Altri notava la mia metamorfosi. Era nell’ufficio della fabbrica,

impiegato da un anno, un giovine del paese, figlio di piccoli

proprietari, piacevole d’aspetto, con modi spigliati, ch’io trattavo

da buon camerata, scambiando barzellette o disputando cordialmente

negl’intervalli del lavoro, sopratutto quando si rimaneva soli nel

vasto stanzone ove entrambi avevamo il nostro tavolo. In quella

primavera l’ossequio leggermente ironico ch’egli aveva fin allora

usato verso di me lasciò il posto ad una più spontanea attitudine di

ammirazione, che non mi sfuggì e mi divertì. Mi raccontava del paese,

di quello che i suoi compagni dicevano di me. Lo interrogavano sul mio

conto con grande curiosità; mi descrisse uno d’essi, che si diceva

innamorato di me e parlava di rapirmi: questo era un uso non raro in

quei luoghi e al ratto seguiva il matrimonio. Io ridevo e accennavo

a mio padre, il cui nome incuteva terrore. Più d’una volta infatti

incontrai gli occhi di quel sedicente innamorato, non senza noia.

Il giovane mi diceva anche che l’arciprete aveva fatto più volte

accenno a noi in chiesa, attribuendo la disgrazia di mia madre a

castigo di Dio. Affermava che alcune vecchie facevano il segno della

croce quand’io passavo. Mi chiamava «demonietto» e pareva guardarmi

come un oggetto curioso dal congegno ignoto e forse pericoloso. In

breve ardì manifestarmi delle lodi che secondo lui si facevano dai

signori, di questo o quel mio pregio fisico. Ripeteva tutto ciò con

compiacenza. Le sue parole come il suo sentimento mi lasciavano tra

offesa e lusingata, ma mi pareva di sentirvi un fondo di sincerità,

e nella incipiente soddisfazione del mio rigoglio trovavo scusabile

che colui, al quale non celavo d’altronde la coscienza della mia

superiorità, dimenticasse talora ch’io ero la figliuola del suo

principale. Gli rispondevo scherzosamente, per fargli comprendere

tuttavia che non davo alcuna importanza al gioco; talvolta mi

compiacevo a cambiar improvvisamente il discorso, a trascinare il

giovine, sprovvisto di coltura e con opinioni abbastanza grette e

convenzionali, in discussioni nelle quali ben presto egli restava

battuto: allora ridevo, d’un riso alto, squillante, e così fanciullesco

in fondo, che colui finiva per rider con me, non senza lasciar

trasparire sulla faccia uno stupore un po’ ingenuo.

Una seconda vittima delle mie bizzarrie era una vecchietta che

frequentava la nostra casa per assistere la mamma. Chiacchierando,

ella alludeva talora al mio avvenire, al tempo in cui sarei divenuta

sposa e madre e avrei riso delle attuali mie funzioni d’impiegata;

tranquilla io replicavo che _non mi sarei mai maritata_, che non

sarei stata felice se non continuando la mia vita di lavoro libero, e

che, del resto, tutte le ragazze avrebbero dovuto far come me.... Il

matrimonio.... era un’istituzione sbagliata: lo diceva il babbo sempre.

La vecchietta s’indignava. «Ma allora il mondo finisce, non nascon più

figliuoli, non comprendi?»

Restavo interdetta. Mia madre, già da qualche anno, mi aveva parlato

delle funzioni misteriose dell’organismo femminile, pur senza

soffermarsi sui rapporti fra uomo e donna. Certo, se mio padre

propugnava la sparizione del matrimonio, voleva dire che i bimbi

avrebbero potuto nascere ugualmente: il babbo non voleva la fine del

mondo. Ed io, dopo tutto, non sentivo questa responsabilità verso il

futuro.... No, non mi sposerei.

