Dante à scritto sulla porta del suo inferno: «Lasciate ogni speranza.»

Avrebbe dovuto scrivere sulla porta del paradiso: Lasciate ogni

memoria, o voi che entrate! La gioia è l'oblio.

Il duca di Balbek, come i gaudenti romani che depositavano sulla

soglia del _triclinium_ le nere preoccupazioni, _atræ curæ_,

traversava le procelle, e, dominando le regioni delle nuvole, si

trovava in presenza di Morella--l'azzurro vertiginoso di cui

s'inebriava!

Se egli fosse stato un'anima nel mondo, soffrendo qui, arrossendo

colà, sopraffatto da angosce nel suo palazzo, alle prese col destino

dovunque, ricevendolo nella sua camera, Morella, questa Circe, ne

avrebbe fatto un senso.

Il primo che inventò l'anima aveva dovuto essere supremamente

infelice, onde avere poi quella divina intuizione!

In realtà, quale era la situazione del duca?

Il principe di Lavandall riceveva sulla sua vittima, quasi ogni

giorno, due rapporti: l'uno da madama Thibault, proveniente da Pradau;

l'altro, dal signor di Linsac, scritto da Morella.

--Timoteo--diceva Augusta a Tob, o Pradau--tu mi annaspi là un

_brogliamini_, ove io non veggo nè testa, nè coda. Bisogna pertanto

bene che io mi vi raccapezzi.

--Non temete nulla, madama. Altri possono smarrirsi; voi vi troverete

sempre. Voi avete la tavola pitagorica nel sangue.

--Imbecille! non è mica di tavola o di stipi che è questione, ma delle

tue storie.

--Voi volete dire della mia conversazione? Per esempio! voi sareste la

prima che non ne gustereste il profumo. Il duca, lui, ne fa le sue

feste. Egli mi consulta. La finezza del mio spirito lo penetra. Io mi

aspetto ch'e' mi dimandi un giorno che io gli detti i suoi dispacci!

Io gli ò fatto rimarcare che l'ambasciadore d'Inghilterra à la vista

cortissima e che quello di Prussia è sordo. Quando io lo tengo dal

naso, radendogli la barba, e' sente la mia superiorità morale. Il

naso, madama? Ma desso è l'indice--di cui il cervello è la sfera.

Impugno l'indice, l'ora si ferma.

--Ài tu finito, animale?

--O' letto in uno zibaldone che un poeta italiano à chiamato la donna

_animale grazioso e benigno_. E' sognava di voi, madama! Il duca mi

rispetta. Io gli spiego il listino della Borsa, scolpendo il nodo

della sua cravatta. Ah! se egli mi ascoltasse, come io lo ascolto, e

calpestasse le mie pedate! Io ò guadagnato trentadue mila franchi.

Egli à cento cinquanta mila franchi di debito.

--Tu esageri.

--Madama, voi ignorate l'ottica dell'anticamera. Sappiate, che si

addiziona nell'anticamera, mentre si moltiplica o si sottrae nella

camera da letto. Noi abbiamo dunque decomposto il duca in cifre, ed

abbiamo ottenuto i resultati seguenti. Al signor Claret, il maestro di

casa, 80,000 franchi--per due mesi e mezzo di spese che egli à

avanzate; a diversi fornitori del signore e della signora--per fatture

non pagate--10000 franchi. Ora io, io aggiungo--dallo estratto delle

carte del duca che ò percorse: 40,000 franchi, al dottore di Nubo--per

danari prestati; 30,000 franchi gioielli di madama, messi al Monte di

Pietà; 10,000 franchi, dovuti a gioiellieri--per gioie somministrate,

e che non son mica venute al palazzo dell'ambasciata; 25,000 franchi,

reclamati con un viglietto compitissimo da M. De Lionne, agente di

cambio--per non so quale operazione... ed altre somme dovute qua e là.

Eh! snocciolate la coronella e conchiudete con un _gloria patri_.

--Il duca deve dunque tutte codeste somme?

--Egli deve tutte quelle somme; che perciò? Il debito, madama, è la

considerazione dell'uomo. Un uomo senza debiti, è un Dio senza altare:

chi crede in lui? E quindi, bisogna vedere le udienze che noi diamo

ogni mattino! Un mercante porta desso la sua nota? M. Claret lo chiama

un bottegaro, e minaccia di pagarlo e ritirargli le somministrazioni.

