NOTE DEL TRASCRITTORE
—Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.
—L’indice non è presente nell’opera originale; ne è stato prodotto ed
aggiunto uno a cura del trascrittore.
SIBILLA ALERAMO
UNA DONNA
ROMANZO
Terza edizione-25.º Migliaio
[Illustration: LOGO]
FIRENZE
R. BEMPORAD & FIGLIO, EDITORI
MCMXXI
PROPRIETÀ LETTERARIA
DEGLI EDITORI R. BEMPORAD & FIGLIO
_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti
i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda._
Copyright 1921 by R. Bemporad & F.
1921-Firenze, Stab. G. Spinelli & C., Via S. Reparata, 89
INDICE
PARTE PRIMA
CAP. PAG.
I. 3
II. 15
III. 29
IV. 48
V. 59
VI. 71
VII. 84
VIII. 91
IX. 107
PARTE SECONDA
X. 121
XI. 131
XII. 143
XIII. 152
XIV. 161
XV. 171
XVI. 180
XVII. 194
XVIII. 210
XIX. 225
PARTE TERZA
XX. 241
XXI. 262
XXII. 281
PARTE PRIMA.
I.
La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo,
farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo.
Rivedo la bambina ch’io ero a sei, a dieci anni, ma come se l’avessi
sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente
può far dileguare. Una musica, fors’anche: un’armonia delicata e
vibrante, e una luce che l’avvolge, e la gioia ancora grande nel
ricordo.
Per tanto tempo, nell’epoca buia della mia vita, ho guardato a quella
mia alba come a qualcosa di perfetto, come alla vera felicità. Ora,
cogli occhi meno ansiosi, distinguo anche ne’ miei primissimi anni
qualche ombra vaga e sento che già da bimba non dovetti mai credermi
interamente felice. Non mai disgraziata, neppure; libera e forte, sì,
questo dovevo sentirlo. Ero la figliuola maggiore, esercitavo senza
timori la mia prepotenza sulle due sorelline e sul fratello: mio padre
dimostrava di preferirmi, e capivo il suo proposito di crescermi
sempre migliore. Io avevo salute, grazia, intelligenza—mi si diceva—e
giocattoli, dolci, libri, e un pezzetto di giardino mio. La mamma non
si opponeva mai a’ miei desiderî. Perfino le amiche mi erano soggette
spontaneamente.
L’amore per mio padre mi dominava unico. Alla mamma volevo bene, ma
per il babbo avevo un’adorazione illimitata; e di questa differenza mi
rendevo conto, senza osare di cercarne le cause. Era lui il luminoso
esemplare per la mia piccola individualità, lui che mi rappresentava la
bellezza della vita: un istinto mi faceva ritenere provvidenziale il
suo fascino. Nessuno gli somigliava: egli sapeva tutto e avea sempre
ragione. Accanto a lui, la mia mano nella sua per ore e ore, noi
due soli camminando per la città o fuori le mura, mi sentivo lieve,
come al disopra di tutto. Egli mi parlava dei nonni, morti poco dopo
la mia nascita, della sua infanzia, delle sue imprese fanciullesche
meravigliose, e dei soldati francesi ch’egli, a otto anni, avea visto
arrivare nella sua Torino, «quando l’Italia non c’era ancora». Un tale
passato aveva del fantastico. Ed egli m’era accanto, con l’alta figura
snella, dai movimenti rapidi, la testa fiera ed eretta, il sorriso
trionfante di giovinezza. In quei momenti il domani mi appariva pieno
di promesse avventurose.
Il babbo dirigeva i miei studi e le mie letture, senza esigere da
me molti sforzi. Le maestre, quando venivano a trovarci a casa,
lo ascoltavano con meraviglia e talvolta, mi pareva, con profonda
deferenza. A scuola ero tra le prime, e spesso avevo il dubbio d’avere
un privilegio. Sin dalle prime classi, notando la differenza dei
vestiti e delle refezioni, m’ero potuto formare un concetto di quel che
dovevano essere molte famiglie delle mie compagne: famiglie d’operai
gravate dalla fatica, o di bottegai grossolani. Rientrando in casa
guardavo sull’uscio la targhetta lucente ove il nome di mio padre era
preceduto da un titolo. Non avevo che cinque anni allorchè il babbo,
che insegnava scienze nella cittaduzza ov’ero nata, s’era dimesso
in un giorno d’irritazione e s’era unito con un cognato di Milano,
proprietario d’una grossa casa commerciale. Io capivo che egli non
doveva sentirsi troppo contento della sua nuova situazione. Quando lo
vedevo, in qualche pomeriggio libero, entrare nello stanzino ov’erano
raccolti un poco in disordine alcuni apparecchi per esperienze di
fisica e di chimica, comprendevo che là soltanto si trovava a suo agio.
E quante cose mi avrebbe insegnato il babbo!
Senz’essere impaziente, la mia curiosità dava un sapore acuto
all’esistenza. Non m’annoiavo mai. Spesso rifiutavo d’accompagnar
la mamma a qualche visita e restavo a casa, sprofondata in un gran
seggiolone, a leggere i libri più disparati, sovente incomprensibili
per me, ma dei quali alcuni mi procuravano una specie d’ebbrezza
dell’immaginazione e mi astraevano completamente da me stessa. Se
m’interrompevo, era per formular pensieri confusi; e lo facevo talora
a voce sommessa, come scandendo dei versi che una voce interiore mi
suggerisse. Arrossivo; come arrossivo di certe pose languide che
assumevo nella stessa poltrona, quando mi accadeva per un attimo
di trasportarmi colla fantasia nei panni d’una bella dama piena di
seduzioni. Potevo distinguere tra affettazione e spontaneità? Mio padre
giudicava con una indifferenza un poco sprezzante ogni manifestazione
di pura poesia: diceva di non capirla: la mamma, sì, ripeteva ogni
tanto qualche strofa carezzevole e nostalgica, o modulava colla voce
appassionata spunti di vecchie romanze; ma sempre quando il babbo non
c’era. E sempre io ero disposta a credere che mio padre avesse ragione
più di lei.
Ciò anche quando egli prorompeva in una di quelle crisi di collera
che ci facevan tremar tutti e mi piombavano in uno stato d’angoscia,
rapido, ma indicibile. La mamma reprimeva le lagrime, si rifugiava in
camera. Sovente, dinanzi al babbo, ella aveva un’espressione umiliata,
leggermente sbigottita: e non solo per me, ma anche pei bambini, tutta
l’idea d’autorità si concentrava nella persona paterna.
