Il duca di Balbek.
Il duca di Balbek era guardia del corpo.
Un servizio reso a due sovrani ne aveva fatto un diplomatico.
La condiscendenza di un ministro, suo parente, si era prestata a far
destinare questo diplomatico all'ambasciata di Parigi.
Il favore e la compiacenza avevan potuto conferire la funzione, ma non
crear l'uomo.
A quell'epoca, re Comodo era in delicatezza con la Rivoluzione di
luglio.
Di tutti i principi, quegli che meno conosceva la Francia era quel re.
Quegli che la conosceva peggio, era il suo ministro--il quale l'aveva
vista ai più bei tempi della luna di mele di madama de Cayla.
Re e ministro s'immaginavano una Francia, in cui le Maintenon e le
Pompadour menavano ancora gli affari, il governo, il re; bistrattavano
i suoi consiglieri e davano del tu alla politica.
Essi facevano questo _sorite_ mirobolante: a Parigi, la donna è
regina; quale che siasi la sua condizione, però, ella à un signore.
Ammesso l'aforismo che: _foemina quid quid est propter uterum est_, il
padrone che mena la donna mena per conseguenza la Francia. Se mandiamo
dunque colà un bel giovane, suddito di S. M. Comodo V, che
s'impadronisca dello spirito di quelle regine che regnano e governano,
S. M. Comodo V sarà di fatto re di Francia.
Esaltati da questa logica, re Comodo V ed il principe di Celle videro
nella nomina del duca di Balbek all'ambasciata di Parigi, non solo il
prezzo di un servizio reso, ma un atto di eccellente politica.
Il duca di Balbek si recò dunque alla Corte delle Tuileries con la
missione di fare della diplomazia di alcova; di preoccuparsi poco dei
ministri, molto delle loro ganze, delle ganze-padroni, e delle
padronesse dei padroni. Tutta la sua abilità doveva consistere nella
scelta, ed, al peggio andare, in salvar la capra ed i cavoli: divenire
il favorito di tutte senza offenderne alcuna!
Munito di queste istruzioni _ad aures_, il duca di Balbek giunse a
Parigi.
L'altitudine delle sue funzioni lo inebriava.
Gli si avrebbe potuto augurare un poco più di penetrazione, uno
spirito più pronto e più fino, un'istruzione più sostanziale, delle
maniere più scelte, un'aria da più gran-signore. Ma, a parte ciò, e'
non poteva negarsi che il duca non fosse bravamente attagliato alla
sua parte.
Lo si addimandava, nei saloni: l'Antinoo! È vero che si soggiungeva:
dell'Auvergne! Ma che importa! dell'Auvergne o della Bauce, un
bell'uomo è sempre un bell'uomo.
Il duca era il meglio pettinato di tutti quei signori del corpo
diplomatico. Alcuno non portava come lui un abito assestato alla vita.
Aveva inventato un taglio di collarini che aveva messo in frega il
jockey-club. Il nodo della sua cravatta era l'avvenimento di tutti i
giorni--e formava la disperazione dello stesso M. de Talleyrand, che
viveva ancora, ed aveva sempre, come si sa, delle grandi pretensioni
su questo arnese. Si occupava con assiduità della riforma del
cappello--ed uno de' suoi _attachés_ andava giornalmente alla
biblioteca Richelieu per consultare, al proposito, i classici greci e
romani.
I suoi mustacchi lunghi e folti, sur una faccia pallida, gli
meritavano la più profonda considerazione dei segretari e degli
_attachés_ di ambasciate in massa: un segreto doveva nicchiare in fra
quei peli! Che vi pare?
Di più, il duca di Balbek era poeta. I gesuiti gli avevano insegnato a
manipolare un epigramma latino ed un acrostico greco--per fino una
barcarola. Meglio ancora, egli sapeva far della cucina, come danzava
la _gavotte_--ed il fu nostro illustre amico, Dumas padre, gli doveva
la ricetta della sua famosa insalata ai trentasette ingredienti.
Possedeva, oltre a ciò, copia di piccole abilità di società per
divertire le dame alla campagna. Tagliava nella carta degli arabeschi
deliziosi; immaginava delle sciarade in azione; inventava dei piccoli
giuochi; guidava il _cotillon_, introducendovi mille graziosi scherzi;
eseguiva una moltitudine d'ingegnosi _tours_ con le carte, e faceva
delle audacissime manipolazioni con esse--perchè le sue mani erano più
svelte ohe il suo cervello.
