L'estetica della livrea insegnata nell'anticamera.
Egli aveva bello chiamarsi Pradau, come si era chiamato di cento altri
nomi in Russia, in Polonia, in Austria, in Turchia, in Italia. Egli
aveva bello azzeccarsi delle basette troppo scure, dei capelli neri
con una cresta a mo' di Luigi Filippo, a bellettarsi come il famoso
duca di Brunswick... Egli non si sottrarrà ai nostri sguardi come a
quelli della polizia. Egli sarà per noi ciò che è: il babbo Tob, il
capo degli zingari. Egli non è meno adesso, che quando si chiamava
babbo Timoteo, l'intendente di madama Augusta Thibault.
Egli non à perfezionato il suo carattere, e non à aumentato nella
nostra stima, in proporzione che à aumentato la sua fortuna, i suoi
talenti, le sue relazioni sociali.
Aspettando la risposta dell'ambasciadore, e' chiese di dir buongiorno
a M. Claret, l'intendente del duca di Balbek, cui egli aveva
_incontrato nel mondo_.
E' chiacchiera adesso con quel degno uomo. Di che?
Ascoltatelo, se vi piace. Messer Tob è sempre istruttivo come i
libercoli pii dei RR. PP. dalla Società di Gesù.
Passiamo i complimenti e le informazioni piene d'interesse sulla
salute di M.^me* Claret.
--Io ve lo affermo, M. Claret, voi dovete cambiare il cameriere del
vostro padrone, per l'onore della casa e per rispetto di voi stesso.
--Ma, signore, il duca è contento del suo cameriere.
--Ciò si può--io anzi lo comprendo. Ma noi, noi non ne siamo mica
contenti. Egli abbassa la nostra classe.
--Che mi dite voi dunque, _père_ Pradau?
--Mio Dio, sì: nè più, nè meno! Quando io mi sono deciso--io,
cittadino libero del bel regno di Francia e di Navarra, ad entrare
nell'ordine sociale detto--molto impertinentemente e molto
impropriamente--dei domestici, io ò studiato la legge fondamentale e
costituzionale di questa classe--i nostri principii dell'89, a noi,
che!
--Spiegatevi un poco più chiaro, _père_ Pradau.
--E voi state attento M. Claret. I nostri antenati ci avevano legato
delle tradizioni eccellenti, cui la _monarchia borghese_ ci à fatto
perdere. Perocchè la legittimità dei lacchè à naufragato nelle
giornate di luglio con la monarchia legittima del ramo primogenito.
--Ciò potrebbe ben essere, _père_ Pradau.
--Ciò è, M. Claret. Un grande spirito del secolo scorso, un
gentiluomo, il signor di Montesquieu à detto in qualche parte¹:
«Questo corpo dei lacchè è più rispettabile in Francia che altrove:
egli è un semenzaio di grandi signori; ricolma i vuoti degli altri
stati. Queglino che lo compongono, prendono il posto dei Grandi
sgraziati, dei magistrati ruinati, dei gentiluomini uccisi nei furori
della guerra, e quando non possono supplire da sè stessi, rilevano
tutte le grandi case per mezzo delle loro figlie, le quali sono come
una specie di fumiere che ingrassa le terre montagnose ed aride.»
¹ _Lettres Persanes_.
--Catteri! catteri! che l'è bello!--sclamò M. Claret.
--Non è vero?--riprese lo zio Pradau. Ma non deploriamo più
codesto--avvegnachè avessimo a rassegnarci, con rammarico, a non più
battere le scolte di notte; a non più bastonare il borghese; a non far
comunella con lo studente, ed a fare, in virtù d'un principio passato
in consuetudine, i figliuoli dei nostri padroni.
--Eh eh! mica sovente, _père_ Pradau.
--Di chi la colpa? Una cosa non pertanto era restata in piedi in
questa ruina delle istituzioni dei nostri padri: che il domestico
avrebbe servito il meno possibile il suo padrone e si sarebbe fatto il
più possibile servire da lui. Un articolo essenziale della nostra
_Carta_ non era stato mai violato--ed i nostri confratelli dell'altro
lato dalla Manica, quei perfidi Albionesi, vi tengon sodo--quello, che
interdice d'invadere sulle funzioni del suo collega. Consultate a
questo proposito la storia. Io leggeva, non à guari, in un vecchio
libro, che un re di Spagna--un Filippo o un Ferdinando, non mi ricordo
più quale--assiso vicino al camino, dimandò un giorno ad un duca di
Lermes di mettere un ceppo nel focolaio.