Diverbî gravi tuttavia non avvenivano fra loro due in nostra presenza:
qualche parola acre, qualche rimprovero secco, qualche recisa
ingiunzione; al più il babbo si abbandonava al proprio temperamento di
fuoco per qualche disavvedutezza delle persone di servizio, per qualche
capriccio nostro: ma di tutto appariva responsabile la mamma, che
reclinava il capo come se fosse colpita all’improvviso da una grande
stanchezza, o sorrideva, d’un certo sorriso che non potevo sostenere,
perchè deformava la bella bocca rassegnata.
Si rivolgeva ella in quel punto a visioni del passato?
Non rievocava quasi mai davanti a me la sua fanciullezza, la sua
gioventù; dal poco che avevo sentito, però, avevo potuto formarmene
una visione assai meno interessante di quella suscitata dai ricordi di
mio padre. Ella era nata in un ambiente modestissimo d’impiegati, e,
come la mia nonna paterna, sua madre aveva avuto molti figliuoli, di
cui la maggior parte viveva sparsa pel mondo. Doveva esser cresciuta
fra le strettezze, poco amata. Cenerentola della casa. A vent’anni, ad
una festicciola da ballo, s’era incontrata col babbo. Ella mi mostrava
il ritratto del giovinetto imberbe che mio padre era stato allora:
fattezze ancor da fanciullo, dolci, regolari, fra cui gli occhi soli
esprimevano già un’energia ferrea: egli faceva il penultimo anno di
Università. Appena presa la laurea, aveva ottenuto una cattedra e
s’erano sposati.
Quand’io ero nata, l’anno non era ancor compiuto dal dì delle nozze.
La mamma s’illuminava nel volto bianco e puro le rarissime volte che
accennava alle due stanzine coi mobili a nolo dei primi mesi di vita
coniugale. Perchè non era sempre così animata? Perchè era così facile
al pianto, mentre mio padre non poteva sopportare la vista delle
lagrime, e perchè mostrava opinioni diverse tanto spesso da quelle di
lui, quando osava esprimerle? Perchè, anche, era così poco temuta da
noi bambini, e così poco ubbidita? Come il babbo, anch’ella cedeva
talvolta a momenti di collera; ma sembrava, allora, che rompesse in un
singhiozzo troppo a lungo frenato.... Io avevo la sensazione che lo
sfogo, anche eccessivo, di mio padre, fosse naturale sempre, inerente
al suo temperamento; nella mamma invece gli scoppi di malumore contro i
figliuoli o le cameriere contrastavano dolorosamente colla sua natura
dolce; si palesavano come un accesso spasmodico di cui ella stessa
aveva coscienza, nell’atto, e rimorso.
Quante volte ho visto brillare per una lagrima rattenuta i begli occhi
profondi e bruni di mia madre! Saliva in me un disagio invincibile, che
non era pietà, non era dolore neppure, e neppure reale umiliazione,
ma piuttosto un oscuro rancore contro l’impossibilità di reagire, di
far che non avvenisse ciò che avveniva. Che cosa? Non sapevo bene.
Verso gli otto anni avevo come lo strano timore di non possedere una
mamma «vera» una di quelle mamme, dicevano i miei libri di lettura,
che versano sulle figliuolette, col loro amore, una gioia ineffabile,
la certezza della protezione costante. Due, tre anni dopo, a questo
timore succedeva in me la coscienza di non riuscire ad amar mia madre
come il mio cuore avrebbe desiderato. Era questo, certo, che m’impediva
d’indovinare la vera cagione per cui nella nostra casa si proiettava,
perenne, un’ombra indefinibile ad impedire così spesso la libera
fioritura del sorriso. Oh, poter gettarmi una volta al suo collo con
abbandono assoluto, sentirmi capita da lei, anche prometterle il mio
appoggio per quando sarei grande; stringere un patto di tenerezza, come
avevo fatto tacitamente col babbo da tempo immemorabile!
Ella mi ammirava in silenzio, riportando su me un poco dell’orgoglio
già provato per la balda energia dello sposo; ma non approvava il
metodo d’educazione a cui mi assoggettavo con tanto fervore; temeva
per me, immaginando certo che io crescessi senza sentimento, ch’io
fossi destinata a vivere col solo cervello; e non aveva il coraggio di
contrastare apertamente l’opera del babbo.
Ma neppure il babbo cercava di conoscermi per intero. Certe volte
mi sentivo proprio sola. M’avvolgeva allora uno di quegli stupori
meditativi che costituivano il secreto valore della mia esistenza.
Spuntava il pudore dell’anima. Accanto, parallela alla vita esteriore,
una vita occulta a tutti si approfondiva. Ed io avvertivo questo
dualismo. Fin dal primo anno di scuola mi aveva preoccupata il fatto
di due diversi aspetti del mio essere: a scuola tutti mi trovavano
angelica, ed ero buona ed esemplare infatti, col visino tranquillo ove
errava sempre un sorriso timido e vivido insieme; appena fuori, nella
strada, sembrava ch’io aspirassi tutta l’aria intorno, mi mettevo a
saltare, a parlare a vanvera, e in casa entrava con me il terremoto:
i fratellini cessavano dai loro giuochi placidi, pronti a’ miei cenni
d’autocrate ostinata.
Sopraggiunta l’ora di preparar còmpiti e lezioni, mi ritiravo nella
mia stanzetta o in un angolo del giardino, e di nuovo non esistevo
più per gli altri, di nuovo afferrata dal gusto dell’applicazione
intellettuale, pur senza alcuna brama di emular compagne o di meritarmi
premi. Poi, la sera, dopo che la mamma m’aveva fatto recitare nel
nostro caro dialetto due parole di preghiera: «Signore, fatemi
diventare grande e brava, a consolazione dei miei genitori» e m’aveva
lasciata al buio nel letto ove mia sorella già dormiva, io provavo una
sensazione di riposo, di benessere, non soltanto fisico, come se in
quel momento, costretta all’oscurità, al silenzio ed alla immobilità,
fossi più libera che durante tutta la giornata.
