Le prime settimane s’era fatto in paese un gran discorrere della nostra

relazione; il mio brusco allontanamento dalla fabbrica era stato

interpretato dai più maligni come la conseguenza di una scoperta da

parte di mio padre. Non avevano, circa un anno prima, le stesse lingue

sussurrato che l’affetto di mio padre per me fosse più che paterno, non

s’erano compiaciute in invenzioni odiose e mostruose? I miei genitori

non sapevano quel che ora si andava dicendo. Dinanzi alla sicurezza

ignara de’ miei, avevo sentito in me crescere un senso di vergogna.

Almeno il mio fidanzato fosse insorto contro i diffamatori! Pareva

invece aver preso un contegno speciale di fronte ai suoi compagni, come

se fosse tutto ad un tratto salito in dignità. Questi lo invidiavano

e insieme sembravano esser contenti che uno del paese avesse umiliato

l’orgogliosa famiglia forestiera. Passando dinanzi al solito circolo,

m’avvedevo dei sogghigni con cui mi guardavano e la mia fierezza non

osava più reagire. Egli rideva, mi dava della sciocca. Rise anche

quando gli riferii una diceria sul suo conto giuntami solo allora

all’orecchio: che egli avesse disonorata la ragazza la quale poi

aveva tentato di uccidersi per lui. E non si curò di difendersi nè di

giustificarsi.

Passando i mesi, anche le chiacchiere cessarono. Io ero del resto ormai

isolata dalla vita paesana: il giovine, geloso, pretendeva da me mille

rinuncio assurde: non dovevo affacciarmi alla finestra, dovevo scappare

in camera mia se qualche uomo capitava in casa, compreso il dottore

della mamma. La mia personalità fin allora così libera, dinanzi alla

memoria del fatto ch’io consideravo irreparabile, insorgeva a tratti,

ma soltanto per farmi più sentire la sconfitta patita.

Pure, scrivevo alle mie amiche che ero felice. Cercavo d’ingannar me

stessa. E riuscivo ad eccitarmi la fantasia fino a provarne una specie

di ebbrezza.

Amarlo, amarlo! Sì, lo volevo tenacemente. E non mi soffermavo su

alcuna delle continue impressioni spiacevoli che il mio fidanzato mi

procurava. Scoprivo in lui una quantità di difetti, prima insospettati:

lo sapevo incolto, ma l’avevo ritenuto più agile di mente: il suo

carattere sopratutto deludeva la mia aspettativa, con qualcosa di

sfuggente, di ambiguo; e la piccola ragionatrice ch’io ero pur sempre

aveva talvolta dei moti di sorpresa non scevri d’indignazione.... Ma

li reprimevo tosto. Io volevo credere alla mia felicità, presente e

avvenire; volevo trovare bello e grande l’amore, quell’amore dei

sedici anni che riassume alla fanciulla la poesia misteriosa della

vita. Nessuno, vicino a me, mi guardava negli occhi, entrava nella mia

anima, mi diceva le parole di verità e di forza ch’io avrei ancora

saputo comprendere.

Il mio volto, impallidito, incorniciato dai capelli che avevo lasciato

di nuovo crescere, perdeva dì espressione e di singolarità. V’era stato

davvero un tempo in cui io potevo recarmi alla spiaggia a mio piacere,

e tuffarmi per ore nell’acqua, e vagar nella campagna, e abbandonarmi a

sogni di lavoro e di bellezza senza fine?

Adesso le giornate scorrevan quasi per intero nel silenzio della mia

stanzetta. Preparavo il corredo, e talora restavo dei lunghi momenti

sospesa guardando le mie mani posate sulla mussolina bianca. Il mio

avvenire di sposa si delineava: il babbo, più facilmente che io non mi

aspettassi, si piegava all’idea di maritarmi entro pochi altri mesi. E

mi pareva d’esser preparata, anche colla visione della vita ristretta

che mi attendeva; e non sentivo distintamente nessuno scrupolo per

l’abbandono dei miei, di mia madre sempre più debole, sempre più

paurosamente smarrita, dei miei fratelli senza guida e senza amore.

E nel mio fidanzato che avveniva? Forse un certo rispetto s’insinuava

nella sua coscienza per la creatura rubata? Forse nel suo amor proprio

s’illudeva di poter farmi felice?

