ciascuna ne dá guadagno--de vittoria en travaglie;
fa fugar quelle sembiaglie--de quigli forti nemici,
fanne deventar felici--la sua bona compagnata.
La settima orazione--che ne campi dagli mali,
de le colpe e degl peccati--che è fuore d'enfernali,
e de mali exterminali--che stan giú in quella fornace:
omne cosa che despiace--loco sí sta cumulata.
XLV
COMO DIO APPARE NE L'ANIMA EN CINQUE MODI
En cinque modi appareme--lo Signor en esta vita;
altissima salita--chi nel quinto è entrato.
Lo primo modo chiamolo--stato timoroso,
lo secondo pareme--amor medecaroso,
lo terzo amore pareme--viatico amoroso,
lo quarto è paternoso,--lo quinto è desponsato.
Nel primo modo appareme--nell'alma Dio Signore;
da morte suscitandola--per lo suo gran valore,
fuga la demonia--che me tenean 'n errore,
contrizion de cuore--l'amor ci ha visitato.
Poi vien como medico--ne l'alma suscitata,
confortala ed aiutala,--ché sta sí vulnerata;
le sacramenta ponece--che l'hanno resanata,
ché l'ha cusí curata--lo medico ammirato.
Como compagno nobile--lo mio amor apparuto,
de trarme de miseria--donarme lo suo aiuto,
per le virtute mename--en celestial saluto;
non degio star co muto,--tanto bene occultato.
Lo quarto modo appareme--como benigno pate,
cibandome de donora--de la sua largitate;
da poi che l'alma gusta--la sua amorositate,
sente la redetate--de lo suo paternato.
Lo quinto amore mename--ad esser desponsata,
al suo Figliol dolcissimo--essere copulata;
regina se' degli angeli,--per grazia menata,
en Cristo trasformata--en mirabel unitato.
XLVI
COMO L'ANIMA PER FEDE VIENE A LE COSE INVISIBILE
Con gli occhi ch'agio nel capo--la luce del dí mediante
a me representa denante--cosa corporeata.
Con gli occhi ch'agio nel capo--veggio 'l divin sacramento,
lo preite me mostra a l'altare,--pane sí è en vedemento;
la luce ch'è de la fede--altro me fa mostramento
agli occhi mei c'ho dentro--en mente razionata.
Li quattro sensi dicono:--Questo si è vero pane.--
Solo audito resistelo,--ciascun de lor fuor remane,
so' queste visibil forme--Cristo occultato ce stane,
cusí a l'alma se dáne--en questa misteriata.
Como porría esser questo?--vorríal veder per ragione,
l'alta potenzia divina--somettiriti a ragione;
piacqueglie lo ciel creare--e nulla ne fo questione;
voi que farite entenzone--en questa sua breve operata?
A lo 'nvisibile cieco--vien con baston de credenza,
a lo divin sacramento--vienci con ferma fidenza;
Cristo che lí ce sta occulto--dátte la sua benvolenza,
e qui se fa parentenza--de la sua grazia data.
La corte o' se fon ste noze--sí è questa chiesa santa,
tu vien' a lei obedente--ed ella de fé t'amanta;
poi t'apresenta al Signore,--essa per sposa te planta,
loco se fa nova canta--ché l'alma per fé è sponsata.
E qui se forma un amore--de lo envisibile Dio;
l'alma non vede, ma sente--che glie despiace onne rio;
miracol se vede infinito:--lo 'nferno se fa celestío,
prorompe l'amor frenesío--piangendo la vita passata.
O vita mia maledetta,--mondana, lussuriosa,
vita de scrofa fetente,--sozata en merda lotosa,
sprezando la vita celeste--de l'odorifera rosa,
non passerá questa cosa--ch'ella non sia corrottata.
O vita mia maledetta,--villana, entrata, soperba,
sprezando la vita celeste--a Dio stata so sempre acerba,
rompendo la lege e statuti,--le sue santissime verba,
ed esso de me fatt'ha serba,--ché non m'ha a lo 'nferno dannata.