Come non lo si sarebbe adorato?
Al _turf_ e' non restava indietro ad alcuno.
Giuocava poi con audacia, e mangiava come un vescovo.
Per un'ex guardia del corpo, egli era forse un po' mal pratico di armi
e del maneggiarle. Ma egli sapeva dissimulare questo difetto nella sua
corazza, usando mediocrissimamente del suo spirito, poco aguzzato, e
mostrandosi, a proposito, poco versato nella comprensione delle
malizie della lingua francese.
Del resto, aveva grande cura della dignità della sua persona;
nascondeva i suoi colpetti con abilità; usava della più delicata
discrezione; portava benissimo la testa alta nelle circostanze
segnalate; onorava il suo nome e la sua buona nascita; rispettava le
convenienze e le apparenze; non usciva mai dal medio dei suoi eguali;
non perdeva giammai la calma; e sapeva forse darsi, come Enrico IV, il
sangue freddo nel pericolo.
Il duca di Balbek fece sensazione al suo apparire nei saloni di
Parigi. Non conoscendo ancora il suo teatro, seppe dissimulare. La sua
mal pratica passò per riserbo; i suoi difetti per originalità.
Eccetto quel lampo della regina Bianca--che era passata innanzi agli
occhi suoi come una visione--egli aveva bazzicato fin qui delle
bellezze da caserma. Le dame del suo paese gli avevano mostrato il
sesso, ma non gli avevano rivelato la donna. Restò dunque abbagliato,
quasi stupidito, quando nei saloni di Parigi, si trovò faccia a faccia
con quell'irradiamento formidabile. I suoi vantaggi fisici gli
appianavano la via: il fiore tendeva il collo al giardiniere per
essere colto!
La sua avvenenza era di quella che stupiscono l'anima e turbano il
sangue. La giovinetta vaneggiava; la giovane donna ammirava; la donna
tra i trenta e quarant'anni bruciava: raggio pel cuore; torcia per la
carne.
Il duca non potè però scegliere.
Doveva amare secondo gli spacci in cifre che riceveva dal suo ministro
degli affari stranieri--a cui egli pingeva la galleria di quelle
sultane. Gli toccarono dunque due donne mature, che passavano per
onnipotenti alla Corte e nella massoneria diplomatica.
Ma con ciò, quelle tigri affamate di carne fresca erano gelose.
Per respirare un profumo di giovinezza, Balbek volle ammogliarsi.
Quelle _pieuvres_ gli gittarono fra le braccia una vergine!
Esse sapevano ciò che facevano.
Un chiaro di luna, a quell'uomo che aveva sete del sole dei Tropici!
L'innocenza di Vitaliana non fu dunque per lui un'antitesi, ma una
deluizione. Psiche faceva comprendere Medea. Ebe sottolineava Arianna.
Questa politica di femmina riescì. Il signor di Balbek amò sua moglie
come una giovane sorella, e la trovò scipita. Si limitò allora a
rispettarla moltissimo, a venerarla quasi--talmente la ingenua
ignoranza di lei glie ne imponeva!
In quella specie di crepuscolo dal cuore e di spossamento forzato dei
sensi, senza piacere, senza incanto, senza visione, Morella si
presentò.
Se il duca non era stomacato delle sue ganze di quarant'anni, ne era
per lo meno sopraffatto. Il suo palato, dalla forte tempera, poteva
gustare quelle dapi pimentate; ma quel pimento solo, quel pimento
sempre, aveva finito per attutirlo--tanto più che quelle Saffi
politiche lo avevano compromesso, e, lungi dall'aiutarlo nel far gli
affari del suo sovrano, si erano servite di lui per avanzar quelli del
cardinale Lambruschini.
Un riposo s'imponeva fatalmente.
Vitaliana non aveva imparato--come quasi tutte le donne della serafica
legione--che ella doveva essere non la _moglie_ ma l'_innamorata_ di
suo marito.
La politica interna per la gaiezza dei lari domestici l'è in codesto.
E, codesto è tutta la scienza del cuore, quantunque non ne abbia le
specie.
In quello stato di nausea morale e fisica, il possesso di Morella
sembrò al duca una resurrezione. Usciva dalla tomba delle sue
cortigiane da stufa, alla pelle rinzaffata, cui era mestieri osservare
ad una luce sapientemente moderata, e menar ventre a terra, senza
contare le tappe.
