Una fine di capitolo, cui le signorine... leggeranno di soppiatto.
Il dì dopo, a mezzogiorno, il conte di Nubo si presentò al palazzo di
Lavandall, e parlò a lungo col principe.
Uscendo di là, il dottore se ne andò di galoppo dall'agente di cambio.
Il principe si presentò al palazzo del duca di Balbek, e prese motto
della duchessa.
Il fine del principe era restato lo stesso; ma aveva cangiato il piano
di attacco.
Voleva ad ogni costo ottenere le carte del duca di Balbek.
Lo aveva gittato nella trappola di Morella per obbligarlo a vendere, e
vendere a prezzo più mite.
L'avea ruinato per mezzo dell'amore. E si approntava già a mettergli
l'asta alla gola per la vendita, quando Tob udì la conversazione del
duca e del dottore--il quale pingeva lo stato miserabile dei fatti
loro.
Tob intravide lo spediente infame cui andava a sperimentarsi. Osservò
il duca, dopo la partenza del dottore, e lo vide accomodare due
giuochi di carte, poi esercitarsi a cacciarseli in tasca e cavarneli
fuori, come un giuocatore di bossoli.
Questa rivelazione fu per il principe di Lavandall uno spiracolo di
luce.
Preparò il tranello in casa: ed i due signori russi furono suoi
complici.
Aveva ricevuto la mattina stessa un dispaccio del principe di Tebe--di
cui parleremo più tardi--e fu questo stesso dispaccio, cui innanzi al
duca ed al dottore e' disse d'aver ricevuto dal Guizot, e cui comunicò
ai due diplomatici.
La dichiarazione del duca, cui possedeva adesso, gli consigliava
un'altra tattica.
Con un uomo che aveva preferito di addossarsi una patente di ladro,
anzichè mandarsi le cervella alle nuvole, non era più a far capitale
di strappargli le scritte concernenti la successione di re Taddeo, per
modi facili. Avrebbe rimbeccato, resistito, tenuto duro fino
all'ultimo estremo.
Quando in un gentiluomo la voce dell'onore è divenuta muta, quando
egli à indietreggiato dal duello e dal suicidio, non si à altra presa
su di lui--tranne che mediante il Codice penale.
Il Lavandall non rinunziava di servirsi della dichiarazione del duca
direttamente con lui, per tutti i modi. Egli voleva però mettere a
partito, anzi tratto, un successo che gli sembrava più probabile, e
meno rude a cogliere: il terrore della duchessa.
Vitaliana lo aspettava.
Ella non aveva chiuso occhio in tutta la notte.
I suoi occhi, tutti rossi, cerchiati di livido, attestavano ch'ella
aveva pianto lunghe e lunghe ore. La sua pallidezza, rilevata ancora
da un vestimento a nero come per un giorno di funerale, denunziava
l'agone interno sostenuto. Ma la calma, di presente, delle sue
palpebre e della sua fronte, la contrazione delle sue labbra
indicavano nel tempo stesso agli osservatori, che ella aveva preso una
risoluzione.
All'opposto della credenza comune, le nature deboli sono quelle che si
decidono più pronte e che prendono risolvimenti più radicali. I
caratteri forti alternano le fortune della lotta, dell'astuzia,
dell'ardire, dell'abilità, del coraggio. Essi resistono, calcolano,
danno un passo innanzi per poi retrocedere; indietreggiano per
risaltare di un lancio tutti gli ostacoli; dubitano, tasteggiano,
provano di transigere--in una parola, esitano ed aggiornano la
decisione. Le nature deboli, non possedendo alcuna di queste risorse
di resistenza, non veggono di un colpo che i partiti estremi: cedere o
perire. Si bilica, si pencola un istante tra questi due termini della
fatalità, poi vi si immerge capo giù, e tutto è detto.
Ora, Vitaliana era una natura debole.
Ella trovavasi nel suo _boudoir_. Leggeva una lettera di sua madre,
cui il fattorino aveva rimesso testè--e che acchiudeva qualche capelli
del suo bimbo--quando il principe di Lavandall si fece annunziare.
