a lo 'nferno con gran pena--duramente l'on menato;
poi gridan quelli con l'oncina:--Èsciti fore,--al condennato.
Tutto el popol s'è adunato--e nel foco el fon gettare.
XXII
DE LA VITA DE L'OMO REDUTTA A LA VECHIEZA
Audite una entenzone--ch'era fra doi persone
vecchi e descaduti--ca, dopo eran perduti,
l'uno era censalito--l'altro era ben vestito.
Lo censalito piangea--d'uno figlio ch'avea
impio e crudele--piú amaro che fele:
--Vedi, o compar mio,--del mio figlio iudío!
vedi co m'ha dobato--de lo mio guadagnato!
la sua lengua tagliente--piú che spada pognente
tutto me fa tremare--quando 'l vegio arentrare;
non fina gir gridando--e de girme stravando:
--O vecchio desensato,--demonio encarnato,
non te poi mai morire--ch'io te possa carire.--
Aio una nuora santa--de paradiso pianta,
certo io saría morto--non fosse el suo conforto;
tutto me va lavando--e scegliendo e nettando;
sí la benedica Dio--com'ell'è reposo mio!
--Compar, co m'hai ferito--d'esto c'hai referito
d'esta tua santa nura!--ché n'aio una sí dura!
se tu oderai contare--quel che me fa portare,
terraite ben contento--de lo tuo encrescemento.
Aio una nuora astuta--con la lengua forcuta,
con una voce enquina--che non ci arman vicina
che non oda 'l gridato--del suo morganato;
l'acqua, lo vento posa:--la lengua niquitosa
non può mai posare--de starme a 'niuriare
con parole cocente--che me fendon la mente;
meglio siría la morte--che la pena sí forte!
Agio un figlio ordenato--che Dio l'ha fabrecato;
con meco paziente,--la sua lengua è piacente;
a la moglie ha ferito--per quel che n'ha sentito;
ma nulla cosa giova--tanto è de dura prova.
--Compar, lo contamento--c'hai fatto en parlamento,
mitigame el dolore--ch'aio portato en core;
teneame lo piú afflitto--nel mondo derelitto,
e cento piú hai peio,--c'hai mal senza remeio,
ché passa onne malizia--ria femena en nequizia;
non t'encresca contare,--ché me puoi resanare,
le parole dogliose--piú che venenose
che questa tua nuora dice,--che Dio la maledice!
--Compar, puoi recordare,--sí como a me pare,
donzello en bel servire--ed ornato cavaliere,
bello e costumato;--or so cusí avilato
da una mercenaia--figlia de tavernaia;
con la lengua demostra--che m'ha vinto de giostra;
fatto ha cantuzio--de lo mio repuzio:
--O casa tribulata,--che Dio l'ha 'bandonata!
lo vecchio desensato--en te si è anidato;
strovele, obprobrioso,--brutto, puteglioso,
con gli occhi reguardosi,--rosci e caccolosi,
palpetra reversate,--paiono ensanguenate;
lo naso sempre cola--como acqua de mola;
como porci sannati--gli denti son scalzati;
con quelle rosce gengíe,--che paiono pur sanguíe,
chi rider lo vedesse--a pena che non moresse
con quello guardo orribile--e la faccia terribile;
ma pur lo gran fetore--che de la bocca esce fore,
la puza stermenata--la terra n'è 'nfermata;
la sarocchiosa tossa,--chi lo vede contossa;
con lo sputo fetente--che conturba la gente;
ròina secca serrata--che pare encotecata;
como lo can c'ha 'l raspo,--le man mena co naspo;
lo vecchio delombato--como arco piegato,--
e molte altre parole--che 'l mio cor dir non vole.
--Compar, molto mi doglio--pensando el tuo cordoglio;
como 'l poi soffrire--tanta vergogna udire?
maraviglia è che 'l core--non t'è crepato fore.
--Compar, non te dolire--che è 'l mal se de' punire;
commise lo peccato,--ben è ch'io sia pagato;
ch'abbi tanta allegreza--de la stolta belleza;
ma non è maraveglia--s'io turbo mia fameglia;
maraviglia m'ho fatto,--pensando d'esto tratto,
co cane scortecato--non me gett'al fossato
vedendome sí orribele,--puzulente e spiacevele.