La mamma assisteva a questi dibattiti senza parteciparvi: ella era

sempre più assorta, chiusa come in un deserto interiore. Alla fine

della primavera il babbo le propose di andar a passare un mese a

Torino, dai parenti, con me. Ella accettò. Che senso di responsabilità

penosa, accompagnandola io sola! Sempre, latente, era il terrore di

vederla ripresa dalla necessità d’un qualche folle e fatale atto. E

ancora, più triste che mai, il dubbio di non amarla quanto avrei dovuto

e voluto, di essere impotente di fronte alla sua infelicità!

Ma col viaggio parve le ritornasse veramente un poco di speranza e una

certa serenità, insieme ad un maggior vigore fisico. In quanto a me

il tuffo inatteso nelle memorie dell’infanzia valse a far dileguare

alquanto gli oscuri timori, a restituirmi parte della mia baldanza.

Una volta ancora tornò l’estate. Io compivo i quindici anni. Alla

spiaggia dove la colonia bagnante si riuniva e invitava talora a’ suoi

passatempi, mi vedevo osservata con curiosità da tutti, guardata con

insistenza da uomini di varia età, e un giovane prima, malaticcio e

motteggiatore, poi un altro quasi ancora adolescente, dal corpo forte

ed agile e dalla testa ricciuta che mi ricordava certi bronzi visti

nei musei, mi occuparono per qualche settimana la fantasia senza farmi

battere il cuore nè destarmi istinti di civetteria. A me stessa ridendo

chiedevo: «M’innamorerei?...» e il giuoco mi piaceva, pareva dare un

sapor nuovo alla vita che vivevo con tanta foga. Facendomi cullare

dall’onda per ore ed ore sotto il sole ardente, sfidando il pericolo

coll’allontanarmi a nuoto dalla riva fino a non esser più visibile,

io mi unificavo con la natura e sfogavo insieme l’esuberanza del mio

organismo. Ero una persona, una piccola persona libera e forte; lo

sentivo, e mi sentivo gonfiare il petto d’una gioia indistinta.

Ma in casa la tristezza ritornava, più paurosa. Nella mamma il

carattere s’inaspriva, e questo rendeva più palese il progrediente

squilibrio del suo spirito, che il babbo non si peritava di far

rilevare a lei stessa, crudamente. I ragazzi erano più che mai

abbandonati. Come lontano il tempo in cui nostro padre si faceva

bimbo per giocar con noi! La stanchezza, l’indifferenza verso tutta

la famiglia erano ormai evidenti in lui. Sopraggiungendo l’autunno,

pretestò di dover fermarsi fino a tarda ora di notte in fabbrica, ed

in casa non lo si vide più che durante i pasti, taciturno. Più che mai

esigente coi suoi operai, neppure a me risparmiava i rigori della sua

disciplina, con una durezza spesso glaciale.... Stupita, sgomenta,

cercavo....

Il mio compagno d’ufficio non mi lasciò cercare a lungo. Restavamo

spesso soli nello stanzone grigio ove s’allineavano scaffali e tavoli

ricoperti di carte e registri, ed in mezzo al quale una grossa stufa a

carbone ardeva rendendo l’aria spesso intollerabile. Un altro impiegato

sopraggiungeva soltanto nelle ore del pomeriggio, un quarto faceva

frequenti assenze. Fra un lavoro e l’altro continuavamo a scambiarci

frasi più o meno scherzose, o ad intrattener discorsi più serî, che

venivano interrotti e ripresi ripetutamente lungo il corso della

giornata. Egli aveva venticinque anni, la persona maschia e snella, il

viso olivastro animato da due larghi occhi neri: parlava con facilità

ed abbondanza. Molte cose in lui mi urtavano, quotidianamente. Non

tutte gliele celavo; ma egli non badava alle osservazioni di una

ragazzina, stupito soltanto, abituato com’era a considerar la donna

un essere naturalmente sottomesso e servile, della mia indipendenza.

