Un mese circa era passato dalla mia malattia. Una volta sola avevo

rivista l’inferma, un giorno in cui ella era calma e nel quale, fra le

altre frasi quasi assennate, m’avea detto, facendomi fremere: «Ah, se

tu avessi avuto un bimbo! Perchè non hai avuto un bimbo?» Ella avea

vagheggiato un nipote, una rinnovata maternità!

Poi il medico m’aveva proibito altre visite. Veniva ogni pomeriggio, un

momento, mio fratello, o la sorella piccola, con l’affanno nella gola

e gli occhi dilatati. La mamma non ascoltava più neppure le loro voci,

alternava stravaganze a minacce d’ogni genere: l’infermiera non era più

sufficiente alla sua sorveglianza. La bimba mi scoppiava a piangere fra

le braccia; il ragazzo si torturava per non esser più grande, capace di

portar lontano la sventurata da colui che non ne aveva alcuna pietà.

Il babbo appariva cupo, impenetrabile, non parlava. E noi tutti

continuavamo ad avere per lui un senso di terrore, che ci paralizzava

e ci avviliva....

I medici, infine, dichiararono necessaria una cura regolare, in una

casa di salute. Non si poteva lasciar oltre la malata accanto ai

ragazzi spauriti.

La partenza di lei per la vicina città fu infatti per i piccoli

infelici, dopo tanti mesi di angoscia, una liberazione. L’immagine

dolce e dolente che avean vista china sui loro letticciuoli negli anni

dell’infanzia, erasi trasformata in una figura spettrale, da cui non

si sentivan più amati e che temevano di non riuscir più ad amare. Oh,

tornasse presto, a cancellare anche l’ombra del sinistro sogno!

Ed io, avrei mai potuto chiederle perdono, dirle la mia pena senza nome

per il ricordo di essere stata così disumana, farle sentire come la

comprendessi finalmente?

No, mai più la mia voce le sarebbe scesa al cuore: io non avrei più

potuto parlare alla mia mamma, lo sentivo, lo sentivo; tutto era

finito! Di lei, di quel ch’ella era stata, non sarebbe rimasto a noi

che la memoria, come un oscuro ammonimento....

* * * * *

Il giro dei giorni e delle settimane ricominciò.

Lentamente mi sollevai dalla prostrazione fisica: l’energia spirituale

pareva estinta. Non avevo nessun lamento. Immaginavo, per la sequela

di casi tragici che s’era abbattuta su la mia vita breve, di possedere

ormai la visione intera del mondo: un carcere strano.... Tutto era

vano, la gioia e il dolore, lo sforzo e la ribellione: unica nobiltà la

rassegnazione.

Non tentavo neppure di dedicarmi alle mie sorelle per attenuare la

loro sventura e dare uno scopo immediato alla mia esistenza. Una

giovine istitutrice, giunta poco dopo la partenza di nostra madre,

cercava di accaparrarsi tutto il loro affetto. Elegante e civettuola,

la vedevo malvolentieri occupare il delicato ufficio e pensavo che

avrei dovuto lottare perchè ella non prendesse troppo ascendente sulle

due fanciulle. Ma invece lasciavo che queste si allontanassero con

insensibile progressione da me. Il babbo mi ricercava ancor meno. Della

assente nessuno pronunciava mai il nome con lui.

Incapace d’ogni indagine, mio marito era soddisfatto della mia

tranquillità esteriore, della trasformazione evidente del mio

carattere, sempre più remissivo. Egli rivestiva l’indefinibile

suo egoismo con una superficie di tenera sollecitudine. Era una

sollecitudine di sole parole, ma serviva ad impedire lo scoppio di

malumori, le spiegazioni franche. Pareva che entrambi temessimo di

approfondire la realtà e che un patto muto mantenesse i rapporti

cordiali e indulgenti. Ma non era propriamente così. Egli credeva

nella persistenza del mio amore e dal suo canto penso m’amasse

un po’ come una cosa sua, una proprietà, o se l’imponesse secondo

un’idea convenzionale del dovere. Io lusingavo il suo amor proprio

colla mia bellezza che rifioriva, colla mia intelligenza, colla calma

e coll’ubbidienza ai suoi capricci gelosi di cui non mi offendevo,

sorridendone. Se una causa di malcontento gli davo, risiedeva nella

insofferenza sempre più acuta dei miei sensi ad ogni tentativo di

perversione. Ignorante più ancor che brutale, egli non si spiegava il

fatto e si tormentava, mentre io non badavo che a difendermi.

