogno mostruoso: tutti mi credevano una bestia immonda, e

tutti mi risparmiavano per viltà.

Ogni notte di me si faceva strazio; ogni giorno eran scene di

rimpianto, eran promesse di calma, di oblìo. Mettevo paura?

E intanto la vita esterna doveva apparire immutata. Dovevo uscire a

fianco di mio marito e talvolta fra noi era il bimbo; il dolce fiore

sorrideva fra due che s’odiavano.

La mia riputazione già era divenuta cosa pubblica che i due partiti

dovevano difendere od offendere. I miei partigiani potevano sprezzarmi

in segreto ma dovevano esaltarmi ad alta voce; quelli dell’avvocatino

e dell’arciprete non mi conoscevano per nulla e dovevano proclamarmi

disonesta. In questa odiosa disputa che contegno teneva colui che n’era

causa? Sua moglie, aggravata dal male, era partita, condotta via dai

suoi genitori. Ma erano state notate da più d’uno le passeggiate sotto

le mie finestre. Non era egli capace di assumere la posa di colui che

ha tutte le ragioni per difendere cavallerescamente una donna? Il

dottore me lo lasciava temere.

* * * * *

Un giorno le mie sorelle mi trassero a visitare mia madre. Quattro

anni quasi erano scorsi dalla sua entrata nel tetro luogo. Ella non

ci riconosceva più affatto, non aveva più ricordo, nessuna luce negli

occhi; ripeteva un gesto infantile delle mani per tastare le stoffe, i

nastri e le acconciature nostre; e un linguaggio a monosillabi in una

gola affiochita era tutto ciò che distingueva le sue manifestazioni

da quelle di un bimbo di un anno. Dall’ultima visita era impinguata

ancora, e i tratti del viso minuti, delicatissimi, che sparivano fra le

guance ed il mento, avevan di per se stessi un’espressione straziante,

sembravan vivere, rammentare, chiederci conto della persona sottile e

sensitiva che essi avevano illuminata, un tempo....

Baciai le ciocche grige, e nel punto stesso una voce interna parve

avvertirmi: «....Le tue labbra non toccheranno più questa fronte....»

Più?... Lungo la strada del ritorno, in carrozza, come un’ossessione

mi avvolse: quel mònito mi cantò nel cuore. Intorno, ogni cosa era

fresca e verde; le sorelle scambiavano rade parole, e la vita pareva

sorridesse loro con più soave inconsapevolezza dopo la visione

formidabile.

A casa, il bimbo mi attendeva. Egli aveva due anni, mi amava, oh! mi

amava con tutta la forza del suo cuoricino; era intelligente, forte,

bello, con la dolcezza di mia madre negli occhi. Che cosa mi raccontava

della giornata trascorsa? Il suo babbo era cupo; lo lasciammo solo:

io composi il corpicciuolo fra le lenzuola, rimasi colla mano sulla

piccola tepida guancia fin che sentii il respiro del dormiente, tornai

in sala da pranzo.

Mio marito aveva incontrato quel giorno l’uomo che credeva mio amante,

e gli era parso di scorgere ne’ suoi occhi un lampo di dileggio;

quegli era tra due amici, certo suoi confidenti. Che ne pensavano, che

sapevano? Parlassi, parlassi, per Iddio!

Io restavo in attitudine prostrata, incapace di ogni moto. In verità

quasi non udivo distintamente ciò che mi diceva. Sembrava che la

mia vita mi sfilasse dinanzi, raccolta in pochi episodî, e ch’io la

guardassi da un’altra sponda, con occhi nuovi. Era breve, e non era

bella. Che cosa avrebbe detto un giorno mio figlio conoscendola? Se

egli quella sera stessa avesse potuto comprendere e parlare, mi avrebbe

pregata certo di trarlo in braccio e di andar lontano con lui nella

notte, ad affrontare la miseria, la fame, la morte....

«Tu non parli, non parli! Che cosa mi nascondi, che cosa prepari per

trascinarmi nel fango; di’, di’?...»