Un sarto viene a reclamare il suo avere? Io gli ordino una mezza

dozzina di brache e due o tre soprabiti, per farlo aspettare.

L'orefice manda il suo conto? Il duca lo sferza della sua migliore

prosa, e dimanda un monile, un braccialetto, un anello--ciò che ispira

confidenza al negoziante. Bisogna vederli, eh! Quei segugi--che dan la

caccia ad un piccolo debitore fino alla _morgue_, fino alla fossa nel

cimitero--restano come allocchiti alla porta dell'ambasciata. Ma,

_c'est egal_! noi passiamo dei terribili quarti d'ora.

--Come a dire?

--Eh! giuochiamo il _whist_ al club con fortuna--ciò che ci permette

di azzittire le voci le più stridenti. Ma la fortuna si stanca

talvolta: e questa mattina avevamo per tutto tesoro al palazzo 13

franchi e 45 centesimi. E su codesto gli è arrivato un vaso di fiori

per madama la duchessa, che costava 97 franchi! È stato d'uopo che

Maria, la cameriera, rovistasse nei peduli delle sue calze per pagare.

--La cameriera?

--Sissignora! Io non so come ciò avvenga, ma quella ragazza à sempre

dei quattrini, quando trattasi di pagare qualche cosa per madama. Non

pertanto, l'è una ragazza savia--eccetto che va ogni domenica a messa,

ove resta talvolta tre o quattro ore. Io non conosco di pievano così

lungo in la bisogna.

--Alla messa! alla messa?--obbiettò madama Thibault. E la duchessa?

--La duchessa? Vedete! il nostro _hôtel_ è una strana residenza, in

fede mia! Mentre che in un appartamento gli aquiloni infuriano e

fischiano, in un altro il sole e l'azzurro non si velano giammai di

nuvole. Appo il duca, l'ansietà terribile dell'uomo alle prese con i

bisogni, con i creditori, con le passioni; dell'uomo obbligato a

mentire ad ogni istante per non pagare i debiti; che si ruina, che si

disonora, che subisce tutto le torture, tutti gli affronti dal

mercante--balbuziando ogni specie di scusa; che nasconde la lepre

della sua anima sotto i suoi _crachats_; che si vede eternamente

innanzi lo spettro della giustizia--la quale l'obbliga a pagare--e di

bisogni infiniti, i quali l'obbligano a contrattar nuovi debiti. Appo

la duchessa, tutto è serenità e candore. Ella ignora tutto ciò che à

luogo in casa sua. Non si avvede di nulla--neppure che, da due mesi,

ella non à visto suo marito tre volte!

--Il duca non l'ama dunque?

--Ecco ciò che io non sono giunto ancora a sbrogliare. Quando gli

affari di Stato mi daranno un po' di tregua, intraprenderò questo

subietto. Ma come volete che io mi prodighi adesso ad interrogarlo su

queste minuzie, quando io ò il tempo appena di estorquergli i

tradimenti di quel botolo di Metternich, i segreti di quel mastro di

astuzie di Nesselrode, e di farlo pronunciare sulle intraprese del

signor Thiers e del signor Guizot? Dietro questi informi, io mi reco

alla Borsa e vi fo l'alto e basso. Mi vi mettono a partito--ve lo

giuro! Io li forvio e smarrisco con delicatezza. Ma dò ordini a

proposito, ed il _père Claret_ mi adora come un dio. Il duca à perduto

grosso ieri. L'ò visto rientrare un momento in casa, alle cinque, e mi

aveva l'aria di un impiccato. Però l'è colpa sua.

--Come ciò?

--Il mattino egli era di cattivo umore, di cattiva grazia. È sempre

così quando capita in visita il dottore di Nubo. Io aveva bisogno di

farlo chiacchierare, perocchè io meditava un colpo di _hausse_ alla

Borsa. Io gli fo dunque, vestendolo, un nodo di cravatta mostruoso,

con una punta che gli solleticava il naso e lo faceva starnutire.