Mi piaceva guardar nelle tenebre; non ne avevo paura, perchè il babbo
m’aveva assicurata sin da quando ero piccina che gli orchi e le streghe
delle favole non sono mai esistiti, come non era mai esistito il
«diavolo». Riandavo con la mente i piccoli casi del giorno: rivedevo
il sorriso seduttore del babbo, un gesto di sconforto delle mani
materne, riprovavo qualche stizza per certe goffaggini de’ miei minori,
mi soffermavo alquanto sulle prospettive del domani: esito d’esami,
viaggetti, libri e giuochi nuovi, amiche e maestre da conquistare....
La mamma mi faceva pregare ogni sera. Pregare Dio....
Un giorno, facevo la seconda elementare, avevo udito rivolgere il
titolo di «ebrea», sprezzantemente, ad una piccola compagna silenziosa
e pallida che stava seduta nel banco accanto al mio. Ella era scoppiata
in pianto, e la maestra, saputo il perchè, aveva pronunziato frasi
severe. La cosa mi aveva riempita di stupore, poichè non sapevo nulla
ancora di razze e di religioni diverse. Ma più mi aveva colpita una
parola della maestra: ella aveva detto che tutte le religioni portano
l’uomo dinanzi a Dio, e che tutte perciò son degne di rispetto; che un
solo essere suscita ribrezzo e insieme pietà, ed è l’_ateo_. Mio padre
mi si era allora rizzato davanti alla mente: mio padre era ateo, io ne
ero ben sicura; quella parola egli stesso l’avea pronunciata talora;
egli non andava mai in chiesa.... Dunque mio padre, per la maestra, per
le compagne, per tutta la gente, era una creatura disprezzabile?
Tre, quattro anni dopo, nel silenzio della mia stanzetta, io mi
rivolgevo ancora questa stessa domanda. Ora il babbo mi parlava più
spesso di quella ch’egli riteneva una menzogna secolare, mi diceva che
prima degli uomini vi erano sulla terra degli animali quasi simili
a noi, che prima di essi e delle piante la terra era deserta, e che
questa terra è nello spazio un piccolo punto come sembrano a noi le
stelle nel cielo, e le stelle altrettanti mondi, forse viventi.... Egli
diceva queste cose straordinarie con tanta naturalezza, che io non
potevo metterle in dubbio.
Tuttavia, egli non mi spiegava—nè io ardivo mai domandargliene—perchè
noi siamo in questo mondo. Da questo lato il catechismo della scuola
era forse più soddisfacente: Dio ci ha creati, Dio ci guarda dall’alto,
Dio, se saremo buoni, ci farà andare in Paradiso.... La vita non
sarebbe che un passaggio.
Ma quanta importanza davano tutti a questo passaggio! Mi pareva che
nessuno pensasse sul serio all’inferno, e che tutti avessero invece
paura di farsi del male, d’ammalare, di morire. Per me, ero disposta a
credere col babbo che l’inferno non esistesse: nessun angelo e nessun
tentatore sentivo mai alle mie spalle: quand’ero savia, era perchè lo
volevo; quando, avevo dei rimorsi, ero persuasa d’essere stata proprio
io la colpevole. E allora...? Dal mattino alla sera la mamma, il babbo,
le maestre, gli operai per la strada, tutti, insomma, anche i gran
signori.... chi guadagna soldi, chi li spende: si spende per mangiare;
si mangia per non morire; e passano le settimane, i mesi, gli anni, e
si muore, e io e i fratellini avremmo fatto lo stesso....
La cosa m’infastidiva. Il sonno stava per sopraggiungere, lo sentivo:
l’indomani avrei ripreso l’inutile meditazione. Sapere, sapere! Nel
dormiveglia mi si affollavano al cervello parole piene di mistero:
«eternità», «progresso», «universo», «coscienza».... Danzavano
all’orecchio e ne smarrivo perfino il suono. E ancora, rivedevo
l’espressione compunta di qualche maestra, mi chiedevo se la mamma
andava alla messa, la domenica, proprio per suo piacere o per qualche
strano timor della gente, ricordavo la prima ed unica volta che avevo
assistito ad una predica, nel mese di maggio, una sera in cui l’altare,
in una grande chiesa, brillava fra i ceri ed i gigli. Dal pulpito il
frate agitava un braccio con gesto ampio e la voce imperiosa discendeva
sulla folla inginocchiata: raccontava dei miracoli d’un santo, e
pareva che tutti gli credessero: alla fine, l’organo aveva incominciato
a suonare, e dall’alto, invisibile, un coro, una pura onda d’argento,
aveva intonato delle laudi.... Sempre, a quel ricordo, qualcosa in me
tremava come in quel punto: m’assaliva dì repente la tristezza di non
saper pregare nè cantare, e più acuto il senso della mia solitudine.
Poi tutto ciò dileguava. Perchè dolermi? Ero piccola, ma non avrei
voluto essere ingannata: dovevo crescere: avrei saputo, un giorno.
La sorellina, accanto a me, respirava tranquilla. Forse sognava una
casa di cristallo per la sua bambola, una casa che io le avevo promesso
una volta, perchè mi lasciasse maggiore spazio nel nostro letticciuolo.
Non ero punto certa di poter soddisfare l’impegno! Mah.... quando sarei
grande! Allora avrei anche voluto più bene alle bambine e al fratello,
non li avrei più fatti piangere; e avrei vista la mamma finalmente
lieta....
Ora bisognava dormire. Avevo il capo un poco stanco. Desideravo per
un momento di esser trasportata con un soffio su uno di quei pendii
verdi che formavano la mia delizia, l’estate, in campagna. Suonavano da
lontano, mi chiamavano tante campanelle....
II.
Un mattino io mi chiedevo che risoluzione si sarebbe presa circa il
proseguimento dei miei studi, poi che avevo terminata la quinta classe,
quando il babbo rientrò in casa un’ora prima del consueto, seguìto dal
fattorino dell’ufficio che portava una cassetta sulle spalle. Congedato
l’uomo, mio padre mi alzò un istante fra le braccia fino al suo viso,
poi mi posò, e alla mamma che l’interrogava collo sguardo ansioso,
disse: «È finita.... ho troncato tutto. Finalmente respiro!»
Da parecchio tempo i due soci si sopportavano a vicenda con sempre
minor buona volontà. I due temperamenti opposti non riuscivano a
conciliarsi, poichè l’uno provocava iniziative ardite, l’altro badava
a stringere i freni. Il babbo d’altronde si annoiava in quella vita
d’ufficio, metodica, che non gli dava neppure compensi materiali
ragguardevoli. Un piccolo incidente aveva, quel mattino, provocata una
scena vivace fra i due cognati, decisiva.