O gente che amate--en belleza delettate,
venite a contemplare,--ché ve porrá giovare!
mirate en questo specchio--de me desfatto vechio;
fui sí formoso e bello,--né citade né castello
chivel non ci armanea--ch'a me veder traea;
or so cosí desfatto--en tutto scontrafatto,
onomo ha gran paura--vedendo mia figura;
vedete la belleza--che non ha stabeleza:
la mane el fior è nato,--la sera el vei seccato.
O mondo enmondo,--che d'ogne ben m'hai mondo;
o mondo fallace--ad om ch'en te ha pace;
o mondo barattiere,--bè glie costa el taoliere;
lo tempo m'hai sotratto,--nullo servasti patto;
col tuo mostrar de riso--perdut'ho 'l paradiso.
Signor, misericordia!--fa' meco tua concordia!
famme la perdonanza--de mia grave offensanza!
rendome pentuto--ché non fui aveduto;
per lo mondo aversire,--lassai lo tuo servire;
or lo vorría fare,--non me posso aiutare;
de la vergogna m'ardo--che m'avidi sí tardo.
XXIII
DE LA VILTÁ DE L'OMO
Omo, méttete a pensare--onde te vien el gloriare.
Omo, pensa de que semo--e de que fommo ed a que gimo;
ed in que retornerimo--ora mettete a cuitare.
D'uman seme se' concetto,--putulente sta subietto;
se ben te vedi nel diretto,--non hai donde t'esaltare.
De vil cosa se' formato--ed en pianto foste nato,
en miseria conversato--ed en cenner déi tornare.
Veniste a noi co pelegrino,--nudo, povero e tapino;
menato en questo camino,--pianto fo el primo cantare.
Menato en questo paese--non recasti da far spese;
ma 'l Signor te fo cortese,--che il suo ben vòlsete prestare.
Or te pensa el fatto tio:--se 'l Signor arvole el sio,
non t'armar altro che 'l rio,--non hai donde t'alegrare.
Gloria hai del vestimento--che t'aconce al tuo talento;
ed hai pieno el cor de vento--per «meser» farte chiamare.
Se la pieco arvol la lana--e lo fiore arvol la grana,
lo tuo pensier è cosa vana--onde superbia vòi menare.
Aguarda a l'arbore, o omo,--quanto fa suave pomo
odorifero, e como--è saporoso nel gustare.
De la vite que ne nasce?--l'uva bella ch'omo pasce;
poco maturar la lasce,--nascene el vino per potare.
Omo, pensa que tu mene--pedochi assai con lendinine,
e le pulce son meschine--che non te lassan veniare.
Se hai gloria d'avere,--attende un poco e mo 'l pòi scere
que ne pòi d'esto podere--nella fin teco portare.
XXIV
COMO LA VITA DE L'OMO È PENOSA
O vita penosa, continua battaglia,
con quanta travaglia--la vita è menata!
Mentre sí stette en ventre a mia mate,
presi l'arrate--a deverme morire;
como ce stette en quelle contrate
chiuse, serrate,--nol so reverire;
venni a l'uscire--con molto dolore
e molto tristore--en mia comitata.
Venni renchiuso en un saccarello
e quel fo el mantello--co venni adobato:
operto lo sacco, co stava chello
assai miserello--e tutto bruttato,
da me è comenzato--uno novo pianto;
esto 'l primo canto--en questa mia entrata.
Venne cordoglio a quella gente
che stava presente;--sí me pigliâro;
mia mate stava assai malamente
del parto del ventre--che fo molto amaro.
Sí me lavâro--e dierme panceglie,
coprireme quigli--con nova fasciata.
Oimè dolente, a que so venuto,
ché senza aiuto--non posso scampare!
A chi me serve sí do el mal tributo,
com'è convenuto--a tale operare;
sempre a bruttare--me e mie veste
e queste meneste--donai en alevata.
Se mamma arvenisse che racontasse
le pene che trasse--en mio nutrire!
la notte ha bisogno che si rizasse
e me lattasse--con frigo suffrire
staendo a servire;--ed io pur plangea;
anvito non avea--de mia lamentata.
Ella, pensando ch'io male avesse,
che non me moresse--tutta tremava;
era besogno che lume accendesse
e me scopresse,--e poi me mirava
e non trovava--nulla sembianza
de mia lamentanza--perché fosse stata.