Guardandosi nello specchio, egli grida: Che diavolo ài tu affazzonato

qui, idiota? Io rispondo: Mille scuse, eccellenza; oggi io non ò il

capo a me. Mi lasciai tentare ieri sera, e diedi l'ordine al mio

agente di cambio di comperarmi tre mila franchi, al rialzo.

--Non desolarti tanto, imbecille, perchè la tua sciocchezza potrebbe

forse riescirti come tutte le sciocchezze.

--Era vero ciò ch'egli diceva?

--No. Ma io sollecitai a spicciarmi di lui per correre alla Borsa.

Arrivai alle 2. Cerco il mio agente di cambio per dargli l'ordine, lo

spio, ascolto, m'informo, interrogo... Che è, che non è? in cinque

minuti i fondi avevan bassato di 3 franchi, in seguito ad un dispaccio

ricevuto dal signor Rothschild sugli affari di Spagna! Il duca, come

il dottore, avevano probabilmente giuocato al rialzo. Perocchè, per lo

innanzi, il dottore veniva ad annasare le notizie e giuocava solo, ora

giuocano insieme.

--Questa perdita sarebbe quindi ad aggiunger al debito di 150,000

franchi. Ma, a proposito: ài tu guardato per le carte cui avevo detto

di scovrire?

--Pena perduta, madama. Io, ò frugato dappertutto ove ò potuto--anche

nel suo scrittoio particolare. Non ò avuto il tempo di leggere tutte

quelle cartacce--di cui una parte è anche in cifra. Ma il colpo

d'occhio che vi ò gettato non mi à nulla fatto scovrire che si

riferisca al matrimonio del re Taddeo IX. Tutti quelli scritti sono

zeppi di maldicenza contro la Corte, il governo, i ministri della

Francia; di esecrazione contro la stampa libera, e di diatribe contro

i rivoluzionari di Parigi e di Londra--i quali, sia detto in passando,

si spiano a chi meglio meglio, reciprocamente. Ecco tutto.

--Credi tu avere rimuginato dovunque?

--Sì--eccetto un piccolo mobile che è a capo del suo letto, che à una

toppa a secreto, conosciuto dalla duchessa sola forse, ed ove il duca

chiude i suoi _crachats_, i suoi danari, e tutto ciò che à di

prezioso. In passato, le gioie della duchessa erano anche conservate

lì; poi, ella le confidò a Maria e le conserva nel suo appartamento...

Augusta riassumeva queste conversazioni col suo ex-intendente e le

comunicava al principe di Lavandall.

Dal lato suo, Morella scriveva a Sergio di Linsac dei vigliettini come

questi qui:

«Avvisate se volete: il mio malato à la vita dura. «M.»--Martedì.

«Giovedì.--Una goliera di 7000 fr. Il duca era raggiante donandomela.

Eran dunque delle fibre della sua anima ch'egli mi dava. Ne ebbi

pietà.

«M.»

«Sabato.--Dieci mila franchi per le spese di casa. Lasciandoli sul mio

caminetto, la sua mano tremava. Io lo guardava nello specchio. Poi,

dei baci frenetici che ànno decorticato le mie labbra. Si inebria. Io

non resisto più: voi lo volete. Io tappezzo la strada del suo suicidio

di foglie di rosa e di incantesimo.

«M.»

«Lunedì.--Ebbrezza folle... ed uno scheggiale di diamanti. L'ò trovato

bello, ed ò abbracciato il donatore. Se mi avessi un cuore di

ricambio, glielo confiderei. Mi fa pietà. La pietà è la grande porta

dell'amore. Poi, delle lunghe, lunghe distrazioni, e dei pallori

sùbiti. La lettura del giornale della sera lo à fatto abbrividire. Non

à guardato che il listino della Borsa.

«M.»

«Venerdì.--Un _cashmire_ di 6000 fr., che io ò scelto al _Persan_.

Entriamo nella regione del credito, m'immagino. Si fa mandare le note

all'ambasciata, e compera a nome di sua moglie. Sera e notte di

soprassalti. Mi à servito dei _calembours_, perlati di lagrime! Il

delirio dei suoi abbracci è convulsivo. Che agonia--sopra un motivo di

_valzer_!

«M.»