Qui la parte cangiava.
Il duca amava.
Fin là, lo avevano amato e carezzato.
E' si ritrovava uomo adesso, giovane, al suo posto. L'amore aveva
delle angosce e delle delizie vere, delle esigenze spontanee: il fiore
dava il suo olezzo e non andava a cercare una gocciola di essenze agli
alberelli del profumiere.
Morella rilevava da lui.
E poi, che di giovinezza, che di freschezza! Come quelle labbra
dovevano rimbalzare! Come quei denti dovevano mordere ed infiltrar
nella piaga della scintilla degli iddii! Come quegli occhi insolenti
provocavano, tramandavano un effluvio di voluttà, si spegnevano
dolcemente nel languore dell'amore, scoppiettavano una bufera
insensata! Quale _féerie_ quella maga andava dessa a svolgere?
Qui l'antitesi esisteva.
Morella resisteva.
Ella sapeva ciò che portava in quella comunione d'incanti.
Bisognava conquistarla, perchè la non si dava: la s'insorgeva. Ella
poteva scegliere. Il principe di Lavandall non era forse ai suoi
piedi?
Per Morella, Balbek entrava poi nei misteri di quella vita parigina,
di cui aveva letto tante cose nei romanzi, udito tanti racconti
mostruosi di grandezza e d'infamia. Quel precipizio del mondo opaco
parigino à delle vertigini di angelo, delle stigmate di demonio, ove
il malescio soccombe, il forte si ritempera e dice, rialzandosi: ò
vissuto!
L'avvenire resta solcato di questi fulmini. L'anima à fissato i suoi
vaneggiamenti. Per Morella, Balbek--quel guardia del corpo
smarrito--riceveva il suo battesimo del mondo. Faceva le sue prove per
divenir rosacroce. Entrava nella fossa ai lioni.
Morella si apriva innanzi a lui come un abisso che l'assorbiva. Era il
soffio del ciclone che lo menava via, o l'attrazione magica dell'amore
che l'incendiava del suo alito?
D'altronde, tutto era stato preparato con squisita scienza:
l'incontro, l'attitudine di Morella, il desiderio acuminato
dell'emulazione, il dispetto spronato dal disdegno, la gelosia
distillata prima dell'amore. Quel cavaliere, che sembrava tutto armato
d'acciaio e si credeva corazzato, si sentiva d'incontro ad una spada
che forava le sue ferraglie come un corpetto di velluto.
Molte volte egli aveva, per lo innanzi, abbrividito--sospettando di
essere stato preso in una rete infernale di amore--ma aveva poscia
guizzato infra le maghe.
Eccolo adesso nella rete agli anelli di ferro di Vulcano, dalla quale
Marte istesso non si spastoia.
Riassumiamo.
Quel diplomatico d'avventura giungeva a Parigi ingenuo; con delle idee
ingenue; disarmato; al disotto del suo ufficio; il capo zeppo di
illusioni. Delle donne spossate si erano servite di lui per attingerne
una trasfusione di sangue giovane ed ossigenato, e lo avevano
svaligiato dei suoi sensi. Dopo questa prova, e' si trovava: il corpo
assopito, l'anima esaltata, la devastazione nello spirito, il vuoto
nel cuore, adorando sua moglie come una madonna, a ginocchio innanzi
ad una cortigiana che lo acciuffava della mano glaciale della
fatalità.
Il duca di Balbek fece a Morella tre visite. Ebbe con lei tre lunghi
colloqui--ove la sua esaltazione, un po' teatrale da prima, aveva
finito per pigliar le proporzioni della demenza.
Morella non l'incoraggiò, ma lo disperò--facendogli leggere i
biglietti che il principe di Lavandall le scriveva, tre volte al dì,
dichiarandole che l'amava... a credito illimitato!
Alla fine, essa capitolò e disse:
--Voi lo volete, signor duca? sia pure. Ma ascoltatemi e ricordatevi
questo qui.
--Se me ne ricorderò!
--Io ò dei bisogni di regina. Amore, piacere, ambizione, aspirazioni,
lusso, follia... io sento tutto, do tutto, impongo tutto, esigo tutto
senza limiti. Chi vuol di me, deve essere tutto a me--che io lo
inabissi nel baratri o che lo innalzi nel cielo. Avete voi delle ali,
signore? Io mi chiamo vertigine. Io non conto col tempo. Di tutte la
cose, io addiziono l'intensità.
