Vitaliana.
Che idillio! che primavera intorno a Vitaliana!
Ella ignorava tutto--forse perchè non si curava di nulla.
Il matrimonio era stato per lei un mandato impostole da sua madre, cui
ella compieva. Il suo cuore era restato estraneo a quel mercato.
Ella non portava nella ragion sociale del duca di Balbek che la sua
bellezza, la sua virtù, ed un centinaio di mille franchi, alla morte
di sua madre. Ella non doveva dunque nulla al di là--oltre
l'adempimento del suo dovere. Ridotta a questo còmpito, ella vi si era
assiepata bravamente, la calma negli occhi, il sorriso sulle labbra.
Ella non era risponsabile innanzi al mondo dalla sua vita inferma--e
forse delle lagrime del suo cuore! Che importava, del resto, al mondo
che vi fosse in quel seno una festa o un lutto! Basta che,
scollacciato con arte e splendido--vale dire quasi nudo--esso
abbagliasse gli sguardi nei balli, e che alcun uomo, il duca tranne,
non potesse dire: Io l'ò sfiorato delle mie labbra!
Vitaliana si era formata un'idea esagerata del carattere, della
dignità, dell'onore, della posizione sociale, delle funzioni di suo
marito. Ed aveva proporzionato a quest'idea il sentimento del suo
dovere.
Le donne, d'ordinario, misurano la loro colpa alla loro propria
dignità. Forse che, se il carattere del marito fosse preso per
campione, l'adulterio sarebbe più raro--per la semplice ragione che
nel marito non vi è solamente l'uomo, ma il cittadino.
Vitaliana comprendeva così la virtù coniugale.
D'altra banda, ella avrebbe creduto mancare alla probità del contratto
conducendosi diversamente. Imperciocchè ella considerava suo marito
come l'incarnazione la più elevata dell'onore.
Appena se ella s'informava di ciò che il duca di Balbek era stato nel
suo paese.
Ella non s'inquietava punto di ciò ch'egli faceva a Parigi.
E' le sembrava naturalissimo che re Claudio III avesse investito
dell'ambasciata di Francia un così bel cavaliere.
E' le sembrava impossibile che un gentiluomo, incaricato di quelle
funzioni, non ne avesse calcolato l'alta responsabilità, e che non
fosse stimato e rispettato. Perchè allora interrogar delle bocche, le
quali, in questa circostanza, non risponderebbero invariabilmente che
con la piaggieria od il denigramento?
Vitaliana non leggeva giornali, d'altronde. E quando la si mostrava,
raramente ancora, nel mondo, ella spandeva intorno a lei tal profumo
di purità, raggiava di tanta bellezza, che non si scorgeva quel
piccolo duca--più che non si scorge una mosca sulla cornice, quando si
contempla il quadro della Trasfigurazione.
Librata dunque sopra tutte quelle nuvole, la serenità di Vitaliana era
eterna come quella del firmamento.
Vitaliana era una creatura diafana.
Se fossimo a Firenze, io vi direi: Andate a visitare al palazzo Pitti
la vergine di Murillo, a fianco alla Madonna della Seggiola di
Raffaello: ecco Vitaliana!
Ella incarnava quella concezione divina del pittore spagnolo.
S'incontra qualcuna di quelle figure sotto il cielo brumoso
dell'Inghilterra--e vi credete, per un istante, su i minareti di
Stambul, in una notte di luna piena. Quelle nature sono inaffiate di
raggi di stelle: vi si vede circolar l'anima!
I grandi occhi cinerei di Vitaliana, allo sguardo sì lontano, sì
profondo, sì serico, sì dolce e cristallino--se venivan fuori dal vago
infinito in cui sembravano immersi, dovunque si fissavano, facevan
nascere dei gigli--come racconta la leggenda degli occhi di Gesù. Si
sarebbe detto che v'inondassero di foglie di rosa. Il desiderio
prendeva le ali della preghiera! La sua fronte si distaccava, come la
mezzaluna nel cielo, tra le sue sopracciglia scure ed i suoi capelli
d'oro, che la coronavano come una regina.