Deciso a non lasciare l’impiego in fabbrica, calcolava su prossimi

miglioramenti e su una futura successione a mio padre. Dibattè a lungo

con lui la questione della dote; alfine si rassegnò ad accettare

soltanto un assegno mensile. Voleva una promessa legale; ma mio padre,

indignato, fu per troncare ogni trattativa. Il mio fidanzato non

disponeva di nulla, appena di che rifornirsi la guardaroba e comperarmi

l’anello matrimoniale. Il babbo diede il denaro per il mobilio. I miei

futuri parenti non intervenivano che per meravigliarsi della poca

larghezza nostra.

La situazione diventava in silenzio sempre più penosa per tutti: a che

prolungarla? La data dello sposalizio si fissò per la fine di gennaio.

Poco meno d’un anno era trascorso dalla tragedia silenziosa, della

quale mai una parola mi era uscita di bocca neppure col colpevole.

I preparativi precipitarono, senza gioia. La vigilia delle nozze

il babbo, in uno di quei momenti di parossismo ch’egli aveva ora

frequentissimi, mi bistrattò acerbamente, per un pretesto....

Alla sera, la mamma venne accanto al mio letto. Tentò parole di

preparazione per quello che m’attendeva l’indomani; l’interruppi tosto

abbracciandola, carezzandole le tempia grigie, mentre dei singhiozzi

soffocati mi scuotevano tutta. E ventiquattr’ore dopo, con mio marito,

guardando dal treno la campagna biancheggiante di neve sotto le

stelle, io pensavo alle due sofferenze diverse che in quel giorno, con

sforzo enorme, si erano celate sotto il sorriso dinanzi a quanti erano

accorsi a bene augurarci.... Piangevano, in quell’ora, i miei genitori,

nelle loro stanze solitarie?

V.

Le finestre della saletta da pranzo del nostro appartamentino davano su

uno stradone, di là dal quale si stendevano alcuni orti; al fondo si

scorgeva un profilo di colline e una striscia di mare. Le altre stanze

guardavano su un giardino piccolo e deserto, corso da malinconiche

spalliere di bosso, e su la linea ferrata. Ogni tanto, di giorno e di

notte, la casa tremava leggermente per il giungere e il partire dei

treni, e nelle stanze si prolungava l’eco dei fischi. Al piano di sotto

v’erano inquilini pressochè invisibili. Quando mio marito e la servente

se ne andavano, io senza accorgermi evitavo di far rumore movendomi.

Le mie vestaglie di flanella mi assicuravano, ad ogni istante, ch’io

ero proprio _una donna maritata_, un personaggio serio, cui l’esistenza

era definitivamente fissata. Quando uscii la prima volta sola a fianco

del mio antico compagno di ufficio, per lo stradone maggiore del

paese, con in capo un cappello piumato che mi pesava orribilmente, e la

persona impacciata entro un vestito all’ultima moda, mi parve che un

abisso di tempo e di cose mi separasse dalla creatura che ero solo un

anno innanzi.

Confusamente sentii la necessità di prendere come la cittadinanza del

luogo, di immedesimarmi cogli usi e coi sentimenti delle persone che

costituivano la mia nuova famiglia, l’ambiente in cui mio marito era

cresciuto e nel quale anche i miei figli si sarebbero educati. Ogni

qualvolta andavo a visitare mia madre, mi si affacciava più nitida la

differenza fra il mondo da cui ero uscita e quello ove penetravo ora. E

quasi un inconfessato rancore me ne veniva per il mio passato: qualcosa

d’istintivo, d’irriflessivo e d’ingiusto, contro la mamma, come contro

le sorelline, contro mio padre e contro le mie «utopie».

La mamma sola se ne accorse, colla sua sensibilità d’inferma: due o

tre volte, in quei primi tempi della mia vita coniugale, ella espresse

senza parlare, nel bianco volto sempre più devastato dalla sofferenza,

la sorpresa dolorosa che le procurava il mio silenzio. Io recavo dal

viaggio di nozze un’impressione confusa, o piuttosto già sbiadita:

nessuna forte compiacenza spirituale, nessuna vibrante rivelazione

dei sensi. Oh l’attesa delle fanciulle! Io non avevo avuto tempo di

foggiarmi nel desiderio tutto un mondo di ebbrezze; ma la delusione

era stata ugualmente amara. Mi rimaneva in mente soltanto un diverbio

scoppiato senza motivo serio il terzo giorno, per cui eravamo rimasti

tutto un pomeriggio all’albergo in un mutismo stizzoso. E perchè

presentando mio marito alle amiche di Milano ed ai parenti m’ero

accorta che temevo di leggere nei loro occhi dello stupore e forse

della disapprovazione?