O mamma mia, ecco le scorte
che en una notte--hai guadagnato!
portar nove mesi ventrata sí forte
con molte bistorte--e gran dolorato,
parto penato--e pena en nutrire;
el meritire--male n'èi pagata.
Poi venne el tempo mio pate è mosto,
a leger m'ha posto--ch'emprenda scrittura;
se non emprenda quel ch'era emposto,
davame 'l costo--de gran battetura;
con quanta paura--loco ce stetti,
sirían longhi detti--a farne contata.
Vedea li garzoni girse iocando,
ed io lamentando--che non podea fare;
se non gía a la scola, gíame frustando
e svincigliando--con mio lamentare;
stava a pensare--mio pate moresse,
ch'io piú non staesse--a questa brigata.
Tante le meschie ch'io entanno facea,
ca pigliaría--le molte entestate;
non ne gía a Lucca che cagno n'avea;
capigli daea--e tollea guanciate;
e spesse fiate--era strascinato
e calpistato--com'uva entinata.
Passato el tempo, empresi a giocare,
con gente usare--e far grande spese;
mio pate stava a dolorare
e non pagare--le mie male emprese;
le spese commesse--stregnéme a furare,
lo biado sprecare--en mala menata.
Poi che fui preso a far cortesía,
la malsanía--sí non è pegiore;
l'auro e l'argento che è en Suría
non empiería--la briga d'onore:
moriva a dolore--che non potea fare;
el vergognare--non gía en fallata.
Non ce bastava niente el podere
a recoprire--le brighe presente;
asti e paraggi, calzare e vestire,
mangiare e bere--e star fra la gente;
render presente--parente ed amice
fuor tal radice--che l'arca on voitata.
Se era constretto a far vendecanza
per soperchianza--ch'avesse patuta,
pagar lo bando non era en usanza
e la briganza--non c'era partuta;
la mente smarruta--crepava a dolore,
che 'l descionore--non era vengnata.
Se l'avea fatta, gíamene armato,
empaurato--del doppio aravere;
e stavamo en casa empregionato
e paventato--nel gire e venire;
chi el porría dire--quant'è la pena
che l'odio mena--per ria comenzata!
Volea moglie bella che fosse sana
e non fosse vana--per mio piacere;
con grande dota, gentile e piana,
de gente non strana--con lengua a garrire;
compíto desire--non è sotto 'l cielo
e l'om como scelo--che qui l'ha cercata.
Se non avea figli, era dolente,
ché 'l mio a mia gente--volea lassare;
avendo figli, non gli ho sí piacente
che la mia mente--ne sia en consolare;
or ecco lo stare--c'ha l'om en sto mondo,
d'omne ben mondo--per gente acecata.
Recolto el biado e vendegnato,
arò semenato--per tempo futuro;
mai non se compie questo mercato,
sí continuato--conti en questo muro;
lo tempo a Dio furo--ed hogli sotratto
e rotto gli è 'l patto--de sua comandata.
Battaglia continua del manecare,
pranzo, cenare--e mai non ha posa;
se non è aparechiato co a me pare,
scandalizare--sí fa la sua osa;
o vita penosa--ove m'hai menato
cusí tribulato--continua giornata!
Mai non se giogne la gola mia brutta;
sapor de condutta--sí vol per usanza,
viva exquisita e nuove frutta,
e questa lutta--non ha mai finanza;
o tribulanza,--ov'è 'l tuo finare,
la ponga voitare--e l'anema en pecata!
La pena grande che è de le freve,
che non vengon leve,--ma molto penose,
e non se parton per leger de breve;
li medici greve--pagarse de cose,
siroppi de rose--ed altri vaseglie;
denar piú che griglie--ce vono a la fiata.
A quanti mali è l'om sottoposto,
non porría om tosto--per risme contare;
glie medici el sanno, che contano el costo,
che scrivon lo 'ncostro--e fonse pagare;
abreviare--sí n'opo esto fatto
che compiam ratto--la nostra dittata.
Ecco lo verno che viene piovuso,
diventa lotuso--e rio gir d'entorno;
venti, freddura e neve per uso
a l'omo è noioso--per far suo sogiorno;
non è nel monno--tempo che piaccia
e questa traccia--non è mai finita.
