I tre diplomatici uscirono.

--Solo--continuò il conte Kormoff con un certo imbarazzo--io sono un

detestabile giuocatore di _whist_, ed imporrò una rude pazienza al mio

_partener_.

--Ma, in questo caso--osservò il dottore--noi potremmo giuocare il

giuoco che vi piacerà più, signori. Non siamo già condannati al

_whist_ forzato, che io sappia. Che ne dite voi, signor duca?

--Sono agli ordini del signor conte di Kormoff e del suo amico.

--Il principe di Storkine--fece il conte, presentando il suo

compatriotta.

Si salutarono e si assidero.

--Giuochiamo allora un giuoco che anche le donne ed i fanciulli

conoscono e non disdegnano: il _baccarat_. La proposizione vi

disgrada, signori?--proseguì il dottore sorridendo.

--Niente affatto--risposero i tre altri signori, sorridendo del pari.

Il dottore allungò la mano ad una tavola e vi prese 10 mazzi di carte,

cui aprì ed ammonticchiò sulla tavola.

Il giuoco cominciò.

Si era al più vivo delle poste quando la porta del gabinetto si aprì

dolcemente ed il principe di Lavandall v'introdusse Vitaliana, onde

sottrarla agli inviti che la avevano di già stanca.

Il principe, appoggiando al suo braccio la giovane donna, si collocò

dietro al duca di Balbek, il quale non si accorse forse neppure della

presenza di sua moglie--talmente il demonio del giuoco lo trasportava

in quel momento.

D'altronde, il suo giro di pigliar la mano arrivava. La fortuna gli

aveva di già sorriso, perchè aveva innanzi a sè un mucchietto assai

spesso di marche, d'oro e di polizze da banco.

Prese le carte.

--Si dice, signori, che, al _club_ di Mosca sopratutto, si giuoca

molto al lanzichenecco--chiese il dottore ai due Russi. È vero?

Mentre il principe ed il conte rispondevano volgendosi verso il

dottore, il duca di Balbek prendeva le carte--soffiandosi previamente

il naso.

Vitaliana, però, che aveva gli occhi sopra di suo marito--al pari del

principe di Lavandall, probabilmente--rimarcò qualche cosa cui non

comprese. Perocchè, volgendosi al principe, le dimandò a voce bassa:

--Che fa egli dunque?

Il principe di Lavandall scostò Vitaliana, rinculando verso la porta

del gabinetto. Lo aprì, uscì, lo chiuse a chiave dietro a lui, e

trascinò Vitaliana in una stanza appartata.

--Voi avete dimandato, duchessa--mormorò il principe a voce bassa: che

fa egli dunque?

--Sì--rispose Vitaliana, commossa dell'aria che prendeva il

diplomatico russo.

--Ebbene, duchessa, vostro marito ruba.

--Signore!--gridò Vitaliana, tremando di tutte le sue membra come se

fosse entrata in un bagno gelato.

--Vostro marito ruba al giuoco--replicò il principe con delle lagrime

nella voce. Ma abbiate calma, madama, silenzio! Partite. Io vado ad

impedire uno scandalo ed un clamore forse.

Vitaliana fuggì verso la porta, tremando di più in più, trascinando il

principe. Questi fece chiamare la carrozza del duca di Balbek ed

accompagnò la duchessa fino allo sportello, susurrandole all'orecchio:

--Per l'amor di Dio, signora duchessa, silenzio con chiunque--sopra

tutto con vostro marito. Io accomoderò la cosa ed avrò l'onore di

presentarmi da voi domani, per comunicarvi il resto.

Vitaliana fuggì, ringraziando il principe, degli occhi

bruciati--perchè vi sono delle lagrime che rientrano ed appiccano il

fuoco al cuore.

Ella andò a cercare asilo nel suo appartamento, chiudendosi a chiave.

Il principe di Lavandall ritornò al piccolo salone, giusto al momento

in cui una scena delle più tragiche cominciava.

Il duca aveva una fortuna insolente. Aveva passato dieci o dodici

volte, ed un monticello considerevole di _luigi_, di viglietti di

banca, di gettoni, denunziava il suo successo. La vena continuava. Il

vento gonfiava tutte le vele del suo naviglio conquistatore. Non

restava più un soldo nè avanti nè in tasca dei suoi avversari.