«Domenica.--Primo rifiuto. Avevo domandato _une rivière_. Ò tenuto il

broncio fino all'una del mattino. Disperazione lacerante. Ò avuto

pietà, all'alba. Egli è pazzo.

«M.»

«Giovedì.--Ò la _rivière_ di diamanti. L'è forse l'ultima goccia di

sangue del suo cuore. Cangiate di carnefice. Positivamente, io non

terrei più. Egli non à più un gioiello sopra di lui. Io fiuto la

miseria. La sua anima è una ruina, un precipizio. Che à dunque egli

fatto che lo soffochiate con questa catena di serpenti a

sonaglio--cullandolo fra le carezze?

«M.»

«Domenica.--Altro rifiuto. Avevo domandato una casa di campagna, che è

a vendere nel parco di Madrid. Aveva l'agonia nella voce; Gesù

dimandava da bere. Ò tenuto sodo nel mio broncio. È partito alle 8 del

mattino. La sua calma mi à spaventato. L'ò richiamato e baciato. Una

lagrima è caduta sulle mie guance. È la prima volta che lo mi lasci

vedere. La miseria è estrema. Date il colpo di grazia, o io metto giù

le armi. Io mi credeva altra. Ahimè! ò il vizio spavaldo.

«M.»

«Martedì.--Un terzo rifiuto. Finiamola. Ieri sera, egli non aveva che

cinque franchi nella borsa. Partì alle dieci per rendersi al _club_, e

non è ritornato nella notte. Non ride più; non parla più. Si tuffa nel

mio amore come se si inabissasse nel fondo del mare per perirvi.

Clarence, annegato in una botte di malvagìa! Finiamola! Finiamola!

Voglio uccidere, ma non leccare il sangue dell'assassinio.

«M.»

I voti di Morella restavano senz'eco. Le si ingiungeva, al contrario,

di raddoppiare le sue imposizioni, le sue esigenze, e sopratutto le

sue carezze.

Lo scopo degli agenti del principe di Tebe era di ridurre il duca di

Balbek al limite dell'indigenza, accollarlo al disonore. Allora il

principe di Lavandall, munito di pieni poteri dal principe di Tebe ed

autorizzato dal conte di Nesselrode, si presenterebbe a lui e

negozierebbe la vendita delle carte tanto sospirate.

Questo piano infernale doveva avere uno scioglimento imprevisto.

Ma s'insistè; e si raddoppiò anzi di accanimento. Qualche giorno dopo

l'ultimo viglietto di Morella, questa ricevè la lettera seguente del

principe di Lavandall:

«_Signora contessa_,

«Son proprio desolato del malanno, cui ieri ò mancato poco di

commettere, al _Bois de Boulogne_. Ve ne dimando mille scuse. Ò

cacciato via il cocchiere. Ma, d'altra banda, è desso possibile che un

astro come voi si nicchi in un veicolo il quale non si distingue da un

_fiacre endimanché_ che per la livrea ridicola di cui il cocchiere è

azzimato? Per riparare a quella stupida malavvertenza non oso, madama,

offrirvi una _calèche_ a due cavalli inglesi ed un cocchiere a cipria,

un _hôtel_ ai _Champs Elysées_, 120,000 franchi l'anno per

intrattenere tutto codesto. Vogliate degnare, madama la contessa,

d'incoraggiarmi, e voi farete di me il più felice dei vostri sudditi.

«Principe ALESS. DI LAVANDALL.»

Questa lettera arrivava a proposito del calesse del principe, che

aveva addentato un tantino il _coupé_ di Morella al _Bois de

Boulogne_--si dava a credere. La galanteria del Russo si spiegava

naturalmente.

Morella fece trovare questa lettera sul poggio del caminetto. Il duca,

che conosceva la scrittura e le armi del principe, di cui era geloso,

afferrò la lettera in un lancio, mentre Morella si dibatteva per

riprendergliela.

Balbek divenne eccessivamente pallido, gualcì convulsivamente la

lettera. Nel tempo stesso, le sue unghie allividivano i polsi della

sua amante.

--Che ài tu risposto?--dimandò egli infine, tremando di tutta la

persona, lasciandosi andare, malgrado suo, sur un seggiolo e tirando a

sè Morella, che cadde a ginocchio.

--Non ò risposto ancora--ella balbutì.