--Un ceppo nel focolaio!
--Sissignore. Il duca di Lermes obbedisce. Il ceppo si infiamma. Il re
à troppo caldo alle sue gambe e chiede al duca di scostare la sua
seggiola.--Mi scusi, sire, risponde il duca di Lermes, gli è il conte
di Lemos che à il diritto di toccare la seggiola di Vostra Maestà. Si
cerca il conte di Lemos. Egli è alla caccia. Il re si abbrustola
infrattanto, ma non osa più ordinare al duca di Lermes di allontanarlo
dal camino. Il duca non osa invadere le funzioni del conte di Lemos.
Sì bene che, quando questi ritornò dalla caccia, le gambe del re erano
rosolate come una costoletta--e ne morì. Ecco come si conducevano i
nostri padri; ecco l'esempio dei nostri antenati!¹
¹ Père Pradau ignorava che negli Stati Uniti questi rispettabili
funzionari non si chiamano neppure più _servi_, ma _helps_--ajuto,
ajutante.
--Come è nobile codesto, birbo ch'io sono!
--Ebbene, io ò visto--visto dei miei occhi, dei miei propri occhi, M.
Claret--io ò visto mastro Robert, alla porta dell'Opera, in presenza
di noi tutti, aprir lo sportello del _coupé_ del duca, bassare la
staffa, raccoglier per terra non so che cosa, e gridare al cocchiere:
A casa! Nome di un conte! se codestui à l'anima di un lacchè, che
indossi la livrea.
--Voi avete ragione, zio Pradau--scoppiò M. Claret, indignato.
--Se ò ragione! ma dimani quel birbo consentirà a rimpiazzarvi come
intendente, M. Claret, come maestro di casa, se il padrone
gliel'ordina.
--Oh ve'! Io vi prometto che vado a lavargli il capo per bene.
--Bisogna mandarlo via corto corto, e senz'altro, M. Claret. Io
m'incarico di trovargli del pane. Ma io ò bisogno del suo posto, io:
quel posto mi fa d'uopo.
--Come! voi dite...
--Che quel posto mi fa d'uopo.
--Oh! per esempio! Non vi basta dunque quello che avete?
--_Maitre d'hôtel_ di madama Thibault! Pouah! Gli è buono per
guadagnar danari, codesto.
--Catterone! Ma io credo che il re è alle Tuileries per la stessa
ragione.
--Sì: danari della sua intelligenza, non un salario.
--Quanto vi rende il vostro posto?
--Sei mila franchi l'anno, compresi i regali--ma i benefizi sugli
affari, in più.
--Corna di un bue! e voi sollecitate il posto di cameriere, che vi
darebbe due cento franchi al mese?
--E per ciò appunto io li rifiuto. Voi mi farete l'onore, M. Claret,
di comprare ogni mese con i miei onorari un abito alle vostre
figliuole o a madama Claret.
--Ma voi fabbricate dunque dei _vaudevilles_, _père_ Pradau?
--Io fabbrico castelli, M. Claret. Statemi ad udire. Io sono
ambizioso. Io ò di già dieci mila lire di rendita, e me ne occorrono
ventiquattro.
--Nè più, nè meno?
--Meglio ancora. Io voglio comprare nel Berri un castello, vicino a
quello del conte di Vixelles--che mi ricusò un giorno un posto di
domestico in casa sua. Voglio vederlo a cacciare sulle mie terre
costui, a desinare alla mia tavola con la sua moglie e la sua
progenie, e venire, cappello in mano, a sollecitare il mio voto nelle
elezioni.
--Il tutto mediante...?
--Ventiquattro o trenta mila lire di rendita, cui io avrò, cui noi
avremo, M. Claret.
--Voi dite _noi_, _père_ Pradau?
