per la gran devozione--lá tratti faceva andare.
Demorando enfra la gente,--al nono ramo pusi mente;
disseme:--Tu fai niente.--Cominciai a meditare.
Chi en tal stato è applanato,--dagli troni è acompagnato,
ché la fede l'ha ben guidato;--sopra el ciel pò abitare.
Poi ch'a pensar me misi,--tutto quanto stupefisi,
e me medesmo reprisi--e vòlsi il corpo tralipare.
Allora conobbi me dolente,--ch'io me tenea sí potente,
e non sapea che fusse niente,--pur al corpo facea fare.
Poi guardai l'arbor vermiglio,--ch'alla speranza l'assimiglio;
nolla guarda, en mio consiglio,--nul om ch'en terra ha stare.
Enverso l'arbor levai el viso,--disseme con chiaro riso:
--O tu, omo, ove se' miso?--molto è forte l'apianare.--
Io resposi con tremore:--Non pos altro che 'l mio core,
esforzato d'uno amore,--el suo Signor vol trovare.--
Respondendo, disse:--Or viene,--ma emprima lassa onne bene,
e poi deventa en te crudene--e non t'enganni la pietade.--
Ma en tal ramo facea 'l fiore--ch'al secondo me mandòne,
e lá trovai pomo d'amore--e cominciai a lacrimare.
Poi nel terzo piú sentenno,--a Dio demandai lo 'nferno,
lui amando e me perdenno--dolce m'era onne male.
Chi en tal stato monta sune--è con le dominazione,
al demonio porta amore--e grande prende securtade.
Nello quarto fui poi levato,--el mio entelletto fu scurato,
dal Nemico fui pigliato,--non sapea que me fare.
Non potea el quinto patire,--per dolor andai a dormire,
en fantasia fo 'l mio vedire--el diavolo a somniare.
Nel sesto perdei el sonno,--tenebroso vidde el monno,
furome nemici entorno--vòlserme far desperare.
La memoria m'aiutòne--e de Dio me recordòne,
lo mio cor se confortòne--e la croce volli abracciare.
Chi la croce strigne bene,--Iesú Cristo li soviene,
poi lo principato tiene--ne la gloria eternale.
Fui nel settimo approbato,--e doppio lume me fo dato;
fo el Nemico tralipato,--non potendome engannare.
Mantenente retornòne--como un angelo el latrone,
una chiesa me mostròne--ch'io l'andasse a relevare.
Io, com'omo timorato--e del cader amaestrato,
non ce vòlsi volger capo;--al ramo ottavo vòls'andare.
Allor m'aparve como Cristo--e disse:--Io so tuo maistro;
pígliate de me diletto,--ché te voglio consolare.--
Io respusi:--Cristo disse--ch'io en lui non me folcisse,
nel suo Patre lo vedisse--ne l'eterna claritate.--
Como un angelo de luce--me apparve entro la fuce,
e disseme en chiara vuce:--Te se' degno d'adorare.--
Io respusi:--Onne onore--sia del mio Creatore;
en ciò conosce lo mio core--che non se' quel che tu pare.--
Vedendome 'l Nemico sagio,--se parti con suo dannagio;
ed io, compiendo 'l mio viagio,--fui nel ramo del contemplare.
L'onor dando a l'Onnipotente,--tutta si squarciò mia mente,
vedendoci Dio presente--en ciò ch'avea resguardare.
Questo è lo ciel cristallino,--ca speranza sí vien mino;
chi de lo splendor è pino,--regna colle potestate.
Al terzo ciel poi pusi mente,--piú che sol era lucente,
tutta s'enfiammò mia mente,--de voler lá su andare.
Per un arbor sí s'apiana,--caritate sí se chiama,
en alto stende suoi rama--e la cima è che non pare.
Vòlsi montar a cavallo;--disseme:--Cavalca sallo,
o tu, om, agi el bon anno,--emprima scolta el mio parlare.
Due battaglie hai tu vente:--lo Nemico e l'altra gente;
ormai purifica tua mente,--se per me vorrai montare.--
Io respusi con amore:--Io so libero de furore,
ciò me mostra lo splendore--ch'i' obedisca el tuo parlare.--
De la luce facea la tarza--e de la tenebra la lanza,
posi mente a la bilanza--e comenciai a cavalcare.