E, ancora, mi trovai a terra, ancora sentii il piede colpirmi, due, tre

volte, udii insulti osceni, e, dopo quelli, nuove minacce....

Poi, mentre restavo distesa sul pavimento, trovando una sorta di

refrigerio, come un letargo ad occhi sbarrati, colui uscì sbattendo

l’uscio, con un’ultima bestemmia. Aveva svegliato il bimbo?

No. Quando potei muovermi, mi trascinai accanto al lettino, al buio.

«Figlio mio, figlio mio.... La tua mamma non ti vedrà più.... È

necessario.... Non può vivere, è stanca, e non vuol farti soffrire....

Tu hai il suo sangue, ma sarai più forte, vincerai.... qualcuno ti

dirà un giorno forse che tua madre ti ha amato, che non ha amato che

te sulla terra, che non era cattiva, che ti aveva sognato buono e

grande....»

Tornai in sala. Nella credenza v’era una boccetta di laudano, quasi

piena. La trangugiai per due terzi, fino a che l’amaro non mi chiuse

la gola. Mi stesi sul divano. E rapidamente mi sentii invasa da un

dormiveglia leggero, da un riposo di tutte le membra....

Quando mio marito rientrò, non so se dopo un’ora o poco meno, il mio

sopore dapprima gli parve simulato; e riprese, con minor violenza, ad

insultarmi. La sua voce mi giungeva fiochissima. Dovette cadergli a

un tratto lo sguardo sulla boccetta rimasta sul tavolo. Si chinò su

me, comprese. Afferrò il vetro col resto del veleno e si precipitò

in strada mentre io accoglievo vagamente il pensiero che ogni aiuto

sarebbe stato vano.

Due donne, ecco.... Mia suocera preparava il fuoco, l’acqua tiepida, e

mia cognata m’indirizzava scongiuri.... indi lui che piangeva ai miei

piedi. Io vedevo tutto come attraverso un velo, senza dolore: avevo

quasi il dubbio d’esser già via, fuori, e di assistere con lo spirito

alle ultime convulsioni della mia spoglia.

La donna mi scosse, mi diede l’acqua, che non potei trangugiare. Aveva

preparato un foglio di carta: «Scriverai almeno che sei stata tu,

perchè questo povero cane non abbia anche da passare dei guai!»

Chi sa se il sorriso di compatimento che sentii guizzarmi nell’anima mi

si abbozzò sulle labbra aride? Mi si pose la penna fra le dita, ma non

la tenevo. In quella entrò il dottore. Riuscii ancora a far cenno di

no, mentre mi porgeva un bicchiere: mi lasciasse, mi lasciasse, almeno

lui che sapeva!

Ma la mano ferma ed inflessibile mi resse il capo, mi costrinse.

PARTE SECONDA.

X.

Avevo dato l’addio alla vita semplicemente, fermamente, benchè in

un’ora di smarrimento; come ubbidendo a un comando venuto da lungi più

che alla necessità imperiosa dell’istante. La mia esistenza doveva

finire in quel punto: la donna ch’io ero stata fino a quella notte

doveva morire. Vi sono periodi che non possono risolversi e che sembra

vadano chiusi bruscamente con un pietra sepolcrale.

Da quanto tempo la crisi si svolgeva in me a mia insaputa? Il dì

in cui un informe essere aveva brutalmente interrotto la fioritura

della mia adolescenza, un processo di dissolvimento s’era iniziato

in me. Il lavorio delle influenze deleterie mi penetrava lentamente,

mi corrompeva il corpo e lo spirito. Nulla era pervenuto alla mia

coscienza di questa interiore tragedia, fino alla catastrofe. M’ero

sentita triste, stanca, impaurita.... E la sconfitta era venuta,

inattesa ma logica; nessuna rivolta tardiva l’aveva accolta, neppure

alcun stupore. Un ciclo si chiudeva, l’ordine si ristabiliva.