E i giorni, le settimane scorrevano. Quel tempo, nonostante i ricordi

emergenti qua e là, resta il più confuso della mia vita, il più

indecifrabile: ho solo precisa la sensazione che qualcosa, non so che

cosa, mi difendesse dalle amarezze e dagli scoramenti irrimediabili,

m’imponesse di continuare a vivere così, automaticamente, con una

oscura alterezza per la mia silenziosa acquiescenza al destino.... La

memoria de’ miei anni infantili era un’oasi cui talora ricorrevo. Ma

dopo quella, sorgeva immancabilmente l’immagine della donna dolorosa

nel tragico asilo, quale l’avevo vista la prima volta, poche settimane

dopo la sua partenza: e provavo un brivido subitaneo, quasi la

sensazione di chi, smarrito su un ghiacciaio, sente le oscillazioni

d’una corda che lo lega ad un compagno precipitato nell’abisso. Oh

la voce di mia madre, già diversa, che diceva cose incoerenti! E

l’immenso casamento dal quale si elevava un brusìo confuso di risa

e di singhiozzi, come l’eco d’una folla in tempesta che un muro

dividesse dal resto del mondo; i vasti corridoi deserti, lungo i quali

strisciavano le infermiere con mazzi di chiavi alla cintola, mentre

agli usci s’affacciavano talora figure fuggevoli dai grandi occhi

sbarrati e dalle bocche sorridenti, fantasmi d’una vita occulta; e

infine la stanza bianca colle sue inferriate, alle quali mia madre

si afferrava chiamando a nome la città che si stendeva lontana e

bellissima nel sole, come un bimbo chiama a sè il lago e il bosco!

Ero uscita dal recinto di dolore con un tremito interno, senza poter

piangere nè parlare, sentendo una sofferenza fisica che mi prostrava

e rivoltava insieme, qualcosa di oscuro e d’inesprimibile, come un

desiderio sconfinato di evasione: evadere dalla vita, smarrire la

strada che conduce al porto della pazzia....

* * * * *

Un anno, così, avvolto di nebbia tetra. Poi.... Poi il palpito in me

d’una nuova vita, e l’attesa ineffabile....

Dapprima era stato un senso di timore, quasi di terrore: il dubbio

inespresso ma tormentoso sull’intima eredità che mio figlio avrebbe

avuto da me e dal mio compagno... E altre preoccupazioni meno profonde

ma pur gravi, sull’avvenire materiale che ci si preparava, sulle mie

attitudini alla maternità....

Questa prima impressione sparì presto. Osai guardare il futuro,

accettarlo con un coraggio tanto più forte in quanto persisteva in me

una malinconia profonda, quale non provai forse mai più in nessun altro

periodo della vita. Lentamente ascoltai in me destarsi gli istinti di

madre; sentii che mi sarei votata a quel piccolo essere che si formava

nel mistero, sentii che l’avrei amato con tutto l’amore che non avevo

dato ancora a creatura. E una gioia silenziosa ed austera mi fiorì

nell’anima, irrorata dalle prime lagrime dolci della mia vita. Avevo,

alfine, uno scopo nell’esistenza, un dovere evidente. Non solo mio

figlio doveva nascere e vivere, ma doveva essere il più sano, il più

bello, il più buono, il più grande, il più felice. Io gli avrei dato

tutto il mio sangue, tutta la mia giovinezza, tutti i miei sogni: per

lui avrei studiato, sarei diventata io stessa la migliore.

Mio marito, dopo un malumore che gli sparì in breve, seguiva il mio

stato con tenerezza. Lo trovavo buono, avvertivo in lui già forte

l’amore di padre, un amore tutto d’istinto, senza preoccupazione veruna

della responsabilità che s’iniziava per entrambi.

Sua madre, per cui le nostre nozze semplicemente civili erano state

come un incubo, mi aveva per prima cosa scongiurato di fare «un

cristiano» del bimbo, ed io glie l’avevo promesso, ricordandomi che a

mia madre era stata fatta dal babbo la stessa concessione. Ma le avevo

anche dichiarato che non avrei potuto tollerare ingerenze sue o di sua

figlia nell’allevamento del bimbo, cui non volevo infliggere certi usi

barbari ancor vigenti nel luogo, nè procurare fin dalla culla amuleti

e fasce e pericolosi impacci protettivi. Al che mi rispondeva con una

baldanza che contrastava colla consueta sua timidezza: «Dieci figliuoli

ho avuto ed allattato io!»