Al primo grado ch'io salía,--la pigrizia trovai empría,
dissi:--Donna, male stia!--ché per te nasce onne male.--
Io sguardai: non era sola,--apresso lei stava la gola
con un'altra ria figliola:--lussuria è suo vocare.
Entanno disse l'alma mia:--Questa è mala compagnia.--
Con la lancia la fería--e sí la feci tralipare.
Poi me n'andai nel seconno:--vanagloria me fo entorno,
volea far meco sogiorno--como giá solea fare.
Io li dissi villania,--tosto me rispose l'ira:
--Noi avemo una regina--e semo de sí alto affare.
Avarizia è el suo nome--e manten questo costume,
ca racoglie e sí repone--ciò che potemo guadagnare.--
Io, vedendo tal brigata,--la targia m'ebbi abracciata,
l'una e l'altra ebbi frustata--e sí le feci scialbergare.
Poi, crescendo mia possanza,--fui al terzo con alegranza;
lá trovai la ignoranza--e sí la presi a biastemare.
Per sua camera cercava--e la superbia sí trovava,
una donna molto prava--e ben me vòlse contrastare.
Una ancilla venne cortese,--che allora facea le spese,
e voluttate sí se desse,--essa l'ha presa a governare.
Io, vedendo sí mal gioco,--dissi:--Questo non è poco;
or al foco, al foco, al foco!--E tutte tre fei consumare.
Chi le vizia ha venciute,--regna en ciel con le virtute,
ormai cresce sue salute,--se lle virtú so concordate.
Poi nel quarto ramo entrai,--en doi stati me trovai:
collo poco e co l'assai,---con ciascun sapea Dio amare.
Nel quinto poi andai gioioso,--lá su fui piú virtuoso,
ché me fece lo mio sposo--obedire e comandare.
Consumai onne graveza,--vidime en sí gran richeza;
disseme l'alta Potenza:--Or fa ch'en te la sacci usare.--
Fui nel sesto senza entenza--ne la profonda sapienza,
concordai con la potenza--ne la pura volontate.
L'om che giogne tanto suso,--con li cherubini ha puso;
ben pò vivere gloriuso,--ché vede Dio per veritate.
Quando me vedi en tanta altura,--en me tenendo onne figura
fomme ditto en quel ura:--Ora spendi, ché 'l poi fare.--
Io guardai al Creatore,--assentíme d'andar sune,
e meditai a suo onore--onne sente en suo affare.
Poi ne l'ottavo me n'andai,--e con gli angeli conversai
nel mio Sire che tanto amai,--secondo lo lor contemplare.
En alto se levò mia mente,--al nono ramo fui presente,
laudo lo vero Onnipotente--en se medesmo vòlsi usare.
Chi lí giogne, ben è pino--dello spirito divino,
fatto è un serafino,--sguarda nella Trinitade.
E tutti li stati ha lassati,--e li tre arbori ha spezati,
e li tre cieli ha fracassati,--e vive nella Deitade.
Om che giogni a tal possanza--per mercé per tua onoranza,
priega la nostra speranza--che te possiam sequitare.
LXX
DE LE QUATTRO VIRTÚ CARDINALE
Alte quattro virtute--son cardinal chiamate,
o' nostra umanitate--perfece lo suo stato.
Como l'uscio pòsase--nel suo cardinile,
cusí la vita umana--è 'n questo quadrato stile;
anima ch'amantase--questo nobel mantile,
puòse chiamar gentile,--d'onne gioia adornato.
La prima è la prudenza,--lume dell'entelletto;
la seconda è iustizia--che esercita l'affetto;
la terza è fortetude--contra l'averso aspetto,
la quarta è temperanza--contra van delettato.
Altissima prudenza,--báila de la ragione,
demostri el ben, el meglio,--lo sommo a la stagione;
demostri el male, el peio,--el pessimo e la cagione
e la dannazione--c'hane l'uomo dannato.
