--Ed io te voglio dir novelle--le qual non te paròn belle:

fatto ho orden de sorelle,--da le qual sie guerregiato.

--Qual será la scortegiante--che se voglia trare enante

contra le mie forze tante,--che tutto 'l mondo ho conquistato?

--Nella valle Spoletana--una vergen c'è soprana:

Clara, de donna Ortulana,--templo de Dio consecrato.

--Quilli che son coniugati--non siron da star coi frati,

siron da te allecerati,--averògl so mio guidato.

--Ed io te vogl far afflitto.--Uno ordine agio elitto:

penitenti, orden deritto,--en matrimonio dirizato.

--Or non me toccar la resía,--che è contra la tua via:

questo non comportaría,--troppo ne siría turbato.

--Farne voglio inquisizione--a destruger tua magione,

metteraiolo en pregione--chi ne troverò toccato.

--Oimè lasso, me tapino,--ché me s'è rotto l'oncino,

haime messo en canna un frino--che me fa molto arafrenato.

O Francesco, co m'hai strutto!--el mondo te arprendi tutto,

ed haime messo en tal corrotto,--che m'hai morto e subissato.

Non voglio piú suffrire,--per anticristo voglio gire;

e vogliolo far venire,--ché tanto è profetizato.

--Con lui te darò el tratto,--el mondo t'artorrò affatto,

enfra li tuoi troverò patto--che i vestirò del mio vergato.

--La profezia non me talenta,--a la fin sí me sgomenta,

che te de' armaner la venta,--alora siraio enabissato.--

La battaglia dura e forte,--molti siròn feriti a morte,

chi vincerá averá le scorte,--e d'onne ben sirá ditato.

LXIII

EPISTOLA CONSOLATORIA A FRATE IOANNI DA FERMO DITTO DA LA VERNA PER LA

STANZIA DOVE ANCO SE RIPOSA: TRANSFERITA EN VULGARE LA PARTE LITTERALE,

QUALE È PROSA

A fra Ianne da la Verna,--ch'en quartana se scioverna,

a lui mando questa scretta,--che da lui deggi esser letta.

Gran cosa ho reputata e reputo sapere abundare de Dio. La ragione?

perché in quello è esercitata la umilitá con reverenzia. Ma grandissima

cosa ho reputata e reputo sapere degiunare de Dio e patirne caristia. La

ragione? perché in quello la fede è esercitata senza testimonii: la

speranza senza espettazione de premio: la caritá senza signi de

benivolenzia. Questi fondamenti sono ne li monti santi. Per questi

fondamenti ascende l'anima a quello monte coagulato, nel quale se gusta

el mele de la pietra e l'olio de lo sasso durissimo.

Vale, fra Ioanne, vale!--non t'encresca patir male.

Fra la 'ncudene e 'l martello--sí se fa lo bel vasello;

lo vasello de' star caldo,--perché 'l corpo venga en saldo.

Se a freddo se battesse,--non falla che non rompesse;

se è rotto, perde l'uso--ed è gettato fra lo scuso.

Argoméntate a clamare--che 'l Signor te degia dare

onne male e pestilenza,--ch'a questo è desplacenza.

Malum pene è glorioso--se da colpa non è encloso;

se per colpa l'omo el pate,--non se scusan tal derrate.

LXIV

CANTICO DE LA NATIVITÁ DE IESÚ CRISTO

O novo canto,--c'hai morto el pianto

de l'uomo enfermato.

Sopre el «fa» acuto--me pare emparuto

che 'l canto se pona;

e nel «fa» grave--descende suave

che 'l verbo resona.

Cotal desciso--non fo mai viso

sí ben concordato.

Li cantatori--iubilatori

che tengon lo coro,

son gli angeli santi,--che fanno li canti

al diversoro,

davante 'l fantino,--che 'l Verbo divino

ce veggio encarnato.

Audito è un canto:--«Gloria en alto

a l'altissimo Dio;

e pace en terra,--ch'è strutta la guerra

ed onne rio;

onde laudate--e benedicete

Cristo adorato!»--

En carta ainina--la nota divina

veggio ch'è scritta,

lá 'v'è 'l nostro canto--ritto e renfranto

a chi ben ci afitta;

e Dio è lo scrivano--c'ha 'perta la mano,

che 'l canto ha ensegnato.