Ecco la state che vien con gran calde,
angustie grande--con vita penosa:
de giorno le mosche d'entorno spavalde,
mordendone valde,--che non ne don posa;
passa sta cosa--ed entra la notte:
le pulce son scorte--a dar lor beccata.
Stanco lo giorno gíame a letto,
pensava l'affetto--nel letto posare;
ecco i pensieri, lá ov'era retto,
aveanme constretto--a non dormentare;
or al pensare,--volvendome entorno,
tollendome el sonno,--per molte fiata.
Fatto lo giorno, ed io arcomenzava;
qual piú m'encalzava,--quella prendea;
non venía fatta como pensava,
adolorava--che nolla compía;
el dí se ne gía--ed ecco la notte
a darme le scorte--com'el'era usata.
Compíta l'una, ed eccote l'altra;
e questa falta--non pote fugire;
molte embrigate enseme m'ensalta,
pegio che malta--è 'l mio sufferire;
o falso desire, ed o' m'hai menato,
ché sí tribulato--passo mia stata?
Cusí tribulato vengo a vecchieza,
perdo belleza--ed omne potere;
devento brutto, perdendo netteza,
grande splaceza--dá el mio vedere,
ed opo m'è gire--per forza a la morte
a prender le scorte--che dá en sua pagata.
O vita fallace do' m'hai menato
e co m'hai pagato--che t'aio servito?
Haime condutto ch'io sia sotterrato
e manecato--dai vermi a menuto;
or ecco el tributo--che dái en tuo servire
e non pò fallire--a gente ch'è nata.
O omo, or te pensa che è altra vita,
la qual è enfinita--do' n'opo andare;
e socce doi lochi lá 'v'è nostra gita:
l'una compíta--de pien delettare,
l'altra en penare--piena de dolore,
o' so gli peccatore--con l'anema dannata.
Se qui non lasse l'amor del peccato,
serai sotterrato--en quel foco ardente;
se qui tu lassi e senne mendato,
serai translato--con la santa gente;
ergo presente--facciam correttura,
ché en affrantura--non sia nostra andata.
XXV
DE LA CONTEMPLAZIONE DE LA MORTE ED INCINERAZIONE CONTRA LA SUPERBIA
Quando t'alegri, omo de altura,
va', pone mente a la sepultura.
E loco poni lo tuo contemplare,
e pensa bene che tu de' tornare
en quella forma, che tu vedi stare
l'omo che iace ne la fossa scura.
--Or me responde tu, omo sepelito,
che cusí ratto de sto mondo e' scito!
o' so i bei panni de que eri vestito,
ch'ornato te veggio de molta bruttura?
--O frate mio, non me rampognare,
ché lo fatto mio a te può iovare;
poi che i parente me fiero spogliare,
de vil cilicio me dier copretura.
--Or ov'è 'l capo cusí pettenato?
con cui t'aragnasti che 'l t'ha sí pelato?
fo acqua bullita che t'ha sí calvato?
non te c'è oporto piú spicciatura.
--Questo mio capo ch'avi sí biondo,
cadut'è la carne e la danza d'entorno;
nol me pensava quand'era nel monno
ca entanno a rota facea portatura.
--Or ove son gli occhi cusí depurati?
fuor del lor loco sono gettati;
credo che i vermi glie son manecati;
del tuo regoglio non áver paura.
--Perduto m'ho gli occhi con que gía peccanno,
guardando a la gente, con essi accennanno;
oimè dolente, or so nel malanno,
ché 'l corpo è vorato e l'alma en ardura.
--Or ov'è 'l naso ch'avevi per odorare?
quegna enfermetate el n'ha fatto cascare?
non t'èi potuto dai vermi aiutare,
molto è abassata sta tua grossura.
--Questo mio naso, ch'avea per odore,
caduto se n'è con molto fetore;
nol me pensava quand'era en amore
del mondo falso pieno de vanura.
--Or ov'è la lengua tanto tagliente?
apre la bocca: non hai niente;
fone troncata o forsa fo el dente
che te n'ha fatta cotal rodetura?
--Perdut'ho la lengua con la qual parlava,
e molta discordia con essa ordenava;
nol me pensava quand'io mangiava
lo cibo e lo poto ultra misura.