De’ suoi dieci figli, sei erano morti nell’infanzia, e i sopravvissuti

potevano dirsi fortunati. Ella mi sosteneva che i bimbi devono

attraversare cinque o sei malattie, nelle quali Dio spesso se li prende

per formarne degli angeli.

Povera vecchia! Mi aiutava a tagliare e imbastire camiciuole e

corpettini, e godeva in quel lavoro, nella pace della nostra saletta,

un benessere dolce che l’inteneriva e di cui si reputava forse indegna

come tutti coloro che avendo sofferto lungo l’intera vita si son

convinti di non essere stati creati per la felicità. E la sventura

stava per colpirla ancora una volta.

Contemporaneamente si posero a letto mio suocero e mio marito, l’uno

per un reumatismo a lungo trascurato, l’altro per una forte angina.

Benchè il caso del vecchio non apparisse di eccezionale importanza, la

moglie e la figlia furono trattenute al suo capezzale ed io mi trovai

sola ad assistere mio marito, il cui male progrediva rapidamente.

Una notte mi parve che il respiro gli mancasse; il medico accorso

fece un atto disperato: il male aveva assunto tutti i caratteri della

difterite: non seppe nascondermelo, malgrado il mio stato; ma io mi

sentivo animata dalla volontà di non pregiudicare in alcun modo la

vita della creatura che palpitava nel mio grembo. Restai calma, col

cuore fiducioso, lasciando il malato nell’ignoranza della vera sua

condizione, assistendolo senza riposo, come certa che il dovere così

adempiuto non avrebbe potuto essere fatale.

La malattia si risolse in pochi giorni, dopo i quali soltanto il

convalescente apprese il pericolo dal quale era scampato. Non ebbe

tempo di allietarsene. Suo padre s’era aggravato: in capo a due

settimane spirò.

Era la prima volta che la morte passava, portandosi via un’esistenza a

me prossima, ma l’anima mia non fu colpita: forse ero all’estremo delle

mie forze, tutte le facoltà dominanti tese verso l’evento che avrebbe

fissato la mia vita.

Appresi la rettorica del lutto. Mio marito e mia cognata, che non

avevano mai dopo l’infanzia sorriso al loro padre, che non l’avevano

considerato se non come il detentore d’un denaro comune, proclamarono

un dolore atroce, credettero forse per qualche tempo di soffrire

indicibilmente.

Ripensai in quella circostanza ad alcune considerazioni che avevo

ascoltate più volte da mio padre. Nel paese regnava una grande

ipocrisia. In realtà i genitori, sia fra i borghesi, sia fra gli

operai, venivano sfruttati e maltrattati dai figli, tranquillamente;

molte madri sopratutto subivano sevizie in silenzio. Non una moglie

era sincera col marito nel rendiconto delle spese, non un uomo portava

intero a casa il suo guadagno. Poche coppie mantenevano la fedeltà

reciproca, e di parecchi signori s’indicava l’amante in qualche donna

che viveva sola, o con un marito, su cespiti inconfessabili. Poco tempo

prima, un feroce parricidio aveva funestato una casa: il figlio aveva

colto suo padre con la propria moglie. Molte ragazze si vendevano,

senza la costrizione della fame, per la smania di qualche ornamento; a

quattordici anni nessuna rimaneva ancora del tutto ignara. Ma restavano

in casa, ostentando il candore, sfidando il paese a portar prove contro

la loro onestà. L’ipocrisia era stimata una virtù. Guai a parlare

contro la santità del matrimonio e il principio della autorità paterna!

Guai se alcuno si attentava pubblicamente a mostrarsi qual era!

Per questo mio padre era stato condannato selvaggiamente, e odiato da

quel pugno di persone così inferiori a lui. Per questo egli aveva avuto

una ribellione che l’aveva spinto sempre più oltre.

E mio figlio nasceva in quell’ambiente!

Lo attesi in un raccoglimento severo, allontanando con energia

ogni assalto di pessimismo, moltiplicando i preparativi minuziosi,

consapevole e commossa della dignità che rivestivo in quell’ora

suprema. Avevo accanto l’immagine di mia madre costantemente; di mia

madre giovine negli anni lontani ed ignoti della mia prima infanzia:

sentivo nell’anima il calore di quell’affetto che doveva essersi

riversato su me con la stessa forza con cui il mio cuore circondava

amorosamente l’atteso....

