Su un libriccino segnavo le date maggiori dell’esistenza fragile e

preziosa della quale vivevo e che respiravo come se fosse stata la sola

aria per me vitale. Quegli appunti, insieme a qualche notazione rapida

del primo destarsi dell’intelligenza nel bimbo e delle impressioni

varie che ne risentivo, sono il mio esordio di scrittrice.

Rivedo il corpicino di mio figlio ignudo nel bagno, sorretto dalle mie

mani trepide: bello, di una bellezza perfetta che consideravo senza

orgoglio, con timore, immaginando possibili deformazioni, chiedendomi

se avrei amato quella creatura quando avesse recato qualche marchio

d’infelicità, e dicendomi che le avrei fatta bella la vita in qualsiasi

condizione. Rivedo lo sguardo di lui, inesprimibile: uno sguardo

luminoso come un lembo di cielo azzurro; e la bocca deliziosamente

fiorita, e la testina coperta di fini capelli castani, e le mani

irrequiete, prepotenti, sempre occupate. E vedo me stessa china sulla

sua culla per ore e ore, di giorno e di notte, spesso affranta, col

petto gonfio di una gioia grave, quasi mistica. Ero necessaria a mio

figlio quanto egli a me; la mia vigilanza perenne faceva di lui un

superbo esemplare d’infanzia fortunata; ero ben io che lo portavo

avanti, senza posa, io sola, ostinatamente. Egli mi apparteneva,

perchè io sola me gli davo; suo padre, sua nonna, tutti gli altri

godevano lo spettacolo; ma io ero l’autrice; da me sola avrebbe dovuto

riconoscere tutto ciò in avvenire.

La balia se ne andò prima che il bimbo compisse l’anno. La primavera

e l’estate mi videro scaldarmi al sole insieme alla mia creatura.

Sostenevo il piccino nel suo sgambettìo tentennante, poi lo prendevo

in braccio, lo portavo attraverso i campi o in riva al mare, a lungo,

ansando talvolta e sorridendo insieme per la fatica. Che cosa ci

dicevamo mio figlio ed io, dalla mattina alla sera? Chi sa! Egli

chiamava: Mamma! ed io dovevo rispondergli palpitando. Talora scrivevo

tenendolo in grembo, lettere ad amiche, cifre per gli operai; o leggevo

adagiata accanto a lui su un tappeto, fra i più strani oggetti. Negli

occhi turchino cupi, vellutati fra le ciglia lunghe, splendeva a tratti

un lampo di furberia, la coscienza dell’onnipotente sua volontà; e in

me capitolavano tutte le energie, io non sapeva più esiger nulla da chi

mi guardava con tale adorabile malizia.

Mia suocera aveva cessato di brontolare perchè non eseguivo le sue

magiche ricette contro il malocchio e una quantità d’altri pericoli.

Quando veniva a trovarmi, più piccola e sfinita nell’abito da lutto, il

volto le si accendeva fugacemente scorgendo le grazie del nipotino. In

paese si diceva ch’ella subisse ora chi sa quali maltrattamenti dalla

figlia. Non si lagnava, ma era sempre più curva, più silenziosa: quali

ombre di pensieri amari dovevano svolgersele nella mente?

Il bimbo aveva alquanto ravvivati i rapporti miei con le mie sorelle

e mio fratello. L’istitutrice, partita da casa loro per un migliore

impiego, non era stata sostituita. Ogni due mesi si andava a trovar

nostra madre, che ormai non chiedeva più di tornare con noi,

s’interessava sempre meno alle nostre frasi tremanti, acquistava

progressivamente, con una pinguedine che impensieriva i medici, un

linguaggio ed un’espressione infantili. Le figliuole principiavano a

sentire intera la loro solitudine morale, a formular dei rimproveri

concreti contro la condotta paterna. Ma si effondevano poco con me.

Dovevano pensare che non ero felice: anche compiangendomi però, mi

reputavano certo un essere poco sensibile. Ne soffrivo, ma non trovavo

la forza di disingannarle, di conquistarle.

