Il ballo del 29 novembre e la prefazione.
La sera del 29 novembre giunse.
Alle nove della sera, un piccolo _coupé_ si fermò innanzi ad una porta
nella via Blanche. Un signore ne scese, salì al terzo piano, suonò.
Una ragazza aprì, ed annunziò:
--L'è il signore.
Sergio di Linsac--era desso--entrò, cappello in testa, dritto dritto
nella camera da letto.
La cameriera, che gli aveva aperto, lo seguì, per continuare a
prestare la sua assistenza alla padrona, la quale era in via di
terminare la sua _toilette_.
Era di già pettinata, e Luisa le infilava le calze.
--Non ti aspettavo--disse Morella, la padrona della dimora. Vieni tu
per qualcosa?
--Lo credo bene. Vengo a passare in rivista l'esercito, ispezionare le
armi ed aggiungervi questo cannone alla Paixant.
E, ciò dicendo, le presentava un ferretto di diamanti a foggia di
stella.
--L'è proprio bello--sclamò Morella. E vado a collocarlo, all'istante,
nel suo empireo.
--La tua fronte l'ecclissa, Morella--rispose Sergio, baciandola.
--Tanto meglio se l'è così. Ne saresti tu già ai concettini, con me?
--Come? tu dici ciò all'uomo che ti à presentato il tuo bastone di
maresciallo?
--Di meglio: che mi à cacciato nella mischia per guadagnare la
battaglia. Come trovi tu questa veste?
--Giammai demonio non prese meglio le penne di cherubino.
--Lasciami in pace con le tue inezie di demoni e di cherubini. Sono io
bella?
--Ahimè!
--L'insieme è armonioso!
--Irresistibile.
--Se indicassi l'ombra appena di un neo, qui, in giù della guancia...
per fare osservare come essa si arrotonda soavemente sulla mascella
inferiore?
--Non aggiungere nulla di nulla. Vattene, Luisa. L'è finita. L'è
perfetta. Dio sarebbe geloso, o innamorato, dell'opera sua--se fosse
la sua!
--Insomma?--chiese Morella, quando la cameriera fu uscita.
--Morella, io non tenterò più di piegarti.
--E fai bene. Ti dicono, pertanto, uomo di spirito! Scrivi dei libri
che pretendono rivelare il cuore umano! Esci dunque dall'assurdo. Io
non ò che diciannove anni. Non ò, per conseguenza, che undici anni
innanzi a me, per occuparmi di altro che di amore. Ritorna quando avrò
trent'anni. Vedremo allora. Ma inocularmi adesso quella melanconia!
grazie: la sbiada il colorito.
--Tu menti in questo momento. Io so, e ciò ti basti, che tu ami
altrove.
--In ogni modo, ciò sarebbe per conto mio proprio. Ma non ritorniamo
su queste tristezze. Puoi tu spendere dugento mila franchi l'anno per
me? No. Vattene allora! Tutto è detto. Io ammagrisco al regime di 2000
franchi al mese. Tu mi ài fatto un ospizio, con codesto, e non un
altare. Ora, la natura non mi à regalati questi occhi qui, questa
bocca, questa testa, questo collo, questo seno, questa vita, tutto
questo splendore, in una parola, per metterlo milensamente a codesta
pietanza da invalido. Io non intendo che due cose: o degli stivaletti
squarciati trascinati nel fango, o una costellazione. Gli stivaletti
squarciati sono una sventura; un terzo piano nella strada Blanche è
una dappocaggine. Parliamo dunque d'altro.
--Allora, l'è un addio per sempre?
--T'inganni, Sergio. Io non dimenticherò giammai che tu mi prendesti
piccola contadina d'Arles, e che mi ài fatta ciò che sono. Io ti debbo
tutto: gusto, parlantina, ambizione, istruzione, scienza della
bellezza, aspirazione, poesia, conoscenza del mondo. Io era forse una
perla; tu ne ài fatto un gioiello, un monile. Io resto tua amica, tua
obbligata. Lasciami adesso collocare a modo mio il capitale che Dio mi
à dato: la bellezza e l'amore! ed il capitale che tu vi ài aggiunto:
l'arte! Io conosco il valore di ciò che posseggo, ora.