--Tu ài ragione.
--Voi dovrete conoscere la storia di quel banchiere tedesco,
che--avendo ricevuto Carlo V in casa sua--allumò il fuoco della camera
imperiale con le lettere di cambio firmate da S. M. e ne intrattenne
le fiamme con legno di cannella. Io farnetico di Carlo V. Gusto forte
il banchiere. Se vi spaventate, gli è ancor tempo di ritirarvi.
--Tu credi, bella mia?
--Ciò vi riguarda. M'àn narrato che la nobiltà del vostro paese vive
tutto un anno di un uovo--e si nutrisce di _eccellenza_! Io, io
arrabbio per un _beefsteak_, il quale sanguini una miniera di Siberia.
Ed al _dessert_, se l'è d'uopo... l'aspide di Cleopatra in un piatto
di fichi di Corinto! Dite, siete voi pronto a tutto, signor duca?
Nella coppa che io allestisco vi saran forse delle perle fuse... ma
chi la cionca, si sente dio di poi. Dio per un'ora! Vi par desso corto
e troppo caro?
--Morella--rispose il duca con una voce resa solenne dalla
disperazione o dall'estasi--mi dimandassi tu i capelli di mia moglie,
io glieli taglierei per farne un cuscino ai tuoi piedi.
Morella, di un colpo di mano, sciolse le sue treccie, ed inondò il
duca di una capigliatura che avrebbe meritato di essere allogata fra
gli astri--come la chioma di Berenice. Il contatto, il profumo,
l'elettricità di quelle ciocche febbrili fecero abbrividire il
duca--che le baciò e vi si soffuse.
--Guarda, se io ò bisogno dei capelli di tua moglie--disse ella.
D'altronde, essi non son mica dello stesso colore che i
miei--soggiunse Morella ghignando--per farmene delle false trecce.
--Tu ài messo le tue condizioni, Morella--rispose il duca. Io le
accetto. Ascolta le mie, adesso. Esse si riassumono in tre parole; io
sono geloso! Tu mi divorerai, senza dubbio; ma forse pure io ti
ucciderò.
Morella saltò impiedi e si strinse la testa del duca sul petto.
--Tu sei un uomo!--gridò dessa. Io ti amerò.
Il duca impallidì, e si alzò a sua volta, attirandosi Morella nelle
braccia.
Ella si svincolò, facendo un salto indietro, e disse con solennità:
--Qui... no. Io non sono mica un'adultera! Tutto quanto tu vedi in
casa mia appartiene ad un altro. Metteresti tu una livrea cui io ò
gittata ai cenci vecchi?
--Un altro?--domandò Balbek, aggrottando le sopracciglia. Chi dunque?
--Signor duca,--rispose Morella, sedendo,--sappiatevelo, fin dal bel
prima. In casa mia, due cose sono incognite: il passato ed il padrone.
Non vi volgete indietro per cercar dei fantasimi, liquefatti, fusi
nello spazio. Guardate innanzi a voi, procurate di ricamare un
avvenire per quanto potrete più luminoso, ed obbedite. D'altronde, se
io vi fo la parte che taglio a me stessa; se v'incateno al mio proprio
destino--che sia un trono di astri o un desinare di arsenico--di che
vi lamentate voi dunque?
--Di che?
--Sì: di che? Voi venite. Io non vi chiamo, per Dio! Ma bandite le
nuvole dalla vostra fronte: voi entrate in un cuore nuovo. Gli uomini
che lascian ruine sono pochi; che devastano, son rari.... Ed io non ne
ò quasi conosciuto. Tutto al più, se ne intraveggo uno dopo il ballo
dei giorni scorsi.
Il duca, comprendendo l'allusione, uscì precipitosamente.
Egli era di già preso nell'addentellato, e portava via la freccia
nella ferita.
Morella respirò e ricadde sul canapè come affranta di fatica. La sua
parte eccedeva. Poco dopo, ella si assise ad una tavola, e scrisse a
M. di Linsac:
«Cher ami, lo tengo. Che volete che ne faccia? Un misero? lo è di già.
Un disgraziato? gli è impossibile--poichè debbo lasciargli pigliare
l'amore di cui paga il prezzo. Egli è sciocco, ma giovane, bello e
confidente.
«Fate attenzione!