Non volevo rispondere, non volevo neppure ascoltare in me stessa queste

interrogazioni. Per ciò mi dava disagio la sollecitudine ansiosa di mia

madre: capivo bene ch’ella si aspettava che io le tornassi trasformata,

più sorella che figlia ormai, coll’anima gonfia di emozioni che

dovevano costituire uno dei pochi bagliori luminosi del suo passato.

Ella mi costringeva ad ammettere, anche di fronte a me stessa, che il

_mistero_ non c’era più per me, che non era neanche esistito, che tutto

m’era stato rivelato un anno avanti, in quel fosco mattino che credevo

quasi obliato....

Verso mia suocera non avevo invece alcun debito di confidenze. Soltanto

volevo conquistare lei e i suoi, e non lo credevo difficile. Già mi

pareva che essi mi ritenessero differente, d’un metallo più fine,

prezioso, e la cosa li rendesse intimamente orgogliosi. Ai due vecchi

sembravo una bimba. Mia cognata doveva invece aver l’intuizione d’una

forza celata sotto la mia fragilità, ma una forza probabilmente

incapace di divenire ostile. Per tutta la famiglia, del resto, mio

marito era senza discussione lo sposo ideale, ben degno di avermi

ottenuta.

Trovavo mia suocera, la sera, accoccolata dinanzi al grande camino,

la cui fiamma talora illuminava da sola la buia cucina a pianterreno,

coll’uscio quasi sempre aperto sull’orto. Coi pomelli arrossati, ella

appariva più giovine nei tratti regolari e salienti del volto, e

quasi bella; e mi sorrideva un po’ confusa dandomi del _voi_. Anche

mio suocero non riusciva a dirmi _tu_. Alto, gigantesco anzi, era un

po’ curvo e lento nei movimenti. Al mattino era lui che faceva le

provviste. «È contenta la signora baronessa?» chiedeva alla figliuola.

Questa, una zitellona sui trent’anni, trovava sempre a lagnarsi; aveva

un temperamento imperioso ed egoista, freddo e lunatico insieme, e

dinanzi a lei la madre tremava.

In verità, ella aveva, in paese, una nomèa di virago ch’io ignoravo,

come ignoravo che la famiglia intera non riscuoteva alcuna simpatia.

Mio suocero, molto tempo addietro, aveva subìto un processo e una

condanna, cosa non rara nel paese. Il figlio mi aveva raccontato una

complicata storia di offese e di vendette per dimostrarmi l’innocenza

paterna, e la sua commozione m’aveva persuasa. Ora, nella cucina piena

d’ombre e di riflessi mi pareva in certi momenti di notare nel vecchio

dei gesti impacciati, quasi le pareti si restringessero attorno a lui

sino a diventare una cella, il carcere ove egli era stato per due

anni.... Così mite e guardingo, con rarissimi istanti di una giovialità

che una volta doveva essere stata la sua natura, mi suscitava sempre

una pietà mista a timore.

I rapporti fra i membri della famiglia mi riuscivano strani: a casa

mia tutto era più regolare, più disciplinato, più chiaro. Ma ciò che

mi faceva invece sentire una specie di fascino in quell’ambiente

grossolano era il senso della tradizione, era l’ossequio al costume,

era la volontà tenace che animava quella gente, in certe ore, ad

esaltare il vincolo del loro sangue e del loro nome e della loro

terra. In mille minute cose, dal modo di preparare una vivanda in una

data solennità, sino alla difesa accanita che mia cognata dinanzi

ad estranei faceva del fratello, che poco prima aveva a tu per tu

malmenato, trovavo un’espressione di vita affatto contraria a quella

che aveva foggiato il mio carattere e il mio gusto; contraria, spesso

errata—aggiungeva quasi per forza il mio raziocinio—ma non priva di

suggestione.

Intanto una specie di torpore m’invadeva. Era come un bisogno

d’inazione, di completo abbandono alle cose circostanti. Così

la mia persona piegava al volere del marito. Progressivamente,

delle ripugnanze sorgevano nel mio organismo, ch’io attribuivo ad

esaurimento, a stanchezza. Non cercavo di vincer la frigidezza per cui

egli si stupiva e, talora, si doleva: mi sarebbe parso inconcepibile

un contegno più espansivo. Unica compiacenza sentirmi desiderata: ma

anch’essa spariva dinanzi a rapide visioni disgustose o sotto l’urto di

parole volgari o insensate. Chiudevo gli occhi, m’impedivo di pensare e

restavo come in letargo.

