Fusti al monte Pelestrina--anno e mezo en disciplina;
pigliasti loco malina,--onde hai mo la pregione.
Prebendato en corte i Roma,--tale n'ho redutta soma;
omne fama mia s'afoma,--tal n'aggio maledezone.
So arvenuto prebendato,--ché 'l capuccio m'è mozato,
perpetuo encarcerato--encatenato co lione.
La pregione che m'è data,--una casa soterrata;
arescece una privata,--non fa fragar de moscone.
Nullo omo me pò parlare,--chi me serve lo pò fare;
ma èglie oporto confessare--de la mia parlazione.
Porto getti de sparvire,--sonagliando nel mio gire;
nova danza ce pò udire--chi sta presso a mia stazone.
Da poi ch'i' me so colcato,--revoltome ne l'altro lato,
nei ferri so zampagliato,--engavinato en catenone.
Agio un canestrello apeso--che dai sorci non sia offeso,
cinque pani, al mio parviso,--pò tener lo mio cestone.
Lo cestone sta fornito--sette de lo dí transíto,
cepolla per appetito,--nobel tasca de paltone.
Po' che la nona è cantata,--la mia mensa apparecchiata;
omne crosta è radunata--per empir mio stomacone.
Rècamese la cocina,--messa en una mia catina;
puoi ch'abassa la ruina,--bevo e 'nfondo el mio polmone.
Tanto pane enante affetto,--che n'è statera un porchetto;
ecco vita d'uomo stretto,--nuovo santo Ilarione.
La cocina manecata,--ecco pesce en peverata;
una mela me c'è data--e par taglier de storione.
Mentre mangio ad ura ad ura--sostegno grande freddura,
lèvome a l'ambiadura--stampiando el mio bancone.
Paternostri otto a denaro--a pagar lo tavernaro;
ch'io non agio altro tesaro--a pagar lo mio scottone.
Se ne fosser proveduti--gli frati che son venuti
en corte pro argir cornuti,--che n'avesser tal boccone!
Se n'avesser cotal morso,--non faríen cotal discorso;
en gualdana corre el corso--per aver prelazione.
Povertate poco amata,--pochi t'hanno desponsata,
se se porge vescovata--che ne faccia arnunzascione.
Alcun è che perde el monno,--altri el lassa como a sonno,
altri el caccia en profonno:--diversa han condizione.
Chi lo perde è perduto,--chi lo lassa è pentuto,
chi lo caccia ha 'l proferuto,--èglie abominazione.
L'uno stando gli contenne,--l'altri dui arprende arprende,
se la vergogna se spenne,--vederai chi sta al passone.
L'ordene sí ha un pertuso--ch'a l'uscir non è confuso,
se quel guado fusse archiuso--starían fissi al magnadone.
Tanto so gito parlando,--corte i Roma gir leccando,
c'ho ragionto alfin lo bando--de la mia presunzione.
Iaci, iaci en esta stia--come porco de grassía!
lo natal non trovería--chi déme lieve paccone.
Maledicerá la spesa--lo convento che l'ha presa;
nulla utilitá n'è scesa--de la mia reclusione.
Faite, faite que volite,--frati che de sotto gite;
ca le spese ce perdite,--prezo nullo de prescione.
Ch'aio grande capitale,--ché me so uso de male,
e la pena non prevale--contra lo mio campione.
Lo mio campion è armato,--del mio odio scudato,
non pò esser vulnerato--mentre ha collo lo scudone.
O mirabel odio mio,--d'omne pena hai signorío,
nullo recepi engiurío,--vergogna t'è esaltazione.
Nullo te trovi nemico,--onnechivegli hai per amico;
io solo me so l'inico--contra mia salvazione.
Questa pena che m'è data--trent'ann'è che l'agio amata;
or è gionta la giornata--d'esta consolazione.
Questo non m'è orden novo,--ché 'l capuccio longo arprovo,
ch'anni diece enteri truovo--ch'i' 'l portai gir bizocone.
Loco feci el fondamento--a vergogne e schirnimento;
le vergogne so co vento--de vessica de garzone.