Anima mia, que farai--de lo tuo tempo passato?
non è dannagio da gioco--ch'ello non sia corrottato;
planti, sospiri e dolori--sirágione sempre cibato;
lo mio gran peccato--ch'a Dio sempre so stata engrata.
Signor, non te veio, ma veio--che m'hai en altro om mutato;
l'amor de la terra m'hai tolto,--en cielo sí m'hai collocato;
te dagetor non vegio,--ma vegio e tocco 'l tuo dato,
ché m'hai lo corpo enfrenato--ch'en tante bruttur m'ha sozata.
O castitate, que è questo--che t'agio mo en tanta placenza?
ed onde speregia esta luce--che data m'ha tal conoscenza?
vien de lo patre de lumi--che spira la sua benvoglienza
e questo non è fallenza--la grazia sua c'ha spirata.
O povertate, que è questo--che t'agio mo en tanto piacire,
ca tutto lo tempo passato--orribel me fosti ad udire?
piú m'affligea che la freve--quando venea 'l tuo pensire,
ed or t'agio en tanto desire,--che tutta de te so enamata.
Venite a veder meraveglia--che posso mo el prossimo amare,
e nulla me dá mo graveza--poterlo en mio danno portare;
e de la iniuria fatta--lebbe sí m'è el perdonare;
e questo non m'è bastare--se non so en suo amor enfocata.
Venite a veder meraveglia--che posso mo portar le vergogne,
che tutto 'l tempo passato--sempre da me fuor da logne;
or me dá un'alegreza,--quando vergogna me iogne,
però che con Dio me coniogne--nella sua dolce abracciata.
O fede lucente, preclara,--per te so venuto a sti frutti;
benedetta sia l'ora e la dine--ch'io credetti a li toi mutti;
parme che questa sia l'arra--de trarme a ciel per condutti;
l'affetti mei su m'hai redutti--ch'io ami la tua redetata.
XLVII
DE LA BATTAGLIA DEL NEMICO
Or udite la battaglia--che me fa el falso Nemico,
e serave utilitate--se ascoltáti quel ch'io dico.
Lo Nemico sí me mette--sutilissima battaglia,
con quel venco sí m'afferra,--sí sa metter sua travaglia.
Lo Nemico sí me dice:--Frate, frate, tu se' santo;
grande fama e nomenanza--del tuo nome è en onne canto.
Tanti beni Dio t'ha fatti--per novello e per antico,
non gli t'avería mai fatti--se nogl fossi caro amico.
Per ragione te demostro--che te pòi molto alegrare,
l'arra n'hai del paradiso--non ne pòi mai dubitare.
--O Nemico engannatore,--como c'entri per falsía!
fusti fatto glorioso--en quella gran compagnia.
Molti beni Dio te fece--se gli avessi conservati;
appetito sciordenato--su del ciel t'ha trabocato.
Tu diavol senza carne,--ed io demone encarnato,
c'agio offes'el mio Signore--non so el numero del peccato.--
El Nemico non vergogna,--a la stanga sta costante,
con la mia responsione--sí me fere duramente.
--O bruttura d'esto mondo,--non vergogni de parlare,
c'hai offeso Dio e l'omo--en molte guise per peccare?
Io offesi una fiata,--enestante fui dannato,
e tu, pieno de peccato,--pènsete d'essere salvato?
--O Nemico, giá non penso--per mio fatto de salvare,
la bontate del Signore--sí me fa de lui sperare.
So securo che Dio è bono,--la bontá de' essere amata,
la bontate sua m'ha tratta--d'esser de lui 'namorata.
Se giamai non me salvasse--non de' essere meno amato;
ciò che fa lo mio Signore--si è iusto ed èmme a grato.--
Lo Nemico sí remuta--en altra via tentazione:
--Quando farai penitenza,--se non prendi la stascione?
Tu engrassi questa carne--a li vermi en sepultura,
deveríla cruciare--en molta sua mala ventura.
Non curar piú d'esto corpo,--ché la cura n'ha 'l Signore
né de cibo né de vesta--non curar del malfattore.
--Falsadore, io notrico--lo mio corpo, no l'occido;
de la tua tentazione--beffa me ne faccio e rido.