--Non far dell'usura, almeno.
--Tu dici codesto, tu? Come! Si danno 2000 franchi ogni sera alla
Grisi, per una cabaletta, senza menar scalpori, e si trova enorme se
io domando la metà di quel prezzo? Ma cosa è dunque un gorgheggio in
paragone di un bacio di queste labbra, vedi! di queste labbra, il cui
soffio è come la parola di Gesù a Lazzaro: vivi! In verità, gli uomini
sono idioti!
--Morella--osservò Sergio, dopo un momento di riflessivo silenzio--io
sono felice della scelta che ò fatto e dell'ispirazione che ò avuta.
Tu mi farai onore; ed io non dubito del successo. Terrai il tuo posto
con bravura. Io ti rimpiangerò sempre, ma meno se sei fortunata.
--Parliamo d'affari allora, e formola le istruzioni che vieni a darmi.
Tu ài detto che io entrava nella carriera della diplomazia?
--Vi sei di già.
--Che io era al servizio di un'Altezza, da cui il sotto ambasciadore
di Russia teneva il suo mandato?
--Te lo confermo.
--Che io doveva ammaliare un bel giovane?
--Egli è anzi troppo bello--ed io ò paura che tu ne diventi amorosa e
che ci tradisca.
--Decisamente, tu ài una cattiva opinione di me. Rassicurati, allora:
io amo di già. Non se ne amano due alla volta.
--Tu l'ami dunque davvero?
--Al punto, che io non mi lamenterei degli stivaletti rotti per
andarlo a vedere.
--Lo compiango: tu ne farai un idiota.
--Ciò mi riguarda. Io pretendo farne un angelo del paradiso. Ma dimmi
il nome della vittima che gittate nei miei artigli.
--È il duca di Balbek.
--Lo conosco... e l'odio.
--Come ciò?
--Un quindici giorni fa, io era sola--sola in un palco agl'_Italiani_.
Quasi rimpetto a me, quel duca aveva passato la sera con una giovane e
bella fanciulla--che debbe essere probabilmente sua moglie. Egli mi
aveva sbirciato tutto quel tempo, quantunque io torcessi sempre il
capo con dispetto. Scendendo la scala, per azzardo, mi trovai innanzi
a loro. La giovane mise il piede sulla mia veste. Io mi volsi. Ella mi
disse graziosamente: Mille scuse, signora! Allora quel facchino di
duca le mormorò all'orecchio--ma non sì basso che io non l'udissi: Non
tanta cortesia con quelle creature! La giovane indietreggiò, quasi si
avesse toccato un colubro. Io li squadrai entrambi con insolenza, e
dimandai al vicino: Chi conosce qui questo pezzo di tanghero?
--Zitto! fe' qualcuno: gli è il duca di Balbek, ambasciadore di un re
non so dove! Essi erano passati; ma avevano dovuto udire il mio motto.
--Questo precedente è spiacevole.
--Dite, propizio. Allora?
--Ebbene, figlietta mia, vendicati in questo caso. Te lo abbandoniamo,
corpo ed anima. Impadronisciti di lui, fatti amare, e... divoralo!
--Egli sarà dunque al ballo?
--Si dà il ballo per farvi incontrare. Il principe di Lavandall ti
farà la corte per isvegliare l'emulazione di quello sciocco. Tu farai
trionfare il duca sul principe.
--Ed in seguito?
--In seguito, tu sarai riserbata, ma non respingerai le proposizioni.
--Le farà desso codeste proposizioni?
--Il tuo specchio non ti dice dunque ch'ei non sarà mica il solo a
fartene? Però, egli deve essere l'eletto--vedessi tu ai tuoi piedi il
duca di Orléans od il barone di Rothschild.
--Sta bene. Quale è poi la mia missione?