Loco se canta--chi ben se n'amanta

de fede formata;

divinitate--en sua maiestate

ce vede encarnata;

onde esce speranza--che dá baldanza

al cor ch'è levato.

Canto d'amore--ce trova a ttut'ore

chi ce sa entrare;

con Dio se conforma--e prende la norma

del bel desiare;

co serafino,--deventa divino

d'amor enflammato.

El primo notturno--è dato a lo sturno

de martirizati:

Stefano è 'l primo,--che canta sublimo

con soi acompagnati,

ch'on posta la vita,--en Cristo l'ò insíta

ch'è fior de granato.

El secondo sequente--è dato a la gente

de li confessori;

lo Vangelista--la lengua ci ha mista

ch'adorna li cori;

ché nullo con canto--volò tanto ad alto

sí ben consonato.

El terzo sequente--a li innocenti

par che se dia;

ché col Garzone--ad ogne stagione

so en sua compagnia:

«Te Dio laudamo,--con voce cantamo

ché Cristo oggi è nato!».

O peccatori,--ch'a li mal signori

avete servito,

venite a cantare--che Dio pò om trovare,

ch'en terra è apparito

en forma de garzone,--e tiello en prigione

chi l'ha desiato.

Uomini errati,--che site vocati

a penetenza,

la quale onne errore--ve tolle dal core,

e dá entellegenza

da veritade--per pietade

a chi è umiliato;

uomini iusti,--che sete endusti,

venite a cantare,

ché sete envitati,--a Dio vocati

a gloriare,

a regno celesto,--che compie onne festo

che 'l core ha bramato.

LXV

CANTICO SECONDO DE LA NATIVITÁ DE CRISTO

Ad l'amor ch'è venuto--en carne a noi se dare,

andiamo a laude fare--e canto con onore.

Onòral, da che viene,--alma, per te salvare;

via, piú non tardare--ad lui de pervenire!

De sé non se retene--che non te voglia dare

parte, perché vol fare--te seco tutto unire;

porrai donqua soffrire--a llui che non te rendi,

e lui tutto non prendi--e abbracci con amore?

Pensa quanto te dona--ed a te que demanda,

però che non comanda--piú che non possi fare;

lo ciel sí abandona--e per terra sí anda,

ed ante sé non manda--richeza per usare;

en stalla sí vol stare,--palazo abandonato,

seco non ha menato--alcun suo servitore.

La sedia d'auro fino--de gemme resplendente,

corona sí lucente--or perché l'hai lassata?

orden de cherubini,--serafin tanto ardente,

quella corte gaudente--co l'hai abandonata?

corte tanto onorata--de tal servi e donzelli

e per amor fratelli,--perché lassi, Signore?

Per sedia tanto bella--presepe hai recevuto,

e poco feno avuto--dove fussi locato;

per corona de stelle--en pancelli envoluto,

bove ed aseno tenuto--ch'eri sí onorato;

ora se' acompagnato--da Iosef e Maria

ch'avevi en compagnia--corte de tanto onore.

Ebrio par deventato--o matto senza senno,

lassanno sí gran renno--e sí alte richeze;

ma com'è ciò scontrato--de tal matteza segno?

Avereste tu pegno--altre trovar alteze?

Vegio che son forteze--d'amor senza mesura,

che muta tanta altura--en sí basso valore.

Amor de cortesia,--de cui se' 'namorato,

che t'ha sí vulnerato,--che pazo te fa gire?

Vegio che t'ha en balía,--sí forte t'ha legato,

che tutto te se' dato,--giá non pòi contradire;

ben so che a morire--questo amore sí te mena,

da poi che non allena,--né cessa suo calore.

Giá non fu mai veduto--amor sí smesurato,

ch'allora, quando è nato,--agia tanta potenza,

poi che s'è venduto--emprima che sia nato;

l'amor t'ha comparato,--de te non fai retenza;

e non reman sentenza--se non che te occida

l'amor e sí conquida--en croce con dolore.