Io notrico lo mio corpo--che m'aiuta a Dio servire,
a guadagnar quella gloria--che perdesti en tuo fallire.
--Gran vergogna è a te fallace--sostener carne corrutta,
la battaglia cusí dura--guadagnar lo ciel per lutta.
Tu me par che si' indiscreto--per lo modo che tu fai,
cruciar cusí el tuo corpo--e de lui cagion non hai.
Tu deveri aver cordoglio,--ché è vecchio e descaduto,
non deveri poner soma--né che solva piú tributo.
Tu deveri amar lo corpo--como ami l'anima tua,
ché t'è grande utilitate--la prosperitate sua.--
--Io notrico lo mio corpo--dargli sua necessitate,
accordati simo ensieme--che vivamo en castitate.
Per l'astinenza ordenata--el corpo è deventato sano,
molte enfirmitá ha carite--che patea quand'era vano.
Tutta l'arte medicina--sí se trova en penetenza,
che gli sensi ha regolati--en ordenata astinenza.
--Un defetto par che aggi--che è contra la caritate;
degli pover vergognosi--non par ch'agi pietate.
Tu deveri toller frate--che te voi l'om tanto dare,
sovenir a besognosi--che vergognan demandare.
E faríe utilitate--molto grande al daitore,
e siría sostentamento--grato a lo recepetore.
--Non so piú che m'è tenuto--lo mio prossimo d'amare,
e per me l'agio arnunzato--per potere a Dio vacare.
S'io pigliasse questa cura--per far loro acattaría,
perdería la mia quiete--per lor mercatantaría.
S'io tollesse e daesse,--nogl porría mai saziare,
e turbára el daitore--non contento del mio dare.
--Un defetto par che agi--del silenzo del tacere,
multi santi per quiete--nel deserto volser gire.
Se tu, frate, non parlassi--siría edificazione,
molta gente convertèra--ne la tua amirazione.
La Scrittura en molte parte--lo tacere ha commendato,
e la lengua spesse volte--fa cader l'om en peccato.
--Tu me par che dichi vero,--se bon zelo te movesse;
en altra parte vòi ferire--s'io a tua posta tacesse.
Lo tacere è vizioso--chello o' l'om déi parlare:
lo tacer lo ben de Dio--quando 'l deve annunziare.
Lo tacer ha 'l suo tempo,--el parlar ha sua stagione,
curre omo questa vita--fin a consumazione.
--Un defetto par che agi:--che lo ben non sa' occultare,
el Signor te n'amaestra--ch'en occulto el degi fare.
De far mostra l'om del bene--pare vanaglorioso,
el vedente exdificato--demostrarli l'om tal oso.
Lo Signore che te vede--esso sí è 'l pagatore,
non far mostra al tuo frate--che sia tratto a farte onore.
--La mentale orazione--quella occulta rendo a Dio,
e lo cor serrat'ha l'uscio,--ché nol vegia el frate mio.
Ma la orazion vocale--quella el frate deve audire:
ché siría exdificato,--se la volesse tacire.
Non se deggon occultare--opere de pietate,
se al frate l'occultasse,--cadería en impietate.
--Frate, frate, haime vento:--non te saccio piú que dire:
veramente tu se' santo,--sí te sai da me coprire!
Non trovai ancor chivelli--ch'esso m'agia sí abattuto;
en tante cose t'ho tentato--ed en tutte m'hai venciuto.
Tal m'hai concio a questa volta--che de me sí sta securo;
che giamai a te non torno,--sí t'agio trovato duro!
--Or è bono a far la guarda--che m'hai data securtate;
omne cosa che tu dici,--sí è pien de falsitate.
Se en tuo ditto me fidasse,--piú siría che pazo e stolto
ché da onne veritate--sí se' delongato molto.
Io faraio questa guarda,--che staraio sempre armato
contra te, falso Nemico,--ed encontra lo peccato.
Or te guarda, anima mia,--che 'l Nemico non t'enganni
ché non dorme né cotoza--per farte cadere nei banni.