Di un tratto, la mano del conte di Kormoff, a destra, e quella del

principe di Storkine, a sinistra, afferrarono i due polsi del duca di

Balbek e, levandosi, i due personaggi gridarono di una medesima voce:

--Signore, voi rubate!

Il duca di Balbek restò pietrificato. I suoi polsi non battevano più.

La sua voce si estinse. Solo, il suo labbro inferiore tremolò.

--Noi abbiamo cominciato con dieci giuochi di carte. Ora andremo a

contare quanti ve ne sono colà, poi a frugarvi. Se ci siamo ingannati,

noi siamo a vostra disposizione per dimandarvi scusa o darvi

soddisfazione dell'insulto.

Il duca di Balbek tacevasi sempre.

Lo sguardo del principe di Lavandall pietrificava a sua volta il

dottore di Nubo, e gl'impediva di far un segno, un gesto, un moto che

potesse salvare il suo complice, o piuttosto la sua vittima.

Imperciocchè era desso che aveva consigliato quell'infamia al duca di

Balbek, e Tob, che aveva visto costui preparare la carte, aveva poscia

dato l'allarme.

Il principe di Storkine andava a procedere alla verifica delle carte,

quando il duca, ritrovando infine la parola, balbutì di una voce

estinta:

--L'è inutile, signori. Che mi volete voi?

--Come!--gridò il conte di Kormoff.

Il principe di Lavandall s'interpose, interrompendolo, e disse:

--Adagio. Il più insultato qui, sono io. Mi occorre una riparazione

eclatante. Scegliete, signore,--aggiunse egli, indirizzandosi a Balbek

con piglio altero: O io apro questa porta e convoco tutti qui, per

constatare che l'ambasciatore di Commodo V ruba al giuoco, o fo

chiamare la polizia e vi consegno alla giustizia; o voi andrete a

scrivere qui--e noi la firmeremo tutti--una dichiarazione, che voi

avete rubato al giuoco in casa mia.

Un momento di silenzio seguì questa sentenza omicida.

Tutti gli sguardi s'inchiodarono sul viso cadaverico del disgraziato,

cui i due pugni di ferro dei signori Russi tenevano ribadito sulla sua

sedia.

E' disse, in fine, di una voce cavernosa:

--Se scrivo, che uso farete della mia dichiarazione?

--La conserverò, per restituirvela forse, quando sarete corretto.

E dicendo ciò, il principe metteva innanzi al duca un foglio di carta

ed un calamaio; ed i due Russi lasciavano le sue mani libere.

Il duca conservò ancora il silenzio per qualche istante, poi ghermì

una penna e di una voce ferma sclamò:

--Dettate.

--Vi è là una pistola, signore, se preferite bruciarvi le cervella nel

giardino, innanzi a noi.

--Dettate dunque!--gridò il duca con collera.

Lavandall dettò, Balbek scrisse:

«Io dichiaro, in presenza dei sottoscritti, di aver rubato al giuoco

in casa del principe di Lavandall, oggi,» ecc., ecc.

--Firmate.

--L'è fatto.

--Firmiamo a nostra volta.

Tutti firmarono.

Lavandall prese la scritta ed uscì con i suoi amici.

Il dottore restò, impiedi, all'altra estremità della tavola,

silenzioso, freddo, calmo, increspando quasi il suo sembiante di una

smorfia che somigliava ad un sorriso.

Il duca pareva inchiodato alla sua sedia, gli occhi devaricati,

accoccati a quella somma di 50 o 60 mila franchi innanzi a lui, senza

vederla.

Di botto poi, come se si svegliasse di soprassalto, ei balzò in piedi,

e volle fuggire, senza toccar nulla.

--E Morella!--sclamò il dottore.

Ciò fu come una parola magica. Il duca si precipitò sul danaro, lo

tuffò nelle sue tasche e fuggì correndo.

Egli errò tutta la notte, a piedi, nelle strade di Parigi. Alle otto

del mattino, si trovò innanzi l'uscio di Morella.

Il duca portava la mano al bottone del campanello, quando il dottore

di Nubo, uscendo dalla carrozza, gli si avvicinò e gli disse:

--Entriamo.

I suicidi di Parigi · 第 63 / 73 题