Questa schiera è sbarattata,--la vergogna è conculcata,
Iacovon la sua masnata--curre al campo al gonfalone.
Questa schiera mess'è 'n fuga,--venga l'altra che succurga;
se nul'altra non ne surga,--anco attende al padiglione.
Fama mia, t'aracomando--al somier che va raghiando,
puo' la coda sia 'l tuo stando--e quel te sia per guidardone.
Carta mia va', metti banda,--Iacovon pregion te manda
en corte i Roma, ché se spanda--en tribú, lengua e nazione.[2]
NOTE:
[2] Questa stanzia sequente era piú in certi libri:
E di' co iaccio sotterrato,--en perpetuo carcerato;
en corte Roma ho guadagnato--sí bon beneficione.
(Nota del Bonaccorsi).
LVI
EPISTOLA A PAPA BONIFAZIO OTTAVO
O papa Bonifazio,--io porto el tuo prefazio
e la maledizione--e scomunicazione.
Colla lengua forcuta--m'hai fatta sta feruta,
che colla lengua ligni--e la piaga me stigni.
Ché questa mia feruta--non può esser guaruta
per altra condizione--senza assoluzione.
Per grazia te peto--che me dichi:--Absolveto--
e l'altre pene me lassi--fin ch'io del mondo passi.
Puoi, se te vol provare--e meco esercitare,
non de questa materia,--ma d'altro modo prelia.
Se tu sai sí schirmire--che me sacci ferire,
tengote bene esperto--se me fieri a scoperto.
Ch'aio doi scudi a collo--e, se io non me li tollo,
per secula infinita--mai non temo ferita.
El primo scudo sinistro,--l'altro sede al diritto;
lo sinistro scudato--lo diamante ha provato.
Nullo ferro ci aponta,--tanto c'è dura pronta!
Questo è l'odio mio,--ionto a l'onor di Dio.
Lo diritto scudone--d'una pietra en carbone,
ignita como fuoco--d'uno amoroso iuoco.
Lo prossimo en amore--d'uno enfocato ardore;
se te vuoli fare enante,--puòlo provare 'nestante.
E, quanto vol, t'abrenca,--ch'io co l'amar non venca;
volentiere te parlára,--credo che te iovára.
Vale, vale, vale,--Dio te tolla omne male,
e díelome per grazia--ch'io 'l porto en lieta facia.
Finisco lo trattato--en questo loco lassato.
LVII
EPISTOLA SECONDA AL PREFATO PAPA
Lo pastor per mio peccato--posto m'ha fuor de l'ovile,
non me giova alto belato--che m'armetta per l'ostile.
O pastor, co non te sveghi--a questo alto mio belato?
che me tragi de sentenza--de lo tuo scomunicato,
de star sempre empregionato;--se esta pena non ce basta,
puoi ferire con altra asta,--como piace al tuo sedile.
Longo tempo agio chiamato,--ancora non fui audito;
scrissete nel mio dittato--de quel non fui esaudito;
ch'io non stia sempre amannito--a toccar che me sia operto;
non arman per mio defetto--ch'io non arentri al mio covile.
Come 'l cieco che clamava--da passanti era sprobrato,
maior voce esso iettava:--Miserere, Dio, al cecato.
--Que adimandi che sia dato?--Meser ch'io revegia luce,
ch'io possa cantar a voce--quello osanna puerile.--
Servo de centurione,--paralitico en tortura,
non so degno ch'en mia casa--sí descenda tua figura;
bastame pur la scrittura--che sia ditto:--Absolveto.--
Ché 'l tuo ditto m'è decreto--che me tra' fuor del porcile.
Troppo iaccio a la piscina--al portico de Salamone;
grandi moti sí fa l'acqua--en tanta perdonazione;
è passata la stagione,--prestolo che me sia detto;
ch'io me lievi e toll'al letto--ed artorni al mio casile.