VII.

Quando, alla luce incerta di un’alba piovosa d’aprile posi per la prima

volta le labbra sulla testina di mio figlio, mi parve che la vita per

la prima volta assumesse a’ miei occhi un aspetto celestiale, che la

bontà entrasse in me, che io divenissi un atomo dell’Infinito, un

atomo felice, incapace di pensare e di parlare, sciolto dal passato

e dall’avvenire, abbandonato nel Mistero radioso, Due lagrime mi si

fermarono nelle pupille. Io stringevo fra le braccia la mia creatura,

viva, viva, viva! Era il mio sangue in essa, e il mio spirito: ella era

tutta me stessa, di già, e pur mi esigeva tutta, ancora e per sempre:

le donavo una seconda volta la vita colla promessa, coll’offerta della

mia, in quel lungo bacio lieve, come un suggello ideale.

Vidi mio marito lagrimante di gioia, gli sorrisi, m’assopii.... Più

tardi, riposata, composta in lini freschi, ricordo d’aver sorriso alle

mie sorelle accorse, ricordo d’aver gettato uno sguardo sullo specchio

che l’una di esse mi porgeva, e d’avere scorto il roseo delle mie

guancie, lo splendore degli occhi, il candore della fronte; un’immagine

bella di maternità. A mio padre pure sopraggiunto, il medico narrava le

fasi del parto: le prime doglie alle due di notte, il rapido progresso

della crisi, una mezz’ora di sofferenza, l’ultimo spasimo, e infine

il sollievo, il primo vagito del bambino eccezionalmente robusto,

perfetto di forme. Le frasi mi giungevano come il racconto di un fatto

lontano di cui i miei sensi non serbassero che un fievole ricordo.

Sì, il mio corpo era stato avvolto da spire di fuoco, la mia fronte

s’era coperta di un sudore gelato, io era divenuta—per un attimo? per

un’eternità?—un povero essere implorante pietà, dimentico di tutto,

le mani convulsamente aggrappate ad immaginarî sostegni nel vuoto, la

voce cambiata in rantolo; sì, io avevo creduto d’entrare nella morte

nel punto in cui mio figlio entrava nel mondo, avevo gettato un urlo di

rivolta in nome della mia carne lacerata, delle mie viscere divorate,

della mia coscienza naufragante.... Quando tutto questo? Prima, prima!

Prima di sentirmi mamma, prima di veder gli occhi del mio piccino;

ed era come se nulla fosse avvenuto, poichè io avevo ora lì nel mio

letto il tepido corpicciuolo avvolto nelle fasce, poichè mi sentivo un

benessere delizioso per tutte le membra, poichè il domani avrei dato il

seno a quella boccuccia da cui usciva un suono che mi faceva ridere e

piangere....

Avrei potuto allattare la mia creatura? Durante l’intero periodo della

gravidanza era stata questa la mia preoccupazione più insistente;

anche la sera innanzi m’ero detta che avrei voluto soffrire ancora

altri giorni, ma esser certa di poter io allevare il bimbo. Così,

quando scorsi la piccola bocca succhiare avidamente, e ascoltai la

gola ingoiare il liquido che sgorgava dal mio petto, e poi vidi il

viso soddisfatto addormentarmisi sul seno, ebbi una nuova crisi di

commozione ineffabile. Per una settimana vissi come in un sogno

gaudioso, in una pienezza d’energia spirituale che m’impediva di

sentirmi estenuata, che mi dava l’illusione d’avviarmi ai dominio

della vita. Nelle ore in cui il piccino dormiva nella sua culla bianca

accanto a me, e il silenzio e la penombra regnavano nella camera,

io abbandonavo la briglia alla fantasia, ed era nella mia mente un

avvicendarsi di due distinti progetti: l’uno che riguardava mio figlio,

che riassumeva la visione di tutti i mesi precedenti la nascita, che mi

delineava la grave dolcezza del mio còmpito di nutrice, di maestra, di

compagna; l’altro, che costituiva il primo invincibile impulso verso

l’estrinsecazione artistica di quanto mi commuoveva ora, mi riempiva di

sensazioni distinte, rapide, nuove ed ineffabili. Si svolgeva nel mio

cervello il piano d’un libro; pensavo di scriverlo appena rinvigorita,

nelle lunghe ore di riposo presso la culla. E talora, in dormiveglia,

sorridevo ad immagini di gloria.