Altissima prudenza,--col mercatar sotile
de trare cose utile,--non sia cosa sí vile;
beato quel coragio--che tien ritto tuo stile,
pòsse chiamar gentile,--degno de grande stato.
Non par che la prudenza--possa ben operare
senza l'altre virtute--che la degon aitare;
envita la iustizia--che ce deggia albergare,
che deggia esercitare--ciò che ella ha pensato.
'Nestante la iustizia--posta ha legge al core,
che sopra onne cosa--sia amato Dio signore
con tutte le potenzie--e con onne fervore;
ché glie s'affá l'onore--d'esser cusí amato.
Iustizia constregne--lo prossimo d'amare;
ca, se è verace amore,--loco se vol mostrare;
como l'auro al fuoco--se fa paragonare,
cusí sí vol provare--l'amor ch'aggi albergato.
La fortitude ha loco--a tal pugna portare,
en amar lo prossimo--che te fa eniurare;
tolle, fura, engánnate--e statte a menacciare;
poterlo sempre amare--parme amor provato.
Ch'en amar lo prossimo--è grande svalianza,
ché 'l trovi deformato--pieno de niquitanza;
poter amar suo essere,--orrir la mal'usanza
ène esaminanza--de l'amor approvato.
Agio lo corpo endomito--con pessimo appetito,
la temperanza enfrenalo,--ch'è de mal nutrito;
ad onne ben recalcitra,--como fusse ensanito,
a gran briga è guarito,--de tal guisa è malato.
Lo viso se fa povero--de forme e de coluri,
l'audito spreza sonora--che son pien de vanuri,
lo gusto en poche cibora--contemne li sapuri,
desprezansi gli oduri--collo vestir ornato.
Da poi che 'l corpo perdese--de fuor la delettanza,
l'anima costregnese--trovar altra amistanza;
la fede mostra, enségnate--lá 'v'è la vera amanza;
ménate la speranza--lá 'v'è l'amor beato.
LXXI
COMO CRISTO SE REPOSA NE L'ANIMA ORNATA DE VIRTÚ, COMO SPOSO CON LA
SPOSA.
Omo che vol parlare,--emprima déi pensare
se quello che vol dire--è utile ad udire.
La longa materia--suol generar fastidia,
lo longo abreviare--suole l'om delettare.
Abbrevio mei ditta,--longheza breve scritta;
chi ce vorrá pensare--ben ce porrá notare.
Comenzo el mio dittato--de l'omo ch'è ordinato,
ove Dio se reposa--nell'alma ch'è sua sposa.
La mente sí è 'l letto--con l'ordinato affetto,
el letto ha quattro piedi,--come en figura el vedi.
Lo primo piè è prudenza--lume d'entelligenza,
demostra el mal e 'l bene--e co tener se déne.
L'altro piè è iustizia,--l'affetto en esercizia;
prudenzia ha demostrato,--iustizia adoperato.
Lo terzo piè forteza,--portar onne graveza,
per nulla aversitate--lassar la veritate.
Lo quarto è temperanza,--freno en abundanza
ed en prosperitate--profunda umilitate.
La lettiera enfunata--de fede articulata,
l'articoli ligati--con li piè son catenati.
De paglia c'è un saccone:--la mia cognizione,
como so vile nato--e pieno de peccato.
De sopre el matarazo--Cristo per me fo pazo,
o' se mise a venire--per me poter avire.
Ècce un capezale:--Cristo en croce sale,
morto e tormentato,--con ladroni acompagnato.
Stese ce son lenzola:--lo contemplar che vola,
specchio de divinitate,--vestito d'umanitate.
Coperto è de speranza--a darme ferma certanza
de farme citadino--en quel albergo divino.
La caritate iogne--e con Dio me coniogne,
iogne la vilitate--con la divina bontade.
E qui nasce un amore,--c'ha emprennato el core,
pieno de desiderio,--d'enfocato misterio.
Prenno liquidisce,--languendo parturisce:
parturisce un ratto--e nel terzo ciel è tratto.
Cielo umano passa,--l'angelico trapassa,
ed entra en la caligine--col Figlio della Vergene.