A trentasei anni mio padre si trovava a ricominciare la vita per
la seconda volta, e ancora per la sua sete di emozioni nuove e di
indipendenza.
Quel mattino stesso usci con me a passeggiare lungamente: ho confusa la
visione dell’immensa Piazza d’Armi che attraversammo sotto una leggera
nebbia autunnale; il babbo parlava, quasi a sè stesso; io sentivo il
mio piccolo essere esaltarsi tacitamente. L’America, l’Australia....
Oh, se veramente il babbo ci portasse pel mondo! Egli accennava anche
a probabilità meno avventurose: tornare all’insegnamento, impiantare
qualche azienda; ma sempre fuori di Milano. La città che fino a quel
giorno avevo amata, pur senza dirmelo, ora mi appariva insopportabile:
chi sa quali altri incanti mi attendevano altrove! E mi sembrava
d’essere all’improvviso cresciuta d’anni e d’importanza. Non mi
prendeva il babbo forse a sua confidente? I progetti sul mio prossimo
avvenire di studentella svaporavano. Forse avrei dovuto lavorare
anch’io, aiutar la famiglia.... Figgevo in viso a mio padre gli occhi,
nei quali doveva correre una fiamma d’entusiasmo.
A casa, la mamma era invece come smarrita, Di che cosa temeva? Era
giovane anch’ella, più giovane del babbo; noi bambini eravamo tutti
sani e forti.... Anche il babbo certo avrebbe voluto vederla più
ardimentosa!
Ella non apparve sollevata neppure qualche settimana dopo, allorchè un
signore che voleva stabilire un’industria chimica in una cittaduzza
di Mezzogiorno, offrì la direzione dell’impresa a mio padre. Certo,
questi osava molto accettando un genere di lavoro al quale era affatto
nuovo. Ma il suo bel sorriso sicuro aveva sedotto il capitalista.
Le condizioni dell’impiego erano ottime; il paese, laggiù, pieno di
sole. Per qualche anno. Mio padre non amava guardare molto innanzi
nell’avvenire. Pel momento si sentiva felice del rischio. E non curando
i timori della mamma, decise la partenza per la primavera.
* * * * *
Sole, sole! Quanto sole abbagliante! Tutto scintillava, nel paese
dove io giungevo: il mare era una grande fascia argentea, il cielo un
infinito riso sul mio capo, un’infinita carezza azzurra allo sguardo
che per la prima volta aveva la rivelazione della bellezza del mondo.
Che cos’erano i prati verdi della Brianza e del Piemonte, le valli e
anche le Alpi intraviste ne’ miei primi anni, e i dolci laghi ed i
bei giardini, in confronto di quella campagna così soffusa di luce,
di quello spazio senza limite sopra e dinanzi a me, di quell’ampio e
portentoso respiro dell’acqua e dell’aria? Entrava ne’ miei polmoni
avidi tutta quella libera aria, quell’alito salso: io correvo sotto
il sole lungo la spiaggia, affrontavo le onde sulla rena, e mi pareva
ad ogni istante di essere per trasformarmi in uno dei grandi uccelli
bianchi che radevano il mare e sparivano all’orizzonte. Non somigliavo
loro?
Oh la perfetta letizia di quell’estate! Oh la mia bella adolescenza
selvaggia!
Avevo dodici anni. Nel paese, che si decorava del nome di città, non
esistevano scuole al disopra delle elementari. Un maestro chiamato a
darmi lezione fu presto congedato perchè incapace d’insegnarmi più di
quel che sapevo. Nelle ore calde del meriggio, sola nella stanzuccia
della vasta casa, che avevo eletta a mio studiolo, gettavo, ma senza
entusiasmo, qualche occhiata sui grossi manuali di fisica e di botanica
e sulle grammatiche straniere datemi dal babbo; uscivo sull’alto
balcone, guardavo giù nella piazza gli sfaccendati presso la farmacia
o dinanzi al caffè, qualche contadina oppressa da pesi inverosimili,
qualche ragazzo sudicio che inveiva contro qualche altro in un
linguaggio sonoro ed incomprensibile. In fondo alla piazza il mare
luceva. Due ore avanti il tramonto si disegnavano, lontane lontane,
le vele delle paranze di ritorno dalla pesca: s’avvicinavano, si
colorivano di rosso e di giallo, arrivavano una dietro l’altra, e il
tumulto delle voci dei pescatori giungeva spesso fino a me; distinguevo
il grido ritmico di quelli che traevano la barca alla riva.
Scendevo, mi recavo nel vasto recinto presso la strada ferrata, dove
lo stabilimento andava sorgendo con rapidità sorprendente e dove il
babbo passava quasi tutte le sue ore. Egli mi dava talvolta dei piccoli
ordini che eseguivo trepidando, con scrupolosa esattezza. «Mi aiuterai
anche più tardi, quando tutto sarà sistemato; sarai la mia segretaria,
vuoi?...» Lottava in me l’antica timidezza con un nuovissimo impulso
di audacia indipendente. Forse il babbo voleva compensarmi dell’aver
troncati gli studi. Una specie d’orgoglio anzi, inavvertito, mi
penetrava, la vaga coscienza di prender contatto colla vita, d’aver
dinanzi uno spettacolo, più vario e più interessante d’ogni libro.
Degli operai, de’ bei contadini abbronzati che venivano dalla campagna
ad offrirsi come manovali, delle ragazze che salivano agili sui ponti
di costruzione coi secchi di calce sul capo, mi sorridevano, ed io
sentivo verso di loro una curiosità piena di simpatia; ne ripetevo ai
fratellini i pittoreschi soprannomi, e mi chiedevo se avrei mai osato
essere per loro una padrona, come ero colla donna di servizio.
Il babbo, sì, si palesava uomo di comando, inflessibile e onnipossente,
meraviglioso d’attività e d’energia. Quando certe sere, dopo il pranzo,
uscivamo un po’ con lui, la mamma e noi figliuoli, per lo stradone
maggiore del paese, la gente ci osservava dalle soglie con un misto
di ammirazione e di timore. Trovavano alla mamma un viso da madonna,
e voci femminili le mormoravan dietro benedizioni per i suoi bambini.
Ella ringraziava col sorriso mite, piccola e fino nel vestito quasi
dimesso. Mi sembrava contenta anche lei, in quei momenti: era ne’ suoi
occhi come una riverenza verso il compagno rivestito così d’un nuovo
fascino.