Un sole glorioso attaccava la neve caduta abbondantemente la notte
precedente.
Lo splendore era dunque doppio.
La porta del balcone, che sporgeva sulla stufa, era aperta.
I raggi, traversando qualcuno dei vetri colorati, aggiungevano le
vivide tinte di questi ai bagliori animali dei fiori e degli
arbusti--in foga di vegetazione in quel clima di Senegal. Scintillio
di colori, di luce, di profumo, di forme squisite e strane, di quegli
uccelli vegetali della stufa; tutto ciò, di unita ad un sentimento di
delizie voluttuoso e misterioso, faceva irruzione nel salottino di
Vitaliana ed incarnava un inno a Dio.
Tutto quivi respirava la felicità. Tutto pareva dire alla fata di quel
nido di angelo: Godi! Dio ti sorride!
Stesa sopra una _dormeuse_, la lettera di sua madre sul seno, la
noccolina di capelli sulle labbra, Vitaliana aveva gli occhi a
tutto... e non nulla scorgeva! Ella si sentiva penetrata di un
sentimento vago, composto di tutti i dolori e di tutti i terrori cui
aveva traversato da dodici ore in qua, e di quella calma catalettica
che infonde la disperazione.
Il principe entrò.
Ella si sollevò.
Il signor di Lavandall le baciò le punte delle dita e si tacque.
La si sarebbe detta una visita di condoglianza.
--Signore--sclamò infine Vitaliana, voi venite ad annunziarmi che il
disastro è completo?
--Dio mi è testimone, madama--balbettò il principe commosso, o
sceneggiando la commozione--che, a prezzo della mia vita, io vorrei
sparmiarvi quello orribile dolore.
Nel tempo stesso, egli presentava a Vitaliana la dichiarazione di suo
marito e dei testimoni.
Vitaliana la lesse, gli occhi enormemente dilatati e fissi. Poi, la
carta le cadde dalle mani, e, malgrado lei, malgrado tutto, dei
singhiozzi le lacerarono il petto.
Il principe si ripostò la scritta in tasca, e prese le mani di
Vitaliana fra le sue, senza soggiunger verbo.
La procella durò cinque minuti; poi si appaciò di un tratto, come le
bufere dei Tropici.
Allora, Vitaliana, divenendo estremamente calma, riprese:
--Signore, vengo dal ricevere una lettera di mia madre; ecco i capelli
del mio figliuolo. Essi sono felici. Signor di Lavandall, siete voi
padre?
Il principe comprese il significato di quell'appello e rispose:
--Signora, sì. Ma, per sventura, io non sono mica solamente padre, e
vostro marito non è mica un gentiluomo ordinario. Egli è qui
ambasciatore di un re, ed io rappresento un imperatore. Gli è dirvi,
madama, che io non sono punto libero delle mie azioni; che io debbo
riferire quest'avvenimento all'imperatore--il palazzo del di cui
ministro è stato vituperato--e che debbo aspettare gli ordini da
Pietroburgo.
--Vi sarebbe egli permesso di presentire quegli ordini, signor
principe?
--No, madama. Però, io non oserei incoraggiarvi ad alcuna speranza.
--Se mio padre vivesse, se io mi avessi un fratello, signore, non
avrei bisogno di supplicarvi. Essi saprebbero il loro dovere: essi
ucciderebbero il padre per non infamare il figliuolo! Io sono sola nel
mondo; sono vedova, signor principe... Grazia, grazia pel mio
figliuolo! bruciate quella carta.
--Impossibile, madama. Voi dimandate il mio onore, la mia sentenza, la
posizione della mia famiglia, per salvar l'onore di un... di vostro
marito, madama--il quale non comprenderebbe forse neppure la
magnitudine del sacrifizio che io farei.
--Voi avete ragione--rispose Vitaliana dopo qualche istante di
zittire. Un'ultima parola, allora. Principe, credete voi al
pentimento?