Ed en Dio uno e trino,--loco li se mette el frino
d'entelletto posato,--l'affetto adormentato.
E dorme senza somnia--c'ha veritate d'omnia,
c'ha reposato el core--nello divino amore.
Vale, vale, vale!--Ascende per queste scale,
ché pò cader en basso,--farí' grande fracasso.
LXXII
COMO EL VERO AMORE DEL PROSSIMO IN POCHI SE TROVA.
Vorría trovare chi ama;--molti trovo che sé ama.
Credeva essere amato,--retrovome engannato,
dividendo lo stato--perché l'omo sí m'ama.
L'omo non ama mene,--ama quanto en me ène;
però, vedendo bene,--veggio che falso m'ama.
Se so ricco, potente,--amato da la gente,
retornando a niente,--onne omo sí me sciama.
Ergo l'avere è amato,--ca io son odiato;
però en folle è stato--chi 'n tal pensier sí m'ama.
Veggio la gentileza--che non aggia riccheza,
retornará en vileza,--onom l'apella brama.
L'omo enserviziato--da molta gente è amato;
vedutolo enfermato,--onom sí lo sciama.
L'omo te vole amare--mentre ne pò lograre,
se nogl puoi satisfare,--tògliete la tua fama.
L'omo c'ha santetate,--trova grande amistate;
se gl vien la tempestate,--rómpegliese la trama.
Fuggo lo falso amore,--che non me prenda 'l core;
retornome al Signore--che solo vero ama.
LXXIII
DEL GRAN PREZO DATO PER VIL DERRATA, CIOÈ CRISTO PER L'OMO
O derrata, guarda al prezo,--se te vuoli enebriare;
ca lo prezo è 'nebriato--per lo tuo enamorare.
Lo tuo prezo è 'nebriato,--de cielo en terra è desciso;
piú che stolto reputato,--lo re de paradiso
a que comparar s'è miso--a sí gran prezo voler dare?
Aguardate esto mercato,--che Dio patre ci ha envestito,
angeli, troni, principato--ostopiscon de l'audito:
lo Verbo de Dio infinito--darse a morte per me trare.
Ostupisce cielo e terra,--mare ed onne creatura;
per finir meco la guerra--Dio ha presa mia natura,
la superbia mia d'altura--se vergogna d'abassare.
O ebrieza d'amore,--como volesti venire
per salvar me peccatore?--Se' te messo a lo morire,
non saccio altro ch'ensanire--poiché m'hai voluto ensegnare.
Poiché lo saper de Dio--è empazato de l'amore,
que farai, o saper mio?--Non vol gir po' 'l tuo Signore?
Non pòi aver maiur onore--ch'en sua pazia conventare.
O celeste paradiso,--encoronato stai de spina,
ensanguinato, pisto, alliso--per darmete en medicina;
grave è stata mia malina--tanto costa el medicare.
Nullo membro ce par bello--stare so 'l capo spinato,
che non senta lo flagello--de lo capo tormentato;
vegio lo mio Sire empicato--ed io volerme consolare.
O Signor mio, tu stai nudo--ed io abondo nel vestire,
non par bello questo ludo:--io satollo e tu en famire,
tu vergogna sofferire,--ed io onore aspettare.
Signor povero e mendíco,--per me molto affatigato,
ed io peccator iniquo,--ricco, grasso e reposato;
non par bello esto vergato:--io en reposo e tu en penare.
O Signor mio senza terra,--casa, letto, massaria,
lo pensier molto m'afferra,--ché so errato de tua via;
grande faccio villania--a non volerte sequitare.
Or renunza, o alma mia,--ad onne consolazione,
el penar gaudio te sia--vergogna ed onne afflizione,
e questa sia la tua stazone:--de morir en tormentare.
O gran prezo senza lengua,--viso, audito senza cuore,
esmesuranza en te regna,--hai anegato onne valore;
lo 'ntelletto sta de fore--o' l'amore sta a pascuare.
Poi che lo 'ntelletto è preso--da la grande smesuranza,
l'amor vola a desteso,--va montando en desianza;
abracciando l'abundanza,--l'amiranza el fa pigliare.