Ha fatto tal baratto--en la prima ferita,

onne cosa rapita--con sí gran forteza;

ad sé ha tanto tratto--senno, virtú e vita,

piú ch'onne calamita--ferro; sí grande alteza

ad cusí vil bassezza--en stalla farte stare,

per amor non schifare--defetto né fetore.

E che tu non conoschi--o non hai sentimento,

ad tale abassamento,--Iesú, tu se' venuto;

en te par che s'offoschi--luce de splendimento,

potere e vedimento--pare che sia perduto;

hatte l'amor feruto--e tu non te defendi,

a sua forza t'arendi--donando tuo vigore.

Ben so che, garzoncello,--hai perfetto sapere,

e tutto quel potere--c'ha la perfetta etade;

donqua, co picciolello--poteve contenere

tutto lo tuo volere--en tanta vilitade?

Grand'era caritade,--tutto sí te legava,

ed en sé occultava--senno, forza e valore.

En cusí vil pancelli--envolto te fe' stare,

e forte a bisognare--che ricevissi aiuto.

O cari cenciarelli,--potendo sí fasciare

e l'alto Dio legare--co fosse destituto!

En que era involuto--sí caro e fin tesauro

sopr'onne gemma ed auro--en vil prezo e colore!

Co se de' nominare--amor sí smesurato,

lo qual sí ha legato--ad sé l'Onnipotente?

Giá non se pò montare--ad grado de tal stato

amor che fosse nato--de figlio o de parente,

che prenda sí la mente,--legando onne forteza,

traendo con dolceza--fuor d'onne suo sentore.

Ben vegio che ama figlio--lo patre per natura,

e matre con dolzura--tutto suo cuor li dona:

ma che perda consiglio,--senno, forza e valura,

questo non m'afigura--che tutto en lui lo pona;

veggio che a sé perdona,--non volendo morire

per lui, né sofferire--tormento né dolore.

Chi per amor trovare,--volesse perder vita,

nulla cosa gradita--ad sé piú retenere,

povertá comperare--per cara margarita,

mortale al cor ferita--per questo sostenere;

chi dona, vol vedere--de que fosse cambiato,

amando com'è amato--da lo suo amadore.

Que dar può creatura--ad te, somma bontade,

ché tu per caritate--ad lei te se' donato?

Tutta la sua valura--alla tua dignitate

è pegio che viltate;--dunqua, a cui te se' dato?

Or, co sirai cambiato--de sí gran cortesia?

La nostra malsanía--puòti donar sapore?

Or ecco che tu ce abbi,--parme, sí vil guadagno,

demanda l'auro stagno--per mostrar sua belleza;

trovar par che n'arrabbi,--e pensa qual fai cagno,

letizia dar per lagno,--per povertá richeza;

or non è gran matteza--ad sé non retenere

senno né suo volere--per comparar amore?

Amor esmesurato,--grande sí hai forteza,

che la divina alteza--puoi tanto abassare;

lo cor hai vulnerato--de la somma belleza,

nostra piacer laideza--per poter desponsare;

de sé non pò curare,--Iesú pare empazito;

l'amor sí l'ha ferito,--pena li par dolzore.

O ennamorato Dio,--d'esto amor me novella,

che sí ben renovella--gli amanti rengioire;

contemplar sí poss'io--tua faccia tanto bella,

reposome con ella--né altro vo' sentire;

però vorrei udire--com'egli t'ha legato,

se far posso mercato--sentir d'esto calore.

--Sposa che me demandi,--ammiri lo gran fatto,

pensando lo baratto--ch'amor m'ha fatto fare;

pregando me comandi,--sí fuor de me son tratto,

enverso te combatto,--l'amor me fa penare;

donqua piú non tardare--ad me che non te rendi,

como me do, sí prendi,--ad me dona tuo core.

De te so 'namorato,--o sposa, cui tant'amo;

soccorri tanto bramo--teco far parenteza.

L'amor sí m'ha legato--e preso como l'amo;

però sposa te chiamo--abracciar con nettezza;

pensa ch'a tua basseza--per te sí so desceso,

amor de te m'ha preso,--encende con ardore.