Da un’altra sponda.... Come nel punto di darmi la morte, io considerai

il mondo e me stessa con occhi affatto nuovi, rinascendo. Dapprima

rivissi l’infanzia; fui come una bimba per alcune settimane. Assaporavo

puerilmente la dolcezza di essere, avevo un sorriso commosso per il

sole, per le cime degli alberi che vedevo dalla mia poltrona, per la

bellezza di mio figlio, per ogni oggetto che splendesse, che fiorisse,

che richiamasse i sensi, attenti all’opera della vita. E lo spirito

era inerte. Sapevo d’aver tentato di morire, sapevo che tutto si

cambiava attorno a me, e ch’io avrei dovuto camminare ancora; vedevo

ombre e luci alternarsi rapide; ma non provavo nè timori, nè speranze,

nè ripulsioni, nè dubbî: al più una vaga fiducia, come un abbandono

timido, quasi inconscio. Sulle labbra conservavo il sapore amarognolo

del veleno, e la testa era di una debolezza straordinaria; ogni leggero

rumore l’intronava, mi toglieva la percezione nitida delle cose.

Tuttavia la scossa fisica non era stata grave; non ero stata costretta

al letto che per pochi giorni. Tutti, anche mio padre, ignoravano

l’accaduto. L’esistenza esteriore continuava il suo giro normale; io

m’applicavo finanche a qualche lavoro casalingo, non lasciavo mancare

nessuna cura al bambino, giungevo talora a notare nello specchio

l’espressione di convalescente che dava al mio viso affinato una grazia

nuova.

Non ricordo distintamente ciò ch’era passato fra me e mio marito nei

primissimi giorni. Dinanzi alla mia tranquilla esecuzione di morte egli

doveva aver sentito uno straordinario sconvolgimento nel cuore e nel

cervello, e n’era rimasto annichilito. Rimorso? Paura? Umiliazione?

Gelosia? Tutto si confondeva per lui in un’unica impressione di dolore:

dolore vero, sofferenza fisica in gran parte, che lo trascinava

dall’estremo abbattimento all’estrema esaltazione.

Il dottore gli aveva forse fatto balenar dinanzi il pericolo ch’io

impazzissi. Doveva essere tratto, dalla visione dello sfacelo che io

avrei lasciato nella sua casa partendo, a riconoscere ch’io avevo

tenuto in essa, fino allora, il posto principale, che ne ero stata

l’anima, che vi avevo silenziosamente segnata una traccia indelebile. E

mi pareva che il lavorìo di riflessione s’iniziasse in lui.... Pensava

egli al poco o nulla che aveva portato nella nostra unione, alle

speranze ch’io avevo veduto cadere in quattro anni, alle esigenze del

mio essere ancora in isviluppo, all’insipienza con cui aveva negletto

ogni mio sintomo di malessere? Percepiva forse la mia superiorità

proprio mentre sentiva l’ira contro quello ch’egli si raffigurava fosse

il mio delitto? Il suo amor proprio spasimava ancora, e frattanto

egli non poteva sottrarsi ad un fascino strano, indefinibile, che gli

veniva dalla mia personalità nuova, tragica e risoluta. Il mio corpo,

lo sentivo rabbrividendo, acquistava su lui un’attrazione più acuta,

dolorosa. Il ricordo della mia invincibile ripugnanza per gli atti

dell’amore non gli richiamava forse alla coscienza lo scempio commesso

su me fanciulla, ma certo doveva suscitargli confusi rimproveri per

non aver avuto un delicato rispetto verso il mio organismo immaturo,

per non aver saputo amorosamente destare in me la donna, avvolgere di

purità l’invito alla sana gioia.

Ed era solo, dinanzi al suo turbamento; sentiva che nessun altro ne

sospettava la profondità e l’estensione, che sua madre lo compiangeva

per una sofferenza assai più semplice, che il dottore lo giudicava con

una indulgenza non scevra di sprezzo. E in certi momenti rompeva in

singhiozzi, confessandosi miserabile.

Non mi aveva più battuta. S’era inginocchiato davanti a me, chiedendomi

perdono di non essere stato generoso, di avermi spinta al passo

disperato. «Vivi! Per nostro figlio!» La supplica assumeva su quelle

labbra così restìe alla dolcezza un accento straziante. E io univo le

mie lagrime alle sue, come il bimbo piange di fronte all’altrui pianto.