«Ciò potrebbe disarmarmi--ed avendo cominciato dal giocare le vostre
carte, potrei finire per giocare le mie.
«Gli è dunque indispensabile che io sappia dove andiamo, non fosse che
per accorciare la via. Ove volete voi arrivare? Condurlo all'inferno
per la strada del paradiso--ciò che io dovrei fare--mi sembra una
ispirazione di troppo degni briganti. Voi non potete voler codesto.
Che volete voi dunque? Che debbo io fare?
«Io sloggio. Ti lascio qui i tuoi ninnoli ed il tuo legname per la tua
nuova pensionaria.
«MORELLA».
Il giorno stesso, il duca di Balbek si mise a correr Parigi per
trovare una nicchia a Morella.
Fece dei miracoli di attività--e lo si capisce del resto.
Comprò a nome della contessa Morella di Miraflores una palazzina nel
rione di Beaujon--civettuola come un'ingenua e quasi nascosta nei
boschetti d'alberi; in una strada che si chiamò più tardi dal nome di
quel sovrano dei romanzieri di tutti i tempi e di tutti i paesi:
Balzac! Il mistero gli conveniva; perocchè la cattiva azione cui
commetteva lo fascinava ma gli pesava.
Il giorno seguente, uno dei primi tappezzieri di Parigi mobiliò la
palazzina con eleganza e ricchezza, e v'installò una fante ed
un'eccellente cuoca del Perigord.
Il duca, dal canto suo, comprò un piccolo _coupè_ ed un _pony_
irlandese--i due formando un veicolo simile ad una rondine--e di cui
un bel cocchiere inglese incipriato moderava l'ardore.
Il duca non aveva quella sessantina di mille franchi cui spendeva in
ventiquattro ore. Il suo feudo di Balbek, come il nome lo indica, era
in _partibus infidelium_: una sovvenenza anzi che una rendita. Gli
onorarii di ambasciatore, oberati di spese, non oltrepassavano i
100,000 franchi. Egli spendeva molto usando senza limite del credito
parigino--uno dei più allocchi crediti europei.
Il dottor di Nubo venne in suo soccorso in questa lotta titanica del
desiderio contro l'ostacolo di una cassa vuota, e la riempì del danaro
degli usurai.
Madama Augusta Thibault fu il banchiere misterioso del dottore, il
quale, prestando il suo nome, toccò un doppio sconto.
Questo sforzo di volontà, sostenuto da un concorso amichevole, ebbe un
pieno successo.
Alle quattro, tutto era pronto per ricevere la fata del luogo. Di
guisa che, alle cinque, lo zio Pradau--insediato di già a cameriere
del duca--potè portare alla contessa Morella di Miraflores la lettera
seguente--scritta dal suo padrone, ma ispirata probabilmente dal
dottore. Imperciocchè, quelle delicatezze non erano nè nello spirito
nazionale, nè nel carattere, nè nell'educazione, nè nella tempera
dell'anima del giovane diplomatico.
«Madama la contessa, il vostro notaro, _maitre_ Tressard--via di
Provenza, 54--mi à favorito or ora l'indirizzo del vostro _hôtel_, e
mi apprende che voi vi pranzerete stasera. Volete voi, madama, farmi
l'onore di serbarmi un posto alla vostra tavola? Avrei gran piacere di
baciarvi la mano--ed è la sola ora della sera di cui posso disporre.
Tolgo ad imprestito il vostro _coupé_ per andarvi a pigliare.
«Ai vostri piedi, madama.
«CARLO DE BALBEK.»
Leggendo questa lettera, un sorriso raggiante illuminò il sembiante di
Morella. Quell'_ouate_ di acciaio sembrava tocca!
Era forse l'interesse? Mai no. Era l'artista che godeva del suo
trionfo. Era l'amor proprio che cantava nel suo cuore.
Divinità terribile! delle vittime umane s'immolano sul tuo altare.
In quell'istesso istante, la cameriera entrò e le rimise una lettera
di Sergio di Linsac--imprudente per un aspirante diplomatico--in cui
egli rispondeva con queste due parole sinistre:
«Continua. Sempre innanzi, e non guardar indietro a te. Ecco tutto.»
--Sempre innanzi!--mormorò Morella lentamente. Fino al bagno o alla
pistola del suicidio? Sia. Bah! Non è desso un assioma convenuto che
noi altre siamo delle _infami_?