--Amor mio, tu sei un graffio che noi gettiamo su quell'uomo. Noi non
abbiamo che uno scopo: ridurlo alla miseria. I mezzi ti riguardano.
Dugento mila franchi di premio per te, se riesci. Noi ti lanciamo su
di lui come Dio sguinzagliò Satana sopra Giobbe.
--E poi?
--Poi... io non ne so mica più di te.
--Che fortuna può egli avere?
--Oh! e' non è ricco. Se tu gli estrarrai cinquecento mila franchi in
oro dal cuore, e' sarà lì per depositare le armi.
--Non tregua?
--Neppur di un secondo. Tu sei una macchina che lo à preso nel suo
addentellato, e da cui Dio stesso non lo potria più distrigare. Pompa,
pompa, pompa sempre.
--E quando sarà tapino come un tapino irlandese?
--Ti comunicherò gli ordini che mi si impartiranno. Ricordati solo,
che tu non sei mica una volontà, ma una fatalità.
--Che parte debbo io assumere?
--Osserva le manie dell'uomo, e decidi. Ma non mi sembra avere colui
dei gusti che olezzino l'ideale. Tu sarai baccante. E ciò lo
trasporterà.
--Riserbo ciò per colpo di grazia, quando vedrò il sangue schiumar
sulle sue labbra. Andiam per gradi. L'è detto. Ecco tutto. Le undici e
mezzo. Me ne vado.
--Non importa! io ò dei rimorsi. Io so che in queste trame sataniche i
pesci cani si aprono sempre una via e che l'è sempre la povera
mosca--la donna! che soccombe. Dio ti sia in aiuto, Morella. Io ti
amo.
--Va a metter ciò in versi: l'è grazioso. Ma non esser inquieto per
me, no: io sono di acciaio--mi si può torcere, ma non spezzare.
--Io mi sovvengo di un'altra vittima. Addio.
Il ballo di madama Thibault si componeva di due categorie di persone:
gli attori e gli spettatori.
Gli attori erano una ventina di giovani dei due sessi, cui alcuno non
conosceva ed alcuno non curava conoscere--i ballerini. Le damigelle
erano state scelte di una bruttezza sufficiente per non far macchia e
servire di rilievo alle vere bellezze.
Questo coro della festa era vestito di bianco, senza gioielli, con
qualche fiore nei capelli, ed ecco tutto.
Non vi era da sbagliarci sul suo ufficio.
La categoria degli spettatori era altra cosa. Lo zio Pradau li aveva
dipinti con esattezza.
Madama Thibault abitava adesso un padiglione in fondo ad una corte,
nel Faubourg St. Honorè. Al padiglione si annetteva un piccolo
giardino. E tutto ciò era ricco e civettuolo.
I saloni, o piuttosto la Borsa, eran già stivati di gente, quando
Morella arrivò.
La stessa parola spruzzò, nel medesimo tempo, da tutte le labbra: Ecco
la regina!
Infatti, Morella era alta abbastanza per spiegare l'eleganza squisita
della sua taglia, ma non troppo per imporre, come una Semiramide di
Opéra. Il suo colorito aveva quella pallidezza bianca ed abbagliante,
piena di salute, che indica l'armonia delle funzioni della vita, la
perfezione degli organi. Una pelle vellutata e fina, simigliante
all'alito di una bambina che dorme. Il suo lungo sguardo nero era
impregnato di languore, ma si animava per raggi, e dava delle scosse
come una macchina elettrica. Nulla poteva eguagliare la freschezza, la
grazia, la soavità della sua bocca, ove la voluttà sorgeva come Venere
dalla schiuma del mare. La sua fronte, alta, levigata, bianca come
l'Olimpo di Omero, sarebbe stata davvero il trono di un'anima--se
Morella ne avesse avuta una. Il suo sorriso un po' lento penetrava
come l'odore della magnolia. Il suo collo, il suo petto, le sue
braccia nude allumavano gli sguardi e scoloravano i sembianti. Satana
vi scoppiettava con la sua muta furibonda di desiderii.
