Vitaliana rientrò nel mondo al primo ballo delle Tuileries.
L'effetto che vi produsse fu immenso. Ella ecclissò tutto ciò che
l'Inghilterra, la Polonia, la Francia avevano riunito di quei fiori di
stufa, il cui splendore appanna le stelle.
Questa volta non furono più i giovanotti che ronzarono intorno a lei.
Erano gli uomini, dallo sguardo concentrato e stupefatto, che le si
avvicinarono tremando. Gli era il _blasé_ che risuscitava; il
milionario che sperava; il potente che dimandava grazie; la forza che
si trovava impotente; il desiderio che si sentiva delirio; la vita
seria che vagava atterrita intorno a quel filtro dei cieli--il quale
si presentava con l'innocenza dell'olezzo di una rosa, il bagliore
grave di una perla, la soavità di un'alba di primavera, la neghiazza
divina della verginità--quel candore che ignora sè stesso, cui si
scorge nell'angelo del Cimabue e nelle madonne dell'Angelico.
All'istante in cui il duca di Balbek la distinse, di un varco fu a
lei.
Egli infieriva di orgoglio per aver scoverto, indovinato, profetizzato
Vitaliana nel superbo embrione dell'anno precedente. Questa vanità
sola sarebbe bastata per infiammarlo.
E' s'impossessò della giovinetta per tutta la sera.
Vitaliana non ne sembrò punto tòcca.
Ma sua madre vedeva tutto, s'informava, calcolava.
Il generale di Hauteville presentò il duca alla contessa di Muge.
Questa lo accolse con una grazia squisita, ma dall'alto. Si parlò di
frascherie. Il duca di Balbek aveva uno spirito triviale--reso brutto
dalla fatuità e sformato dallo sforzo cui faceva per metterlo in
evidenza.
Non si à mai così poco spirito che quando si piglia a partito di
mostrarne dovizia. Questo fiore spontaneo, sì delicato, diviene
scialbo o eteroclito, come tutti quei prodotti scipiti di cui il
giardiniere sollecita lo sboccio.
La contessa non commise lo sbaglio di mostrarsi al secondo ballo della
Corte ed a quello dell'ambasciata di Russia.
Ella non apparve, che come baleno, al ballo dell'ambasciata d'Austria.
Ma si mostrò in tutto il suo splendore in quello dell'ambasciata
d'Inghilterra--perchè ebbe l'accorgimento d'impegnare tutt'i suoi
parenti, della più alta aristocrazia del Faubourg, a non mancarvi--e
trovò per Vitaliana una _toilette_ d'una semplicità e d'un'eleganza
che trasformava quella fanciulla in cherubino.
Il colpo che ella voleva portare ferì di punta.
Il duca di Balbek dimandò alla contessa l'onore di presentarsi a lei.
Due mesi dopo, Vitaliana era duchessa di Balbek.
Ella entrava nella vita con un'immagine negli occhi; un _rêve_ nel
cuore; un sentimento profondo del suo dovere; una stima che lambiva
l'idolatria per la persona, pel carattere, per la dignità, per la
virtù di suo marito. Ella non lo amava, ma lo venerava.
Egli la _desiderava_ più che qualunque altra cosa.
A capo di un anno, ella fu madre.
Ella era madre a diciotto anni. Ma niuna vergine aveva più di serenità
nello sguardo, più freschezza nelle labbra. La sua innocenza in tutte
le emanazioni dell'anima, il suo pudore in tutto il portamento della
persona, facevano di lei una madonna.
Ecco la sua aureola, ed ecco il suo torto.
Si sarebbe dimandato, malgrado ciò, se ella era felice o noncurante;
se era insensibile o ipocrita. Imperciocchè, in generale, quelle
quietudini profonde sono raramente sincere, se non ànno l'idiotismo
per base.
Un giorno suo marito le dimandò, folleggiando con i capelli di lei:
--Vitaliana, che diresti se ti raccontassero, per esempio... che io
ò... perdonami la parola... una ganza?
--Non so troppo--rispose la giovane. Ma io credo che sarei affatto
sorpresa che tu non ne avessi che una.
--Come sorpresa?--sclamò il duca. Tu non mi ami dunque? Tu non sei
mica gelosa?
--Io ò sempre pensato, amico mio, che la gelosia fosse una rivolta di
amor proprio, anzichè un'esplosione di amore. Otello era un negro
egoista.
Un altro giorno il duca le disse:
--Tu ti devi annoiare sovente di codesta vita un po' solitaria, a cui
la mia posizione nel mondo ed il ritiro di tua madre col figliuolo
alla campagna ti condannano.
--Tu sai che il tuo mondo non mi seduce enormemente--rispose
Vitaliana--e che i saloni mi attirano mediocrissimamente. Io non ò
spirito quanto occorre per regnare. E, d'altronde, sono restata, in
fondo in fondo, la pensionaria del _Sacré-Coeur_.
--L'è vero.
--E poi, credi tu, caro, che i più spiritosi dei nostri poeti, Victor
Hugo, Musset, Dumas, che so io, Balzac, egli stesso, potrebbero dirmi
altra cosa che me ne dicono il mio specchio od i miei fiori? L'uno mi
piaggia così compiacentemente; gli altri m'incantano. Se tu sapessi
come cantano quei piccoli birboncelli lì, quando mi veggono zonzar per
la stufa!
Tre o quattro giorni dopo il colloquio del principe di Tebe con il
principe di Lavandall, a colazione, il duca le disse:
--A proposito, sai tu, piccina mia, chi ò intraveduto ieri sera?
--No.
--Tuo cugino, il conte d'Alleux.
--Povero Adriano! deve essere ben triste dopo la morte di sua madre.
--In fede mia, mica troppo!
--Oh sì! egli l'amava tanto!
--È possibile. Ciò però non impedisce che io lo abbia veduto per
qualche minuto in un palco ai _Français_ contar fronzoli ad una
giovane bellezza, quasi sola.
--Come! una prefazione di abate nel palco di una bella ai _Français_?
--Gli è che e' non è più l'abate cui vedemmo piangere ai funerali di
sua madre, nei mesi scorsi. La larva è scoppiata, ed à sprigionato uno
zerbino dei più graziosi e dei più eleganti. O' pensato un istante
d'ingannarmi. Ma egli mi à salutato della testa, sbirciandomi. Era ben
desso.
--E' non sarà dunque più vescovo, allora?
La conversazione fu interrotta dall'arrivo di una lettera. Il duca la
prese, dimandò a sua moglie il permesso di aprirla e lesse:
«_Caro duca_,
«Devo presentare nel mondo una mia giovane parente di una _eclatante_
bellezza. Ora, come voi siete il _lion_ dei nostri lioncini parigini
della moda, vi dimando quale giorno sarete libero per venire al mio
ballo, onde io lo assegni, e lo indichi in seguito agli ambasciatori
di Russia, di Spagna e di Turchia, ed ai nostri signori del Faubourg.
Fatemi la grazia di una parola di risposta, ecc., ecc...
«AUGUSTA THIBAULT.»
--Chi à portata questa lettera?--dimandò il duca al lacchè.
--Una specie di messere, che aspetta la risposta.
--Fatelo aspettare.
E Pradau non dimandava di meglio che aspettare.