Non sapevo nulla di lui, soltanto avevo udito dire vagamente che una

ragazza da lui amata prima che andasse soldato, aveva tentato di

uccidersi quando al ritorno egli non l’aveva più curata. A mio padre

non piaceva: lo tollerava perchè era un lavoratore; ma mi rimbrottava

seccamente ogni volta che ci sorprendeva a chiacchierar insieme.

Fu per rappresaglia? Questi mi narrò ciò che in paese ormai molti

sapevano: che mio padre aveva un’amante, una ragazza stata qualche

tempo operaia nella fabbrica; che la cosa doveva essersi iniziata in

primavera, durante il viaggio mio e di mia madre; che quasi ogni sera

il babbo andava a trovar colei, alloggiata e mantenuta a sue spese con

tutta la miserabile e numerosa famiglia in una casa fuor del paese....

Il babbo!... Mille piccoli incidenti mi si illuminarono: non m’era

possibile non prestar fede alla terribile rivelazione.... Mi sentii

curvare a terra, afferrare dalla smania di mordere il suolo, nel dolore

e nella vergogna....

Mio padre, l’esemplare raggiante, si trasformava d’un tratto in

un oggetto d’orrore: egli, che mi aveva cresciuta nel culto della

sincerità, della lealtà, egli nascondeva a mia madre, a noi tutti un

lato della sua vita. Oh babbo, babbo! Dove era la nostra superiorità,

di cui andavo così altera fino a ieri? Mi pareva che piombassimo più

giù di tutte quelle creature intorno, di cui avevo indovinato il lezzo

istintivamente! E i miei fratelli innocenti! E mia madre, mia madre,

sapeva qualcosa? Mi sentivo ora attratta verso la sventurata, col cuore

pieno, fino a scoppiare, pieno di rimorsi e d’ira contro me stessa....

Forse quando ella aveva tentato di morire, mio padre la tradiva

già? Allora io avevo respinto il dubbio con tanta sicura e serena

persuasione! Anche oggi lo respingevo. Era troppo orribile! Ma intanto

l’infermità fisica e morale che teneva la mamma non era una scusa per

mio padre dinanzi a’ miei occhi.

Oh se fosse possibile far rinsavire il babbo, opporre alla sua la mia

volontà audace e fremente, salvare tutti noi dalla rovina!

Ma chi, con perfidia od incoscienza, m’aveva portato il tremendo colpo,

badava ad insinuarmi l’inutilità d’ogni reazione, e a dipingermi

nello stesso tempo un fosco avvenire. Mi prodigava una pietà che in

tutt’altre circostanze m’avrebbe offesa. Non gli badavo: mi sentivo

stringer le mani, accarezzar i capelli, e il mio essere cedeva

inconsapevole alla dolcezza di quel contatto, mentre tremavo d’ira e

di disperazione.

Che cos’era, che cos’era quella forza oscura che mi si rivelava così

d’un tratto, quell’amore di cui le mie letture m’avevan dato un

concetto chimerico? Era dunque una cosa nefasta, degradante, e pur

formidabile se aveva potuto vincere ed avvilire mio padre!

E la vita, che ignoravo, ma in cui avevo sempre creduto fosse riposto

un fine di bontà e di bellezza, m’appariva incomprensibile, deforme....

Quanti giorni vissi con l’atroce tumulto nell’anima? Non so più. So

soltanto che negli istanti di depressione succedenti al parossismo, una

voce calda e giovanile, insistente, al mio fianco, mi sussurrava parole

di ammirazione sempre meno velata. In certi momenti mi sentivo atona,

istupidita, e quell’unica voce continuava, m’investiva coll’accento

della passione. Ed incominciai a rispondere, con una incredulità

che persisteva in me, e insieme una speranza che mi s’imponeva

ardentemente: divenni dolce, remissiva. Non gli dicevo di volergli

bene, non lo dicevo neanche a me stessa, ma c’era un uomo a cui ero

cara.