Morella era una provocazione. Ove ella poggiava lo sguardo, feriva;
ove ella fermava la sua volontà, prostrava.
Come contrasto a quella provocazione--che sembrava emanar da lei
involontariamente--le sue maniere erano dolci, molli, gravi: la
cimbalina di Dio si rivelava in sibarita!
La sua voce era armoniosa, ma si lasciava dietro le vibrazioni che
seguono una corda che si spezza.
In una parola, Morella sarebbesi detta una cattiva azione della
provvidenza. Era un calappio, come la _datura strammonio_--il di lui
fiore incanta lo sguardo ed uccide.
Si danzava già in un salone.
In un gabinetto, taluni, fra cui il dottore di Nubo, giocavano al
_baccarat_ a tutto vapore.
Sotto il pretesto del caldo e della folla, una mezza dozzina di
odalische--le men belle, tariffate al di sopra dei 60,000 franchi
l'anno--si erano ritirate in un altro salone che dava sul giardino.
Una dozzina di uomini--i quali avevano quasi tutti passato il capo
fatale dei quarant'anni--folleggiavano intorno a quelle bellezze--alle
quali madama Thibault li aveva presentati.
Il duca di Balbek trascinava uno sguardo noncurante su quello
splendido mazzetto, meditando un attacco sopra una magnifica Polacca,
la quale, a sua volta, lo avviluppava del suo sorriso. Il principe di
Lavandall stuzzicava i lunghi ricci neri di una giovine _miss_
irlandese, che aveva l'aria innocente di Eva nel paradiso.
In quel momento si udì nei due saloni una specie di brulichìo?
paragonabile a quello della brezza nelle foglie della foresta.
Tutti gli sguardi si volsero verso la porta.
Era Morella che entrava, e madama Thibault che si precipitava al suo
incontro.
L'effetto, l'ò detto, fu completo.
Il primo che sollecitò a dimandare di essere presentato, fu il
principe di Lavandall. Il duca di Balbek, che l'aveva riconosciuta, e
si rammentava la scena agl'_Italiani_, arrossì.
Morella fece vista di non scorgerlo.
--Ahimè! madamigella--le susurrò il principe--ora che vi vedo,
rimpiango di non essere la fortunata vittima che i vostri sguardi
debbono immolare.
--Che ciò non vi arresti, mio principe--disse Morella ridendo; io sono
di forza da farne due delle vittime.
--Non si potrebbe trovare un modo di transazione, madamigella?
--Oh! no, caro principe. Non v'è che i piccoli bancarottieri che
transigano. Io, io fo saltar la banca, netto, o pago a cassa aperta.
La padrona della casa presentò il duca di Balbek.
--Madamigella--disse costui--v'ànno salutato, entrando, del nome di
regina. Permettete ad uno dei vostri umili sudditi di mettere ai
vostri piedi la sua sincera divozione.
--Vedi mo'! e' sembra che il signor duca abbia un dizionario secondo
le latitudini parigine: la _creatura_ dei _Bouffes_ è _regina qui_!
Cosa sarei nel mio palazzetto, signor duca?
--Permettetemi che vada a dirvelo, ed a farvi le mie scuse.
--E perchè no qui? Il signor di Lavandall è buon giudice.
--Io sono troppo vecchio, madamigella, per entrare in questa mischia.
Non si corre più quando si à la podagra. Siete voi fortunato, signor
duca!
--Adagio, signore, adagio, non cercate svignarvela. Io sono pigra, io:
amo la podagra.
E dicendo ciò, Morella salutò leggiermente il duca di Balbek--il quale
restò pietrificato--e condusse il principe nel giardino. Ma cinque
minuti dopo, rientrarono, e M. di Lavandall le presentò il conte di
Kormoff suo amico.
Morella si assise sur un canapè, con il conte, vicin vicino al duca di
Balbek, cui volse il dorso.