Poi, mi addormentavo. Quanti anni avevo? Non ancora diciassette.... Il

sonno era lungo, tranquillo, di fanciulla.

Alle undici del mattino la donna che veniva per la pulizia della casa

se n’andava. Preparavo da sola il pranzo e la cena, senza svogliatezza,

ma anche senza piacere. E si seguivano le giornate, senza saper

come. Tenevo alcuni libri di contabilità per la fabbrica, un lavoro

che potevo compiere in casa e che il babbo m’aveva concesso perchè

m’illudessi di mantenermi in una certa indipendenza; ma non mi occupava

che per due, tre ore. Abbonata a qualche giornaletto, leggevo un poco;

scrivevo alle amiche ed alle maestre. Il primo mese ebbi la visita di

alcune maggiorenti del paese e la ricambiai, infastidita e insieme

divertita dalla mia nuova parte di signora.

Più soddisfatta ero quando, alla sera, veniva a trovarci qualche amico

di mio marito: dopo aver vantato i pregi della nostra macchinetta pel

caffè, questi passava a far gustare all’ospite certo vino in fiaschi.

Fumavano, bevevano, talvolta uscivano in qualche triviale espressione

paesana, dimenticandomi; quando il discorso cadeva sulla politica,

partecipavo alla discussione, sentendo cadere un poco la mia timidezza;

i contradditori, su per giù, erano tutti all’altezza intellettuale di

mio marito e facili a capitolare davanti alla mia logica.

Qualche altra volta si andava in casa d’un suo parente, capo della

fazione democratica, ove convenivano vari borghesi, alcuni con le

mogli. Le chiacchiere meschine e pettegole delle donne si alternavano

colle discussioni rumorose degli uomini. Mi sentivo guardata dai più

con una specie di diffidenza mal celata, nel ricordo delle eccentricità

di quand’ero ragazzina. Una sola persona, un giovine dottore toscano,

di recente nominato, che viveva a pensione nella casa stessa di quel

nostro parente, avevo sentito dai primi incontri affine a me per lo

spirito meditativo, per la correttezza del linguaggio e, parevami, del

pensiero. Colto e di vivace intelligenza, doveva considerarmi con una

punta di curiosità notando la contraddizione fra la mia vita esteriore

e l’anima che sorprendeva forse talora in una fugace ombra su la mia

fronte infantile.

Avrei voluto interessarmi alle vicende paesane: ma ero priva ormai di

ogni contatto con gli operai, i pescatori, i contadini, e in quanto

all’elemento borghese, esso mi appariva più volgare ancora di quel

che avevo supposto: senza dirmelo, temevo che questa volgarità finisse

per penetrarmi. Già l’inerzia che possedeva tutte le donne del paese

cominciava a parermi, in certo senso, invidiabile. La cura pigra ed

empirica dei figliuoli, la cucina e la chiesa eran tutta la loro

vita. Gli uomini, malgrado l’affettazione di miscredenza, esigevano

da esse le pratiche religiose. Lo stesso desiderio inconfessato era

forse in mio marito. Quello ch’egli non desiderava, invece, erano i

bimbi, e me lo ripeteva spesso. Per egoismo? E io non sentivo ancora

sorgere dal fondo del mio essere la brama d’una esistenza nuova che mi

appartenesse, mi fosse cara, m’illuminasse la vita.

«Gli amici mi vantano il tuo ingegno, mi dicono che ho una sposina

invidiabile....» mi riferiva mio marito. Non ne ero convinta. Avevo

bensì l’impressione d’essere giudicata graziosa, e forse bella; ma

davanti allo specchio non mi riconoscevo tale affatto, mi trovavo

un’aria assonnata, di bimba vecchia. E anche di questo non mi curavo

troppo.

Una sola vampata dell’antica fierezza m’assalì una sera, nei primi

tempi, mentre stavo ponendo assetto in un piccolo cofano ove mio marito

aveva riposto le sue carte, la nostra corrispondenza, qualche ricordo.

Che stupore, quando vidi conservate, accanto alle mie, le lettere che

sei, otto anni avanti gli aveva scritto la sua prima innamorata, la

ragazza, rimasta zitella, di cui incontravo talora per via lo sguardo

scintillante d’odio! Non ne lessi che una, senza ortografia, piena di

frasi da segretario galante. Egli, accanto alla stufa, sorrideva con

una certa fatuità. Continuando a rovistare, altri biglietti più brevi

di donna saltarono fuori. «Sono.... di quand’ero al reggimento, sai,

una figlia di oste....» Ma non gli davo già più retta; leggevo un

telegramma, firmato con un diminutivo femminile; e guardavo la data;

l’estate scorsa, durante il nostro fidanzamento....