Qualche volta incontravo il babbo, non curante che di arricchire dacchè

aveva preso in affitto la fabbrica, senza un pensiero per l’abbandono

in cui si trovavano i figli malgrado l’agiatezza crescente che li

circondava. Guardava il mio piccino come una graziosa bestiuola. Di

mio marito continuava ad esser mediocremente soddisfatto, pur avendolo

elevato a vicedirettore. Alla vita del paese era divenuto del tutto

estraneo; nelle sue critiche era troppa acredine perchè potessi

rilevarne come in passato le note giuste; e tuttavia parlando con lui

mi sentivo sempre portare come in un cerchio più spazioso d’idee, sì

che tornando nelle mie stanzuccie avevo l’impressione di ripiombare

in un pozzo angusto, soffocante. Neppure le conversazioni coll’amico

dottore mi facevano un tal effetto di eccitare quanto v’era in me di

più originale e forte.

Col dottore, pur divertendomi a discutere le sue opinioni temperate e

in parte pessimiste, restavo perplessa, e spesso sconcertata. La nostra

simpatia aveva forse radice in una differenza sostanziale della nostra

educazione e in una somiglianza altrettanto profonda dei nostri gusti:

ma io non possedevo me stessa intera ed egli non era lo spirito atto a

suscitare una certezza qualsiasi nella mia anima.

D’altronde, che cosa pensava egli veramente di me? Come di fronte

agli altri, anche di fronte a lui non avrei voluto apparire donna da

compiangersi.

Sempre più gravosa intanto mi riusciva la missione che m’ero imposta

verso mio marito. Ora anche il suo affetto egoistico mi pareva

intepidito. Nuovi sospetti sulla sua fedeltà mi erano sorti a proposito

d’una bella e sfrontata operaia ch’egli aveva difeso presso mio padre a

torto. Per altro, l’istinto geloso perdurava in lui e si manifestava in

modo sempre più tirannico.

Un giorno non so più bene dietro qual bisticcio futile, lo vidi per la

prima volta montare in furore, gettarsi su un vestito nuovo che stavo

per indossare, e lacerarlo.... Mi parve di venir io stessa malmenata.

Egli si represse tosto, tentò scusarsi. Volli dimenticare, non dar

importanza all’incidente....

Lo guardavo talora, sempre sicuro di sè, pago intimamente della sua

situazione, debole e pauroso di fronte ai superiori e alla folla, privo

di ogni intuizione, inetto nella carezza come nel rimprovero, inutile,

estraneo alla mia vita. Egli non sentiva il mio esame, ed io riportavo

lo sguardo su mio figlio, obliando istantaneamente il gelo ed il

terrore di quell’involontaria analisi, scaldandomi e tranquillandomi al

suo sorriso.

Sopraggiungendo l’inverno riprendemmo, una, due volte per settimana, le

veglie in casa del nostro parente. Vi convenivano regolarmente, oltre

al dottore, qualche commerciante ammogliato, il segretario comunale,

un maestro con alcune figliuole e qualche volta mio fratello e un suo

amico studente quasi sempre in vacanza: talora nello stanzone s’era più

di venti ad ascoltar le canzonette napoletane del segretario fra un

pettegolezzo, una disputa e un ragionamento sbilenco.

Mia cognata non mancava mai. Notavo in lei con un certo stupore delle

velleità d’eleganza e come una preoccupazione di civetteria dacchè

aveva smesso il lutto. Si mostrava apertamente invidiosa delle

ragazze, più giovani di lei e un poco più affinate. Ma nessuno, per

buona sorte, le badava troppo: solo il dottore, che l’aveva curata

pochi mesi avanti per un’ostinata nevralgia, le lanciava qualche

satira, con un sorriso fine, ed ella chinava il capo stranamente

confusa e non ribatteva.

Il dottore mi mostrava la sua compiacenza nel vedermi partecipare a

quelle riunioni serali ove pur tante cose mi urtavano. Ero così priva

di distrazioni, che mi ci recavo abbastanza volentieri. Mi sentivo

circondata, ora, da un rispetto che mi lusingava, venendo da individui

generalmente sprezzanti verso la donna; più che la fama di geloso che

mio marito s’era acquistata, era certo il mio aspetto di bimba pensosa

e gentile, così differente dal tipo femminile del luogo, che frenava la

parola e il pensiero di tutti quegli uomini, obbligandoli ad estrarre

alla luce quanto di meno volgare ognuno possedeva.

Una sera, mentre il segretario suonava, vidi ad un tratto fissi sui

miei, acutamente, singolarmente, gli occhi di uno della comitiva,

seduto di fronte a me. Era un forestiero, come in paese chiamavano

tutti coloro non nati lì. Egli diceva d’esser vissuto, sino a tre anni

avanti, sempre all’estero, un po’ qua un po’ là, per gusto d’avventure.