--Io non lo nego.
--Credete voi che il duca di Balbek possa riabilitarsi unque mai di un
atto, che fu senza dubbio un accesso di follia?
--Un accesso di follia!--mormorò il principe.
--Voi non ammettete la follia. Voi credete alla premeditazione. Siete
voi dunque convinto che quell'anima è perduta?
--Madama...
--Principe, vi dimando il vostro parere, non mica la vostra pietà. Se
mia madre fosse qui, ella mi consiglierebbe forse. Scriverle? non si
confidano di codeste cose alla carta, la quale, presto o tardi,
tradisce sempre. Io medito un piano di condotta, una determinazione...
che so io? E sono sola!... Siate mio padre.
Il principe di Lavandall ebbe l'aria di riflettere. La risposta? no.
Egli considerava che Vitaliana invocava una scusa, invocava le
circostanze attenuanti, se non per assolvere suo marito, per
attenuarne almeno il delitto. Ella andava quindi a sfuggirgli di mano.
Ei non poteva allora contare sull'aiuto di lei. E' si trovava dunque
di nuovo solo d'incontro al duca.
Ora, occorreva, ad ogni costo, assicurarsi il concorso di Vitaliana.
Laonde e rispose:
--I dolori reiterati uccidono; i grandi colpi ci mettono a prova. E'
non sarebbe mica dunque pietà sparmiarvi, duchessa--ora che siete
sulla breccia della sventura. Ebbene, volete voi sapere ove va il
danaro cui il duca ruba al giuoco?
--Se lo voglio! l'esigo anzi, principe--o, piuttosto, ve ne supplico.
--Avreste voi il coraggio di vederlo, voi stessa, degli occhi vostri?
--Io non so se ne avrò il coraggio; ma ne ò, certo, la volontà.
--Allora, domani sera, o dopo domani sera, o fra tre giorni--io non
posso nulla precisare in questo momento--ma vi domando il permesso di
scrivervi per indicarvi il giorno in cui, tra le undici e la
mezzanotte, verrò a prendervi. Andremo... e vedrete.
--Posso condurre qualcuno con me?
--Se aveste vostro padre, vostra madre, vostro fratello, io vi direi:
sicuro! Ma uno straniero ciancia, qualunque sia la sua fedeltà, se non
un giorno, un altro. Ora, nel posto che occupa vostro marito, lo
scandalo è sempre funesto. Del resto, voi siete libera.
--Voi avete ragione, principe; Dio ve lo renda. Io sarò pronta.
Il principe partì.
Vitaliana restò a meditare tutto il giorno.
Nè quel giorno nè il seguente ella non rivide suo marito.
Il duca era rientrato all'ambasciata per spicciare gli affari, e si
era informato intorno a sua moglie. Ma, la prima fiata, Maria gli
rispose che la duchessa era nel bagno e non poteva riceverlo; e la
seconda, ch'ella era in sullo scrivere a sua madre, e non voleva
essere disturbata.
Per sorte, il duca non chiedeva mica meglio che non contrariarla.
Il terzo giorno, però, ella lo ricevè.
Vitaliana pensò che la non poteva schermirsi da quella visita, senza
risvegliar sospetti; tanto più che aveva giusto allora letto un
viglietto del signor di Lavandall, il quale le significava questo
semplice motto:
«A stasera, madama!»
Non mai il duca di Balbek si era mostrato a sua moglie più gaudioso.
Aveva quasi dello spirito! La sua eleganza respirava la felicità.
Portava nelle pupille un'immagine a dimora fissa, sotto la forma di
sorriso, che folleggiava nel suo sguardo e gli dava l'aria
intraprendente.
Vitaliana n'ebbe paura, ed invocò subito alla riscossa un acciacco.
Non v'è che lo coscienze perverse che abbiano un sembiante sì festoso.
Un manigoldo non retrocede innanzi all'idillio, se lo trova di suo
pro. Il _carmina proveniunt animo deducta sereno_ è una baggianata
volgare.