Co malsano, putulente,--deiattato so dai sane,
né an santo né a mensa--con om san non mangio pane;
peto che tua voce cane--e sí me dichi en voglia santa:
--Sia mondata la tua tanta--enfermetate malsanile!--
So vessato dal demonio,--muto, sordo deventato;
la mia enfermetate pete--ch'en un ponto sia curato,
che 'l demonio sia fugato--e l'audito me se renna
e sia sciolta la mia lengua--che legata fo con:--Sile!--
La puella che sta morta--en casa del sinagogo,
molto peio sta mia alma,--de sí dura morte mogo!
Che porgi la man rogo--e sí me rendi a san Francesco,
ch'esso me remetta al desco--ch'io riceva el mio pastile.
Deputato so en enferno--e so gionto giá a la porta;
la mia mate Relione--fa gran pianto con sua scorta;
l'alta voce udir oporta--che me dica:--Vechio, surge!--
Ch'en cantar torni luge,--che è fatto del senile.
Como Lazaro soterrato--quattro dí en gran fetore,
né Maria ce fo né Marta--che pregasse 'l mio Signore;
puolse far per suo onore--che me dica:--Veni fuora!--
Per l'alta voce decora--sia remisso a star coi file.
Un empiasto m'è 'nsegnato--e dittome che pò giovare;
quel da me è delongato--non gli posso ademandare;
scrivogli nel mio dittare--che me degia far l'aiuto:
che lo 'mpiasto sia compiuto--per la lengua de fra Gentile.
LVIII
EPISTOLA TERZIA AL PREFATO PAPA DA POI CH'EL FO PRESO
O papa Bonifazio,--molt'hai iocato al mondo;
penso che giocondo--non te porrai partire.
El mondo non ha usato--lassar li suoi serventi
che a la sceverita--se partano gaudenti;
non fará legge nova--de fartene esente,
che non te dia i presente--che dona al suo servire.
Ben me lo pensava--che fusse satollato
d'esto malvascio ioco--ch'al mondo hai conversato;
ma, poi che tu salisti--en officio papato,
non s'aconfé a lo stato--essere en tal desire.
Vizio enveterato--convèrtese en natura:
de congregar le cose--grande hai avuta cura;
or non ce basta el licito--a la tua fame dura,
messo t'èi a robbatura--como ascaran rapire.
Pare che la vergogna--derieto aggi gettata,
l'alma e 'l corpo hai posto--ad levar tua casata;
omo ch'en rena mobile--fa grande edificata,
subito è ruinata--e non gli può fallire.
Como la salamandra--se renuova nel fuoco,
cusí par che gli scandali--te sian solazo e giuoco;
de l'anime redente--par che te curi puoco;
ove t'aconci el luoco,--saperálo al partire.
Se alcuno vescovello--può niente pagare,
mettegli lo flagello--che lo vogli degradare;
poi lo mandi al camorlengo--che se degia accordare,
e tanto porría dare--che 'l lasserai redire.
Quando nella contrata--t'aiace alcun castello,
'nestante metti screzio--entra frate e fratello;
a l'un getti el brazo en collo,--a l'altro mostre 'l coltello,
se non assente al tuo appello,--menaccel de ferire.
Pensi per astuzia--el mondo dominare,
que ordene un anno,--l'altro el vedi guastare;
el mondo non è cavallo--che se lasse enfrenare,
che 'l possi cavalcare--secondo el tuo volere.
Quando la prima messa--da te fo celebrata,
venne una tenebría--en tutta la contrata;
en santo non remase--lumiera arapicciata,
tal tempesta è levata--lá 've tu stave a dire.
Quando fo celebrata--la coronazione,
non fo celato al mondo--quello che ce scontròne;
quaranti omini fôr morti--a l'uscir de la mascione,
miracolo Dio mostròne--quanto gli eri en piacere.
Reputavete essere--lo piú sufficiente
de sedere en papato--sopra onn'om vivente;
chiamavi santo Pietro--che fosse respondente
se esso sapea niente--respetto el tuo sapere.
Poneste la tua sedia--da parte d'aquilone,
de contra Dio altissimo--fo la tua entenzione;
subito hai ruina,--sei preso en tua magione,
e nullo se trovòne--a poterte guarire.