--Come! credevate voi dunque che io fossi così egoista di mangiar solo
e di lasciare i miei amici razzolar nelle ossa?
--Per esempio! no: ma...
--Ascoltatemi bene, M. Claret, e comprendetemi bene. Che cosa sono io
adesso? L'intendente di una donna che è il tratto di unione tra le
belle donzelle ed i ricchi signori. Noi facciamo eccellenti affari,
fuori dubbio. Ultimamente ancora, abbiamo trasferito Fernandina a
Raizet pascià.
--Cosa è Fernandina, _père_ Pradau, una giumenta?
--Ma donde cascate voi, M. Claret, che non avete udito parlare, o
visto, la più bella figliuola di Parigi? quattro cavalli a un landau
giallo e nero, come quello dell'ambasciatore d'Austria; due lacchè a
parrucca incipriata e bastone in mano; e cocchiere inglese, di dugento
cinquanta chilogrammi in predella; piccolo _hôtel_ nella _rue des
Vignes_; palco all'Opera; pranzi di gala due volte la settimana; e...
feste di notte a tutto bordone.
--Capisco!
--Me ne congratulo! Bene, codesto ci à profittato ottanta mila
franchi. Tutte le mie spese ed anticipazioni rimborsate, abbiamo avuto
un beneficio netto di trenta mila franchi--ventisei per madama
Thibault, quattro per me--oltre il cinque per cento sulle
somministrazioni, ecc., ecc., totale 10,000 franchi di parte mia.
--Ed ambizionate un posto di 200 franchi al mese?
--Appunto! Noi abbiamo avuto questo affare col Turco l'està passata.
Ne annaspiamo uno con la Russia in questo momento, ed ecco perchè io
sono qui con un invito pel vostro duca, il quale è Sultano in quei
paraggi. Ma quanto tempo mi bisognerà desso, senza parlare del
sacrifizio dalla mia considerazione, per mettere insieme la somma che
costituisce la mia rendita? Ebbene, io posso guadagnar codesto in un
anno.
--Voi dite, _père_ Pradau!
--Conoscete voi quel bell'edifizio circondato da colonne nella strada
Vivienne?
--Voi intendete parlare della Borsa, mi immagino?
--Sissignore, M. Claret. Orbene, la mia rendita e la vostra sono in
quel palazzo dei miracoli.
--Hum! _père_ Pradau, io ò udito delle storie su quel luogo lì...
--Bazzecole! Tutto dipende dal colore delle mani che vi si portano. Ma
infine, ecco il mio affare. Io lascio in deposito al mio agente di
cambio un capitale di...--mettiamo 100. Egli mi lascia fare delle
operazioni, tutto al più per 150 o 200. Perchè? Perchè io lo conosco,
e perchè egli sa non esser io che un piccolo funzionario in casa di
una dama la quale à un _bazar_ dove à luogo qualcosa che si chiama:
una _sauterie_, un pranzo in piccolo comitato, un _raout_, un ballo,
infine, per i grandi colpi, come nell'occasione attuale. Benissimo.
Mettete ora che, invece di essermi un così piccolo sere, io mi
appartenga alla diplomazia. L'orizzonte si allarga di cinquecento
leghe. Io giuoco ciò che voglio. Non mi si dimanderà neppure la
_copertura_. Debbo io confessarlo? Si crederà che io giuochi per conto
del padrone. Ciò si è visto. Ad ogni modo, si crederà che io metta a
partito i secreti del padrone. Infatti, ci vuol proprio del genio, eh!
per dire, senza posarvi su, annodando la cravatta od ungendo di pomata
il ciuffo del signor duca: To'! la Borsa à bassato ieri; essa basserà
ancora oggi, scommetto!--Tu credi, imbecille?--risponde il duca.--L'è
fatta. Giuoco al rialzo.
--L'è curioso davvero ciò che voi dite mo', zio Pradau! Io non ci
aveva giammai pensato.
--Credete voi, M. Claret, che gli uomini di genio s'incontrino così
per le vie come i poliziotti, eh? Ebbene, quando io ò estorto una
parola, quando io ò annasato un tantino nei dispacci, e colto una
frase alle porte, io vi dico: M. Claret, oggi vi sarà rialzo. Io
rischio cinquantamila franchi; volete rischiarne dieci, voi--voi che
siete padre di famiglia? Noi giuochiamo, e la pecunia viene.