Come seppe la mamma la sua sventura? Una sera eran venuti a trovare

il babbo dopo cena, non so più per qual motivo, alcuni individui,

fra gli altri un notaio, creatura insignificante e melliflua che mio

padre doveva aver preso a confidente, e il mio compagno d’ufficio: si

chiacchierava. Mia madre scoppiò ad un tratto in una risata convulsa,

domandando al notaio: «È vero, dica, che lei accompagna mio marito a

passeggio la notte dalla parte del fiume? Mi racconti un po’ di che

cosa parlano...!»

Gli uomini si scambiarono un’occhiata, esterrefatti. Pallida, ora, la

mamma s’alzava con un tremito, accusava un malessere, si ritirava.

Rimanemmo in sala il babbo, io e gli ospiti. Vedevo sul volto di mio

padre un’ira repressa, terribile. A voce lenta, quasi mormorando, egli

dichiarò:

«Quella donna impazzisce!»

In un impeto proruppi: «Anch’io impazzirei, papà!» E gli piantai gli

occhi in viso, con disperata ribellione, sentendo montarmi al capo uno

spasimo terribile.

«Taci, tu!» urlò l’uomo colpito a sangue, slanciandosi quasi per

stritolarmi; e indietreggiando d’un subito con un supremo sforzo:

«Esci!»

Non ricordo come passassi quella notte. Il mattino seguente, la mamma

in camera sua con la febbre attendeva invano una visita del marito,

certo per chiedergli perdono; io mi sentii annunciare che alla fine del

mese sarebbe cessato il mio impiego! Era la risposta alla mia frase

della vigilia.

Quando fui nell’ufficio non potei rattenere il pianto: quella vita di

lavoro fra gli operai io l’amavo intensamente, non potevo pensare

di abbandonarla, non ne immaginavo alcun’altra così conforme ai miei

gusti, alla mia natura! Lo dissi al mio compagno, che mi si era

avvicinato.

«E a me non pensa? Che farò io?» mormorò egli. E ritornò al suo tavolo,

nascose la faccia fra le mani, con un sussulto nervoso alle spalle.

Gli andai accanto, dimentica della mia pena; mi afferrò, mi strinse,

piccola, contro il suo petto.

«Com’eri bella, iersera, com’eri fiera, come avrei voluto baciare le

tue ginocchia....»

Chiusi gli occhi. Era vero? Tutta la mia anima voleva una risposta.

Rimasi ferma qualche minuto: le labbra di lui scesero sulle mie. Non

mi svincolai. I miei sensi non fremevano, ancora sopiti; il cuore

attendeva se qualche grande dolcezza stesse per invaderlo.

Un rumore che sopraggiungeva mi fece allontanare bruscamente. Il

giorno dopo, in un istante di solitudine, mi rifugiai di nuovo accanto

al giovine, che mi disse di volermi bene, e m’impedì di parlare,

soffocandomi con brevi baci sulla bocca, sul collo. Mi scostai un

po’ infastidita. Ma nei dì seguenti la compagnia di lui mi parve

necessaria. Dimenticavo in quei momenti il dolore che portavo meco

dalla casa, che mi si incrudeliva ogni volta che incontravo lo sguardo

di mio padre. E non chiedevo altro, paralizzata.

Egli comprendeva la mia incoscienza, constatava la mia ignoranza, la

mia frigidità di bambina quindicenne. Velando con gesti e sorrisi

scherzosi l’orgasmo ond’era posseduto, con lenta progressione mi

accarezzò la persona, si fece restituire carezze e baci, come un debito

di giuoco, come lo svolgimento piacevole d’un prologo alla grande opera

d’amore che la mia immaginazione cominciava a dipingermi dinanzi.