Lucifero novello--a sedere en papato,
lengua de blasfemia--che 'l mondo hai venenato,
che non se trova spezie,--bruttura de peccato,
lá 've tu se' enfamato--vergogna è a proferire.
Poneste la tua lengua--contra la relione,
a dicer la blasfemia--senza nulla cagione;
e Dio sí t'ha somerso--en tanta confusione,
che onom ne fa canzone--tuo nome a maledire.
O lengua macellaia--a dicer villania,
remproperar vergogne--con grande blasfemía,
né emperator né rege--chi voi altri se sia,
da te non se partía--senza crudel ferire.
O pessima avarizia,--sete enduplicata,
bever tanta pecunia,--non esser saziata;
non ce pensavi, misero,--a cui l'hai congregata;
ché tal la t'ha robbata--che non te era en pensiere.
La settimana santa,--che onom stava en planto,
mandasti tua fameglia--per Roma andar al salto,
lance andar rompendo,--facendo danza e canto;
penso ch'en molto afranto--Dio te degia punire.
Entro per santo Petro--e per Santa Santoro
mandasti tua fameglia--facendo danza e coro;
li peregrini tutti--scandalizati fuoro,
maledicendo tuo oro--e te e tuo cavalliere.
Pensavi per augurio--la vita perlongare;
anno, dí né ora--omo non pò sperare;
vedemo per lo peccato--la vita stermenare,
la morte appropinquare--quand'om pensa gaudere.
Non trovo chi recordi--nullo papa passato
ch'en tanta vanagloria--esso sia delettato;
par che 'l timor de Dio--derieto aggi gettato,
segno è de desperato--o de falso sentire.
LIX
DE LA SANTA POVERTÁ SIGNORA DE TUTTO
Povertade enamorata,--grand'è la tua signoria.
Mia è Francia ed Inghilterra,--enfra mar aggio gran terra,
nulla me se move guerra,--sí la tengo en mia balía.
Mia è la terra de Sassogna,--mia è la terra de Guascogna,
mia è la terra de Borgogna--con tutta la Normandia.
Mio è 'l renno Teotonicoro,--mio è 'l renno Boemioro,
Ibernia e Dacioro,--Scozia e Fresonía.
Mia è la terra de Toscana,--mia è la valle spoletana,
mia è la Marca anconetana--con tutta la Schiavonía.
Mia è la terra cicigliana,--Calabria e Puglia piana,
Campagna e terra romana--con tutto 'l pian de Lombardia.
Mia è Sardenna e renno Cipri,--Corseca e quel de Creti,
de lá del mar gente infiniti--che non saccio lá 've stia.
Medi, persi ed elamiti,--iacomini e nestoriti,
giurgiani, etiopiti,--India e Barbaría.
Le terre ho dato a lavoranno,--a li vasalli a coltivanno,
gli frutti dono en anno en anno,--tant'è la mia cortesia.
Terra, erbe con lor colori,--arbori e frutti con sapori,
bestie, miei servitori,--tutte en mia befolcaría.
Acque, fiumi, lachi e mare,--pescetegli e lor notare,
aere, venti, ucel volare,--tutti me fonno giollaría.
Luna, sole, cielo e stelle--fra miei tesor non son covelle,
de sopra cielo sí ston quille--che tengon la mia melodia.
Poi che Dio ha 'l mio velle,--possessor d'onnecovelle,
le mie ale on tante penne--de terra en cielo non m'è via.
Poi el mio voler a Dio è dato,--possessor so d'onne stato,
en lor amor so trasformato,--ennamorata cortesia.
LX
DE LA SANTA POVERTÁ E SUO TRIPLICE CIELO
O amor de povertate,--regno de tranquillitate!
Povertate, via secura,--non ha lite né rancura,
de latron non ha paura--né de nulla tempestate.
Povertate muore en pace,--nullo testamento face,
lassa el mondo como iace--e le gente concordate.