Tutto era armonia in quel viso--non di quella armonia della bellezza
greca che è della geometria--ma di quella melodia del canti italiani,
che sono un fiore dell'aria. Quell'espressione eterea si comunicava
persino alla sua bocca--le cui labbra delicate e rosee riflettevano la
voluttà della stamina pel pistillo. Si sentiva che era mestieri un
serafino per coglierle un bacio senza appannarla.
La sua statura era media. Le sue forme, delicate. La sua vita poteva
essere chiusa fra due mani di donna. Il suo collo, un po' lungo,
sosteneva una testa alta, senza fierezza, e la faceva sembrare più
grande che in effetto non era. Quando mostrava il suo piede, sì
infantile, sì petulante, si provava il desiderio irresistibile di
baciarlo.
Vitaliana era una di quelle creature, cui Dio si lascia talvolta
scappare per ricompensare, per incoraggiare coloro che credono ad
un'anima al di fuori della materia; per consolare coloro che credono
alla perfettibilità della materia--qui fango, là raggio; qui ventre,
là pensiero: Tiberio e Capri, Gesù al Taborre!
Nel palazzo dell'ambasciata, nella strada dell'Università ella si era
riserbata due stanze: una camera da letto piccolina, ed un grande
_boudoir_, sporgenti entrambi sur una immensa terrazza, di cui aveva
fatto una stufa.
Ecco il suo mondo! il ritiro ove ella s'isolava.
La camera coniugale era altrove.
Nella sua, ella ridiventava vergine, si apparteneva, era sè stessa,
era Vitaliana. Negli altri appartamenti, alloggiava la _duchessa_, ove
il duca e la società la reclamavano.
La tappezzeria di quelle due camere era ricca e semplice. La stanza da
letto era in raso rosa pallida, a nappe di seta bianca. Il _boudoir_,
in damasco bleu, a nappe di nero ed oro. Il suo letto, in legno di
radice di lauro, con dei medaglioni in lapislazzuli, era steso sotto
una tenda che lo celava chiudendosi. Una riduzione del S. Agostino e
della Francesca da Rimini di Scheffer, erano i soli quadri della
stanza da letto.
Nel _boudoir_, oltre gli altri mobili in legno giallastro, vi era un
piano; e sulle mura il ritratto di suo padre e due pastelli di
Angelica Kauffman.
Poi, dei fiori dovunque.
Vitaliana non era _musicienne_--vale a dire, uno di quei generali
dottissimi in strategica che perdono tutte le battaglie. Ella
interpetrava un pezzo di musica, se non lo leggeva sempre
correntemente.
Adorava i fiori. Tra i fiori e lei eravi comunicazione d'anima ed
anima. Ella entrava nella sua stufa come la mano dell'abbate Listz
poggia sul piano: per risvegliarvi la vita. Sarebbesi detto che i
fiori la sentissero, la conoscessero.
Questo scambio di magnetismo tra una bella giovane donna ed un bel
fresco fiore non è stato ancora sottomesso alle osservazioni dinamiche
e microscopiche, e notato--ma esiste. Fu presentito da Van Swieten--un
grande medico olandese del secolo passato. Aspetta il suo Darwin.
Vitaliana era per i fiori un raggio di sole o la rugiada. Que' che
appassivano, trovavano ancora abbastanza di alito per dirle: addio! I
rigogliosi cantavano; i bottoni sboccianti, folleggiavano: l'odore
addiventava profumo, il colore, spanto! Vitaliana aveva sempre un
motto a dire, un consiglio o una carezza a dare a ciascuno di loro. Il
suo sorriso era un'evocazione. Tutte quelle stelle fiammeggiavano al
suo riflesso.