Ricordo una mia fotografia dell’anno dopo. Ero già in fabbrica come
impiegata regolare. Indossavo un abbigliamento ibrido, una giacchetta
a taglio diritto, con tanti taschini per l’orologio, la matita, il
taccuino, sopra una gonnella corta. Sulla fronte mi si inanellavano,
tagliati corti, i capelli, dando alla fisionomia un’aria di ragazzo.
Avevo sacrificata la mia bella treccia dai riflessi dorati cedendo alla
suggestione del babbo.
Quel mio bizzarro aspetto esprimeva perfettamente la mia condizione
d’allora. Io non mi consideravo più una bimba, nè pensavo di esser già
una donnina: ero un individuo affaccendato e compreso dell’importanza
della mia missione; mi ritenevo utile, e la cosa mi dava una illimitata
compiacenza. In verità, portavo nell’esecuzione dei lavori che il
babbo m’aveva assegnato una lealtà assoluta e una forte passione.
M’interessavo quanto lui alle piccole e grandi vicende dell’azienda,
e mentre non mi annoiavo allineando cifre per ore e ore sui registri,
mi divertivo come ad un giuoco stando fra gli operai, osservandoli
nelle aspre fatiche e chiacchierando con loro durante gl’intervalli
di riposo. Eran molti, più di duecento; una parte, che veniva dal
Piemonte, si alternava ai forni giorno e notte, e gli altri, del paese,
si agitavano continuamente nei vasti cortili e sotto le tettoie. Tutta
quella gente non mi amava forse, ma certo sentiva piacere nel vedermi
comparire all’improvviso col mio piglio un po’ brusco; un piacere che
si traduceva in atteggiamenti più spigliati, più conformi all’ideale
del lavoro giocondamente accettato. Mi trovavano giusta, assai più di
mio padre, e cercavano accaparrarsi la mia benevolenza con ingenue
adulazioni, perchè io influissi a loro vantaggio su l’uomo che li
faceva tutti tremare. Ma io sapevo che inutilmente avrei tentato di
modificare la disciplina ferrea del babbo; ed ero inoltre persuasa
ch’essa fosse necessaria. Non badavo quindi che a render accetto quel
padrone, anche coll’esempio della mia obbedienza. E forse il babbo se
ne avvedeva. Pel breve tratto fra la fabbrica e la nostra casa, egli mi
parlava con un’inflessione di voce ch’io sola gli conoscevo, non dolce,
non tenera, ma esprimente il riposo, l’attimo di sosta e di abbandono.
Mi confidava: «Bisognerà tentare questo e quest’altro.... Allora
potremo aumentare un poco i salarî....» Pareva anche domandare il mio
avviso. Ed io pensavo alla felicità di trovar pur io qualche cosa di
nuovo da suggerirgli. La fabbrica diventava per me, come per lui, un
essere gigantesco che ci strappava ad ogni altra preoccupazione, che
ci teneva perennemente accesa la fantasia e saldi i nervi, e si faceva
amare;—angolo di vita vertiginosa, da cui eravamo soggiogati, mentre
credevamo di esserne i dominatori.
Rientrando in casa provavo, centuplicato, il senso di malessere che
sorgeva già in me da bimba al ritorno dalla scuola. Mi vi sentivo
spostata, e accentuavo con dispetto i segni di quel mio isolamento
morale. Ero simile al giovinetto appena emancipato che si lagna
arrogantemente del servizio domestico; rilevavo con lo stesso tono di
superiorità le negligenze delle sorelline e di mio fratello, la loro
svogliatezza per lo studio, la mancanza nella mamma d’una severità
calma che li disciplinasse.
Le donne di servizio dovevano riferire in paese cose orrende sul mio
conto: non prendevo mai un ago in mano, non badavo alle faccende di
casa.... E le mie escandescenze senza motivo! Non potevano paragonarsi
se non a quelle di mio padre! Si allentava in quei momenti, forse, la
tensione troppo acuta de’ miei nervi. Forse si palesavano i sintomi
d’una crisi di crescenza. Io non ne sapevo nulla. Bisognava che
uscissi, che mi dessi a qualche folle corsa lungo il mare e mi sentissi
alitare intorno la buona aria libera, per tornare calma, per cancellare
pur la memoria del mio malumore. Ed allora obliavo anche l’espressione
di pena profonda che solcava la fronte della mamma durante quelle scene.
Mia madre! Come, come ero così incurante a suo riguardo? Quasi ella
era scomparsa dalla mia vita. Io non riesco a determinare nella mia
memoria le fasi della lentissima decadenza avvenuta nella sua persona
dal nostro arrivo in paese. Ella non aveva saputo sin dai primi giorni
liberarsi da una certa timidezza che le impediva di andar sola o coi
bimbi per la spiaggia o pei campi. Il paese non offriva altri svaghi:
le donne dei maggiorenti non uscivano quasi mai di casa, ignoranti,
indolenti e superstiziose; le contadine lavoravano più che i loro
uomini; gran parte della popolazione viveva sul mare e del mare,
riparando la notte nelle catapecchie che si ammucchiavano a cento metri
dalla riva.
Neanche alla fabbrica la mamma s’interessava, attingendone motivi di
distrazione. È vero che di questo ero quasi lieta, dicendomi che ella
forse non avrebbe visto di buon occhio le mie imprese. La sentivo,
ancor più che a Milano, troppo diversa di gusti e di temperamento da
mio padre, e per conseguenza da me. E anche sentivo, confusamente,
che questa differenza era sempre più la causa dei malumori che i miei
genitori non riuscivano a nascondere. Ma non me ne preoccupavo, o,
per meglio dire, mi liberavo tosto dalle impressioni fastidiose senza
cercar di approfondirle. Forse era un istintivo timore di scoperte
troppo gravi per la mia età? Non so. Soltanto un piccolo fatto mi diede
il sospetto che mio padre non volesse bene alla mamma come a me.
Era sul finire del primo inverno che passavamo colà. Si doveva, la
mamma, il babbo ed io, recarci al vicino capoluogo, invitati a pranzo
e a teatro dal proprietario della fabbrica e dalla sua signora, la
quale s’era degnata salire a casa nostra l’estate innanzi. Scendeva
il crepuscolo e l’ora della partenza del treno si avvicinava. Io ero
pronta, allorchè entrò a casa il babbo per cambiare d’abito; egli in
un batter d’occhio fu all’ordine. La mamma invece indugiava dinanzi
allo specchio, dubbiosa della sua toeletta che non indossava da molto
tempo: passava sul viso il piumino della cipria, allorchè mio padre,
infastidito dell’attesa, si affacciò di nuovo all’uscio della camera.