--Parola d'onore, madamigella--disse il conte rispondendo ad una
dimanda della giovane donna--il freddo di Siberia è un pregiudizio
europeo. In ogni caso, io m'impegno a percorrerla, senza pelliccia, in
_toilette_ da ballo, in pien gennaio, se voi siete a fianco a me.
--E si dice che i Cosacchi sono dei barbari! ma essi fan quasi quasi
dei madrigali. Gli è vero che il signor conte non è ambasciatore di un
re, per avere il diritto di essere insolente--soggiunse Morella a voce
alta.
Il signor di Balbek si contorceva e taceva.
Morella riprese il braccio del principe di Lavandall, per fare un giro
nella sala di danza.
Il duca si alzò anch'egli e la seguì lentamente, di lontano.
L'ambasciatore di Spagna, che si trovava a fianco a lui con la
Polacca, gli disse sorridendo:
--Caro duca, il Russo vi dà scacco e matto: lasciate la partita.
--Non l'ò impegnata: non posso dunque lasciarla.
--Allora, non impegnatela. Le donne ammattiscono per le mine
dell'Oural.
--Voi avete ragione forse, marchese. Ma ben sovente, elleno si servono
delle mine per comprarsi degli aranci.
Morella, che trovavasi innanzi a lui, l'udì e domandò al principe di
Lavandall:
--Principe, se vi dessero a scegliere tra un orso ed un pappagallo,
quale dei due scegliereste voi?
--Se io fossi donna, il pappagallo.
E dicendo ciò, le presentò lord Warland--al braccio di cui la
confidò--essendo stato chiamato dall'ambasciatore di Turchia, che
volle presentargli Fernandina--un'altra regina del ballo che faceva il
suo ingresso.
Ora lord Warland non parlava il francese e Morella non capiva
l'inglese. Lord Warland era parecchie volte milionario ed aveva la
rabbia di parlare alle belle donne--egli che poteva vantarsi di essere
uno degli uomini i più brutti di Europa!--di cui era fiero, del resto.
Infatti disse:
--_Mademoiselle, all the ladies fly away from me. You are the first
one, this evening, who consents to take my arm. I was wrong not to
come here wrapped in a mantle of banknotes_.
Morella l'ascoltava a grandi occhi aperti.
Il duca di Balbek, che le era vicino, sorrise. Morella lo vide, gli si
volse e gli chiese:
--Il signore vorrebbe farmi l'onore, se comprende l'inglese, di
tradurmi codesto?
--Milord à detto, madamigella--rispose il duca salutando--che tutte le
dame lo fuggono, e che voi siete la prima che abbiate consentito ad
accettare il suo braccio. E milord aggiunse: che egli à avuto torto di
non venire qui avviluppato in un mantello di banconote.
--Milord, voi avete fatto benissimo, al contrario--rimbeccò
Morella--avreste potuto correre il pericolo di pigliar fuoco.
Milord guardò il duca, a sua volta, per pregarlo di tradurre la
risposta--e rise a scoppiare quando il duca gli disse:
_--You have done well, because you could have taken fire_.
Lord Warland si allontanò fregandosi le mani e ridendo sempre.
Il duca di Balbek offerse allora il suo braccio a Morella.
Ella non l'accettò ed andò a sedere sur un divano. Il duca le si mise
a lato.
--Voi siete dunque inesorabile, madamigella?
--Per i delitti no, signor duca; per le sciocchezze, sempre. Un
delitto può avere della grandezza; la sciocchezza è infallibilmente
meschina.
--Io ò potuto aver ben torto, madamigella e non mi scuso. Ma, in tutti
i casi, voi ne conservate un rancore côrso. Vi siete burlata di me
tutta la sera.
--I piccoli ànno anch'essi il loro giorno, signor ambasciatore. Però,
al postutto, che v'importa il mio risentimento?... Sono io...
l'imperatrice delle Russie, io?
--La Russia vi apparisce sotto tutte le forme, madamigella. Vi siete
voi stata?