--Benissimo, benissimo!--diceva ella sorridendo ad un _hyocroma_, il
cui fiore a tubo scarlatto e bleu sbocciava pien di salute. Si vede
bene che fai buona compagnia col tuo vicino, la cui foglia verde
argentea riposa lo sguardo! Vedete mo', come queste povere _lavatere_
si annoiano! La loro rosa impallidisce troppo: ingialliscono. Sareste
voi tristi perchè questi _cestrums_ ai petali d'oro se ne vanno? Non
affliggetevi giammai se i grandi passano: essi ebbero i loro dì di
splendore... Alla buon'ora! mie piccole _svensonie_! Voi gorgheggiate
delle vostre testoline bianche, rose e porpuree! Svegliatemi dunque un
tantino codesti _conoclynii_, il cui azzurro si spessisce; codeste
_bigonie_, i cui tubi scarlatti ed i fiori soffocano la coccarda lilà
del loro corsaletto...
Poi ella inaffiava le _stewie_ e le _vinee_, dal fiore bianco e rosa;
faceva la belloccia con quella varietà di _lantane_, delle _boule de
neige_; si ricreava come una pazzerella con la sua bella collezione di
_vervine_ e di _veroniche_: volteggiava come una farfalla in mezzo
alle _iridi_ ed ai _phlox_, che avevano saccheggiato l'arco baleno.
Ella camminava, correva, rideva, devastava, s'imboscava contro
gl'insetti malfattori, rimuoveva la terra dalle sue mani--mani che
avrebbero fatto impallidir di gelosia perfino Caterina dei
Medici--tanto erano belle! S'impazientava contro i giardinieri;
prendeva una piccola roncola per mondare gli arbusti; legava un ramo
ribelle; raccoglieva le foglie morte.
Un mattino verso la fine del mese di dicembre, Vitaliana veniva dal
terminare l'ispezione della sua stufa, quando Maria, la sua cameriera,
entrò ad annunziare la visita del conte Alleux.
Ella fece un movimento di sorpresa, ed il sangue rifluì al di lei
viso. Si rimise però subito e disse:
--Introducilo lì, nel mio _boudoir_.
Adriano di Alleux era l'ingrandimento di Vitaliana di Muge.
Avevano ambedue preso dalle loro madri. Il medesimo colorito della
pelle; il medesimo druidico degli occhi; il garbo medesimo della
bocca; il medesimo portamento elegante e svelto; la medesima vita
elastica; la stessa elevazione della testa. Solamente, in Adriano,
tutto codesto era più fosco, più accentuato, meglio consistente, più
robusto, più virile. Ciò che era bellezza in Vitaliana, diveniva
grazia in Adriano; ciò che era soavità nella donna, si chiamava forza
nel giovane. L'espressione verginale di Vitaliana prendeva l'aria
d'indifferenza o di voluttà in suo cugino.
Il suo naso era un po' più grosso, ma per la sue leggiera curvatura
dava al di lui viso un certo che di fierezza. Non portava barba,
eccetto due baffetti fini, rilevati a punta, e così lunghi che
piaciuto era loro di crescere.
Lo si trovava un po' stecchito. Ma ciò proveniva dalla ritenuta cui
s'imponeva--per tenersi dritto e rompere così l'abitudine, contratta
al seminario, di portare la testa in giù. La sua voce era melodiosa
come quella di Vitaliana. Il suo sorriso, quando era vero--perchè
abusava del riso sarcastico--irraggiava come quello della cugina. Era
alto ed elegantissimo, ma senza affettazione.
Una viva commozione si pinse sul suo sembiante quando vide Vitaliana
impiedi, sulla soglia del balcone che si apriva nella stufa.
La cugina aveva arrossito udendo il nomo di lui; il cugino impallidì
alla di lei vista. Alcuno dei due non favellò. Si contemplarono
reciprocamente: Adriano, con fascino; Vitaliana, con stupore.