Nella mia sensibilità d’inferma ero tratta a considerarlo un povero

compagno di sventura, come me trastullo e vittima di cieche vicende; mi

dicevo vagamente che l’uno aveva bisogno dell’altra, che l’una doveva

appoggiarsi all’altro per rifare un’esistenza comune solo pel bene del

figlio.

Poi una cosa strana avvenne. Mio marito un mattino ricominciò ad

interrogarmi sul fatto che era stato causa ad entrambi di tante

torture. Ripetendo pazientemente il racconto, coi più minuti

particolari, espostogli già tante volte, vidi ch’egli riusciva a

serbarsi calmo, a riflettere, lasciando dietro le mie risposte lunghi

silenzi. Alfine un gran respiro gli sollevò il petto: un misto di gioia

e di orgoglio, malamente contenuto, gli trasparì dagli occhi. Dunque

in tutte le inquisizioni colle quali mi aveva straziata, non aveva

mai compreso, forse non era mai riuscito ad ascoltare sino alla fine,

a frenare l’irruzione d’una gelosia bestiale.... E ora per lui tutto

l’accaduto si riduceva ad un episodio insignificante, trascurabile.

Capii ch’ei si erigeva di fronte a quell’altro, godendo del suo scorno;

che mi era grato, che infine ricominciava in lui la fiducia, la

certezza ch’io gli fossi legata, che io l’amassi, che mi sentissi cosa

sua!

Giugno trionfava sui campi dorati. Il mare doveva essere tutto uno

scintillìo, un sogno abbacinante; io non lo vedevo perchè non uscivo

mai di casa, salvo qualche volta la sera: pochi passi con mio marito

lungo la deserta via ferrata. Nonostante tutto, la gelosia di lui

non era scomparsa; al mattino, in grazia della presenza della donna,

potevo muovermi per la casa, ma non entrare nelle stanze che davano

su strada. Dopo colazione, per tema ch’io ricevessi qualcuno, venivo

chiusa a chiave fino al suo ritorno alle sei, sola col piccino

nell’ambiente caldo ed ingombro della camera da letto prospiciente sul

giardino abbandonato.

Il bimbo dormiva per due o tre ore. Io ricamavo accanto alla finestra

socchiusa, divertendomi talora ad osservare il giuoco delle mani in un

raggio luminoso, magre, traenti con lentezza la gugliata di colore.

Quella reclusione non mi offendeva: provavo una specie di voluttà in

quell’annientamento d’ogni mio senso ribelle, in quella schiavitù

da orientale. Era, in fondo, ancora il riposo, la riparazione delle

forze. Pensavo al mio carceriere con una pietà sempre più larga, con

una rassegnazione quasi serena. Amore? L’avevo lasciato sperare a lui,

che s’era tosto convinto. Fra le sue braccia io m’ero bensì sentita

irrigidire; ma ciò non mi spingeva che a compensare altrimenti colui al

quale non potevo dar intera la mia persona. Certo, io non ero nata per

le gioie, ma per le sofferenze dell’amore....

Egli si mostrava soddisfatto della mia docilità tranquilla. Non

richiamava più il passato, se non per chiedermi che cosa m’era mancato,

per rimproverarsene apertamente. Mi era penoso rispondergli, volevo

risparmiarlo; pure, lo sfogo certe volte avveniva irresistibile. Questo

serviva più di esame a me stessa che a lui. Erano confidenze d’uno

spirito che, tentennando, s’apriva la via, che lentamente riacquistava

il suo vigore e la sua indipendenza. Penose, povere, frammentarie

reminiscenze d’un tempo già avvolto nella nebbia, d’una vita trascorsa,

veramente chiusa. Parlando, sentivo a mano a mano il mio volto perdere

l’espressione di umile dolcezza, comporsi in fredda maschera dagli

aridi occhi fissi in un punto indistinto che era forse il passato,

forse il futuro. E dovevo fare uno sforzo per togliermi da quel

momentaneo e a me stessa ignoto rifugio, per ricondurre a più lievi

pensieri l’uomo che sorprendevo assorto, dal canto suo, in visioni che

gli mettevano una ruga sulla fronte, la ruga dolorosa e puerile di chi

cerca comprendere qualche grande fenomeno e non riesce che a percepire

la propria impotenza diffidente.