XLVIII
DE L'INFIRMITÁ E MALI CHE FRATE IACOPONE DEMANDAVA PER ECCESSO DE CARITÁ
O Signor, per cortesia,--mandame la malsanía!
A me la freve quartana,--la contina e la terzana,
la doppia cotidiana--colla grande idropesía.
A me venga mal de dente,--mal de capo e mal de ventre,
a lo stomaco dolor pungente,--en canna la squinantía.
Mal de occhi e doglia de fianco--e l'apostèma al lato manco
tiseco me ionga en alco--ed omne tempo la frenesía.
Agia el fegato rescaldato,--la milza grossa, el ventre enfiato,
lo polmone sia piagato--con gran tossa e parlasía.
A me vengan le fistelli--con migliaia de carboncelli,
e li granchi sian quelli--che tutto pieno ne sia.
A me venga la podagra,--mal de ciglia sí m'agrava,
la disintería sia piaga--e l'emoroide a me se dia.
A me venga el mal de l'asmo--e ióngasece quel del pasmo,
como al can venga rasmo--ed en bocca la grancía.
A me lo morbo caduco--de cadere en acqua e 'n foco,
e giamai non trovi loco--ch'io afflitto non ce sia.
A me venga cechitate,--muteza e sorditate,
la miseria e povertate--ed onne tempo en trappería.
Tanto sia el fetor fetente,--che non sia nul om vivente
che non fuga da me dolente,--posto en tanta enfermaría.
En terribile fossato,--che Regoverci è nominato,
loco sia abandonato--da onne bona compagnía.
Gelo, grandine, tempestate,--fulguri, troni, oscuritate,
non sia nulla aversitate--che me non agia en sua balía.
Glie demonia enfernali--essi sian mei ministrali,
che m'exerciten li mali--c'ho guadagnati a mia follía.
Enfin del mondo a la finita--sí me duri questa vita,
e poi, a la sceverita,--dura morte me se dia.
Elegome en sepultura--ventre de lupo en voratura,
e le reliquie en cacatura--en spineta e rogaría.
Gli miracol po' la morte--chi ce vien agia le scorte,
e le vessazion forte--con terribel fantasía.
Onom che m'ode mentovare--sí se degia stupefare,
colla croce sé signare--ché mal contro non sia en via.
Signor mio, non è vendetta--tutta la pena c'ho detta,
ché me creasti en tua diletta--ed io t'ho morto a villanía.
XLIX
DE LA COSCIENZIA PACIFICATA
O coscienzia mia,--grande me dái mo reposo;
giá non è stato tuo oso--per tutto lo tempo passato.
Tutto lo tempo passato,--da poi ch'io me recordo,
sempre m'hai tribulato--e vissa meco en descordo;
e non èi passata co sordo,--sempre de me mormorando,
ed onne mio fatto blasmando--giá non sia tanto occultato.
Da puoi ch'io fui creata,--Dio ordinò mia natura,
ed agiola sí conservata,--che non l'ho fallata a nul'ura;
iudicio de dirittura--me fu ordenato nel core,
scritto ne porto el tenore--de tutto el tuo operato.
Qual è rason che mo tace,--e nulla me dái molesta?
hame donato una pace,--sempre con teco agio festa;
vita meno celesta,--poi ch'io non t'agio a ribello,
ca lo splacer tuo è coltello--ch'entro al merollo ha passato.
Ragion è ch'io deia posare,--poi che 'l iudicio hai fatto;
iustizia sí t'è en amare--e messo i e' t'en man entrasatto;
e nullo volesti far patto,--ciò che ne fae sí te piace,
e loco si fonda la pace--che il mio furor ha placato.
L
DE LA GRANDE BATTAGLIA DE ANTICRISTO
Or se parrá chi averá fidanza!
la tribulanza ch'è profetizata,
da onne lato vegiola tonare.
La luna è scura, el sole ottenebrato,
le stelle del cielo vegio cadere;
l'antiquo serpente pare scapolato,
tutto lo mondo vegio lui sequire;
l'acque s'ha bevute da onne lato,
fiume Giordan se spera d'enghiuttire,
lo popolo de Cristo devorare.