Sapeva infatti parecchie lingue ed era certo, dopo il dottore, il più

intelligente ed istruito di quanti conoscevo in paese. Viveva di una

piccola rendita, con la moglie e un bambino dell’età stessa del mio,

bellissimo.

Da poche settimane soltanto le relazioni tra le nostre due famiglie

s’eran annodate: la giovane m’era apparsa alquanto ambigua, con

un’espressione leggermente sarcastica su un pallido volto di consunta.

Quanto all’uomo, di trent’anni, di media statura ma di forme atletiche,

biondo, con una singolare voce calma e metallica, corretto nei modi ma

impenetrabile nello sguardo, non mi suscitava interessamento speciale.

Non avevo di lui alcuna opinione precisa, come del resto non ne avevano

gli altri suoi conoscenti, perchè solo da poco egli s’era stabilito in

paese, ove l’aria pareva dovesse giovare alla moglie.

Sotto il suo sguardo trasalii. Che voleva quell’uomo? Mi pareva che

sorridesse in modo enigmatico, per la soddisfazione d’avermi fatto

notare la sua occhiata, forse; e mi sentivo come schiaffeggiata da quel

muto riso. Ma una sorta d’ipnotismo mi obbligò a ricercare di nuovo le

sue pupille; non sorridevano più; erano cupe, imperiose, ardenti.

Quella notte mi coricai con una sorda agitazione nell’anima, quasi

che un nemico mi avesse dichiarata una guerra dal motivo e dall’esito

ignoti. Per la prima volta dacchè ero maritata, un uomo a due passi

da me ardiva di guardarmi in tal modo, come obliando la mia fama di

orgoglio e di austerità. E la sorpresa era pari all’indignazione.

Per alcune sere fui perseguitata da quegli occhi azzurro chiari,

implacabili, ma che via via perdevano l’espressione di comando che mi

aveva sgomentata, per assumere una dolcezza grande, quasi un’estasi di

sogno. Colui parlava poco, abitualmente; potendo si isolava dall’uno

o dall’altro gruppo, e dall’angolo in cui si poneva mi fissava

lungamente, non scorto che da me. Al momento dei saluti, tratteneva un

istante più del necessario la mia mano nella sua, in silenzio. Facevo

con mio marito la strada fino a casa, nel rigore della notte invernale,

fantasticando. A casa trovavo il bimbo addormentato, e a guardia di lui

la donna di servizio, sfinita, che se ne andava subito verso la sua

catapecchia. Una rapida punta al cuore. E sotto le lenzuola invocavo

ansiosamente il sonno.

Al mattino, mi rialzavo col capo greve. Di là dai vetri della sala da

pranzo scorgevo talora, giù nella strada, passar lenta una figura, che

non mi salutava e mi guardava. Un attimo; e lasciavo la finestra. Mi

ponevo a giocar col bimbo. La sera, prima di uscire, mi fermavo davanti

allo specchio, come non avevo mai fatto.

Nel nostro convegno le tre figliole del maestro susurravano spesso a

bassa voce tra loro quando mia cognata ascoltava il dottore con aria

estatica. Mio fratello una volta, scorgendole in quell’atteggiamento,

mi disse ridendo, a bassa voce: «Il segreto di tua cognata diventa

quello di Pulcinella.... Non ha da esser fiero il dottore della sua

conquista!...» Avrei voluto chiedergli spiegazione e non osai. Che

intendeva dire? Che rapporti potevano esistere fra il mio amico e

quella creatura? Restai perplessa, mentre mi cresceva ad un tratto

l’oscuro senso di malessere. E mi sentii più sola, inosservata fuor che

da quell’unico....

Ormai non potevo ignorare il proposito di quell’uomo: io gli piacevo e

voleva mostrarmelo. Poi?... Che attendeva, che immaginava? Talora, a

notte, tornando dal consueto ritrovo e accompagnandoci per un tratto di

strada insieme a sua moglie, egli mi gettava al disopra delle spalle

di questa, piccolina, il suo sguardo penetrante, e io non distoglievo

il mio che dopo un attimo, e per considerare le altre due figure che

mi camminavano a lato, ignare. Mi chiedevo: «Dove vai? Sei tu, tu che

accetti questo?»