La settima od ottava notte dopo la nascita, mentre rivolgevo al

poppante sommesse parole di tenerezza, vidi il volto puerile

atteggiarsi ad un sorriso; un sorriso lungo, pieno, splendente,

miracoloso: mi produsse una sensazione così intensa, che credetti

svenire.

Non posi fede al dottore, il mattino seguente, mentre mi diceva che

quel sorriso non poteva essere se non una contrazione muscolare,

assolutamente inconscia, prodotta soltanto dal benessere fisiologico

di cui il bimbo godeva in quel momento di sazietà e di riposo. Era

così soave pensare che fra me e la mia creatura esistesse di già una

corrente di simpatia, e che, nel mistero della notte, col mio solo viso

amoroso negli occhi, il bimbo affermasse di già la sua vita di piccolo

uomo!

Il dottore mi guardava affettuosamente; mi raccomandò di non esaltarmi,

sopratutto di non inquietarmi, come principiavo a fare, sembrandomi che

il piccolo dimagrisse; mi assicurò ancor una volta che il mio latte

era sufficiente e che non dovevo temer di nulla.

Passai la giornata scaldandomi il cuore all’evocazione di quel sorriso

notturno, che m’era apparso come un preludio dei gaudî che mio figlio

mi avrebbe dati nel tempo.

La sera vennero le mie sorelle coll’istitutrice a trovarmi. Conversavo

con esse lietamente, quasi effondendo il mio intimo contento, quando

sopraggiunse mia cognata. Senza mostrar d’avvedersi delle astanti, e

dopo aver baciato il nipote, ella restò in piedi, con volto arcigno,

muta. Le altre, dopo essersi scambiato uno sguardo, proseguirono

tranquillamente la conversazione e andandosene, dopo un poco, non

piegarono che lievemente il capo dalla parte ove stava la bisbetica

indomabile. Questa non le lasciò neppur chiudere l’uscio; si avventò

come una furia verso di me, con una valanga d’improperî al loro

indirizzo. Era un vecchio rancore quello che ella sentiva verso le

mie sorelle, che non andavano mai a farle visita: ma non mi si era

ancora rivelato intero così. Mio marito intervenne fiaccamente;

io non potei che rispondere qualche frase di sprezzo, mentre mi

abbandonavo sui guanciali, sentendomi la febbre montare nelle

vene, e staccavo il bambino dal petto, dietro esortazione sommessa

della servente impensierita. A lungo la donna fuori di sè parlò,

parlò, inviperendo.... Allorchè se ne fu andata, mi trovai esausta,

semisvenuta, incapace finanche di rimproverar mio marito, di dirgli il

mio stato.... La notte il bambino pianse, insoddisfatto del nutrimento;

nella sua visita mattutina il dottore mi trovò mentre lasciavo scendere

sul volto di mio figlio vanamente attaccato al seno alcune lagrime

disperate.

Non avevo più latte. Invano per quindici giorni tentai affannosamente

ogni rimedio, ogni regime, non vivendo più che nell’idea fissa di

volere io, io sola allevare mio figlio, a ogni costo. L’energia che

mi aveva sostenuta fin lì pareva abbandonarmi: piangevo, piangevo

piano, come una bimba, guardando il seno che non mi s’inturgidiva,

verificando desolatamente ad ogni pesatura che il piccino diminuiva,

cercando rassegnarmi al pensiero di veder quella testina appoggiata

ad un altro petto. Era un dolore nuovo, fisico oltre che morale,

qualcosa che mi struggeva, che recideva in me tutta la magnifica

fioritura di sogni spuntata dinanzi alla culla bianca; qualcosa che

respingevo coll’indignazione del moribondo giovane, come una mostruosa

ingiustizia....

Dovetti cedere, per non far morire la creaturina. Ottenni che la balia

restasse in casa, che mio figlio dormisse accanto a me. La giovane

che mi surrogò credo di averla odiata, col suo viso stupidamente

classico e i suoi movimenti pesanti, goffi; ma non aveva neppur lei

sufficiente latte per il piccolo ingordo che aveva patito la fame.