Non ha iudece né notaro,--a corte non porta salaro,
ridese de l'uomo avaro--che sta en tanta ansietate.
Povertá, alto sapere,--a nulla cosa soiacere,
en desprezo possedere--tutte le cose create.
Chi despreza sí possede,--possedendo non se lede,
nulla cosa i piglia 'l pede--che non faccia sue giornate.
Chi desía è posseduto,--a quel ch'ama s'è venduto;
s'egli pensa que n'ha 'vuto,--han'avute rei derrate.
Tropo so de vil coragio--ad entrar en vasallagio,
simiglianza de Dio ch'agio--deturparla en vanitate.
Dio non alberga en core stretto,--tant'è grande quant'hai affetto,
povertate ha sí gran petto,--che ci alberga deitate.
Povertate è ciel celato--a chi en terra è ottenebrato;
chi nel terzo ciel su è 'ntrato,--ode arcana profunditate.
El primo ciel è 'l fermamento,--d'onne onore spogliamento,
grande porge empedimento--ad envenir securitate.
A far l'onor en te morire,--le ricchezze fa sbandire,
la scienzia tacere--e fugir fama de santitate.
La richeza el tempo tolle,--la scienzia en vento estolle,
la fama alberga ed acolle--l'ipocresia d'onne contrate.
Pareme cielo stellato--chi da questi tre è spogliato,
ècce un altro ciel velato:--acque chiare solidate.
Quattro venti move 'l mare--che la mente fon turbare,
lo temere e lo sperare,--el dolere e 'l gaudiare.
Queste quattro spogliature--piú che le prime so dure;
se le dico, par errure--a chi non ha capacitate.
De lo 'nferno non temere--e del ciel spem non avere;
e de nullo ben gaudere--e non doler d'aversitate.
La virtú non è perchene,--ca 'l perchene è for de téne;
sempre encognito te tène--a curar tua enfermitate.
Se son nude le virtute--e le vizia son vestute,
mortale se don ferute,--caggio en terra vulnerate.
Puoi le vizia son morte,--le virtute son resorte
confortate da la corte--d'onne empassibilitate.
Lo terzo ciel è de piú altura,--non ha termen né mesura,
fuor de la magenatura--fantasie mortificate.
Da onne ben sí t'ha spogliato--e de virtute spropriato,
tesaurizi el tuo mercato--en tua propria vilitate.
Questo cielo è fabricato,--en un nihil è fondato,
o' l'amor purificato--vive nella veritate.
Ciò che te pare non è,--tanto è alto quello che è,
la superbia en cielo se'--e dannase l'umilitate.
Entra la vertute e l'atto--molti ci ode al ioco «matto»,
tal se pensa aver buon patto--che sta en terra alienate.
Questo cielo ha nome none,--moza lengua entenzione,
o' l'amor sta en pregione--en quelle luce ottenebrate.
Omne luce è tenebría,--ed omne tenebre c'è dia,
la nova filosofia--gli utri vechi ha dissipate.
Lá 've Cristo è ensetato,--tutto lo vechio n'è mozato,
l'un ne l'altro trasformato--en mirabile unitate.
Vive amor senza affetto--e saper senza entelletto,
lo voler de Dio eletto--a far la sua volontate.
Viver io e non io,--e l'esser mio non esser mio,
questo è un tal trasversío,--che non so diffinitate.
Povertate è nulla avere--e nulla cosa poi volere;
ed omne cosa possedere--en spirito de libertate.
LXI
DE SAN FRANCESCO E DE SETTE APPARIZIONE DE CROCE A LUI E DE LUI FATTE
O Francesco povero,--patriarca novello,
porti novo vexello--de la croce signato.
De croce trovam sette--figure demostrate,
como trovamo scrette--per ordene contate,
aggiole abbreviate--per poterle contare;
encresce l'ascoltare--de longo trattato.
La prima, nel principio--de tua conversione,
palazo en artificio--vedesti en visione;
piena la magione--de scude cruciate,
l'arme demostrate--del popol che t'è dato.