Vitaliana, dagli occhi divaricati, cercò l'infamia sulla faccia di suo
marito--come Otello cercava il bacio sulla labbra di Desdemona. Non vi
scorse che l'ebbrezza della pace, e l'impronta del sentimento che il
mondo non aveva per lui che delle rose!
La visita non durò che tre minuti.
--Si è sempre certi di trovare sua moglie, ahimè!--dicevasi il duca.
Le Morelle sono, invece, come i giorni di sole nell'inverno
dell'Inghilterra.
Il cervello di quella bella creatura, d'altra banda, avea, la vigilia,
partorito di un'idea bizzarra. Vitaliana era dunque anch'ella felice.
Il dottore di Nubo si era guizzato col duca nella palazzina di
Morella--il dì dopo della festa--per dargli calma, ed avvisare con lui
al mezzo di scongiurare il pericolo. Però egli aveva, principalmente,
voluto vederlo prima della ganza, onde impedirgli che affogasse in
quel baratro tutto il prodotto della sua infamia.
Il dottore desiderava prelevar della somma un qual cosa per dare un
pizzico di scudi ad ogni creditore, ed insinuar loro così la virtù
della pazienza.
Riuscì.
Il duca udì ragione.
E' prese 5,000 franchi per lui, ne lasciò 20,000 sul davanzale del
caminetto di Morella, e rimise il resto al suo Mentore.
Orbene, Morella parve così tôcca di questa gentilezza del suo amante,
che gli acconciò la sorpresa di una festa--oltre le sue previe
terribili carezze.
Forse il principe di Lavandall avrebbe potuto reclamare la sua quota
in questa sùbita inspirazione di Morella; ma non è mo il momento
d'imbarazzarci in questa investigazione.
Guardate là, invece!
E che vi è desso di straordinario alla fin fine?
Sei persone pranzano.
Noi abbiamo di già intravisti i convitati di Morella. L'è Fernandina,
che à menato seco il grave ambasciatore del Sultano. L'è la Polacca,
della festa di madama Augusta, che vi à condotto il suo cagnolino; il
marchese delle Antilles. Poi, Morella e Balbek.
Tutto è bello, gaio, fresco, giovane--perfino il marchese!--il quale
s'immerge nella quarantina, maturata anticipatamente, precocemente
almen d'altri dieci anni, da una marchesa bisbetica come la moglie di
Socrate.
L'età di un uomo è nelle mani della donna che lo governa.
Un pranzo di sei arcivescovi non sarebbe stato più decente e solenne.
Tre pensionarie del Sacré-Coeur non avrebbero avuto il verbo più
innocente.
Si sbrigarono vivande squisite, chiacchierando filantropia, e mettendo
in grave dubbio la fame del proletario--il quale maschera le sue
rivoluzioni con quella malannata parola di: pane!
Lo scintillio di que' cristalli, di quelle porcellane, di quelle
argenterie, di quei fiori, era forse melenso in paragone delle sei
pupille di quelle tre donne--che pur nondimeno le spegnevano sotto il
languore.
Conoscete voi occhi più micidiali di quelli che sono sì dolci quando
si muovono?
Le tre donzelle erano scollacciate. Però, misero dell'acqua nel
vino--sintomo terribile! Nulla che non appartenesse loro--tranne il
portamento! Nulla che non fosse vero--tranne il sorriso!
Il Turco, gli è vero, si provò, una volta o due alla barzelletta. Ma
incontrò, in uno sguardo di Fernandina e nell'intenzione di un sorriso
del marchese delle Antilles, un cotal correttivo, che lo si sarebbe
detto di poi un novizio dei gesuiti.
--Parola d'onore, Morella--sclamò il duca di Balbek alla fine--si
pranza da te come alla tavola del re. Il tuo _champagne_ piagnucola. I
tuoi intingoli sentono la predica della quaresima. I tuoi vini sono
accimorrati. Facci dunque versare un fiaschetto di _vieux_ gaiezza.