Per uscir d'imbarazzo, e nascondere il suo turbamento, questa sclamò
di un accento gioioso:
--Ebbene, signore abate, vi siete dunque fermato a mezza via del
vostro vescovato? Che disgrazia! promettevate un così santo vescovo!
Il nostro caro zio, il cardinale, ne sarebbe immagrito di un quarto di
tonnellata per gelosia.
--Può smagrire di una tonnellata tutta intera, senza nulla perdere
nella considerazione della cristianità!--rise Adriano. Ma veggo con
contento che tu sei gaia... perdono, che madama la duchessa è gaia. Io
mi aspettavo a tutt'altro.
--Ah! voi venite dunque per vedermi piangere!
--No: per consolarvi.
--Consolarmi di che? della perdita della battaglia di Waterloo?
--Tu sei dunque felice, Vitaliana?--riprese Adriano dopo un istante di
silenzio, ed offrendole il braccio per passeggiarla nella stufa.
--Ma chi à potuto ispirarti l'idea che io nol fossi? L'avresti tu
letto nella _Gazette de France_--che mi manda, dicono, ogni domenica,
alla messa di S. Tommaso d'Aquino, dove io non ò mai messo il piede?
Tu non rispondi?
--Non una nuvola in casa tua, dunque? tuo marito ti ama...?
--To'! tu mi rammenti che sono quasi otto giorni che non l'ò visto.
Quel povero Carlo è così occupato! Negozia, da circa un mese, un
trattato di commercio con l'ambasciatore d'Inghilterra, che à la gotta
ed abita ancora Chantilly. E' pare che codesti ambasciatori lavorino
come dei fabbricatori. I governi ed i popoli sono così esigenti!
--Proprio.
--L'è pur così. Ma con codesto, voi non mi dite mica, signorino,
perchè avete rinunziato a quel delizioso mestiere di vescovo, cui, in
un accesso di divotamento alle miserie dell'umanità, avevate scelto.
Ti ricordi tu quanto mi spaventavi parlando di andarti a fare rosolare
un po' le costole, per atteggiarti a martire! Come ti avrei io bene
adorato sur un altare, con un coperchio di casseruola sul capo ed un
piumaccio, millantantesi palma, nella mano!
--Vitaliana, tuo marito ti ama? ami tu tuo marito?
--Che razza di questioni stupide mi indirizzi tu là, Adriano... no,
signor conte di Alleux? Voi v'immaginate dunque che io andrei a dirvi:
Signore, io non amo mio marito!... signore, mio marito è infedele...
quando anche ciò fosse?
--Gli è, Vitaliana, perchè tua madre è assente, tu sei sola, ed io
sono in questo momento il capo della nostra famiglia--e perciò il tuo
sostegno nella sventura. Avresti tu preferito che, in questa
circostanza, io mi fossi tenuto in disparte... perchè... infine, io ò
creduto che il mio dovere...
--Ma tu vaneggi dunque? Che circostanza? Di che intendi tu parlare? Di
qual sostegno sogni tu? Il mio sostegno è mio marito. Se vi è un
dovere per qualcuno, qui, gli è per me, che debbo rispettare il nome
che porto, e l'uomo che me lo à dato--come egli lo rispetta e come
egli lo porta, altamente, con dignità e con onore. Tu parli d'amore. È
desso indispensabile alla felicità di una famiglia? Si è mai definito
cosa sia l'amare un marito? Io leggo tante cose su codesto, che vi
perdo il mio istinto. Io non so se ami o no mio marito. Lo rispetto, e
ciò val meglio. Siete voi soddisfatto adesso, signor abate d'Alleux?
--Ora mettiamo--solamente per ipotesi--che tuo marito fosse un uomo
indegno...