--O se ne va.
--Qualche volta. Ma noi paghiamo. Ciò allecca il mio amico agente di
cambio. Io piagnucolo presso il duca, a proposito della perdita che ò
subita. Egli s'intenerisce, mi regala del triplo imbecille, e si
lascia sfuggire un motto che sembra senza conseguenza. Io l'acciuffo a
volo. Giuoco questa volta cento mila franchi, voi trenta mila. La
messa è finita. Viva il duca!
--Babbo Pradau, voi avete la mia stima!
--Voglio il posto, M. Claret, la vostra confidenza e la vostra
amicizia: ecco tutto. Mi avete voi capito? Io non ò secreti per voi.
Voi avete delle ragazze a maritare o a mettere al Conservatorio, e dei
biricchini a ficcar nel collegio. Noi siamo cristiani al postutto, che
diavolo! Ebbene, si va più spiccio della sorte che con i rosicchi sui
conti e gli sconti dei fornitori. E rileviamo, per l'intelligenza, la
dignità del _lacchè_, come dicono i gonzi. Sappiatelo, M. Claret, io
medito di scrivere un libro, nel mio castello del Berri, _Sui doveri
dei padroni ed i diritti dei servitori_--nel quale io proverò: che noi
siamo dei funzionari pubblici, e che abbiamo diritto ad una pensione
di ritiro--a pigliare da una tassa speciale pei domestici, pagata dai
padroni--ciò che costituirà un fondo a parte al Gran Libro, destinato
alle pensioni. Vedrete, vedrete, M. Claret. Ma per condurre a termine
tutto codesto, è mestieri che lo pigli il mio rango nella diplomazia.
--Oh! io comprendo perfettamente ciò.
--Bisogna moralizzare i padroni, mio caro, se vogliamo costituire la
nostra indipendenza. Essi ci danno del _tu_, per l'epa del diavolo! Ci
chiamano col nostro nome di battesimo, e qualche volta _animale_! Essi
dimenticano perfino talvolta di dire: se vi piace! Oh! eh! I nostri
padri àn dunque presa la Bastiglia per nulla? E la livrea, ah! Noi
siamo in un carnevale perpetuo, noi altri, noi siamo degli arlecchini
all'anno.
--Come a dire?
--La nostra livrea è la nostra gogna. E la parrucca, poi? E con
questo, una parrucca di stoppa, bianca della farina che il vento ci
caccia negli occhi e ci accieca, e nel naso e ci fa starnutire dodici
ore al giorno! Mi pare che basti che ci accimorrino con li scarpini,
le calze di seta e le brache corte. Essi non ànno nemmeno pietà se un
famigliare à le gambe arcate, con quei mezzicalzoni di peluscio rosso
o giallo canario! Se fossero almeno colori seri! Vi si azzima in
pappagallo! Basti così, cospettaccio! D'oggi innanzi, noi esigiamo
degli uniformi di lanciere. Eh! che ne dite, M. Claret, di lanciere o
di ussaro?
--Io inchino forte alla veste da camera. Essa è più comoda. Io ò
saggiato l'uniforme alla guardia nazionale--e non mi sorride una
maledetta. Ma, infine, vada pure per il lanciere. Io amo la Polonia...
a digiuno.
--Allora, caro M. Claret, l'è un affare inteso. Ma, del resto, dopo
dimani sera io verrò a pigliarvi con la vostra signora e le signorine,
ed andremo alla _Porte Saint-Martin_. Avrò un palco. E chiacchiereremo
di nuovo. Ve lo ripeto: lascio il salario per le spese di _toilette_
delle vostre piccole, e v'invito a partecipare alle mie operazioni,
quando vorrete e nelle proporzioni che vi piacerà.
--Sì, sì, _père_ Pradau, io ò afferrato tutte le vostre combinazioni e
le trovo ammirabili. Ma lasciatemi preparare un pretesto che mi
giustifichi agli occhi del duca, se mando via Roberto e vi sostituisco
a lui.