--No: ma essa mi colpisce. La Francia, l'Alemagna, l'Inghilterra,
l'Italia, la Spagna si rassomigliano più o meno. La Russia è la
Russia. Essa vi aspira come l'immensità del mistero. Ed i Russi,
signore, sono tutto ciò che vorrete--eccetto meschini! Il profilo del
loro paese si imprime forse nello sguardo loro dalla nascita, e vi
lascia l'immagine del vago e del colosso.
--È da molto che conoscete il principe di Lavandall?
--L'ò visto stasera per la prima volta. Ma e' mi sembra che noi
fossimo amici da dieci anni. Egli è il solo uomo che io mi abbia
distinto qui.
--Davvero?
--Sì: e convenitene pur voi. Il signor di Lavandall ed il signor
Kormoff sono qualcuno qui: noi siamo il genere umano--chiunque! Si
sente che sono di già partiti. Essi àn lasciato qui un vuoto.
--Voi siete così invaghita dei Cosacchi, madamigella, che io sento
dover rinunziare a piacervi.
--Rinunziare, signore, implica qualche cosa che significa cominciare.
Ebbene, non cominciate. I Cosacchi danno forse lo _knout_ ad una
donna. Non la chiamano cantoniera!
--Ancora?
--Ma! voi non esistete ancora per me che sotto questo aspetto. Ah!
ecco lì l'Inglese. Bisogna che io lo bisticci un tantino.
--In inglese?
--E poi? Vedete! gli è adesso un'ora dopo la mezzanotte. Ad un'ora e
venticinque minuti, prima che io me ne vada, il mio inglese parlerà
francese come Victor Hugo. Quell'uomo mi garba.
--A causa del suo mantello?
--E perchè no? Non à quel suo mantello chi vuole, signor duca. Ma la
sua bruttezza mi fascina. Eh sì! la bellezza? ne ò pieni gli occhi:
l'è tutto specchi in casa mia! La mediocrità? pouah! Il mio
proprietario à domandato di sposarmi, presentandomi il suo ultimo
ricevo del fitto. Fare dei figliuoli e rosicchiare 30,000 franchi
l'anno con lui, per quarant'anni! Piuttosto la Senna! Se il volgare mi
avesse sedotto, signore, sarei restata a confezionar cappellini ad
Arles.
--Ah! voi siete di Arles?
--La donna non è di alcun paese. Ella è bella o brutta--del cielo o
dell'inferno. Allora, fra otto giorni, tutta Parigi conoscerà il mio
Inglese. Che se ne vada; ognuno sclamerà: guarda! l'inglese è partito
dunque? Che noi ce ne andassimo, alcuno non se ne accorgerà.
Il dottor Nubo entrò allora nel salone e venne a salutare il duca.
Egli squadrò fisamente Morella e disse:
--Che tigre reale! Gli è per questo che io sentiva l'odore di carne
fresca. Attento a voi, caro duca.
--Io non sono una scienziata in storia naturale--rimbeccò Morella, con
un sorriso grazioso, ma che aveva gli artigli di acciaio. Vedendovi,
però, signore, io m'immagino contemplare uno di quei vecchi vasi di
Faenza degli speziali di una volta--quei vasi il di cui smalto
abbarbagliava, i di cui geroglifici intrigavano, e che contenevano
delle droghe velenose, talvolta della vipere.
--Benissimo, benissimo, piccina. Tu ài la stoffa per divenire una
duchessa.
--Voi siete terribile, madamigella--osservò Balbek. Vi si punge e voi
ferite a morte.
--Oh! si à dunque la vita così tenera qui?
--Addio, madamigella. Io non oso neppure pregarvi di cessare la guerra
contro un vinto.
--Davvero, signor duca? Bah! Il principe di Lavandall, lui, mi avrebbe
forse abbracciata o strangolata.
Il duca uscì come un lampo dal salone, trasportando nel cuore
quest'ultima freccia avvelenata.
L'indomani, Morella aspettava il duca, alle due.
La sua previsione era giusta.
All'una e mezzo egli sonava alla sua porta.
Il destino lo spingeva.