--Or chiude le labra per li denti coprire;
par, chi te vede, che 'l vogli schirnire;
paura me mette pur del vedire,
caggionte i denti senza trattura.
--Co chiudo le labra ché unqua non l'agio?
poco pensava de questo passagio;
oimè dolente, e come faragio
quand'io e l'alma starimo en ardura?
--Or o' son glie braccia con tanta forteza
menacciando la gente, mostrando prodeza?
ráspate 'l capo, se t'è ageveleza!
scrulla la danza e fa portadura!
--La mia portadura giace ne sta fossa;
cadut'è la carne, remaste so gli ossa;
ed omne gloria da me s'è remossa
e d'omne miseria en me è empietura.
--Or lèvate en piedi, ché molto èi iaciuto;
acónciate l'arme e tolli lo scuto;
en tanta viltate me par ch'èi venuto,
non comportar piú questa afrantura.
--Or co so adagiato de levarme em piede?
forsa chi 'l t'ode dir, mo lo se crede;
molto è pazo chi non provede
en la sua vita la sua finitura.
--Or chiama li parenti che te venga aiutare
e guarden dai vermi che te sto a devorare;
ma fuor piú vivacce a venirte a spogliare,
partierse el poder e la sua mantatura.
--No i posso chiamare, ché so encamato;
ma fálli venire a veder mio mercato!
che me veggia giacer colui ch'è adagiato
a comparar terra e far gran chiusura.--
Or me contempla, o omo mondano,
mentre èi nel mondo, non esser pur vano;
pènsate, folle, che a mano a mano
tu serai messo en grande strettura.
XXVI
COMO CRISTO SE LAMENTA DELL'OMO PECCATORE
Omo, de te me lamento--che me vai pur fugendo
ed io te voglio salvare.
Omo, per te salvare--e per menarte a la via,
carne sí volse pigliare--de la Vergene Maria;
ma non me ce val cortesia,--tant'è la sconoscenza
che ver' de me vol mostrare.
Se io te fosse signore--crudele e molto villano,
avería tua scusa valore--che me fugisse de mano;
ma sempre vol esser ensano,--ché 'l ben che io t'ho fatto
non vole meditare.
Le creature ho create--che te degiano servire;
e como sono ordenate--elle fon loro devere;
haine recevuto el piacere,--e de me che l'ho create
non te voli recordare.
Como om ch'ama lo figlio--e quel è mal enviato,
menacciagli e dá consiglio--che da mal sia mendato,
de lo 'nferno t'ho menacciato,--e gloria t'ho empromessa
se a me te voi tornare.
Figlio, non gir pur fugenno!--tanto t'ho gito encalzanno,
che darte voglio el mio renno--e trarte fuor d'onne danno,
e vogliote remetter el banno--nel quale sei caduto,
ché non hai donde el pagare.
Non gire piú fugendo,--o dulcissimo frate!
ché tanto t'ho gito cheendo--che me ce manda el mio pate;
retorna en caritate,--ché tutta la corte t'aspetta
che con noi te degi alegrare.
El mio pate sí m'ha mandato--ch'io a la sua corte t'armine;
e co stai sí endurato--ch'a tanto amor non t'encline?
frate, or pone omai fine--a questa tua sconoscenza,
ché tanto m'hai fatto penare!
Fatt'ho per te el pelegrinagio--molto crudele ed amaro;
e vei le man quegne l'agio,--como te comparai caro!
frate, non m'esser sí avaro,--ca molto caro me costi
per volerte ariccare.
Aguarda a lo mio lato--co per te me fo afflitto!
de lancia me fo lanciato,--el ferro al cor me fo ritto;
en esso sí t'agio scritto,--ché te ce scrisse l'amore,
che non me devesse scordare.
A la carne enganar te lasse--perché de me te degi partire,
per un piacer t'abasse,--non pensi a que déi venire;
figlio, non pur fugire,--ché caderai en mala via,
se da me departi l'andare.
El mondo si mostra piacente--per darte a veder che sia bono;
ma non dice com'è niente--e come te tolle gran dono;
vedendo ch'io te corono--e ponote en sí grande stato,
se meco te voli acostare.