Rivedo la stanza, lo specchio, l’alta finestra da cui sembrava entrare,
più che la luce del tramonto, il riflesso del mare grigio, torbido. Ed
all’orecchio mio si ripercuote, colta a volo, una frase: «.... devo
dire dunque che sei una civetta?...»
Mezz’ora dopo, in treno, tremavo ancora nel mio intimo, incapace di
formulare un biasimo pel babbo, una discolpa per la mamma, e m’avvidi
tra la penombra, che sul volto di questa, inclinata verso lo sportello,
scorrevano delle lagrime. Riviveva ella pure il momento amaro? O molti
altri uguali? Pensava ch’io ero stata testimone dell’offesa? E per la
prima volta ella mi era apparsa come una malata: una malata cupa che
non vuol essere curata, che non vuol dire neppure il suo male.
Poi.... Io leggevo nei libri vicende d’amore e d’odio, osservavo
simpatie e antipatie nella gente del paese, credevo di saper già molte
cose sulla vita, ma ero incapace di penetrare la dolorosa realtà della
mia casa. Passavano i mesi, cresceva la tristezza della mamma, si
diradavano le attenzioni del babbo per lei, le passeggiate in comune,
ed io che non ero già più una bimba, continuavo nella mia vita come
se nessuna minaccia si addensasse intorno. Perchè? M’assorbiva, sì,
come nell’infanzia, l’ammirazione per mio padre; ma ciò non basta
a spiegare la mia cecità. Forse la mamma stessa, in un doloroso
pudore del suo male, evitava una confidente troppo immatura, troppo
esclusivamente dedita a colui che le causava dolore, e lasciava che
il tempo scorresse, nell’attesa vaga e stanca di qualche occasione
provvidenziale.
In paese ella doveva suscitare una certa simpatia per la gentilezza dei
modi e l’aspetto soave, benchè avesse cessato per imposizione del babbo
ogni pratica religiosa, e ciò facesse mormorar le più beghine.
Chi sa se fin dai primi tempi la immaginarono poco felice con un
marito e con una figlia quali eravamo io e mio padre? Perchè verso
quest’ultimo s’era ben presto accesa una sorda ostilità. Non c’erano,
di ricchi, nel paese, che il capitalista proprietario della fabbrica,
quasi sempre residente a Milano, e un conte, padrone di quasi tutte le
terre, il quale faceva rare apparizioni colla sua signora, un grosso
idolo carico di gioielli, al cui passaggio donne e uomini si curvavano
fino al suolo. Una decina d’avvocati, annidati in un circolo di civili,
suscitavano e imbrogliavano lunghe liti fra i piccoli proprietari
dissanguati dalle tasse. Se si aggiungono alcuni preti e mezza dozzina
di carabinieri, ecco tutta la classe dirigente del luogo. Mio padre
non solo non aveva dato segno di accorgersi di loro, ma aveva respinto
con impazienza un banchetto che avevano voluto offrirgli, insieme alla
presidenza di non so quali istituzioni antiche e pompose e senza fondi.
La cosa era inaudita, come inaudito e quasi offensivo era il fatto
ch’egli rinviasse sistematicamente quanti gli portavano regali. Quante
volte delle donnicciuole uscivan da casa nostra stupefatte e disperate,
perchè il babbo non aveva accettato i polli coi quali esse volevano
intenerire il suo cuore in favore dei loro figliuoli!
Ma nella sua estrema ignoranza e indolenza il popolo era ancora la
parte migliore del paese, non mancava di una certa bontà istintiva;
rimproverava soltanto al «direttore», come mio padre veniva chiamato,
il rigore inaudito verso i dipendenti, esagerato di bocca in bocca.
Nei primi tempi il babbo aveva riso di questa antipatia diffusa. Poi,
pian piano, aggiungendovisi la conoscenza più esatta dei lavoratori del
luogo, un rancore amaro principiò ad invaderlo. Sopratutto l’ipocrisia
dominante l’irritava. L’isolamento favoriva in lui la critica spietata,
senza misura: il confronto fra quella razza quasi orientale che gli
si premeva intorno sordidamente, e i suoi compaesani, si esagerava.
Reagiva così, forse senza addarsene, al pericolo di acclimarsi o di
veder acclimarsi i suoi figliuoli? Ma perdeva, anche inconsapevolmente,
l’equilibrio del giudizio, esagerava la sua superiorità, il suo sprezzo
fino alla provocazione. Avrebbe voluto adoperar nella fabbrica soltanto
operai piemontesi, fondare una vera colonia, ma vi si opponeva il
proprietario per economia e per prudenza. La maestranza nondimeno era
composta tutta di nostri conterranei che colle famiglie costituivano un
gruppo isolato e guardato dagli indigeni con diffidenza.
Io mi esaltavo in cuore misurando la distanza fra noi e «tutti quegli
altri». Quando rientravo a casa dalla fabbrica, col berretto di lana
rossa sui miei capelli corti e colla andatura rapida di persona
affaccendata, udivo dei susurri dietro di me: in faccia al caffè i
soliti scioperati mi guardavano sorridendo; sentivo che da una parte
destavo la loro curiosità, dall’altra offendevo la loro abitudine
di veder le fanciulle passar timide, guardinghe e lusingate dai
loro sguardi. Il paese mi veniva in uggia, e se non l’aborrivo era
unicamente a causa delle bellezze naturali che non mi stancavo di
ammirare. Una strana nostalgia, strana in me che non avevo sentito
alcun dolore lasciando Milano, mi s’era venuta insinuando nell’anima
silenziosamente, non esternandosi che nelle lettere alle amiche. Il
mio settentrione, attraverso le nubi del ricordo, m’appariva ora
desiderabile, pieno d’incanti: la città sopratutto, l’immensa città
col suo formicolìo umano, con la sua esistenza vibrante, la città che
rivedevo talora in certi suoi aspetti più tipici, che mi risorgeva
all’improvviso, in scorci, per cui avevo la momentanea illusione
d’essere ancora là, piccola, a mano del babbo, sotto la nebbia o nel
sole polveroso; la città della mia fanciullezza già circonfusa d’un
rimpianto senza nome mi dava a volte nel ricordo brividi di passione....