Lo sole è Cristo che non fa mo segna
per fortificare li soi servente;
miracoli non vedemo che sostegna
la fidelitate nella gente;
question ne fa gente malegna,
obproprio ne dicon malamente,
rendendo lor ragion nogl potem trare.
La luna sí è la ecclesia scurata,
la qual la notte al mondo relucía,
papa e cardenal con lor guidata;
la luce è tornata en tenebría;
la universitate clericata
è encorsata e pres'ha mala via:
o sire Dio, chi porrá scampare?
Le stelle che del cielo son cadute,
la universitate reliosa,
molte de la via sí son partute,
entrate per la via pericolosa;
l'acque del diluvio son salute,
coperti i monti, sommerso onne cosa;
aiuta, Dio, aiuta lo notare!
Tutto el mondo veggio conquassato
e precipitando va en ruina;
como l'omo che è enfrenetecato,
al qual non può om dar medicina,
li medici sí l'hanno desperato,
ché non glie giova encanto né dottrina,
vedemolo en extremo lavorare.
Tutta la gente vegio ch'è signata
del caratte de l'antiquo serpente;
ed en tre parte l'hane divisata;
chi campa d'uno, l'altro el fa dolente;
l'avarizia nello campo è entrata,
fatt'ha sconfitta e morta molta gente,
e pochi son che vogliano restare.
Se alcun ne campa d'esta enfronta,
metteglie lo dado del sapere;
enfia la scienzia en alto monta,
vilipende gli altri e sé tenere;
a l'altra gente le peccata conta,
li suoi porta drieto a non vedere,
voglion dir molto e niente fare.
Quigli pochi che ne son campati
de questi doi legami dolorosi,
en altro laccio sí gli ha 'ncatenati;
de fare signi sí son desiosi,
far miracoli, render senetati,
de rapti e profezie son golosi;
se alcun ne campa, sí pò Dio laudare.
Ármate, omo, ché se passa l'ora
che possi campare di questa morte;
ché nulla ne fo ancora sí dura
né altra ne sará giamai sí forte;
gli santi n'áber molto gran paura
de venir a prender queste scorte;
d'essere securo stolto me pare.
LI
COMO LA VERITÁ PIANGE CH'È MORTA LA BONTADE
La Veritade piange,--ch'è morta la Bontade;
e mostra le contrade--lá 've è vulnerata.
La Veritá envita--tutte le creature
che vengano al corrotto--ch'è de tanto dolure;
cielo, terra e mare,--aere, foco e calure
fanno grande romure--de sta cosa scontrata.
Piange la Innocenzia:--En Adam fui ferita,
en Cristo resuscitata,--or so morta e perita;
vendeca nostra eniuria,--Maiestate enfinita,
che vegia om la fallita--per la pena portata.--
La Legge naturale--sí fa gran lamentanza,
e fa uno corrotto--che è de gran pietanza:
--O Bontá nobilissima,--chi ne fará vegnanza
de tanta iniquitanza--ch'en te è demostrata?--
La Legge mosaica--con le diece Precetta
fanno grande romore--de la Bontá diletta:
--O Bontá nobilissima,--co te vedemo afflitta!
chi ne fará venditta,--ché t'hanno sí sprezata?--
La Legge de la grazia--con lo suo parentato
fanno clamore en alto--sopra lo ciel passato:
--O Patre onnipotente,--pari adormentato
de sto danno scontrato,--ché onne cosa è guastata.--
L'alta Vita de Cristo--con la Encarnazione
fanno clamor sí alto--sopra omne clamagione;
clama la sua Dottrina,--clama la Passione:
--Signor, fanne ragione,--che sia ben vendicata.--
La divina Scrittura--con la Filosofia
fanno uno corrotto--con grande dolentía:
--O Bontá nobilissima,--nostro tesauro e via,
grande fo villanía--averte sí sprezata.--
Gli Articoli de la fede--sí s'onno congregati:
--Oi lassi noi, dolenti--co semo desolati!