Così, sorridendo puerilmente, accanto allo stipite d’una porta che

divideva lo studio del babbo dall’ufficio comune, un mattino fui

sorpresa da un abbraccio insolito, brutale: delle mani tremanti

frugavano le mie vesti, arrovesciavano il mio corpo fin quasi

a coricarlo attraverso uno sgabello, mentre istintivamente si

divincolava. Soffocavo e diedi un gemito ch’era per finire in urlo,

quando l’uomo, premendomi la bocca, mi respinse lontano. Udii un passo

fuggire e sbattersi l’uscio. Barcollando, mi rifugiai nel piccolo

laboratorio in fondo allo studio. Tentavo ricompormi, mentre mi sentivo

mancare le forze; ma un sospetto oscuro mi si affacciò. Slanciatami

fuor della stanza, vidi colui, che m’interrogava in silenzio, smarrito,

ansante. Dovevo esprimere un immenso orrore, poichè una paura folle gli

apparì sul volto, mentre avanzava verso di me le mani congiunte in atto

supplichevole....

IV.

Appartenevo ad un uomo, dunque?

Lo credetti dopo non so quanti giorni d’uno smarrimento senza nome. Ho

di essi una rimembranza vaga e cupa.

D’improvviso la mia esistenza, già scossa per l’abbandono di mio padre,

veniva sconvolta, tragicamente mutata. Che cos’ero io ora? Che cosa

stavo per diventare? La mia vita di fanciulla era finita.

Il mio orgoglio di creatura libera e riflessiva spasimava; ma non

mi permetteva d’indugiarmi in rimpianti e discolpe, mi spingeva ad

accettar la responsabilità dell’accaduto.

E tentavo giustificare affannosamente ciò che ancora mi riempiva di

stupore. Quell’uomo, da quando lo conoscevo? Da due anni circa. Lo

avevo visto quasi ogni giorno, m’era stato compagno ed aiuto di lavoro.

L’avevo guardato sempre con una franca compiacenza fanciullesca; le

sue goffaggini stesse m’avevano divertita. Poi, un giorno, egli aveva

tranquillamente disonorato ai miei occhi mio padre.... Perchè non avevo

dubitato neppure un istante che mentisse? Io non sapevo nulla della

vita, e subito la sua esperienza m’aveva infuso una specie di rispetto.

E mi sorrideva con pietà. Aveva assistito all’angoscia terribile della

mia anima improvvisamente sperduta. E m’era apparso diverso da quel di

prima, un essere nuovo, dotato di tutto ciò che veniva a mancare a mio

padre. Come lo giudicava con dignità, con sdegno, e com’era commosso

difendendo la mia povera mamma! Un solo momento ne avevo ricevuto

un’impressione fastidiosa: quando, chiestogli se mi avrebbe sostenuta

colla sua testimonianza, allorchè io avessi affrontato mio padre,

m’aveva scongiurata di tacere, di tacere....

E da quel momento m’aveva avviluppata coll’onda delle parole

carezzevoli; il mio cuore s’era intenerito. Non avevo dubitato un solo

istante della sua devozione; avevo accettato, con la superbia non per

anco estinta della mia superiorità.

Sapeva egli della stanchezza che m’avea vinta? M’aveva tenuta fra le

braccia, m’aveva detto di amarmi, ed io avevo ascoltato....

Non potevo concepirmi vittima d’un calcolo. L’amore doveva aver fatto

tutto questo. Ed io com’ero impreparata ad accogliere il misterioso

ospite! Ah, che davvero non sapevo nulla, in fondo, della vita, per

aver troppo ed esclusivamente contemplato mio padre! Non mi ero mai

raffigurato il mio avvenire di donna. E donna, ecco, ero divenuta

subitamente, proprio quando non potevo più confidarmi a mio padre,

quando tutto il nostro passato perdeva ogni valore ai miei occhi,

quando la stessa mamma mia non era più in grado di ascoltarmi e di

illuminarmi.

Neppure un istante ebbi la tentazione di svelare alla disgraziata il

mio terribile segreto. Ella soffriva già abbastanza, chiusa nel suo

dolore!