--Che risponderai tu?--riprese il duca di una voce che somigliava ad

un singhiozzo.

Morella, forte commossa, esitò. Non sapeva se dovesse gittarsi al

collo di quel meschino, confessargli tutto, abbracciarlo, ovvero se

dovesse dargli il colpo di grazia.

Il duca ebbe la dappocaggine di ripetere la domanda non un accento di

collera.

Allora Morella sillabò lentamente:

--Risponderò che accetto.

Il duca si alzò, rilevando Morella ancora ai suoi piedi, e gettolla

sul seggiolone. E' passeggiò in silenzio per qualche minuto nella

camera, infine sclamò, come parlando a sè stesso:

--Al postutto, perchè non accetterebbe dessa? Un rifiuto, darebbe a

supporre un cuore; e costei non è che un baratro. A che titolo potrei

io pretendere d'imporle una simile perdita? Perchè io l'amo? Io la amo

per me: dunque l'è un balzello per lei: dunque occorre un'indennità;

dunque...

--Che vi piaccia di ferneticare, io non posso impedirlo--osservò

Morella. Ma che mi insultiate così... voi non avete, io non ve ne dò

il diritto.

--Morella, una grazia--mormorò il duca fermandosi innanzi a lei.

--Voi siete assurdo.

--Ti domando una settimana di respiro.

--Per che fare?

--Fra quattro giorni vi sarà ballo dal principe di Lavandall. È venuto

di persona a pregare la duchessa di assistervi. Ella vuole andarvi.

Credi tu che io non debba almanco questo a quella povera abbandonata?

Ò bisogno di esser tranquillo per questi quattro giorni. Ò le mie

ragioni per questo. Dopo, tu deciderai del mio destino--forse del mio

onore e della mia vita.

--Accettato!--e non più una parola su codesto--gridò Morella di una

voce soffocata, gettando la lettera del principe nel fuoco.

Il duca non fiatò motto in tutta la sera. Borbottava delle

interiezioni fra sè. Si sarebbe detto che ruminasse una grande

risoluzione.

Alle 10, partì ed andò a terminare la serata con Vitaliana--la quale

non capiva nulla alla tenerezza infinita che le mostrava suo marito.

Era il rimorso del ritorno o il dilaceramento dell'addio?

Il duca trattò Vitaliana come Morella.

Vitaliana, confusa, fuori di sè, abbagliata, colpita, intravide degli

orizzonti d'amore sconosciuti, e _réva_--vaneggiò!

L'indomani, alle 9, il dottore di Nubo si presentò.

Il duca di Balbek si trovò rigettato nella realtà del suo disastro.

--Ebbene?--domandò il duca abbordandolo con un'ansietà terribile.

--Tutto precipita--rispose il dottore. Dio à scatenato Satana sopra

Giobbe, ed egli suona l'_hallali_.

--Da banda le metafore e la Storia Sacra. Mi portate voi danaro?

--Vi porto, al contrario, dei rifiuti e degli intimi a pagamento.

Il duca sorrise a far fremere.

--I vostri ebrei--egli urlò--chiudon dunque la cassa?

--E ne gettano la chiave alla fiumana. Non un centesimo di più, ad

alcun prezzo. Shylok non accetta neppur più la libbra di carne dalla

parte del cuore.

--À ragione. È la sola carne che io non mi abbia più.

--Voi sarete felice, quando codesta millanteria sarà una verità.

--L'agente di cambio accord'egli la dilazione dimandata?

--Se dinanzi, a mezzodì, non è pagato, ci traduce innanzi ai

tribunali.

--L'è una minaccia?

--No, perocchè vi potrebbe essere qualcuno dei vostri colleghi che gli

salda il nostro debito a questa condizione.

--Ed il conte di Muys? L'avete visto! Consent'egli ad aspettare?

--Egli dice--io vengo adesso di casa sua--che i debiti di giuoco si

pagano sul tavolo o si saldano con la spada. Chi attende, deroga; e

che egli è di vecchia razza. Per conseguenza, se non riceve in

giornata, o domani, i quindici mila franchi che gli dovete, egli vi

schiaffeggerà al club, in presenza di tutti. Bisogna vederlo! Si è

sempre più ruvidi con gl'intermediari che col soggetto principale.