--Voi ne avete pieno il nappo--rispose Morella. Voi non la scorgete
dunque che quando la si spande sulla nappa?
--Mio caro duca--sclamò il marchese sorridendo--voi siete
intraprendente.
--E l'è fortuna--osservò la Polacca--senza che, Morella ci darebbe la
berta a mo' di una Bastille imprendibile.
--Il più difficile--obbiettò il Turco--non è prendere, ma tenere.
--Voi parlate male il francese--ripostò Fernandina. Io v'insegnerò la
parola propria, che è nel tempo stesso il segreto di quel _tenere_ lì.
Morella interruppe la conversazione, che pigliava mala piega.
--Pascià--diss'ella--avete voi udito il padre Lacordaire, il nostro
eloquente predicatore?
--Sì--rispose il Turco con gravità--nel _Don Pasquale_!
--E non vi à convertito?
--E' non à gli argomenti di Fernandina.
--Bisogna che io vi presti allora un libro di M. de Lammennais.
--Non ci mancherebbe che codesto--scoppiò Fernandina. Appena se noi
abbiamo il tempo di studiare la quistione di Oriente nel _Cocu_ di
Paul de Koch. Che dite voi dei miei dispacci, eh?
--Uhm!--fece il Turco. Mi ci vuole una ballerina per metterci
l'ortografia.
--Lasciamo la politica--disse il marchese di un tono grave.
--Ne fate voi qualche volta, marchese?--dimandò Morella.
--Uff!--s'intromise la Polonese. Non fate arrossire i segreti di
gabinetto.
--A proposito--dimandò Morella--sapete voi la gherminella abbominevole
che lord Warland à praticata ad Ines della Porte Saint-Martin?
--Che dunque?--chiese Balbek. L'avrebbe egli chiamata onesta?
--Quel lord incontrò l'attrice ad un _thè_, in casa di Maddalena
Borel... voi sapete? la Lionese a cui il banchiere Dehal e Comp. fa
una pensione di 200,000 fr. l'anno....
--Non v'è che le donne a barba che si abbiano di quelle fortune
lì--osservò Fernandina.
--Or bene, milord si avvicinò alla piccola Ines e le sussurrò
all'orecchio: «Mademoiselle, _que fere moá per fere emer moà par vù_.»
Se un uomo mi avesse indirizzato un simile proposito--continuò
Morella--io gli avrei risposto: «Bisogna, signore, provarmi codesto
amore, e non parlarmene mai; non dimandarmi mai nulla; non lasciarmi
mai nulla desiderare; prevenire tutte le mie volontà...
--Io--interruppe Fernandina--io avrei risposto: «Partite per l'India,
e mandatemi vostre nuove _assicurate_, per mezzo della Banca di
Francia.»
--Ed io--sclamò la Polacca--io gli avrei sciorinato: «Siate per lo
meno lord Palmerston. Io non amo che i grandi uomini di Stato, come
Talleyrand, Metternich... ed il marchese delle Antilles!»
--Bembè--riprese Morella.--Ma la piccola Ines, che ignorava quanto
quell'Inglese pesava, gli rispose storditamente: «In _primis_, milord,
bisognerebbe cangiar di maschera». «_Very well_, disse l'Inglese,
_what mask vò emer moà_». «Ah! riprese Ines, non importa qual forma vi
appropriate, milord, voi non potrete che guadagnarci.»
L'Inglese non rispose sillaba e si allontanò.
--Manca di spirito quel milionario lì--osservò Balbek. Io avrei
risposto: «L'è fatta, carina. Io sono un cronometro che segna sulla
sfera: mille franchi all'ora! Ne volete, cuor mio?»
--Stando a Parigi--disse il Turco--io le avrei mandato un laccio sotto
forma di un filo di perle, e le avrei scritto: «Vieni a strangolarti,
_drolesse_!»
--E voi, signor marchese, che avreste voi fatto?--dimandò Morella al
marchese delle Antilles, che si taceva.