Per te lasso richeze--e prendo povertade,

forte penalitade--lassando onne diletto;

commuto le dolceze--en grande aversitate,

vera tranquillitate--en dolore e defetto;

amor cusí perfetto--ora sia conosciuto

da te e recevuto,--dando amor per amore.

Se non me puoi donare--richeza né talento,

né darme entendemento,--né poterme engrandire;

de fuor de te que dare--me puoi per pagamento?

Cosa de valimento--non è de tuo largire;

questo famme empazire,--amor c'hai en balía

che lo tuo cor me dia--qual demando tuttore.

En ciò sta mio mercato--che tieco voglio fare,

e per ciò voglio dare--me con tutta richeza;

da cielo agio recato--tesauro per cambiare

vita con gloriare--per morte d'amareza;

prende da me dolceza,--dando dolor e pena,

l'amor che non ha lena--m'ha fatto sprecatore.

A tte poco ademando--e molto sí tte dono,

e giá non me perdóno,--per te voglio morire;

se pensi que comando,--en que cosa me pono,

amor, chiedo, per dono---terráti de largire?

Amor, faime empazire--altro non posso fare,

tanto m'hai fatto dare--piú so che giocatore.

Sposa dota marito,--da lui non è dotata;

prima dota è trattata--che la voglia sponsare;

nullo par sí smarrito--per cui dota sia data,

giá se non ha trovata--donna de grande affare,

volendo esaltare--sé per gran parenteza,

levando sua basseza--ad dignitá d'onore.

Alteza non aspetto--né alcuna magioría

da te, o sposa mia,--ad cui sí me so dato;

prendo per te defetto--vergogna e meschinía;

or donque sempre sia--en me tuo amor locato,

perché non m'hai dotato,--ma te voglio dotare,

tutto mio sangue dare--en croce con dolore.

En dota sí te dono--richeze esmesurate,

che non fo mai pensate,--ben te porran rempire;

en cielo sí le pono,--lí te son conservate,

non ponno esser robbate,--né per sé mai perire;

de luce te vestire--piú che sole sí voglio,

però prima te spoglio--de colpa e de fetore.

De corona de stelle--sirai encoronata,

en sedia collocata--de gemme ed auro fino;

de margarite e perle--será la veste ornata,

la zambra apparecchiata--de drappi e baldachino;

tutta sirá divino;--ma parlote en figura,

perché non hai valura--pensar esso candore.

Per darte questo stato--descesi a tal basseza,

en stalla de laideza--aver vòlsi riposo;

sia donque recambiato--amor de tanta alteza,

che viene con tal richeza--per donarse gioioso;

cor non stia ozioso--de me trovar fervente:

rescaldese la mente,--abracci con fervore.

Amor, priego, me dona,--sposa, ch'amor demando,

altro non vo cercando--se non amor trovare;

l'amor non me perdona,--tutto me va spogliando,

forte me va legando,--non cessa d'enflammare;

donqua prendi ad amare,--sposa cotanto amata,

ben t'aggio comparata,--piú dar non ho valore.

--Iesú, dolce mio sposo,--dimme que posso fare,

ché io te possa amare--quanto te so tenuta;

ch'a te non fo penoso--per me pena portare,

volendome salvare--ch'en colpa era caduta;

per me, vegio, è venuta--la Maiesta divina,

de serva far regina,--trarmi d'ogni fetore.

Amor, tutta so tua--poi che m'hai creata,

ed hame recomparata--ch'era dannata a morte;

chi la derrata sua--avesse retrovata,

per lui è ben guardata--ed amata piú forte;

nullo ce può aver sorte--en me, se non tu, Cristo;

facesti questo acquisto,--síene conservatore.

A tte piú che me tutta,--amor, se dar potesse

non è che nol facesse;--ma piú non ho che dia;

lo mondo e ciò che frutta,--se tutto el possedesse,

e piú, se ancora avesse,--daríate, vita mia;

dòtte che ho en balía:--voler tutto e sperare,

amare e desiare--con tutto el mio core.

So che non se' cambiato,--ma piú tu non demandi;

dòtte quanto comandi--e volere enfinito

che non è terminato,--che ancora piú non andi,

e tutto non se spandi--en te stando rapito;

l'amor ha el cor ferito,--che se morir potesse

e mille vite avesse,--per te darebbe, amore.