Stando en orazione--de Cristo meditanno,
tale enfocazione--te fo enfusa entanno,
sempre puoi lacremanno--quando te remembrava,
Cristo te recordava--nella croce levato.
Cristo te disse allora:--Se vuol po' me venire,
la croce alta, decora--prende con gran desire;
e te anichilire,--se vuol me seguitare,
te medesimo odiare,--el prossimo adamato.--
La terza fiata stanno--a guardar a la croce,
Cristo te disse entanno--con gran suono de voce;
per nome clamò el doce--Francesco tre fiata:
--La chiesa è sviata,--repara lo suo stato.--
Poi, la quarta fiata,--vidde frate Silvestro
una croce enaurata--fulgente nel tuo petto;
el draco maledetto,--ch'Asise circondava,
la voce tua el fugava--de tutto lo ducato.
Vidde frate Pacifico--la croce de duoi spade
en te, Francesco angelico,--degno de gran laude;
le spade son scontrade:--l'una da capo a piede,
l'altra en croce se vede--per le braccia spiecato.
Vidde te stare en aere--beato fra Monaldo,
o' stava a predicare--santo Antonio entanno:
en croce te mostranno,--frati benediceve,
poi li despareve,--como trovam contato.
La settima a la Verna,--stando en orazione,
sopra quella gran penna--con gran devozione,
mirabel visione,--serafin apparuto,
crucifisso è veduto--con sei ale mostrato.
Encorporòtte stimate,--lato, piede e mano,
duro fôra a credere--se nol contam de piano;
staendo vivo e sano--molti sí l'on mirate;
la morte declarate,--da molti fo palpato.
Fra l'altri santa Chiara--sí l'apicciò coi denti,
de tal tesaro avara--essa con la sua gente;
ma non gli valse niente,--ca gli chiovi eran de carne,
sí como ferro stane--duro ed ennervato.
La sua carne bianchissima,--co carne puerile,
enante era brunissima--per gli freddi nevili;
l'amor la fe' gentile--che par glorificata,
d'onne gente amirata--de mirabel ornato.
La piaga laterale--como rosa vermiglia,
lo pianto era tale--ad quella meraviglia,
vederla en la simiglia--de Cristo crucifisso,
lo cor era en abisso--veder tal spechiato.
O pianto gaudioso,--pieno d'amiranza,
pianto delettoso,--pieno di consolanza;
lacrime d'amanza--ce fuor tante gettate,
veder tal novetate,--Cristo nuovo piagato.
Giú da le calcagna--agli occhi tra' l'umore
questa veduta magna--d'esto enfocato ardore;
a li santi stette en cuore,--en Francesco fuor è uscito
lo balsamo polito--che 'l corpo ha penetrato.
En quella altissima palma--o' salisti, Francesco,
lo frutto pigliò l'alma--de Cristo crucifisso;
fusti en lui sí trasfisso,--mai non te mutasti;
co te ce trasformasti--nel corpo è miniato.
L'amore ha questo officio,--unir dui en una forma;
Francesco nel supplicio--de Cristo lo trasforma,
emprese quella norma--de Cristo ch'avea en core,
la mostra fe' l'amore--vestito d'un vergato.
L'amor divino altissimo--con Cristo l'abracciòne,
l'affetto ardentissimo--sí lo cc'encorporòne,
lo cor li stemperòne--como cera a sigello,
emprimettece quello--ov'era trasformato.
Parlar de tal figura--con la mia lengua taccio,
misteria sí oscura--d'entenderle soiaccio;
confesso che nol saccio--splicar tanta abondanza,
la smesurata amanza--de lo cuor enfocato.
Quanto fosse quel foco--non lo potem sapere;
lo corpo suo tal gioco--non poté contenere;
en cinque parte aprere--lo fece la fortura
per far demostratura--que en lui era albergato.
Nullo trovamo santo--che tal segni portasse;
misterio sí alto,--se Dio non revelasse;
buono è che lo passe,--non ne saccio parlare,
quil el porran trattare--che l'averan gustato.