--Un giorno una ballerina del mio paese m'imberciò un'arguzia presso a
poco su quel garbo--rispose il marchese. Io me la feci condurre a casa
e la feci ricevere da' miei palafrenieri.
--E che diss'ella, la vostra ballerina?--dimandarono le tre donne di
una voce.
--L'era una piccola sciocca. Rispose: «Che io la trattava poi troppo
come la marchesa!»
--Ebbene--continuò Morella--lord Warland è stato più eteroclito di voi
tutti. L'indomani, due commissionari si presentarono ad Ines e le
rimisero una larga cassa da parte di uno straniero, all'albergo
Meurice. Voi comprenderete che non si rifiuta una cassa sì
autenticamente listata. Ines sollecitò a farla aprire, e che vi trovò?
--Ma! milord in cioccolatte--sclamò Fernandina.
--Un maiale! disse Morella.
--Vivo.
--Pelato come un uovo, in camicia da notte, porgente un viglietto
profumato da una zampa, nel quale milord aveva scritto: «Eccomi qui,
sotto una forma che deve piacervi. Amatemi, mio cuoricino. _Arturo_.»
--E che fece Ines?--sclamarono le due donzelle ad un tempo.
--Che? la fece venire schietto schietto un salsicciaio, gli vendè la
bestia per 200 franchi, e rispose: «Sì, milord, io vi adoro sotto
questa forma. Prendete un poco più di lardo e venite ogni giorno.»
Milord non vi tornò più.
--Perchè Ines andò da lui--osservò il Turco.
--Sotto quale forma?--dimandò il marchese.
--Dell'innocenza, perdinci!--replicò Morella.
Il pranzo terminato, Morella alzossi e disse:
--Adesso, signori, io sono la sultana qui, e cesso di essere
l'anfitrione. Lasciatevi manipolare senza obbiezione, ed obbedite.
Ella tirò allora una corda di campanello, e nel medesimo tempo una
fanfara invisibile scoppiò.
Accompagnò quindi i tre gentiluomini verso un uscio, e li fece entrar
di quivi--mentre ella e le altre donne si dirigevano verso una porta
di rincontro.
Un'ora trascorse.
La fanfara, che fin qui era stata briosa, cangiò di carattere, e
divenne una melodia dolcissima di violini e violoncelli.
Le porte del salone si apersero.
Quattro immensi specchi riflettevano e moltiplicavano gli oggetti di
quella stanza. Dei quadri, che avrebbero fatto trovar pudico quello
della Venere di Tiziano, pendevano alle pareti, nell'intervallo degli
specchi. Un folto tappeto di Smirne copriva il pavimento. Tutto
intorno cuscini e divani di damasco rosso. Ai quattro angoli, dei
vasi, da cui sbocciavan fuori dei _narghileh_, dai quali si poteva
aspirare a volontà il latakie o lo _hatchich_. Fiori, dovunque era
posto. In mezzo, un _buffet_ coperto di liquori, di sorbetti, di vini
deliziosi, di confetture aromatiche.
Una luce viva animava tutto e dava una scintilla ad ogni oggetto.
Delle cassollette invisibili aggiungevano un profumo penetrante a
quello dei fiori. L'aria aveva, nel tutto suo insieme, irradiamento,
armonia, olezzo, ripercussione di oggetti: una ubbriachezza
irresistibile penetrava da tutti i pori. Tutto diceva: «Qui si ama
fino a morirne!»
Aprendosi, la porta di mezzo dette ingresso a sei giovinette vestite
da baiadere.
La porta di sinistra lasciò passare i tre gentiluomini--panneggiati in
un'ampia tunica di _cashmiere_ bianco, coronati, a modo degli antichi
Romani, di fresche rose, e profumati come una corolla di magnolia.
Dalla porta di destra, entrarono le tre giovani donne--galleggianti in
una nuvola di _gaze_, trasparente come il vapore dell'alba in Oriente.