Dopo una settimana venne a sua volta sostituita. La nuova nutrice,

d’aspetto umile, dallo sguardo tranquillo e buono, mi calmò alfine

l’ansia per la salute del bimbo. Intuendo la mia gelosia materna, la

povera donnina si difendeva dalla tentazione di baciare la creatura cui

ella dava il suo sangue, e tendeva tutte le facoltà del suo intelletto

per non trasgredire le mie norme. Potei così vincere alquanto il mio

spasimo, rassegnarmi a dirigere l’opera che non potevo compiere, e a

ristabilire il mio organismo straordinariamente scosso. Mi rivedo tutta

bianca nel vestito e nel viso, sprofondata nella poltrona; tentando

riscaldarmi al sole di maggio, ascoltando distrattamente i discorsi

del medico, la sola persona che quasi ogni giorno portava nella mia

vita un filo di fraternità spirituale. L’anemia s’era impadronita di

me e non m’avrebbe più lasciata. Non me ne preoccupavo; ma i nervi se

ne risentivano, sempre dolorosamente tesi. L’igiene del piccino m’era

come un’ossessione, poichè la spingevo agli eccessi; dovevo mostrarmi

d’un’esigenza quasi crudele colla balia, malgrado le fossi, in certi

momenti di serenità, intensamente grata. Mio figlio cresceva come un

fiore fra le due madri. Ora per ora sentivo di amarlo in modo sempre

più delirante, comprendendo di aver accumulato in lui tutta la mia

sostanza profonda. La mia vita si concentrava su quel piccolo essere.

Non notavo che mio marito m’era diventato affatto indifferente e che

la mia psiche aveva cessato di occuparsene. L’indulgenza a suo riguardo

era divenuta una forma d’abitudine. Egli era il padre della mia

creatura, l’uomo che un giorno mio figlio avrebbe dovuto rispettare, ed

io agivo verso me e verso gli altri ispirata dalla volontà di mantenere

l’illusione intorno alla persona morale di lui, di farlo apparire

degno di me, degno della sua paternità. Gli ero grata quando lo vedevo

commuoversi ed allietarsi per qualche piccolo progresso del bimbo,

quando partecipava in un certo grado alle mie incessanti apprensioni e

sopportava, oltre ai fastidî notturni, le mie lagnanze contro tutto ciò

che non era il sorriso di mio figlio.

Come se una jettatura pesasse sull’allevamento del piccino, verso il

quinto mese alla nutrice morì una figlia e scemò il latte. Entrò in

casa una nuova donna, bruna, sanguigna, formosa, di carattere opposto

a quella che se ne andava. Non ho mai incontrato un temperamento più

bislacco, assurdo e imperturbabile. Per mesi e mesi, mentre il bimbo

sviluppava deliziosamente le sue grazie e le sue forze, io sostenni una

lotta continua contro i miei impulsi per sopportare quella contadina

che aveva un riso sonoro e fatuo nell’ossequio come nell’impertinenza,

un riso che mi feriva sopratutto quando lo vedevo scoppiare ad un palmo

di distanza dalla faccina di mio figlio.

Mio marito, rimproverandomi, acuiva la mia amarezza: non comprendeva

che i difetti di quella donna m’irritavano in quanto deformavano

la seconda madre ch’io volevo che fosse per mio figlio?... Temevo,

sopratutto, che il bimbo potesse, col latte, succhiare i germi di

quella natura goffa e biliosa. E vedendo mio marito insistere nel

difenderla, mi attraversò la mente un sospetto che mi offendeva in

quanto avevo di più sacro.

Tanto orrore m’incuteva quel sospetto, che rifuggii con tutte le

mie forze dal verificarlo. In verità, al di fuori della somma di

energie ch’io spendevo attorno al bambino, era in me un’incapacità

sempre maggiore di vedere, di volere, di vivere: come una stanchezza

morale si sovrapponeva a quella fisica, lo scontento di me stessa, il

rimprovero della parte migliore di me che avevo trascurata, di quel

mio io profondo e sincero, così a lungo represso, mascherato. Non

era un’infermità, era la deficienza fondamentale della mia vita che

si faceva sentire. In me la madre non s’integrava nella donna: e le

gioie e le pene purissime in essenza che mi venivano da quella cosa

palpitante e rosea, contrastavano con un’instabilità, un’alternazione

di languori e di esaltamenti, di desiderii e di sconforti, di cui non

conoscevo l’origine e che mi facevano giudicare da me stessa un essere

squilibrato e incompleto.

VIII.

Una Donna · 第 4 / 15 段