--Ciò è giusto. Ciò è, anzi, convenevole. Bisogna rispettarci, se
vogliamo farci rispettare dai padroni. Anche io non voglio perdere la
commissione che mi riviene sul collocamento che madama Augusta medita
probabilmente.
--Ma cosa l'è insomma codesta agenzia, zio Pradau?
--Ma! avete voi udito a parlar mai dell'agenzia di M. Foy?
--Oh! sì: ò letto ciò spessissimo negli annunzi dei giornali¹.
¹ Agenzia di matrimoni.
--Ebbene l'è la casa Foy, il matrimonio in meno--alla chiesa e al
Municipio. Ecco tutto. Noi diamo una festa, secondo l'importanza
della cosa. Tutto ciò che vi è di ricco e di nobile viene ad
approvvigionarsi da noi. Noi prendiamo iscrizione delle damigelle che
vogliono o principiare o divenir assennate; ne scrutiniamo bene la
morale; esaminiamo le loro bellezze, la loro istruzione, la loro
educazione. Perocchè noi non presentiamo in mercato che fior di roba,
con garentia e stampo di fabbrica.
--Ma, l'è da fior di galantuomini, codesto!
--Le persone s'incontrano, si parlano, si esaminano; si consulta la
scritta del prezzo nell'_album_ sulla tavola, per ordine alfabetico e
ritratto. Si vede la lista delle spese, poi... E poi si getta il
moccichino. Una parola detta all'orecchio di madama Augusta basta.
Nulla di più leale in commercio. Mercanzia per ogni gusto. Nulla al
disotto di 36,000 franchi di onorario l'anno--oltre i regali che sono
volontari, ed una somma per l'installamento primo. Non un motto che
non sia decente. Alle Tuileries si è meno permalosi. E che eleganza!
che tatto squisito! che spirito in ogni concetto, in ogni sguardo! che
gusto! che di aristocrazia nelle maniere! Oh! se gli ambasciatori e le
duchesse potessero venire ad istruirsi da noi! Insomma, l'è la
parrocchia dei baci--ma un vescovo crederebbe trovarsi nel pensionato
delle suore di Picpus!
--In fede mia! codesto è proprio superbo.
--Lo credo bene. E perciò ci si scrive dalle cinque parti del mondo
per essere inscritta e presentata, e ci si manda il ritratto,
guarentito rassomigliante per atto di notaro. Che collezione! Qualche
volta noi facciamo delle anticipazioni, per dei soggetti il di cui
successo è infallibile. Si può consultar _gratis_ i nostri registri ed
il nostro album. Nulla di sospetto e di meschino. Il signore che non
giustifichi di avere un titolo e di posseder per lo meno 150,000
franchi a ruminare in un anno, non è ammesso nelle nostre riunioni.
L'età cui preferiamo per i candidati è al di là dei trent'anni. Chi ne
à meno di venticinque è escluso dalla morale, non vi pare?
--Ma un'istituzione simile meriterebbe un incoraggiamento del governo,
io vi dico.
--Pouah! questo governo taccagno! Ah! parlatemi dunque degli _altri_!¹
¹ Il conte di Chambord e gli antenati.
La conversazione fu interrotta precisamente da M. Robert, il quale
portava la risposta del duca.
Altra derogazione agli occhi dello zio Tob, il quale non rifletteva
che egli stesso aveva derogato peggio ancora.
--Allora è convenuto, M. Claret, non è vero?--disse Tob alzandosi.
--Che diamine! noi siamo degli uomini, zio Pradau.
--A dopo domani. Se non posso spicciarmi alle sette e mezzo, manderò
il viglietto del palco nella giornata, ed andrò a porgere i miei
ossequi alle signore nella serata.
--Saranno desse contente, perdinci!
--Me lo immagino. Frederik rappresenta _Don Cèsar de-Bazan_.
--Superbo!
--I miei complimenti alla famiglia, ed a rivederci.
--Mille grazie, ed a rivedervi, _père_ Pradau.
Come quella dimora aveva l'aspetto calmo! Come tutto vi sembrava
regolare, in ordine, puro, felice! Come le passioni vi erano umane, i
desiderii sereni, l'andamento normale, i sentimenti sociali!