Demandi che piú dia,--amor, questa tua sposa

che tanto è desiosa--te potere abracciare;

o dolce vita mia,--non me far star penosa,

tua faccia graziosa--me dona a contemplare;

se non potesti fare--tu da l'amor defesa,

co posso far contesa--portar tanto calore?

Donqua, prendi cordoglio--de me, Iesú pietoso!

Non me lassar, mio sposo,--de te star mai privata;

s'io me lamento e doglio--quando tuo amor gioioso

non se dá grazioso,--ben par morte acorata;

da che m'hai desponsata,--sarestime crudele,

lo mondo me par fiele--ed onne suo dolzore.

Voglio ormai far canto,--ché l'amor mio è nato

ed hame recomperato;--d'amor m'ha messo anello;

l'amor m'encende tanto--ch'en carne me s'è dato,

terrollome abracciato,--ch'è fatto mio fratello;

o dolce garzoncello,--en cor t'ho conceputo

ed en braccia tenuto,--però sí grido:--Amore!--

Amanti, voi envito--a noze sí gioiose,

che son sí saporose--dove l'amor si prova;

egli è con noi unito--con richeze amorose,

delizie graziose--dove l'amor se trova;

alma, or te renova,--abraccia questo sposo,

el se dá sí delettoso,--gridiamo:--Amore, amore!--

Amor, or ne manteni--d'amore enebriati,

teco stare abracciati--en amor trasformato;

e sempre ne sovieni--che non siamo engannati,

ma en amor trovati--col cor sempre levato;

per noi, amor, se' nato,--d'amor sempre ne ciba,

qual fariseo o scriba--non gusta per sapore.

LXVI

PIANTO CHE FA L'ANIMA PER LA OCCULTAZIONE DE LA GRAZIA

Or chi averá cordoglio?--vorríane alcun trovare

che vorría mostrare--dolor esmesurato.

Vorría trovar alcuno--che avesse pietanza

de lo mio cor afflitto,--pieno di tribulanza;

o Dio de dirittanza,--come me se' indurato!

Veggio che iustamente--haime de te punito,

mostrato m'hai el defetto--perch'èi da me fugito,

iustizia m'ha ferito--ed hamme de te privato.

Non trovo pietanza--che m'armenava a corte;

qual è lo serrime--che m'ha chiuse le porte?

la 'ngratituden forte--tiemme l'uscio serrato.

Veggio che non me giova--pianger né suspirare,

né legger né orare--ch'io possa arvenire;

la lengua nol sa dire--quant'è 'l mio cor penato.

La lengua non sa dire--che 'l cor non pò pensare;

ben va fin al dolore,--ma non ce può entrare,

ch'è maior de lo mare--el dolor ch'i' ho portato.

Vorría trovar alcuno--che lo s'endivinasse,

non se porría soffrire--che non se ne plorasse;

o Dio, ove me lasse--fra i nemici sciarmato?

Giragio como Uria,--sciarmato a la battaglia,

saccio che io ce morrò--en questa dura sembiaglia;

null'è che gliene caglia,--morrò detuperato.

E que s'è fatta l'arme--con que me defendea?

tutti li miei nemici--con esse sconfigea,

so preso en mala via,--como Sanson legato.

Ben veggio beneficia,--perché te deggio amare,

e volle revoltando--per poterte aretrovare,

non me ce giova 'l cercare--poi ch'èi da me celato.

Signor, io vo cercando--la tua nativitate,

e mettome a vedere--le tue penalitate,

non ci ho suavitate,--ché l'amor è rafreddato.

Vedendo el mio cordoglio,--sí me se move pianto,

ma è un pianto sciucco--che vien da cor affranto;

ed ov'è 'l dolzor tanto--che me s'è sí encarato?

LXVII

COMO L'ANEMA SE LAMENTA DE L'AMORE DIVINO PARTITO

--Amor, diletto amore,---perché m'hai lassato, amore?

Amor, di' la cagione--de lo tuo partimento,

che m'hai lassata afflitta--en gran dubitamento;

se da schifeza èi vento,--vogliote satisfare;

s'io me voglio tornare,--non te ne torne amore?