--Alto là! Io vi vieto, signor conte, di spingere più in là vostra
ipotesi, antitesi, parentesi, e tutto ciò che vorrete. Io non mi curo
di fabbricare castelli in Ispagna. Li troverò un giorno forse belli ed
impiedi. Sarà tempo allora di pensarvi. Ed io non esiterei lungamente
a pigliare il mio partito--siatene sicuro. Io non comprendo il dovere
senza il correttivo, o l'equilibrio, del diritto. Io non mi rassegno
alla teoria del sagrifizio per la donna e la libertà per l'uomo. Ma,
insomma, cosa ài tu, Adriano? Perchè sei tu venuto a vedermi qui, dopo
tre anni di separazione? Perchè non sei tu venuto innanzi--quando ài
barattato la guarnacca del seminarista con la livrea del mondo? Tu non
ài dunque nulla a dirmi? Tu non eri, pertanto, mica troppo goffo da
abate. Quei mustacchi ti danno l'aria di un caporale in gazzurra.
--Dio mio, che vuoi tu? Son venuto perchè ò sognato che tuo marito era
infedele; che aveva una ganza adorabilmente bella, abbominevolmente
perversa; che tu lo sapevi; che tu eri infelice; che tu avevi forse
bisogno di consiglio, di protezione, di vendicatore... E che so io,
Vitaliana? Tu non ài che una parola a dire... Veggo che è un sogno, ma
desso mi perseguita... L'è forse l'abitudine... L'è quella
inqualificabile educazione di seminarista, in cui non si presenta agli
occhi di quei tapini che delle immagini di donne--S. Ginevrina, S.
Filomena, S. Tecla, S. Pantofola, la Vergine Immacolata, la Vergine
col Bambino, la Vergine col vecchio marito... e sempre delle donne e
delle vergini! A sedici anni, si sogna, si sogna di tutta quella roba.
La s'incarna meglio che le stupide immagini del libro di divozioni; vi
si mette su la tale fanciulla, la giovane sorella, la giovane cugina
che si è vista alle vacanze, che si è incontrata al passeggio... ed
alla grazia di Dio! Oh, sì, Vitaliana, io ti ò ben messa in discordie
con la Vergine Maria, vah! Io non l'ò adorata e pregata giammai che
sotto le tue forme. Io non so se ella debba esserne lusingata o
uggiata... Ed ecco perchè... Ma di che parlavamo noi dunque? Ch'era
bello--n'è vero, Vitaliana?--quel tempo di nostra infanzia! Quanti
progetti! quante tenerezze! quale avvenire di porpora e di oro ai
lembi dell'orizzonte...! Così, dunque, tu sei proprio felice?
--Orsù, Adriano, non farmi mica dire ciò che io non ò detto! Io sono
tranquilla. Io ò presa l'assisa del duca di Balbek, e la rispetto, e
la fo rispettare. Il padrone non l'indossa degnamente anch'egli?
Sarebbe una cattiva azione maculargli la veste d'armellino ch'egli
porta così fieramente. Allora, a che pro i rimpianti, i desiderii, le
allucinazioni di quel guanciale--sul quale si poggia la testa
facendosene un Taborre, e cui si lascia bagnato di lagrime?
L'adolescenza non conta: l'è un fiore strano e qualche volta ridicolo,
che stuona nel mazzo dei fiori della vita. La si abbevera di Santo
Padre, di padre Lacordaire, di abate Lammenais, di Sacro-Cuore, di S.
Luigi di Gonzaga, di S. Questi, di S. Codesto... Fortunatamente che
quella roba è bruttissima, orridissima, a che vi si può sostituire ciò
che si è visto in casa di sua madre, ciò che si vede talvolta di qua e
di là. Sii sicuro, Adriano, che vi à mica male di uomini nel mondo che
debbon essere forse in collera contro il _Sacré-Coeur_. Ma dove mette
capo tutto ciò? Ad un marito!! Il marito è il diamante nel monile
delle donne. Io conosco pertanto delle gonze che preferiscono il
fiore.
--E cosa l'è il fiore, nel monile, nell'addobbo di una donna?
--L'è il sogno che non si realizzerà giammai--perchè l'è il vitupero.