Nostro figlio ci scioglieva i cuori, ci faceva credere nelle nostre

vicendevoli promesse di pace. Era ben lui, era ben la sensazione di

possederlo ancora, di averlo lì piccolo e sorridente; era il ricordo

incessante, per quanto non espresso mai, di quell’addio notturno in

cui m’ero rappresentata la creatura del mio sangue sola pel mondo,

ignara del mistero materno; era il pensiero ugualmente perenne della

vigilanza appassionata che per l’innanzi non gli avrei mai tolta, era

ben tutto ciò che fin dai primi giorni mi aveva resa soave la rinnovata

esistenza. Per lui, per lui, per lui.... Vivere tanto da rifarmi

un’anima splendente, da poter essere madre nel più grande significato

della parola: era un sogno? Io mi curvavo sul piccolo letto,

contemplavo il volto addormentato di mio figlio, adorabile nelle linee

pure e già decise, e una calma fiducia entrava nella mia anima. A lui

non potevo chieder perdono che mentalmente; non mi sentivo umiliata in

quell’atto; forse era la coscienza di non avergli mai diminuito il mio

amore, di averlo avuto sempre in cima a’ miei pensieri, anche nelle ore

di follia, che mi faceva sentir sempre degna della sua inconsapevole

benedizione? Forse era soltanto la legge del sangue: quelle membra che

erano uscite di me, io le pensava istintivamente animate dall’identico

mio soffio, allora e sempre; quella creatura mia doveva nella vita

riflettere le mie azioni, lottare con me per l’elevazione.

Per la prima volta percepivo intera l’influenza benefica della

vicinanza di mio figlio; il mio affetto per lui si era approfondito e

insieme semplificato, perdendo quel che poteva avere di fanciullesco e

di morboso. E il suo nome costituiva l’amuleto del presente, il simbolo

del futuro; circoscriveva nelle sue brevi sillabe l’orizzonte nuovo.

Frattanto la vita materiale della casa procedeva impacciata, grigia. Le

mie sorelle, ignare di tutto, erano andate a passar qualche settimana

dagli zii di Torino, ed io restavo confinata, col pretesto di sfuggire

la noia degli sguardi maligni o curiosi. La suocera e la cognata, per

fortuna, stavano lontane. Veniva il dottore, talvolta, al mattino,

per pochi minuti. Era meno loquace di un tempo. Si preoccupava della

mia salute. Se accennavo con un abbozzo di sorriso alla clausura

perdurante, egli crollava il capo, mentre un’ombra gli passava rapida

sui volto; poi, con uno sforzo che non mi sfuggiva, volgeva la cosa

allo scherzo, mi incitava solo a non lasciarmi abbattere, ad esigere

qualche viaggio, in attesa di giorni più sereni. Giocava col bimbo,

compiacendosi di trovarlo sanissimo e vivace nonostante la mancanza

di grande aria e di moto; e ad ogni visita le sue maniere verso di

me divenivano più affettuose e insieme più riserbate, come se un

senso maggiore di rispetto s’infiltrasse in lui, lo stupisse e gli

riscaldasse l’anima. Glie n’ero grata; la sua presenza mi portava una

nota sommessa del vasto mondo che pensavo morto per me, mi faceva mio

malgrado sentire ch’io aderivo ancora a quel mondo, in cui pure avevo

tanto dolorato.

Da lui seppi che le conseguenze della mia avventura non erano finite.

In verità, pochi in paese avevano creduto all’accusa; la maggioranza

aveva dovuto pensare che trattavasi di una velleità troncata fin

dall’inizio; ma della cosa s’era impadronito il partito avversario. Il

mio onore era in sua balìa: bisognava perciò rivendicarlo.

Una Donna · 第 6 / 15 段