nostra fatica e frutti--sémone derobbati,
la vita en tal peccati--non sia piú comportata.--
Le Virtude piangono--de uno amaro pianto:
--O Bontá nobilissima,--nostro tesauro e canto,
non trovamo remedio--de lo dannagio tanto,
lo nostro dolor tanto--nulla mente ha stimata.--
Piangono le Sacramenta:--Noi volem morire,
da poi che la Bontade--vedemo sí perire;
non ne giova el vivere--non sapem ove gire;
vendeca, iusto Sire,--ch'ell'è sí mal trattata.--
Li Doni de lo spirito--chiamano ad alta vuce:
--Vendeca nostra eniuria,--alta divina luce;
aguarda lo naufragio--che patem 'n esta fuce;
se tu non ne conduce,--perim 'n esta contrata.--
Fanno grande corrotto--l'alte Beatitute:
--Aguardace, Signore,--co sem morte e battute!
oi lasse noi dolente,--a que sem devenute!
peggio simo tenute--che vizia reprobata.--
Piangon le Relione--e fanno gran lamento:
--Aguardace, Signore,--a lo nostro tormento;
poi che Bontate è morta,--semo en destrugemento;
come la polve al vento--nostra vita è tornata.
Li Frutti de lo spirito--sí fanno gran romore:
--Vendica nostra eniuria,--alto, iusto Signore;
la curia romana,--c'ha fatto esto fallore,
corriamoci a furore,--tutta sia dissipata.
Fansi chiamar ecclesia--le membra d'Anticrisso!
aguardace, Signore,--non comportar piú quisso;
purgata questa ecclesia--e quel che ci è mal visso
sia en tal loco misso--che purge i soi peccata.
LII
COMO CRISTO SE LAMENTA DE LA CHIESA ROMANA
Iesú Cristo se lamenta--de la Chiesa romana,
che gli è engrata e villana--de l'amor che gli ha portato.
--Da poi ch'io presi carne--de la umana natura,
sostenni passione--con una morte dura;
desponsai la Ecclesia--fidelissima e pura,
puse en lei mia cura--d'un amore apicciato.
Gli mei pover discipoli--per lo mondo mandai,
de lo Spirito santo--lor coragio enflammai,
la fede mia santissima--per lor sí semenai,
molti segni mostrai--per l'universo stato.
Vedendo el mondo cieco--tanti segni mostrare,
a omini idioti--tanto saper parlare,
fuor presi d'amiranza,--credere e battizare,
essi quegl segni fare--onde será amirato.
Levossi l'idolatria--col suo pessimo errore,
puose en arte magica--li signi del Signore,
accecò gli populi;--rege, emperadore
occisero a dolore--omne messo mandato.
Tanto era lo fervore--de la primera fede,
occidendone uno,--mille lassava erede;
stancava li carnifici--de farne tanta cede,
martirizata fede--vicque per adurato.
Levosse la eresía--e fece gran semblaglia,
contra la veritate--fece gran battaglia,
sofisticato vero--sua seminò zizaglia,
non fo senza travaglia--cotal ponto passato.
Mandai li mei dottori--con la mia sapienza,
disputaron e 'l vero--mostrâro senza fallenza,
sconfissero e cacciâro--omne falsa credenza,
demonstrâr mia prudenza--de vivere ordenato.
Vedete el mio cordoglio--a que so mo redutto!
lo falso clericato--sí m'ha morto e destrutto,
d'ogne mio lavoreccio--me fon perder lo frutto,
maior dolor che morte--da lor aggio portato.
LIII
DEL PIANTO DE LA CHIESA REDUTTA A MAL STATO
Piange la Ecclesia, piange e dolura,
sente fortura di pessimo stato.
--O nobilissima mamma, que piagni?
mostri che senti dolur molto magni;
narrame 'l modo perché tanto lagni,
ché sí duro pianto fai smesurato.
--Figlio, io sí piango ché m'aggio anvito;
veggiome morto pate e marito;
figli, fratelli, nepoti ho smarrito,
omne mio amico è preso e legato.
So circundata da figli bastardi,
en omne mia pugna se mostran codardi,
li mei legitimi spade né dardi
lo lor coragio non era mutato.