Ora, togliete ad una donna il rispetto, e voi avrete tolta l'aureola a
Dio. L'immagino diviene statua o quadro. Ma io ritorno al tuo saione
di chierico, monsignor d'Alleux. Perchè l'ài tu gettato alla fiumana?
--Io riprendo la mia ipotesi. E se il tuo zibellino fosse contaminato?
Se tu t'imponessi una idolatria che è una ciurmeria? Se l'idolo cui tu
credi di alabastro, fosse di mota? Se il ricovero, che tu reputi una
chiesa, fosse una taverna? Se altri non venerasse l'alleanza, il nome,
il contratto, il dovere che tu veneri? Se tu fossi la Vestale di un
satiro!... Vediamo... l'è un'ipotesi, bada...
--Tu ài avuto torto, Adriano, di non restare abate! Tu insinui il
veleno nel cuore con tanta unzione...! Che vescovo saresti tu
riescito!... Ebbene, io sono la mia propria Vestale. Io mi sono
formato un empireo che à forse altresì dei nugoli; ma io chiudo gli
occhi per non seguirli nel loro saltabeccare fantastico. Che il mio
idolo sia d'oro o di selice, io non consumo il suo altare--e per
fortuna e' non mi fatica esigendo le mie preghiere. Tu vieni a
vedermi, dopo due o tre anni di ecclissi--seminarista trasformato in
zerbino--per propormi un logogrifo che gocciola la perfidia... In fede
mia! io avrei preferito conservare quel sovvenire d'infanzia che mi ti
rappresentava come un monello di sacristia. Io vedo così poco mio
marito, così di raro il mondo... Credete voi, signor conte d'Alleux,
che non vi sia altra cosa da dire ad una donna che si cretinizza nella
solitudine?
--Tu dici, Vitaliana?
--Non confondere: cretina non vuol mica dire infelice. Per traduzione
libera, posso permetterti, vaneggiatrice. Quando si vive in mezzo a
quel mondo--soggiunse Vitaliana indicando i suoi fiori--se si ànno
altre aspirazioni, sono forse delle follie. In ogni caso, gli è
imprudente di andare a cacciare degl'iddii broglioni nella cappella di
un credente.
--Io so tutto codesto, Vitaliana--rispose Adriano con calma--perocchè
da dieci anni io m'inebriò della tua felicità; da un anno, io la
sorveglio con la gelosia della disperazione. Tu non m'ài visto; ma io
era là, sempre là, alla tua porta, dietro ai tuoi passi, riguardando
il cielo della notte cui tu guardavi; avendo in uggia la luce del
giorno che t'inondava dei suoi raggi immodesti. Io restava lì, al mio
posto, sentinella di Dio, quivi ribadito dal cuore, dicendomi: Forse
ella avrà bisogno di me! Non à più padre, non à fratelli; non à che
me. Tu non m'ài visto finora. Se vengo oggidì, gli è che... io mi son
creduto affrancato dalla catena di quel culto immacolato che mi ero
prefisso; gli è che il circolo magico è stato rotto; gli è che io non
mi credo più obbligato di restare all'uscio di una chiesa, di cui si
fa una bisca; gli è che io mi son detto: ella è sola, ella piange, ma
non osa implorare sua madre; Ella non ardisce gettare un grido, ma
ella à bisogno di me. Ed eccomi qua....
--Ed ecco là la porta, signor conte di Alleux; perocchè voi avete
presa la mia per quella del manicomio di Charenton. Addio.
--Ancora una parola allora, Vitaliana. Sappiate tutto, poichè non
dobbiamo più rivederci... Sì, io sono pazzo. Io ò rappresentato una
piccola commedia per assicurarmi che tu eri felice. Ora, io lo so. Io
lo vedo. Come l'è bello qui! come l'è dolce! Vi si corrige perfino la
volontà di Dio, che manda la pioggia ed il sole, che ordina a quelle
foglie di cadere l'inverno, ed a quei fiori di sbocciare a primavera.