Mio padre, come lo sentivo lontano, staccato ormai dalla mia vita! E

che strazio aggiunto a strazio, questo di celargli la tempesta che mi

travolgeva!

Sola, in silenzio, mi lasciavo invadere da una specie

d’autosuggestione, di follia lucida. Era l’influsso dell’improvvisa

scossa fisiologica? I ricordi che serbo sono come quelli della

febbre.... Quando mi dissi per la prima volta che dovevo, forse,

ricambiare la passione di quell’uomo, accettar da lui, per tutta

l’esistenza, l’appoggio, il rifugio ch’egli mi offriva, separandomi

da tutto ciò che aveva costituito fin allora la mia vita? Non so, non

vedo più chiaramente. Avevo cominciato a pensare che forse io amavo

il giovane da tanti mesi senza saperlo, che forse qualcosa, sotto le

umili apparenze, m’aveva sedotta, d’inesplicabile. Poi avevo soggiunto

che forse, in quell’avvenire di amore e di dedizione non mai prima

intraveduto, era la salvezza, era la pace, era la gioia. Sua moglie....

Non l’ero di già? Egli m’aveva voluta, egli m’era destinato, tutto

s’era disposto mentre io credevo seguire una ben diversa via.... Quello

sposo delle leggende, che m’era sempre parso un puerile personaggio,

esisteva, era lui!

L’uomo s’accorse subito che la sua causa trionfava, e forse non ne

fu neppure molto sorpreso. Aveva però tremato. Adesso, più sicuro,

pieno di speranza, secondava le effusioni ch’io esalavo in lettere e

in parole alte e puerili insieme, e per arrestarmi sulle labbra ogni

domanda di esplicazioni, ogni interrogazione su l’accaduto, riprendeva

a baciarmi le mani e i capelli, fugacemente, e mi ripeteva con un

poco di solennità che tutta la sua esistenza non sarebbe bastata a

ringraziarmi del dono della mia, e tentava impadronirsi di nuovo della

mia persona. Ma l’iniziazione era stata troppo atroce, e mi rifiutavo.

Come molte fanciulle, alle quali le letture dei romanzi suscitano

immaginazioni informi che nessuno illumina, io supponevo che la realtà

non fosse tutt’intera in quella che mi aveva colpita disgustosamente:

immaginavo un compenso avvenire di ebbrezze ineffabili che avrei goduto

da sposa. Il pudore in me quindicenne era troppo embrionale ancora,

perchè potesse profondamente soffrire; forse anzi un’oscura fierezza mi

spronava e sosteneva, nella volontà d’amore e di dedizione che andavo

coltivando con ostinazione disperata.

Ma il babbo notava le mie distrazioni e i miei turbamenti; d’improvviso

mantenne la parola e m’impose di non tornare in ufficio.

Nella brusca separazione mi esaltai maggiormente e credetti di passare

i giorni più orrendi della mia vita; poi, riuscita a corrispondere

col giovane, fui incitata da lui a dichiarare a mia madre il nostro

amore: e la mamma, triste, affranta, china verso il precipizio della

sua ragione, parve come bere ad una fontana di giovinezza ascoltando

la figliuola innamorata. Erano i suoi vent’anni ch’ella rievocava? Era

la felicità invano sognata per sè che si illudeva di veder risplendere

per la sua creatura? Qualcosa di lei palpitava in me, in quell’ora, per

la prima volta: lo sentiva inconsciamente? La sventurata non poteva

immaginare il dramma che aveva troncata la mia adolescenza; pensò,

anch’ella!, ad un sentimento magicamente sbocciato nel mio cuore per

salvarmi da un’esistenza ibrida; e raccolse tutta l’energia di cui

disponeva perchè le mie lagrime cessassero, perchè il suo sogno di

dolcezza trionfasse una volta nella sua figlia....