O stímate amirate,--fabricate divine,
gran cosa demostrate--ch'a tal segni convine;
saperasse a la fine--quando sirá la giostra,
che se fará la mostra--del popolo crociato.
O anima mia secca--che non puoi lacrimare,
currece a bever l'ésca,--questo fonte potare,
loco te enebriare;--e non te ne partire,
lássatece morire--al fonte ennamorato.
LXII
DE SAN FRANCESCO E DE LE BATAGLIE DEL NEMICO CONTRA LUI
O Francesco, da Dio amato,--Cristo en te s'ène mostrato.
Lo Nemico engannatore,--aversier de lo Signore,
creato l'omo, ave dolore--che possedesse lo suo stato.
Giendo a lui con fraudolenza--e cascollo d'obedenza,
félli far grande perdenza,--del paradiso fo cacciato.
Puoi che l'uomo fo caduto--e lo Nemico fo saluto,
ed en superbia raputo,--ch'era signor deventato;
Dio, vedendo questo fatto,--fecese om e dieglie 'l tratto,
e tolseli tutto l'acatto--che sopre l'om aví' acquistato.
Con la sua umilitate--tolseli prosperitate,
e con la santa povertade--sí li die' scacco giocato.
Per gran tempo fo sconfitto--lo Nemico maleditto,
relevosse e fece gitto--e lo mondo ha rapicciato.
Vedendo l'alta Signoria--che lo Nemico sí vencía,
mandar ce vuol cavallaria--con guidator ben amastrato.
San Francesco ce fo elesso,--per gonfalonier è messo,
ma nullo ne vol con esso--che non sia al mondo desprezato.
Non vol nullo cavalliere--che non serva a tre destriere:
povertate ed obedere,--en castitá sia enfrenato.
Ármase lo guidatore--de l'arme del Signore,
ségnalo per grand'amore--de soi segni l'ha 'dornato.
Tanto era l'amore acuto--che nel cuor avea tenuto,
che nel corpo sí è apparuto--de cinque margarite ornato.
De la fico ave figura,--che è grassa per natura,
rompe la sua vestitura--en bocca rieca melato.
Poi gl'insegna de schirmire,--de dar colpi e sofferire,
enségnali co degia dire:--pace en bocca gli è trovato.
Lo Nemico s'atremío,--vedendo lui s'empaurío,
parvegli Cristo de Dio--che en croce avea spogliato.
--S'egli è Cristo, non me giova,--ch'esso vencerá la prova;
non so guerra che me mova,--sí par dotto ed amastrato.
Lasso me, da cui so vento!--ancora non me sgomento,
voglioce gire, e mo el tento,--ch'io possa far con lui mercato.
O Francesco, que farai?--te medesmo occiderai
del digiunio che fai,--sí l'hai duro comenzato.
--Facciol con discrezione,--ch'agio 'l corpo per fantone,
tengolo en mia pregione,--sí l'ho corretto e castigato.
--Veramente fai co santo,--el tuo nom è en onne canto;
móstrate co stai ad alto,--ché 'l Signor ne sia laudato.
--Celar voglio lo migliore--e mostrarme peccatore;
lo mio cor agio al Signore,--tenendo el capo umiliato.
--Quegna vita vorrai fare?--non vorrai tu lavorare
che ne possi guadagnare--e darne a chi non è adagiato?
--Metteròmme a gir pezente--per lo pane ad onne gente,
l'amor de l'Onnipotente--me fa gir co 'nebriato.
--Frate, tu non fai niente,--periscerai malamente,
gli sequaci fai dolente,--c'hai niente conservato.
--Tener voglio la via vera,--né sacco voglio né pera,
en pecunia posto èra--che non sia dagl miei toccato.
--Or te ne va en foresta--con tutta questa tua gesta,
piacerá a l'alta Maièsta--e l'om ne sirá edificato.
--Non so messo per mucciare:--'nante, vengo per cacciare,
ché te voglio assediare--ed a le terre agio attendato.
--Molta gente me torrai--con questo ordene che fai,
le femene me lasserai,--che non è buon misticato.