Non mancano che quei piccoli uccellini dei Tropici, azzimati
dall'iride, sotto questi Tropici al carbon fossile che tu ài creato
qui. Come si deve dormir con delizia in questa gabbia d'oro! Come si
deve impinguare con beatitudine in questo nido del silenzio! Vi si
diviene devoto per fermo! Come dunque non adorare la mano di Dio che
manda il sorriso e le lagrime, quando si è circondati da tante belle
opere della sua mano? Come si deve ben digerire andando a zonzo per
questa valle di lagrime! Si esce di qui come un vasetto di pomata ai
mille fiori! Si debbe aver voglia di abbracciar il suo portinaio, per
dare sfogo ai sentimenti filantropici ed umanitari, cui questo Sahara
della pace, ben nutrita e ben fiorita, debbe infiltrare nel cuore...
--Adriano, termina codeste buffonerie, e conchiudi.
--A proposito, ma io vorrei stringere la mano al duca, prima che me ne
vada.
--Vado a fargli annunciare che tu sei qui--se egli è nei suoi
appartamenti.
--Allora, siamo intesi. Tutto è santo qui; tu sei felice; tu non ài
bisogno di me; tu ti culli sur una pelugine di bianche nuvole:
rispetto all'armellino! Addio!
Vitaliana restava immobile, gli occhi fissi alla porta del suo
_boudoir_, donde ella vedeva suo marito venire alla loro volta.
Maria lo precedeva.
Il duca parve un poco confuso alla vista di Adriano, cui egli aveva
talvolta incontrato nel mondo, ma giammai presso di sua moglie. Cambiò
con lui qualche complimento, mentre la cameriera susurrava a
Vitaliana:
--Il signor duca dimanda i diamanti di madama.
--Perchè vuoi tu quei diamanti, Carlo?
--Ah! mia cara, il 31 di questo mese l'ambasciatore d'Austria
comincierà i balli della stagione. Ora, e' non è conveniente che ti
veggano quest'anno con i medesimi gioielli dell'anno scorso e
dell'anno precedente. Quelle dame si burlerebbero di te e di me. Non
potendo cangiarli, ò parlato con Froment Maurice, onde ne varii la
montatura. Sarà splendida. Io vado da quella parte. Gli porto quelle
gioie onde dargli il tempo di comporre dei capi d'opera.
Adriano aveva udito quelle spiegazioni, gli occhi sbarrati, diventando
ora di porpora ed ora pallido.
--Ma egli non à ancora restituito i due monili di perle e di smeraldi,
cui e' doveva montar pure sur un altro modello--osservò Vitaliana.
--Perchè aspetta i diamanti per armonizzare tutte le gioie--rispose il
duca.
--Prendili dunque. Tu lo sai bene, io lascio di gran cuore alle
Inglesi ed alle Russe questa esibizione di gioielleria su i loro seni
e nei capelli. Io preferisco i fiori.
--Lo so. Venite a vederci più spesso, cugino--soggiunse il duca
stringendo la mano di Adriano ed uscendo seguito da Maria.
Adriano s'inclinò assai leggiermente, senza nulla rispondere, poi
azzeccò i suoi occhi brillanti sulla cugina, che sembrava inquieta, e
fece due o tre passi per allontanarsi in silenzio.
D'un tratto, però, egli si rivolse; si avvicinò vivamente a Vitaliana;
prese le mani, cui bruciò del suo contatto, e gridò:
--Vitaliana, posso dirtelo adesso: Io ti amo!
E senza attendere risposta veruna, applicò le sue labbra sulle labbra
della cugina, vi depose un bacio--che alla giovane donna sembrò un
morso--ed uscì precipitosamente, senza voltarsi.
Vitaliana restò come annientata.
Il duca correva sul lastrico di Parigi, portando via i diamanti di sua
moglie.