Lacerai quelle carte in mille pezzi: egli non osò protestare.

Perchè non gli credevo, mentre mi andava tessendo tutta una storia? E

perchè soffrivo, soffrivo a quel modo? Amavo dunque tanto quell’uomo?

O, veramente, qualcosa crollava, si sfasciava tutto un edifizio, che la

mia buona volontà s’era venuto costruendo?

L’impressione parve dissiparsi in una crisi di lagrime. M’imposi di

dimenticare, di non tormentarmi. Checchè fosse stato, ora egli era il

mio sposo, il mio compagno, colui sul quale doveva agire lentamente ma

sicuramente la mia influenza onesta.

Non vedevo più mio padre, ma me ne parlava mio marito, che lo trovava

sempre troppo esigente ed aspro, e le mie sorelle, e, qualche volta,

la mamma. Egli viveva quasi sempre fuori di casa: della vita dei

figliuoli non s’informava più. La casa era invasa di terrore quando

egli entrava; poi, allorchè richiudeva la porta dietro le sue spalle,

i ragazzi avevano lo spettacolo di mia madre che s’abbatteva in crisi

di pianto e di protesta, obliando la loro presenza. Perfino l’ultima

sorellina non riusciva a calmarla, a richiamarla in sè che a fatica,

col povero sorriso dolente della boccuccia infantile. L’altra sorella,

ormai tredicenne, savia, tranquilla, assumeva quasi senza accorgersene

la direzione della casa. Mio fratello usciva con me in frasi violente

verso il padre, che non lo mandava a proseguire gli studî in città e

l’obbligava ad un lavoro troppo greve in fabbrica. E pareva che tutti

fossero nell’attesa d’uno scioglimento funesto.

Io non mi sentivo l’energia di giudicar mio padre. Talvolta avevo,

rapidissima, l’impressione d’aver contribuito per la mia triste

fatalità a quel naufragio della sua coscienza. Non lo avevo

abbandonato, senza tentare un gesto per ritenerlo nella sua casa,

presso i fanciulli che erano stati un giorno il suo orgoglio? Forse

che a quindici anni avevo il diritto di staccarmi indignata da lui, al

quale riconoscevo di dover tutto quanto in me era di buono?

E una parte di questi rimproveri facevo ricadere sulla mamma. La sua

debolezza, la sua rinuncia alla lotta mi esacerbavano tanto più in

quanto ero costretta a riconoscermi ora dei punti di contatto con lei

nella mia rassegnazione al destino.

Ma la sventurata soffriva atrocemente, e non solo nell’anima. Una

terribile crisi fisiologica la sconvolgeva: coglievo degli accenni

tra i suoi discorsi slegati, che mi facevano sussultare nelle intime

fibre, nella mia sostanza femminile ornai consapevole. E mi pareva che

questo stranamente, ora più che mai, m’impedisse d’essere, per la donna

ch’era mia madre, una consolatrice. Ah, ch’io non era davvero la sposa

innamorata che ella supponeva, la creatura gioiosa, capace di tutta la

pietà per lei che tendeva le mani dietro i beni perduti!

Mio padre.... che cosa provava? Che cosa gli diceva il medico

che somministrava alla malata pozioni deprimenti e s’affannava a

dimostrarle la necessità di mutar vita, di partire, di fidare nelle

risorse del proprio organismo, nel tempo, nei figli? Anch’egli

scongiurava mio padre, come l’infelice stessa, a mentire e aver pietà?

Poichè, io lo comprendevo, a questo si era: ella avrebbe accettato

l’elemosina del suo affetto anche parteggiato con la rivale.

Sentivo che il babbo non sarebbe tornato indietro. Egli era, a

quarantadue anni, al sommo della fortuna materiale, in guerra contro

cose ed uomini, animato come non mai dall’aspra volontà di non

riconoscersi dei torti. Non risaliva certo al passato, non si diceva,

certo, che un tempo egli avrebbe potuto evitare la sciagura....

Soffriva? Aveva qualche lampo di sgomento? Non una parola, non un

gesto di lui che m’illuminasse.