Un semplice atto di energia sarebbe bastato, sì. Il pensiero di

quell’uomo entrava ormai in tutte le occupazioni della mia giornata,

le metteva tutte in seconda linea; financo mio figlio non valeva a

liberarmi dall’ossessione; ma non era un pensiero appassionato, neppure

simpatico. Il mio cuore non batteva, non poteva battere per chi mi era

quasi sconosciuto, per chi non vedeva in me, certo, che un fiore degno

d’essere carpito all’indifferente proprietario..... E colui doveva ben

dirsi che il gioco non poteva prolungarsi molto.

Il capo d’anno passò: ricevetti, un dì che mio marito era assente dal

paese, una lettera. Mi si pregava di una parola che convalidasse le

speranze nate in un cuore in cui l’amore e il dolore tumultuavano.

Sorrisi. Le frasi non mi persuadevano, e vidi annunziarsi l’atteso

scioglimento. Perchè risposi?

Risposi, non rammento in quali termini, che quel cuore doveva

riconquistare virilmente la calma, fugare le ombre d’un sogno,

perdonare a chi aveva lasciato forse che vi spuntassero vane speranze

per biasimevole debolezza... Era uno scritto sincero, con una punta

d’ironia che non escludeva il sentimento della pietà per l’aridezza di

entrambi; doveva balenarvi qualcosa di stanco e di amaro, traverso la

rassegnazione al destino. Rileggendolo, prima di spedirlo, mi parve di

avere scritto per me sola, d’aver sintetizzato la mia anima, e come uno

sfacelo avvenne in me; io compresi per la prima volta tutto l’orrore

della mia solitudine, sentii il gelo de’ miei vent’anni privi d’amore,

e piansi un lungo pianto desolato e selvaggio, cessato il quale seppi

la misura della mia miseria.

Spedita questa risposta, per qualche giorno restai in casa, lieta

e triste insieme di non ricevere più segno di vita da chi, senza

saperlo, mi aveva fatto gettare un tale sguardo su me stessa e mi aveva

strappata una così disperata confidenza. Quell’immagine intanto non

mi lasciava, ed io mi sentivo a grado a grado invadere da un languore

mortale, che non era più rassegnazione e non era ancora ribellione, ma

semplicemente l’ansia di qualche catastrofe impensata che mi togliesse

alla coscienza del mio male.

Il suo silenzio mi divenne presto insostenibile. Dopo qualche sera

tornai alla casa del nostro parente. Appena entrata vidi il volto

temuto, che impallidiva leggermente, mentre gli occhi evitavano i miei;

più tardi sentii la voce un po’ affiochita dire d’un malessere provato

nei giorni precedenti. Al mattino dopo, con un sotterfugio, mi pervenne

una seconda lettera. Era violenta. Mi diceva che l’amore non si doma,

che la passione non si dissimula: nulla aveva da perdonarmi, ma tutto

da implorare, ancora, sempre, per me, per il mio diritto alla felicità,

più ancora che per sè, indegno....

Era tattica sapiente, o il caso? Era colui un abile conoscitore e

calcolatore, o io attraversavo una crisi durante la quale una voce

qualsiasi di riscossa era irresistibile?

Che cosa replicassi non so più. Mi sfogavo, certo, mi lagnavo

miseramente, mi abbandonavo alla dolce fede di essere compresa, di

aver trovata un’anima fraterna sotto apparenze taciturne. Dicevo che

il domani compievano quattro anni dal dì delle mie nozze.... che la

vita mia era sigillata, che solo per mio figlio avrei ancora potuto

sorridere....

E sfuggivo ora l’analisi del mio sentimento giganteggiante, attendevo

il precipitare dei fatti, senza che il cervello paralizzato mi

permettesse di raffigurarmeli in qualche modo.

Io sapevo che sua moglie, votata ad una morte prossima, era di

carattere molesto, freddo, impotente a dare e a ricevere affetto.

Non credevo ciò una scusa per tradirla; anche verso mio marito non

accampavo motivi di rappresaglia; mi sorprendevo anzi a nutrir per

l’una e per l’altro una pietà sincera, pungente. Il pensiero del

bimbo sopratutto incombeva sul mio spirito. Ma anche esso pareva

affievolirsi: via via tutto si oscurava.... Ero pervenuta al sofisma

di tutte le donne che conciliano l’amore dei figli colla menzogna

maritale? Il mio spirito si raffigurava un avvenire di viltà felice fra

le gioie materne e gli amplessi dell’amante?

Non credo. Cercavo di persuadermi che la vita mi offriva finalmente

l’amore, il vero, e che dovevo accettarlo, portando all’uomo che mi

meritava, tutta me stessa e l’altra parte della mia vita, il mio bimbo,

semplicemente, lealmente. Oh, amare, amare, darmi volontariamente,

sentirmi di un uomo, vivere, rinascere!