Li mei legitimi era en concorda,
veggio i bastardi pien de discorda,
la gente enfedele me chiama la lorda
per lo reo exemplo ch'i' ho seminato.
Veggio esbandita la povertate,
nullo è che curi se non degnetate;
li mei legitimi en asperitate,
tutto lo mondo gli fo conculcato.
Auro ed argento on rebandito,
fatt'on nemici con lor gran convito,
omne buon uso da loro è fugito,
donde el mio pianto con grande eiulato.
O' sono li patri pieni de fede?
nul è che curi per ella morire;
la tepedeza m'ha preso ed occede,
el mio dolore non è corrottato.
O' son li profeti pien de speranza?
nul è che curi en mia vedovanza;
presunzione presa ha baldanza,
tutto lo mondo po' lei s'è rizato.
O' son gli apostoli pien de fervore?
nul è che curi en lo mio dolore;
uscito m'è scontra el proprio amore
e giá non veggio ch'egl sia contrastato.
O' son gli martiri pien de forteza?
non è chi curi en mia vedoveza;
uscita m'è scontra l'agevoleza,
el mio fervore si è anichilato.
O' son li prelati iusti e ferventi,
che la lor vita sanava la gente?
uscit'è la pompa, grossura potente,
e sí nobel orden m'ha maculato.
O' son gli dottori pien de prudenza?
molti ne veggio saliti en scienza;
ma la lor vita non m'ha convenenza,
dato m'on calci che 'l cor m'ha corato.
O religiosi en temperamento,
grande de voi avea piacemento;
or vado cercando omne convento,
pochi ne trovo en cui sia consolato.
O pace amara co m'hai sí afflitta!
mentre fui en pugna sí stetti dritta,
or lo riposo m'ha presa e sconfitta,
el blando dracone sí m'ha venenato.
Nul è che venga al mio corrotto,
en ciascun stato sí m'è Cristo morto;
o vita mia, speranza e deporto,
en omne coraggio te veggio afocato!
LIV
EPISTOLA A CELESTINO PAPA QUINTO, CHIAMATO PRIMA PETRO DA MORRONE
Que farai, Pier da Morrone?--èi venuto al paragone.
Vederimo el lavorato--che en cella hai contemplato;
se 'l mondo de te è 'ngannato,--séquita maledizione.
La tua fama alt'è salita,--en molte parte n'è gita;
se te sozzi a la finita,--agl buon sirai confusione.
Como segno a sagitta,--tutto 'l mondo a te affitta;
se non tien bilanza ritta,--a Dio ne va appellazione.
Se se' auro, ferro o rame--proveráte en esto esame;
quegn'hai filo, lana o stame--mostreráte en est'azone.
Questa corte è una fucina--che 'l buon auro se ci afina;
se llo tiene altra ramina,--torna en cenere e carbone.
Se l'officio te deletta,--nulla malsanía piú è 'nfetta;
e ben è vita maledetta--perder Dio per tal boccone.
Grande ho aúto en te cordoglio--co te uscío de bocca:--Voglio;--
ché t'hai posto iogo en coglio--che t'è tua dannazione.
Quando l'uomo virtuoso--è posto en luoco tempestoso,
sempre el trovi vigoroso--a portar ritto el gonfalone.
Grand'è la tua degnitate,--non è meno la tempestate;
grand'è la varietate--che troverai en tua magione.
Se non hai amor paterno,--lo mondo non girá obedenno;
ch'amor bastardo non è denno--d'aver tal prelazione.
Amor bastardo ha 'l pagamento--de sotto dal fermamento;
ché 'l suo falso entendemento--de sopre ha fatto sbandegione.
L'ordene cardenalato--posto è en basso stato;
ciaschedun suo parentato--d'ariccar ha entenzione.
Guárdate dagl prebendate--che sempre i trovera' afamate;
e tant'è la lor siccitate,--che non ne va per potagione.
Guárdate dagl barattere--che 'l ner per bianco fon vedere;
se non te sai ben schirmere--canterai mala canzone.
LV
CANTICO DE FRATE IACOPONE DE LA SUA PREGIONIA