Io la osservavo con tenera mestizia, con un senso vago di timore per me

stessa, riconoscendomi fragile come lei, chiedendomi se veramente io

avessi maggior fortuna e non m’illudessi fidando nell’amore, com’ella

s’era illusa.

Quando il babbo seppe, parve non dare importanza, non credere quasi.

Ma, per iscritto e a voce, io e il mio tristo eroe cercammo di

persuaderlo che unico scopo della nostra vita, ormai, era quello

d’unirci. La sua collera scoppiò tremenda. Tuttavia neppure egli

sospettò il vero: come avrebbe pensato alla delittuosa audacia, egli

che si sapeva tanto temuto da chiunque lo avvicinava? L’idea di uno

sciocco infatuamento della figlia preferita, educata a disprezzare ogni

fantasmagoria e a contare su di sè sola per le battaglie della vita,

lo esasperava. Non riconosceva certamente la sua parte di colpa, per

l’attenzione affettuosa che m’era venuta a mancare nell’epoca in cui

più ne avrei avuto bisogno. Soffriva. Complicato e primitivo insieme,

non giungeva a farsi un concetto preciso di quanto avveniva intorno

a sè, nè a porvi rimedio. Comprendeva d’esser solo, a sua volta,

d’essersi alienata l’unica riconoscenza. E dall’addensarsi del biasimo

generale sul suo capo, dal presagio d’imminenti catastrofi, traeva una

disperata smania di tirannia e di vittoria ad ogni costo.

La mamma lo fece stupire insistendo nel difendermi. Dopo quella sera

avevano sempre evitato di parlarsi; ora, l’una sembrava imporre

all’altro, come patto di pace e di acquiescenza, il mio bene. Pareva

dicesse: «Sì, sono vecchia, sarò nonna, la tranquillità entrerà nel

mio spirito se non nel mio povero cuore: troverò ancora la vita un po’

bella, purchè nostra figlia sia contenta e io possa pensare ai suoi

bimbi!...»

Egli non mi parlò. Compresi ch’io ero morta per lui, ch’egli dava

l’addio a tutto il sogno che aveva costruito sul mio capo nel tempo

remoto.

Disse al giovane che non era il caso di pensare al matrimonio, per

allora: avevo quindici anni e mezzo; ne dovevano passare alcuni altri.

Ma egli poteva frequentare la nostra casa, la sera, e accompagnarsi

qualche volta a passeggio con la nostra famiglia. Che cosa contava

fare? Trovarsi un impiego altrove, più conveniente, tentare una

carriera governativa? Lo avvertiva che non m’avrebbe data alcuna dote.

Intanto, continuasse pure a prestar servizio in fabbrica....

Avevo immaginato che colui si sarebbe dimesso, si sarebbe procacciato

subito un altro lavoro, anche fuor del paese. Nulla invece accadde;

egli non pensava affatto che fosse poco dignitoso il restar nella

dipendenza d’un futuro suocero, e d’un uomo di cui egli biasimava la

condotta. Per contro, era ben certo che mio padre doveva darmi un

assegno quando fossi maritata.

Venne dunque da noi alla sera, come un fidanzato regolare. Col babbo

non vi si incontrava mai, poichè quegli usciva senza fallo appena

finito di pranzare. Attorno al tavolo i ragazzi giocavano o leggevano,

la mamma ed io c’indugiavamo in qualche ricamo; e il giovine si

divertiva a farmi indispettire, contraddicendomi sistematicamente nella

conversazione. Ogni tanto mi dava un bacio all’impensata, senza curare

le proteste di mia madre e le risa dei bambini. Allora mi rabbonivo.

Ci lasciavamo verso le dieci, dopo esserci abbracciati nell’anticamera

buia ove io sola l’accompagnavo: a volte, le sue mani mi afferravano,

un po’ febbrili, alle braccia, un istante, risuscitando ne’ miei sensi

il brivido, ormai lontano, di terrore.

Una Donna · 第 2 / 15 段