Quanti giorni di battaglia? Non so più: pochi. Quando lo rividi,

ad una delle festicciuole da ballo che il gruppo degli amici aveva

organizzate, ed egli mi cinse la vita trascinandomi in un turbine di

giri e susurrandomi sul collo parole brevi di amore, di amore, e in

tutta la sala ridicolmente addobbata, non vidi un solo essere che

attingesse le vette del sogno ch’io facevo, e mi sentii nelle vene

tumultuare un sangue giovane, ricco, e appresi in un baleno da cento

occhi dimentichi, che confermavano le parole ardenti di lui, ch’io

ero una donna bella, la sola bella, bella, bella; e mi dissi che un

uomo s’era sentito capace di suscitare in me una fiamma che tutta mi

travolgesse.... pensai che il mio destino si fissava, e assaporai la

prima, l’unica ebbrezza della mia vita.

* * * * *

Mio marito dovette improvvisamente partire per alcuni giorni. Quando

lo seppi, tremai. Era un pomeriggio grigiastro, gelido; egli sedeva

al caminetto, e io me gli avvicinai, mi strinsi alle sue ginocchia

come nei giorni lontani del nostro oscuro idillio, obliando in

quell’istante ch’egli era l’autore della mia sventura, non ascoltando

che l’avvertimento del cuore per cui vedevo la sua persona travolta

colla mia nell’imminente bufera. Egli mi carezzò la testa, come da un

pezzo non faceva, scorse l’alterazione del mio viso, si turbò, trovò,

dinanzi alle mie lagrime irrompenti, parole di tenerezza. Mi voleva

bene dunque ancora? Non sapevo: sapevo di non averlo, io, mai amato,

poi che la donna solo allora in me si destava, la donna bramosa di un

ignoto delirio che la ponesse, conscia del proprio valore, in balìa

d’un forte....

Che potevo dirgli? Lo lasciai partire. L’altro mi seppe sola,

audacemente e semplicemente mi pregò con un biglietto d’attenderlo

per la sera dopo: avremmo parlato; io sapevo che avrei ricevuto un

gentiluomo.

Venne. La situazione era singolare, e noi impacciati, quasi dimentichi

del reciproco esaltamento dei giorni addietro. Non so perchè, lo

trovavo quasi goffo, seduto di fronte a me col tavolo rotondo

frapposto, scegliendo le parole dell’esordio, collo sguardo privo del

consueto lampo temerario. E mi sentivo tutt’altro che commovente,

così rigida e muta, coll’orecchio teso verso la stanza ove il piccino

dormiva, la fronte ombrata di diffidenza.

Non ritenevo che qualche spunto di frase: «Certo.... abbiamo entrambi

dei doveri, dei duplici doveri.... Ma al sentimento non si può

mentire.... Il cuore ha i suoi bisogni.... Senza venir meno a quei

doveri, senza far soffrire....»

Che altro? Non era di facile eloquio e io non lo incoraggiavo.

«Senza far soffrire nessuno.... Si può conciliare....»

Doveri? S’ingarbugliava. Si risolse, troncò le dimostrazioni, mi

prese le mani, ravvivò gli occhi, mi disse che mi amava, ch’io pure

l’amavo, che saremmo stati felici presto; mi dava del tu; si alzò, mi

trasse a sè, improvvisamente mi baciò in bocca; e allontanandolo io

con un gesto, di nuovo mi dichiarò che non voleva nulla da me ch’io

non sentissi spontaneamente di concedergli; che gli bastava sapere che

il mio cuore era suo, sentir dalle mie labbra ogni tanto e dalla mia

penna le inebbrianti parole della passione. Mi attrasse di nuovo, e

appoggiata al suo petto, la sua guancia accanto alla mia, provai per

un attimo l’impressione di esser travolta, naufraga, da un naufrago.

D’un tratto le mie mani lo respinsero con violenza. Egli mi stringeva,

mi brancicava.... Un ricordo mi balenò. Anche costui! E fra la nausea

che mi chiudeva la gola scoppiai in un riso convulso.

Si scostò, colpito da stupore. Io spalancai l’uscio e balzai nell’altra

stanza.