Un grido scattò da tutte le bocche. Una percossa mise in fiamma tutti
gli occhi. Fu un precipitarsi all'incontro gli uni delle altre.
Le braccia si aprirono... Il salone risuonò di uno strepito simile
alla crepitazione della fiamma dei sarmenti.
Le sei _baiadere_, che avevano in mano vassoi e coppe di cristallo,
versarono dei sorbetti. Poi, cominciarono una specie di danza, anzi di
pantomima, dagli atteggiamenti molli e strani--compresi di uno
sguardo, sentiti come un rimescolamento, e cui alcuna parola non
potria pingere.
I sei principali personaggi di questo racconto si trovarono presi in
un circolo che realizzava tutte le tentazioni di S. Antonio. Non si
distingueva più dove il velo finiva, dove il nudo cominciava.
Gli occhi, striati di lampi, scoppiettavano. Il sorriso provocava. La
respirazione soffocava la parola.
Morella servì ai suoi ospiti un liquore di oro, il quale sembrò,
quando lo si ebbe cioncato, un fiotto di lava incanalato nelle vene.
Un'altra carola delle baiadere, più strana ancora, rigettò i tre
ambasciatori e le loro dame verso i divani, verso i bocchini di ambra
dei vasi, ove il tabacco e lo _hatchich_ bruciavano.
Alla musica nascosta e soffice che non cessava di suonare, si aggiunse
adesso una voce vellutata ed artisticamente velata, che respirava
piuttosto che non cantava una strofa di Anacreonte, tradotta da
Alfredo di Musset.
Quella strofa imprudente esprimeva, in parola, i voti dei tre uomini.
Le braccia delle baiadere e delle tre giovani donne si allacciano
attorno ai tre pascià, per i quali Morella realizzava un delirio delle
_Mille ed una notte_.
Di un tratto la musica, fin lì così tenera, sì riservata, scoppiò come
una bordata di cannoni. Essa mise fuoco alle polveri!
Tutti non fecero più ch'uno.
Fra la mezzanotte e l'una del mattino, la porta di mezzo nel salone si
aprì a due imposte, e sulla soglia si fermarono il principe di
Lavandall e Vitaliana.
Di un solo ammiccare, questa vide tutto. Di un solo urto al cuore,
ella comprese tutto altresì.
Vitaliana aveva appreso e sentito in un baleno ciò che una donna del
mondo, a trentasei anni, più non ignora!
L'ebbrietà aleggiava sull'intero quadro, e faceva di quella gioventù,
or ora piena di vita, come dodici corpi inerti.
Era poi lo _hatchich_?
Il duca di Balbek appoggiava la sua testa sul seno di
Morella--rovesciata sur un monte di cuscini. A traverso a lui, giaceva
una baiadera. I tre eran pallidi, in disordine, fuor di sensi: li si
sarebbe detti avvelenati da un anestasiatico.
--Principe, fate tirare quell'uomo di colà--disse infine Vitaliana,
indicando a Lavandall suo marito.
Il principe diede un ordine.
I due suoi valletti d'anticamera tolsero via il duca, lo avvilupparono
in un mantello e lo portarono nel calesse.
Il principe e Vitaliana seguirono.
--Il duca può entrare in palazzo senza esser visto, duchessa?--domandò
Lavandall.
--No.
--Allora?... In quello stato... Dimani, i domestici... tutta Parigi...
--Comprendo. Fate depositare codesta roba in casa del signor d'Alleux,
mio cugino, stradale Santa Maria, e riconducetemi all'ambasciata,
principe.
Parigi, vista a quell'ora, a piedi, à un aspetto singolare.
Il principe dette degli ordini.
Vitaliana si sentiva sì serena oggimai, che la sembrava felice.
Marciavano in silenzio, in grembo ad un vaneggiamento. D'un tratto,
Vitaliana, si fermò e sclamò:
--Le dietro-scene della vita àn dunque di quegli Eden, principe?
Il signor di Lavandall s'inchinò e tacque.