L'amiranza li mette el freno--a l'amor empetuuso,
en reverenzia fasse meno,--non presume d'andar suso,
lo voler de Dio gli è 'nfuso--che 'l suo voler fa nichilare.
Poi che l'omo è anichilato,--nasce l'occhio da vedere,
questo prezo esmesurato--poi l'acomenza sentire,
nulla lengua lo sa dire--quel che sente en quello stare.
LXXIV
LA BONTÁ DIVINA SE LAMENTA DE L'AFFETTO CREATO
La Bontade se lamenta--che l'Affetto non l'ha 'mata,
la Iustizia è appellata--che ne degia ragion fare.
La Bontade ha congregate--seco tutte le creature,
e danante al iusto Dio--sí fa molto gran romure,
che sia preso el malfatture--e síene fatta vendetta,
c'ha offesa la diletta--nel suo falso delettare.
La Iustizia enestante--l'Affetto sí ha pigliato,
e con tutta sua famiglia--en prigione l'ha carcerato,
che déi esser condennato--de la 'ngiuria c'ha fatta,
tráglise fore una carta--qual non può contrariare.
L'Affetto pensa ensanire,--poi che se sente en pregione;
ché solea aver libertade,--or suiace a la ragione;
la Bontá ha compassione,--succurre che non perisca,
de grazia gli dá una lisca--e nel senno el fa tornare.
L'Affetto, poi che gusta el cibo--de la grazia gratis data,
lo 'ntelletto e la memoria--tutta sí l'ha renovata,
e la volontá mutata--piange con grande desianza
la preterita offensanza--e nullo consólo se vol dare.
Empreso ha novo lenguaio,--ché non sa dir se non «amore».
Piange, ride, dole e gaude--securato con timore;
e tal segni fa de fuore,--che paiono de om stolto,
dentro sta tutto racolto,--non sente da fuor que fare.
La Bontade sí comporta--questo amore furioso,
ché con esso sí confige--questo mondo tenebroso,
el corpo luxurioso--sí remette a la fucina,
perde tutta la sentina--che 'l facea deturpare.
La Bontá sottra' a l'affetto--lo gusto del sentimento;
lo 'Ntelletto, ch'è 'n pregione,--esce en suo contemplamento,
l'Affetto vive en tormento,--de lo 'ntender se lamenta,
ché 'l tempo gli empedimenta--del corrotto che vol fare.
Lo 'Ntelletto, poi che gusta--lo sapor de sapienza,
lo sapor sí l'asorbisce--nella sua gran complacenza;
gli occhi d'entelligenza--ostopiscon del vedere,
non voglion altro sentire--se non questo delettare.
L'Affetto non se cci acorda,--ché vol altro che vedere,
ché 'l suo stomaco se more--se non i porge que paidire;
vole a le prese venire,--sí ha fervido appetito,
lo sentir che gli è fugito--piange senza consolare.
Lo 'Ntelletto dice:--Tace,--non me dare piú molesta,
ché la gloria che io vegio--sí m'è gaudiosa festa;
non me turbar questa vesta,--deveríe esser contento
contentar lo tuo talento--en questo mio delettare.
--Oimè lasso, que me dici?--par che me tenghi in parole,
ché tutto el tuo vedimento--sí me paion che sian fole,
ché consumo le mie mole,--ché non hone macinato,
e tanto agio degiunato--e tu me ne stai mò a gabare.
--Non te turbar se me vegio--beneficia create,
ca per esse sí conosco--la divina Bonitate;
siram reputati engrate--a non volerle vedere,
però te devería piacere--tutto sto mio fatigare.
--Tu ce offendi qui la fede--de gir tanto speculando,
e la sua immensitate--de girla abreviando;
e vai tanto asutigliando,--che rompe la ligatura,
e toglime 'l tempo e l'ura--del mio danno arcoverare.
Lo 'Ntelletto dice:--Amore--ch'è condito de sapere,
pareme piú glorioso--che questo che vòi tenere;
se io me sforzo a vedere--chi, a cui e quanto è dato,
será l'amor piú levato--a poterne piú abracciare.