Capivo soltanto che l’ostilità omai aperta di tutto il paese, la

rivolta del sentimento pubblico ispirata dall’arciprete, dai _civili_

invidiosi, da operai scacciati, esasperavano il suo amor proprio, e che

anche il suo atteggiamento di provocazione gli faceva perdere sempre

più il senso della realtà.

E le settimane intanto fuggivano rapide. Era giunta l’estate senza che

quasi me ne accorgessi, torpida qual’ero di membra oltre che d’animo.

Una notte fu bussato alla porta. Era mia madre, sorretta da mio

suocero, disordinata nelle vesti, con lo sguardo immobile ed emettendo

suoni inarticolati. Uscita di casa sua senza che la domestica se ne

avvedesse, aveva errato per le vie, forse a lungo, finalmente s’era

imbattuta nel vecchio che l’aveva condotta da me. Forse aveva ceduto

all’ossessione di andare in cerca di mio padre.

Rimasi come fulminata. Poi immaginai la casa aperta coi piccini

addormentati, ignari. Dinanzi a quella miseria umana che mi ricercava

nel mezzo della notte, ebbi una rivolta selvaggia di tutto l’essere....

Tremavo, in preda anch’io alla febbre.... E lanciai alla sventurata

parole acerbe, folli quasi come le sue.... Oh, mia madre!... E per

l’amore di un uomo che non la meritava più!...

Mi rivedo, semivestita, in piedi accanto al mio letto, mentre ella

appoggiata al muro mi guardava e piangeva sommessa. Il medico,

sopraggiunto, le aveva fatto prendere un forte calmante. Ad un certo

punto chiese di esser ricondotta presso i suoi bambini. Mi ricoricai.

Al buio, nel silenzio, la scena atroce mi si prolungava all’infinito

dinanzi alla mente; e sentivo la febbre aumentare, e con la febbre un

tumultuoso odio per la vita, un disgusto, una stanchezza senza fine....

Tornò il medico. Un germe di vita nuova, non per anco avvertita nel mio

grembo, m’aveva abbandonata.

VI.

Per molti giorni giacqui inerte, ripetendo piano a me stessa la parola:

_mamma_; chiedendomi se avrei amato un essere del mio sangue e sentendo

di non poter piangere con passione quel figlio che non avevo potuto

formare.

E frattanto un rimorso mi pungeva, qualcosa che mi prostrava, che mi

toglieva, ancora una volta, l’amore di me stessa e il gusto della vita.

Pensavo a mia madre, al torrente di parole spietate che era uscito

dalla mia bocca in quella notte atroce, al passato.... Che cos’era

stata ella per me? L’avevo io amata?

Non osavo rispondere, mentre io stessa mi consideravo sotto un nuovo

aspetto, nella desolazione d’un sogno materno balenatomi d’un tratto

e immediatamente svanito. Sentivo di non aver mai contribuito a far

felice mia madre, fuorchè forse al mio primo apparire tra i due sposi

innamorati. Ella, è vero, non entrava come elemento essenziale in

nessuno de’ miei ricordi luminosi; ma bastava questo a spiegare la

indifferenza ch’io avevo avuto nel tempo per la misera anima sofferente?

Tutto il passato, lucidamente, era adesso davanti al mio spirito.

Per diciotto anni l’infelice aveva vissuto nella casa coniugale. Come

moglie, le poche gioie le si erano mutate in infinite pene: come madre

non aveva mai goduto della riconoscenza delle sue creature.

Il suo cuore non aveva mai trovato la via dell’effusione. Era passata

nella vita incompresa da tutti: fanciulla, la sua famiglia la

considerava romantica, esaltata e nello stesso tempo inetta, benchè

fosse la più intelligente e la più seria della numerosa figliuolanza.

Aveva rotto senza rimpianto quasi ogni rapporto con i parenti,

antipatici allo sposo. Credente, forse con un misticismo scoraggiante,

e senza gusto per le pratiche del culto, la religione non l’aveva

sollevata da un solo dolore. Di fantasia viva e calda e di gusto fine,

non però s’era mai applicata a nessuna arte, e nessuna manifestazione

del genio, le aveva suscitato uno speciale fascino traendola fuor di

se stessa per qualche istante. Non una amica, non un consigliere, mai,

sulla sua strada. E una salute incerta, un organismo travagliato da

lenti mali....

Povera, povera anima! Non le erano valse la bellezza, la bontà,

l’intelligenza. La vita le aveva chiesto della forza: non l’aveva.

Amare e sacrificarsi e soccombere! Questo il destino suo e forse di

tutte le donne?

Una Donna · 第 3 / 15 段