Amor, perché me desti--nel cor tanta dolceza,

da poi che l'hai privato--de tanta alegreza?

non chiamo gentileza--om che dá ed artoglie;

s'io ne parlo co folle,--io me n'ho anvito, amore.

Amor, tua compagnia--tosto sí m'è falluta,

non saccio do' me sia,--facendo la partuta;

la mente mia smarruta--va chedendo 'l dolzore,

che gli è furato ad ore--che non se nn'è adato, amore.

Amore, om che fura--ad altri gran tesoro,

la corte sí lo piglia,---fagli far lo ristoro;

denante a la corte ploro--che me faccia ragione

de te, grande furore,--che m'hai sottratto, amore.

Amor, lo mercatante,--ch'è molto pregiato,

e nascoso fa 'l sottratto--a chi li s'è tutto dato,

da poi che è spalato,--perde la nomenanza;

onon ha dubitanza--de crédergliese, amore.

Amor, li mercatanti--c'han fatta compagnia,

e l'un fa li sottratti,--non li se par chi sia;

tutta moneta ria--lassa nello taschetto,

la bona se n'ha scelto,--sí la rapisce, amore.

Amor, om c'ha mercato--e véndolo volentire,

vedendo quel che brama,--deve da lui fugire?

Non lo devería dire:--Io vogl vender mercato?--

Ed en cor tien celato,--ché nogl vol dar, amore.

Amor, lo tuo mercato--era tanto piacente,

nol m'avessi mostrato,--non siría sí dolente;

lassasteme ne la mente--la lor remembranza,

facestilo a sutiglianza--per farme morir, amore.

Amor, om ch'è ricco--ed ha moglie 'narrata,

tornagli a grande onore--s'ella va mendicata?

Ricchezza hai smesurata,--non trovi a chi ne dare,

e pòimene satisfare--e non par che il facci, amore.

Amor, tu se' mio sposo,--haime per moglie presa,

tórnate a grande onore,--vetata m'è la spesa?

sòmmete en mano mesa--ed haime en le tue mane;

la gente desprezata m'hane,--sí so denigrata, amore.

Amore, chi mostrasse--lo pane a l'afamato,

e nolli volesse dare,--or non siría blasmato?

Da poi chel m'hai mostrato--e vedemi morire,

pòimene sovenire--e non par chel facci, amore.

Amor, lo mio coraggio--sí l'hai stretto ligato,

voglilo far perire,--ché gli hai el cibo celato;

forse ch'en tal stato--mo me ne vuoi poi dare,

ch'io nol porrò pigliare,--però tel recordo, amore.

Amor, om c'ha l'albergo--ed hal tolto a pescione,

sel lassa 'nante el tempo,--que ne vol la ragione?

Ca torni a la magione--e paghi tutta la sorte,

giá non vol cose torte--a chi me ne rechiamo, amore.

--Omo che te lamenti,--brevemente responno:

tollendo lo tuo albergo,--crédici far sogiorno;

albergastice 'l monno--e me cacciasti via;

donqua fai villania,--se tu mormori d'amore.

Tu sai, mentre ce stetti,--quegne spese ce feci;

non te puoi lamentare,--sí te ne satisfeci,

ch'a nettarlo me misi,--ch'era pieno de loto;

fecel tutto devoto--per abitarci amore.

Quando me ne partíe,--se ne portai lo mio,

como lo puoi tu dire--ch'io ne portassi el tio?

tu sai ch'ell'è sí rio,--ch'a me non è em piacere;

ergo, co lo puoi dire--che te tolesse amore?

Quando alcuna cosa--ad alcuno è prestata,

e non glie dá entrasatto,--non déi esser blasmata

se la tolle a la fiata,--essendo colui villano,

non conoscente de mano--de que gli ha prestato amore.

Tu sai molte fiate--s'io ce so albergato,

e sai con gran vergogna--sí me n'hai uor cacciato;

forse non t'è a grato--che ce deggia abitare,

facendo vituperare--sí nobilissimo amore.