--Io mi annego!--sclamò il duca alzandosi.

--Ne ò ben paura--proseguì il dottore con calma. Al club, si à l'aria

di sospettare che la nostra buona fortuna al giuoco non è sempre di

buona lega. Ci sorvegliano. Anche questa risorsa si dissecca per

qualche tempo. Occorre, anzi, perdere e pagare.

--Insomma, ditelo di un motto solo; voi mi portate una corda per

impiccarmi!

--In ogni caso c'impiccheremo insieme; perocchè voi mi avete attirato

nel vostro abisso. Ma--rimarcò di Nubo, voi non avete altro scampo,

altra possibilità di salute?

--A meno che voi non mi consigliaste di svaligiare i viandanti o di

trafficare di mia moglie.

--Non mi avete voi parlato un giorno, per allettarmi a venirvi in

aiuto, di non so che carte cui possedevate, che valevano milioni?

--Io non vi ò mentito. Io possedo quel tesoro. Ma, giustamente perchè

quelle carte valgono milioni, non bisogna sciuparle per dei soldi.

--Caspita! Dugento mila franchi di debito non sono poi così mica

_soldi_ che voi vi piacciate a ribassarli. Ma infine, se quelle carte

ànno nel grembo dei milioni, perchè non le obblighereste voi ad

espettorarli?

--Perchè chi deve espettorarli--poichè espettorazione vi à--non è in

misura di ciò fare. Quelle carte interessano la regina Bianca e suo

cognato, il principe di Tebe. La regina non può nulla in questo

momento. Il principe è più povero di noi. La regina non può al

presente comperar quelle carte. Il principe ne darebbe un boccon di

pane--perchè gli è tutto ciò ch'e' possiede. Fra un anno o due, quei

documenti saranno una miniera. I gallioni arrivano alla morte di

Taddeo IX.

--Allora, bisogna liquidare ed aspettare.

--Si liquida pagando. Avete voi un mezzo per pagare?

--No. A meno che...

--A meno che?--obiettò il duca.

Il dottore si alzò per partire borbottando:

--No: voi nol fareste. Ciò sarebbe assurdo.

--Ma infine, che cosa--dimandò il duca.

--Che cosa?--ripetè il dottore lentamente, camminando verso l'uscio.

--Dite dunque?

--Ebbene,--sclamò il dottore, volgendo il bottone della porta...

Tob, che aveva ascoltato questa conversazione alla toppa, dovè

allontanarsi e non udì le ultime parole.

Vide partire il dottore, ed il suo padrone, restato sulla soglia come

pietrificato, accompagnarlo d'uno sguardo senza vista, gli occhi

sbarrati o smarriti.

Quando il duca ebbe richiusa la porta, Tob ritornò al suo

osservatorio. Tenne il suo occhio incollato al buco della toppa un'ora

al meno. Poi rinculò come sbigottito, allampanato. Si fregò gli occhi,

dubitando quasi di avere ben visto. Ritornò al posto, guardò ancora,

sembrò turbatissimo... e corse fuggendo da madama Thibault.

Qualche minuto dopo, questa mandava il suo lacchè di sala al principe

di Lavandall con una lettera urgentissima.

Leggendo quella lettera, il principe trasalì sulla sedia. Un lampo

strano traversò la sua figura. Si riassise. Appoggiò la sua fronte

alle sue mani per riflettere con più comodo.

Qualche minuto di poi, e' parve aver presa una decisione, perchè

scrisse due lettere a due suoi amici, il conte di Kormoff ed il

principe di Storkine.

Forse pure li invitava alla sua festa--e niente altro che questo!

Alle dieci della sera, Vitaliana era di già pronta. Sembrava

felice--bianca, bella come un angelo che presenta a Dio un'anima cui à

salvata! Pensava ella forse che a quella festa rivedrebbe Adriano, il

quale, dopo la sua confessione ed il suo bacio, non aveva più dato

segno di vita?

Il duca di Balbek, lui, era orribilmente pallido e sembrava

annientato, come uomo che marcia al patibolo.

La sua ora era suonata. Egli l'aveva udita suonare come i rintocchi di

funerale.

I suicidi di Parigi · 第 61 / 73 题