--A me par che sapienza--en questo fatto è iniuriata,
de la sua immensitade--averla sí abbreviata;
per veder cosa creata,--nulla cosa n'hai compreso,
e tiemme sempre sospeso--en morirme en aspettare.--
La Bontade n'ha cordoglio--de l'Affetto tribulato,
poneglie una nova mensa,--ché ha tanto degiunato;
lo 'Ntelletto è admirato,--l'Affetto entra l'ha tenuta,
la lor lite sí è finuta--per questo ponto passare.
Lo 'Ntelletto sí è menato--a lo gusto del sapore,
l'Affetto trita coi denti--ed enghiotte con fervore,
poi lo coce co l'amore,--tráine 'l frutto del paidato,
ed ai membri ha dispensato--donde vita possan trare.
LXXV
DE LA DIVERSITÁ DE CONTEMPLAZIONE DE CROCE
--Fuggo la croce che me devora,
la sua calura non posso portare.
Non posso portare sí grande calore
che getta la croce, fuggendo vo amore;
non trovo loco, ca porto nel core
la remembranza me fa consumare.
--Frate, co fuggi la sua delettanza?
io vo chirendo la sua amistanza;
parme che facci grande vilanza
de gir fugendo lo suo delettare.
--Frate, io fuggo, ché io son ferito;
venuto m'è 'l colpo, e 'l cor m'ha partito;
non par che senti de quel c'ho sentito,
però non par che ne sacci parlare.
--Frate, io sí trovo la croce fiorita,
de soi pensieri me sono vestita,
non ce trovai ancora ferita,
'nante m'è gioia lo suo delettare.
--Ed io la trovo piena de sagitte
ch'escon del lato; nel cor me son fitte,
el balestrier en ver me l'ha diritte,
on arme ch'aggio me fa perforare.
--Io era cieco ed or veggio luce,
questo m'avenne per sguardo de cruce;
ella me guida, ché gaio m'aduce,
e senza lei son en tormentare.
--E me la luce sí m'ha acecato;
tanto lustrore de lei me fo dato,
che me fa gire co abacinato,
c'ha li bel occhi e non pote mirare.
--Io posso parlar, ché stato so muto,
e questo ella croce sí m'è apparuto;
tanto de lei sí aggio sentuto,
ch'a molta gente ne pos predicare.
--E me fatt'ha muto che fui parlatore,
en sí grande abisso entrat'è el mio core,
ch'io non trovo quasi auditore
con chi ne possa de ciò ragionare.
--Io era morto ed or aggio vita,
e questo e la croce sí m'è apparita;
parme esser morto de la partita
ed aggio vita nel suo demorare.
--Ed io non so morto, ma faccio el tratto,
e Dio lo volesse ch'el fosse ratto!
star sempremai en estremo fatto
e non poterme mai liberare!
--Frate, la croce m'è delettamento,
nollo dir mai ch'en lei sia tormento;
forsa non èi al suo giognemento
che tu la vogli per sposa abracciare.
--Tu stai al caldo, ma io sto nel fuoco;
a te è diletto, ma io tutto cuoco;
con la fornace trovar non pò loco,
se non c'èi entrato non sai quegn'è stare.
--Frate, tu parli che io non t'entendo,
como l'amore gir vòi fugendo,
questo tuo stato verría conoscendo
se tu el me potessi en cuore splanare.
--Frate, el tuo stato è en sapor de gusto,
ma io c'ho bevuto, portar non pò el musto,
non aggio cerchio che sia tanto tusto
che la fortura non faccia alentare.
LXXVI
DEL IUBILO DEL CORE CHE ESCE IN VOCE
O iubilo del core,--che fai cantar d'amore!
Quando iubilo se scalda,--sí fa l'uomo cantare;
e la lengua barbaglia--e non sa que parlare,
dentro non pò celare,--tanto è grande el dolzore!
Quando iubilo è acceso,--sí fa l'omo clamare;
lo cor d'amore è preso--che nol pò comportare,
stridendo el fa gridare--e non vergogna allore.
Quando iubilo ha preso--lo cor enamorato,
la gente l'ha en deriso,--pensando suo parlato,
parlando smesurato--de que sente calore.