Dopo un poco udii chiudere cautamente il portone di strada. Ero di

nuovo sola in casa, sola col bimbo. Il piccino respirava tranquillo,

lieve. Non lo guardai, non lo toccai.... Oh mio solo, mio puro

amore! Mi tolsi febbrilmente i vestiti, e soltanto quando fui sotto

le coperte, tesi le braccia dalla sua parte, mordendo il guanciale,

chiamando sommesso la morte....

IX.

Fino a quel giorno io m’ero creduta in possesso d’una salda morale,

semplice ed evidente, colla quale sarei passata nella vita senza dubbî

e senza prove. Se il perchè dell’esistenza mi sfuggiva, se intorno a

me dalla fanciullezza in avanti avevo visto scemare via via i motivi

di entusiasmo, di commozione, di orgoglio, se la mia individualità era

da me stessa quasi ignorata e perennemente tradita, non m’era però

mai venuta meno la fiducia nella volontà e m’eran riuscite sempre

incomprensibili le disfatte provocate dal sentimento o dal senso, lo

sfacelo d’un’anima. Il primo grande dolore che avevo provato mi era

venuto da mio padre, dalla scoperta della debolezza d’un uomo che m’era

parso un dio. Io avevo bisogno di ammirare innanzi di amare. Accettando

l’unione con un essere che m’aveva oppressa e gettata a terra, piccola

e senza difesa, avevo creduto di ubbidire alla natura, al mio destino

di donna che m’imponesse di riconoscere la mia impotenza a camminar

sola. Ma avevo così anche voluto che la fatalità non fosse più forte di

me, avevo mostrato un volto umano a quel fato.

Avrei ora ammesso nella mia vita miseranda l’intervento ironico d’una

forza estranea e sconosciuta? Mi sarei potuta credere suo ludibrio?

Mi sarei detto ch’io non era che un essere ibrido, incerto, in balìa

dell’ambiente, facile preda alle voglie infami che mi circondavano?

L’invocazione alla morte era stato il primo grido della creatura nella

notte. Ma venne il sonno, e poi il risveglio: la necessità di prender

in braccio il piccino, di preparargli la colazione, di provvedere

all’andamento della casa ove la vita si svolgeva impassibile, ove il

sole e l’aria marina entravano, ove libri e carte parlavano di lotte e

di evoluzioni, ove si affacciava il ricordo de’ rari ma fulgidi istanti

di sconfinata speranza per i miei sogni di donna e di madre.

E i miei vent’anni insorsero.... Perchè non avrei potuto esser felice

un istante, perchè non avrei dovuto incontrare l’amore, un amore più

forte di ogni dovere, di ogni volere? Tutto il mio essere lo chiamava.

Quell’uomo mi aveva soggiogata per tante settimane, aveva saputo

imporsi al mio pensiero.... Perchè? Perchè ero sola, disamata, assetata

ed anelante....

Lui? Era proprio lui, quell’uomo miserevole che m’era apparso, la sera

avanti, spoglio d’ogni poesia e d’ogni illusione, brutale e ridicolo?

E un’ira folle mi prendeva contro me stessa, che cadeva subito per

lasciar posto ad una vergogna profonda. Io avevo rinunciato a me

stessa. Quel poco ch’ero divenuta, quella creatura umile ma splendente

d’una pura maternità, io l’avevo buttata ai piedi d’un essere volgare,

dallo stupido egoismo, che s’affrettava a gualcirmi come un’erba sulla

strada! Ero dunque discesa così in basso? La mia smania di vivere

m’aveva accecata. La vita che cercavo era l’errore, era l’abiezione....

Mi confrontai con mio marito: eravamo allo stesso livello, ed io più

abietta di lui perchè lo sapevo.

Alcuni giorni dopo, ero appena tornata col bimbo dal giardino di mio

padre, una bracciata di fiori era sul tavolo; l’anima interrogava

cupamente il vicino avvenire, senza ricever risposta; quando vidi

entrare il dottore con uno strano viso, il dottore che in quell’ora

doveva compiere il suo consueto giro professionale.

Bastarono poche parole. Egli veniva dalla casa di quell’uomo, a cui

la moglie, il mattino, aveva trovato in tasca una mia lettera. La

sciagurata sospettava da qualche tempo. Ma la verità non l’aveva

atterrata. Si sapeva poco lontana dalla morte e d’altronde non era

quello il primo tradimento del marito, nè il primo giorno in cui ella

aveva sentito d’odiarlo. Voleva vendicarsi prima di morire. Per questo

aveva chiamato il dottore, sapendolo mio amico.

Una Donna · 第 5 / 15 段