--Amor, ditt'hai la scusa,--ch'ella sí può bastare

a lo mormoramento--ch'agio voluto fare;

voglio 'l capo enchinare--che ne facci venditta;

non me tener piú afflitta--de celarmete, amore.

--Vedendote pentuta,--sí ce voglio artornare,

ancor me fosse fatto--villano allecerare;

non voglio che tuo pare--facesse lamentanza

ch'io facesse fallanza--de lo legale amore.

LXVIII

COMO L'ANIMA PIANGE LA PARTITA DEL SUO AMORE

Piangi, dolente anima predata,

che stai vedovata de Cristo amore.

Piangi, dolente, e getta suspiri,

ché t'hai perduto el dolce tuo Sire;

forsa per pianto mo 'l fai revenire

a lo sconsolato tristo mio core.

Io voglio piangere, ché m'agio anvito,

ché m'ho perduto pate e marito;

Cristo piacente, giglio fiorito,

èsse partito per mio fallore.

O Iesú Cristo, ed o' m'hai lassata

enfra nemici cusí sconsolata?

ònme assalita le molte peccata,

de resistenzia non aggio valore.

O Iesú Cristo, co 'l puoi sofferire

de sí amara morte farme morire?

Damme licenzia de me ferire,

ché mo m'occido con gran desiore.

O Iesú Cristo, avessi altra morte

che me donassi che fosse piú forte!

Sèmmeti tolto, serrate hai le porte,

non par che c'entri a te mio clamore.

O cor tapino, e que t'ha emprenato,

che t'ha el dolor cusí circondato?

recerca de for, ché 'l vaso è acolmato,

non hai dannagio da non far clamore.

O occhi miei, e como finati

de pianger tanto che 'l lume perdati?

Perduto avete la gran redetate

de resguardare al polito splendore.

Orecchie miei, e que ve deletta

de udir pianto de amara setta?

non resentiti la voce diletta

che ve facea canto e iubilore?

O trista mene, que vo recordando!

La morte dura me va consumando,

né vivo né muoio cusí tormentando,

vo sciliata del mio Salvatore.

Non voglio mai de om compagnia,

salvaticata voglio che sia

enfra la gente la vita mia,

da c'ho perduto lo mio Redentore.

LXIX

ARBORE DE IERARCHIA SIMILE A L'ANGELICA: FONDATA SOPRA LA FEDE, SPERANZA

E CARITATE

Fede, spene e caritade--gli tre ciel vol figurare,

gli tre ciel e l'arbor pare--sí t'ensegno de trovare.

Ad onom chegio perdono--s'io parlo natoscono,

ch'io lo dico per alcono--e non per me de poco affare.

O tu, om, che stai en terra--e se' creato a vita eterna,

vedi l'arbor che t'ensegna;--or non temer, briga d'andare.

A nove angeli poni cura--l'un de l'altro piú en altura,

molto è nobil tua natura,--tutti li pòi paregiare.

Lo primo arbor ch'è fondato,--nella fede è radicato,

passa lo cielo stellato--e giogne fin allo sperare.

El primo rametel ch'è pento--de l'offeso pentimento,

sia confesso e ben contento--de non voler piú peccare.

Poi el secondo me mandòne--a ffar la satisfazione

d'onne mia offensione--fin a Roma, com'appare.

E lo terzo sí me disse--che de Cristo sí entendisse,

povero fosse, s'io volisse;--allor me vòlsi spogliare.

Om che giogne a tal stato,--sí se tiene per salvato,

ché 'l primo angel ha trovato;--briga de perseverare.

Poi al quarto me tiròne,--miseme en religione,

penitenza m'ensignòne--e de lo 'nferno guardare.

Tosto el quinto sí me disse--ch'en tal ramo piú non stesse,

ma a l'orazion me desse,--se volea casto stare.

Da lo sesto fui tirato--e de tacer amaestrato,

obedir al mio prelato--meglio che sacrificare.

Chi en tale stato si trova,--con gli arcangeli demora;

benedetto el dí e l'ora--che Dio el vòlse creare.

Nello settimo fui tirato,--d'uno ramo desprezato,

fui battuto e descacciato;--ben me fu grave a portare.

Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490 · 第 7 / 18 段