O iubil, dolce gaudio,--ched entri ne la mente,
lo cor deventa savio--celar suo convenente,
non può esser soffrente--che non faccia clamore.
Chi non ha costumanza--te reputa empazito,
vedendo svalianza--com omo ch'è desvanito,
dentro lo cor ferito--non se sente de fuore.
LXXVII
DE L'AMOR MUTO
O amore muto--che non vòi parlare,
che non sie conosciuto!
O amor che te celi--per onne stagione,
ch'omo de fuor non senta--la sua affezione,
che non la senta latrone--per quel c'hai guadagnato,
che non te sia raputo.
Quanto l'om piú te cela, tanto piú foco abundi;
om che te ven occultando--sempre a lo foco iugne,
ed omo c'ha le pugne--de voler parlare,
spesse volte è feruto.
Omo che se stende--de dir so entendimento,
avenga che sia puro--el primo comenzamento;
vience da fuor lo vento--e vagli spaliando
quel ch'avea receputo.
Omo che ha alcun lume--en candela apicciato,
se vol che arda en pace,--mettelo a lo celato;
ed onne uscio ha enserrato--che nogl venga lo vento
che 'l lume sia stenguto.
Tal amor ha posto--silenzo a li suspiri,
èsse parato a l'uscio--e non gli lascia uscire;
dentro el fa partorire--che non se spanda la mente
da quel che ha sentuto.
Se se n'esce el suspiro,--esce po' lui la mente,
va po' lui vanegiando,--lassa quel c'ha en presente:
poi che se ne resente,--non puote retrovare
quel ch'avea receputo.
Tal amor ha sbandito--da sé la ipocrisia,
che esca del suo contado--che trovata non sia;
de gloria falsa e ria--sí n'ha fatta la caccia
de lei e del suo tributo.
LXXVIII
DE L'AMOR VERO E DISCREZION FALSA
L'amor lo cor sí vol regnare,--discrezion vol contrastare.
L'amor ha presa la forteza,--la volontá de grande alteza,
sagitta 'l cor, lancia dolceza,--da c'ha ferito, lo fa 'npazare.
Discrezion de grande altura--d'onguento ha presa l'armatura,
ed en ragion, lá 'v'ella mora,--con ella se vol defensare.
L'amor non ce vol ragione,--'nante sagetta suo lancione,
però che 'l cor vol per pregione--e 'l corpo mettere en penare,
Discrezion al cor s'acosta--e fagli cordogliosa posta,
la carne el sente, sí s'è mosta--a dargli tutto 'l suo affare.
L'amor non cessa, 'nante manna--de grande ardor la sua vivanna,
lo cor manuca e pur encanna--ed èi sí forte tal mangiare.
Discrezion sí parla al core:--Se tu non hai me per signore,
végiote che 'l tuo ardore--non porrá perseverare.--
L'amor udendo, sí sagitta--de gran secreto sua lancitta,
la carne el sente, sta afflitta,--ché l'impeto non pò portare.
Discrezion parla secreta,--al cor sí mostra sua moneta:
--Or piglia pian la tua saleta,--che tu non possi enfermare.--
L'amor spera en sua forteza,--cotal parlar li par matteza,
del gran Signor piglia largeza--ch'esso sí l'ha da mal guardare.
Discrezion dice:--Sie saggio,--ca molta gente veduto agio,
sequitando lor desiagio,--né dicer posson poi né fare.--
L'amor sí l'ode e non lo 'ntende,--de gran fervor suo arco tende,
sagetta 'l cor, tutto l'accende--del gran Signor che non ha pare.
La carne dice a la ragione:--Io me t'arendo per pregione,
aiutame ch'io ho cagione,--ché l'amor me vol consumare.
Ché non farían sufficenza--mille corpi a sua ademplenza,
e con Dio sí se entenza--che 'l se crede manecare.
Abraccia Dio e vollo tenere--e quel che vole non sa dire,
sputar non lassa né ranscire--che non se possa travagliare.
Su del cielo piglia parte,--poi con meco sí combatte,
enganname con la sua arte,--sí sa dolce predicare.