Quando, in premio del mio primo inverno «di servizio», il babbo mi
portò a Roma e a Napoli, questa vaga nostalgia di centri «viventi» mi
si illuminò. Dopo due anni rivedevo la folla, m’incontravo con visi su
cui erano segni d’intelligenza superiore o tracce di vita intensa; mi
risentivo piccola, insignificante, sperduta, anelante ad apprendere da
tutti e da tutto intorno. Ciò mi produsse una emozione forse maggiore
di quella che mi destarono i monumenti e i paesaggi meravigliosi. E
nelle lettere alla mamma e nel diario che per incitamento di mio padre
scrissi durante il viaggio, questo senso intimo faceva capolino assieme
ad osservazioni ingenue, a note ammirative, a velleità critiche.
Fu quel viaggio come il coronamento della mia adolescenza balda,
temeraria, trionfante. Me ne rimase una memoria indistinta, circonfusa
di luce troppo vivida. Le impressioni si eran sovrapposte nel mio
spirito quali sillabe d’un’ignota parola che riassumesse la vita;
e io le avevo accolte con un grave stupore, sentendomi nelle vene
serpeggiare una soavità nuova, un languore di cui non sapevo definire
la causa, una brama di tenerezza, d’espansione.... Il presente non
era dunque che letargo, io andavo dunque incontro ad una nuova fase
d’esistenza?
III.
Era il terzo settembre che passavamo in paese. La stagione balneare
non aveva differito dalle precedenti, e nessun distinto particolare,
di essa m’è rimasto nella memoria: mi pare soltanto che per mio conto
alternassi il piacere di nuotate sempre più lunghe e audaci con quello
di letture ugualmente eccessive, da cui uscivo col capo stanco e con un
confuso malcontento di me stessa.
Della mamma, dei fratellini, dei conoscenti, di mio padre stesso non
riesco a ricordar nulla, in quell’estate. Come fu che una sera si diede
in casa nostra una specie di ricevimento ad alcuni villeggianti e ad
alcune famiglie del luogo? L’iniziativa era venuta dal babbo. Tre
stanze del nostro appartamento, trasformate e adornate da piante e da
lumi, avevan raccolto una quarantina di persone, signore di Napoli e
di Roma a cui guizzava negli occhi l’ironia per le provinciali, uomini
gravi che consideravano mio padre curiosamente nel suo aspetto intimo
di buon ragazzo, qualche impiegato, le maestre e i maestri del paese
con le lor famiglie. Una piccola orchestra invitava a ballare grandi
e piccini. Nella mia qualità di padroncina di casa non avevo potuto
rifiutare di far qualche giro anch’io, a malincuore, perchè la danza
non mi piaceva e mi produce va mal di capo. Ero osservata: i giovani mi
si avvicinavano con una specie di timidezza che mi divertiva. Ma fra un
ballabile e l’altro io m’ero sorpresa a riguardare il babbo e la mamma,
involontariamente. L’uno, appassionato ed eccellente ballerino, pareva
ritornato giovinotto, ed esercitava intorno con la spontaneità della
sua natura un vero fascino: l’alta persona, volteggiando fra le coppie,
mi significava ancor una volta la semplicità, la gioia, la forza
della vita. Mia madre era contenta di quell’ora di svago? Anch’ella,
avvolta in un abito di pizzo nero scintillante di perline, mi evocava
fuor della memoria anni lontani, serate in cui l’avevo vista partire
a braccio del babbo per qualche spettacolo, timida ma non impacciata
nell’abbigliamento elegante. Il suo viso conservava la grazia dei
tratti; non pareva, quella sera, ch’ella avesse più di trent’anni.
Ma mi sembrava ch’ella non pervenisse a nascondere una nervosità di cui
ignoravo la cagione: notavano gli ospiti e il babbo lo sforzo che ella
faceva su sè stessa per seguire le conversazioni e i giuochi?
Verso le otto del mattino seguente, appena alzata, passando accanto
alla camera della mamma e supponendola ancora in letto, bussai per
domandarle ordini; la voce di lei, fievole, mi disse d’entrare. Scorsi
il profilo del babbo addormentato, vòlto verso l’uscio; il viso materno
non si distingueva bene fra i cuscini e le coltri: rinchiusi la stanza,
raggiunsi i fratellini che facevano già colazione.
Quanti minuti scorsero? Un grido, indi parecchi altri, poi un gran
susurro nella piazza sottostante mi fecero trasalire. Non m’ero ancora
avvicinata alla finestra, che il rumore si portò ai piedi dello scalone
di casa, facendomi correr verso la porta, seguita dalla donna e dai
fratelli. Esclamazioni di sorpresa e di dolore salivano dal basso, con
uno scalpiccìo come di persone che recassero un peso: la cameriera,
precipitatasi contro la balaustra, gittò un urlo, si ritrasse, per
coprirci lo spettacolo, per respingerci in casa. E io vidi il corpo
di mia madre portato da due uomini, un corpo bianco seminudo su cui
una mano aveva lanciato un cencio che penzolava, come penzolavano le
braccia, i piedi, i capelli. Uno stuolo di gente seguiva. Pensai
d’esser impazzita.
No! Era la mia mamma veramente, gli occhi chiusi, bianca nel viso come
una morta, con macchie rosse lungo un braccio ed un fianco. Il babbo si
avanzava fuor della stanza semivestito senza comprendere. Si strinse le
tempie; il volto gli si scompose, e io dovetti non vedere e non sentir
più nulla, poichè non ricordo altro.
Mi riscosse un vocìo di donne. Raccontavano. Avevano visto affacciarsi
al nostro balcone la figura bianca, scambiata così al sole per una
di noi bambine, le avevan fatto cenno di rientrare. La figura s’era
sporta, indi abbandonata, piombando di fianco sul terreno.
Entrò il medico. Penetrai con lui nella camera. La mamma era sul letto,
senza moto; il babbo a’ suoi piedi, lo sguardo perduto, si torceva le
mani. Mi vide, e un gran singhiozzo, il primo ch’io sentissi salire da
quel petto, lo abbattè su una sedia, mentre mi traeva fra le ginocchia
e nascondeva la faccia sulla mia spalla.
Oh lo smarrimento che mi prese! Il tumulto che scoteva mio padre mi
atterriva; ed insieme m’invadeva l’oscuro presagio d’altri momenti
atroci come quello....
Non avrei voluto più sciogliermi da quell’abbraccio: per la prima volta
provavo la volontà di chiuder gli occhi e di sparire. E non formulavo
alcun pensiero, neppur questo: «Vive ancora?»
Viveva. Il capo, il tronco erano stati miracolosamente illesi: solo
il braccio sinistro era spezzato. Non riprese conoscenza che dopo
tre giorni. Non seppe o non volle dir parola del tragico accaduto:
ho il confuso ricordo d’una sera in cui il babbo, a ginocchi, la
scongiurò invano, non ottenendo che questa risposta: «Perdonatemi,
perdonatemi....» Erano nella stanza anche i bimbi. Il babbo piangeva,
e io non so ancora se fossero più strazianti le lagrime di lui o le
fioche parole dell’inferma, che uscivano come dall’ombra....
Era stato un momento di pazzia? Volevo crederlo e insieme mi spaventavo
di pensarlo. Nella voce del babbo era l’accento appassionato della
sincerità, quando chiedeva a sè stesso, sommesso e tremante, nella
penombra della camera, che cosa poteva aver provocato quell’accesso di
disperazione. La mamma lo guardava silenziosa: avevo il senso strano
che ella ne attendesse la spiegazione da lui.... E insieme avevo la
certezza intima che mio padre non sapeva che cosa rimproverarsi.
Rimase in letto due mesi in un alternarsi di febbri che minacciavano la
congestione cerebrale; presente come non mai, e insieme assente, come
dopo una suprema rinuncia.
Qualcosa di sinistro s’andava aggravando sulla casa, oltre
all’ansia per le vicende della malattia e malgrado la stessa forza
di resistenza, ch’era in tutti noi. I bimbi non comprendevano,
subivano semplicemente la tristezza dell’ambiente; io notavo con
disagio, poi con spavento, nel lentissimo risveglio di lei, certi
torpori insistenti, certe lacune della memoria, certi eccessi nelle
manifestazioni d’affetto o d’antipatia per i circostanti. Ma avendo
preso il governo della casa e continuando in certe ore ad occuparmi del
mio impiego, non tralasciando le mie letture e la mia corrispondenza,
ero occupata in modo da non poter troppo indagare le sensazioni nuove
e varie che si alternavano in me. Compiangevo mio padre, prodigavo
alla mamma una tenerezza vigile, quasi a scongiurare le manifestazioni
che temevo dalla sua anima malata. Ero certa ora d’amarli entrambi,
ma con una nuova inquietudine e con la sensazione, che sempre più mi
penetrava, di essere ormai sola, sola con la mia anima, e ignorando due
anime che amavo, che compiangevo e che temevo di giudicare.
Alla fine dell’inverno la mamma era quasi del tutto ristabilita. Solo
il braccio rotto, che aveva dovuto venir ricomposto due volte per
l’inabilità del chirurgo, restò infermo, colle articolazioni della mano
impacciate. Invecchiata, estenuata, aveva un’aria ancor più dimessa
e avvilita, con quella mano che la più piccola delle mie sorelline
baciava ogni poco teneramente, facendo splendere d’una lagrima gli
stanchi occhi di lei. Pareva tornata bimba, una bimba timorosa che non
sa liberarsi dal ricordo di un suo errore.
Il babbo, passate le settimane del pericolo, aveva vinto lo
smarrimento, appariva di nuovo padrone di sè. E non osando interrompere
i lunghi silenzi in cui s’immergeva, io pensavo.... Per la prima
volta cercavo nel passato, scoprivo degli indizî, li collegavo. I
dissensi che avevo intuito nella vita de’ miei cari mi apparivano ora
diversi da quelli che talvolta avveravansi tra il babbo e me; capivo
che doveva esserci qualcosa di ben più profondo, qualcosa di fatale e
d’invincibile come mi pareva che fossero le mie antipatie contro certe
persone e certe cose.... Il babbo doveva averla amata tanto quella
povera cara, e ora ne’ suoi isolamenti, silenziosi egli rievocava chi
sa quali ricordi; ma sentivo che dovevano essere soltanto ricordi.
E non riuscivo a veder nell’avvenire stabilirsi un amore nuovo e più
forte fra loro e in tutta la famiglia.
Egli era colla mamma pieno di riguardi, condiscendente, quasi
carezzevole; evitava le antiche sfuriate; ma io percepivo una punta di
rassegnazione nel modo con cui accettava la melanconia persistente di
lei, di lei che scoprivo oppressa dai desiderio timido e accorato d’un
ravvicinamento.
Un giorno, la nostra casa era piena di sole, essi restarono chiusi più
d’un’ora nella stanzetta ove adesso il babbo dormiva solo: quando ne
uscirono, mia madre aveva il volto soffuso d’un color roseo che da
tanto tempo non le vedevo, e insieme d’un sorriso vago, un sorriso
di fanciulla felice. Mi guardò come se non mi riconoscesse. Il babbo
invece s’annuvolò, evitando il mio sguardo.
Altre volte la vista della mamma appoggiantesi stanca sulla spalla
del babbo, mi turbò, nelle settimane seguenti. Il babbo sfuggiva di
trovarsi solo con lei, me ne persuasi; sfuggiva noi tutti, la casa,
quasi insensibilmente.
La primavera scorreva lenta: nei crepuscoli tepidi ed avvincenti io
mi sentivo talora invadere da un bisogno torturante di pianto, di
dissolvimento: che cos’era? Dov’era andata la mia balda adolescenza?
Perchè mio padre si allontanava così dalla mia anima? Non mi sentiva
soffrire, non mi amava, ah, certo non mi amava più! Stavo io per
dubitare di lui, di me stessa, della vita?
Pure la giovinezza inconsciamente reagiva. Continuavo a lavorare, a
scrivere lunghe lettere, piene d’una strana austerità, alle mie amiche;
a sorridere con una punta di civetteria ingenua agli operai piemontesi
di cui qualcuno mi destava una simpatia esagerata, per contrasto forse
coll’uggia che mi davano persone e cose del paese.
E la mia personcina si trasformava, perdeva certe asperità di linee
e di movimenti, e il viso sopratutto pareva farsi più luminoso, più
espressivo. Fu mio padre che mi fece gettar la prima volta gli occhi
sullo specchio con interrogazione un poco ansiosa: una sera sentii, con
un misto di gioia e di stupore, ch’egli diceva come a sè stesso, dopo
avermi considerata alquanto in silenzio: «Diventerà bella....» Non lo
credetti, ma provai una compiacenza inesprimibile.
* * * * *