Le demonia te von pur guatanno--per farte cader en peccato;
del ciel te cacciâro con gran danno--ed onte feruto e spogliato;
e non voglion ch'arsalghi al stato--lo qual iustamente hai perduto;
nante te von per engannare.
Cotanti nemici hai dentorno,--o misero, e non te n'adai;
ch'hai la carne, el diavolo, el monno,--e contrastar non li porrai;
e non te porrai aiutare;--se meco non t'armi ed aiuti,
che non te possano sottrare.
Se tu signor trovassi--per te che fusse megliore,
scusa averíe che mostrassi,--ed io non avería tal dolore;
ma lasse me per un traditore--lo qual te mena a lo 'nferno,
che te ce vol tormentare.
Fuggi da la man pietosa--e vai verso la man de vendetta;
molto será dolorosa--quella sentenza stretta,
ché la daraio sí dretta--de tutto el mal c'hai fatto,
e non la porrai revocare.
Mal volentier te condanno,--tant'è l'amor ch'io te porto!
ma sempre vai pegioranno--e non me ce val conforto,
daragiote omai el botto--da ch'altro non me ce iova;
ca sempre me voi contrastare.
XXVII
COMO L'ANIMA DOMANDA AIUTO CONTRA LA BATTAGLIA DE LI SENSI CORPORALI
Amor diletto,--Cristo beato,
de me desolato--agge pietanza.
Agge piatanza--de me peccatore,
che so stato en errore--longo tempo passato;
a gran deritto--ne vo a l'ardore,
ca te, Signore,--sí ho abandonato
per lo mondo tapino,--lo qual m'è venino,
e dato m'ha en pino--de pena abundanza.
Abundame dentro--la grande pena,
la qual me mena--l'amor del peccato;
l'alma dolente--a peccar s'enchina;
dev'esser serina,--or ha 'l volto scurato;
perché a lei non luce--la chiara luce
la quale adduce--la tua diritanza.
Ma s'io me voglio--ad te dirizare
e non peccare,--credo per certo
che da te luce--verrá speregiare
ch'allumenare--farrá lo mio petto;
ma so acecato--en un fondo scurato
nel qual m'ha menato--la mia cattivanza.
La mia cattivanza--l'alma ha menata
lá 'v'è predata--da tre nemici;
e lo piú forte--la tene abracciata
ed encatenata--e mostranse amici;
dánno ferite--nascoste e coprite,
le qual voi vedite--che me metton en erranza.
Crudelemente--m'hanno ferita
ed eschirnita--ed espogliata;
la mia potenza--veggio perita
perch'è 'nfragidita;--la piaga endurata
or briga tagliare--e poi medecare;
porraio sperare--che so en liberanza.
Ora m'aiuta--me liberare,
ch'io possa campare--dal falso Nemico;
fasse da lunga--a balestrare
ed assegnare--al cor ch'è pudico;
la man che me fere--non posso vedere;
tal cose patere--me dánno gravanza.
Gravame forte--lo balestrire
lo qual vol ferire--a l'alma polita;
fatto ha balestro--del mondo aversire
lo qual en bellire--me mostra sua vita;
per gli occhi me mette--al core sagette,
l'orecchie so aperte,--me recan turbanza.
Turbame 'l naso--che vol odorato,
la bocca assagiato--per dar conforto;
e lo pegiore--che per me sia stato,
lo qual m'ha guidato--ad uno mal porto,
se be' gliei do mangiare,--me fa calciare,
de l'amesurare--sí fa lamentanza.
Lamentase el tatto--e dice:--Eo so oso
d'aver reposo--en mio delettare;
or lo m'hai tolto,--sarò rampognoso
e corroccioso--en mio vivitare;
s'allento lo frino--al corpo tapino,
so preso a l'oncino--de la tristanza.
XXVIII
DE LA IMPAZIENZIA CHE FA TUTTI LI BENI PERDERE
Assai me sforzo a guadagnare--se 'l sapesse conservare.
Relioso sí so stato,--longo tempo ho procacciato;
ed aiolo sí conservato,--che nulla ne pos mostrare.
Stato so en lezione,--esforzato en orazione,
mal soffrir a la stagione--ed al pover satisfare.
Stato so en obedenza,--povertate e sofferenza;
castetate abbe en placenza--secondo 'l pover mio afare.
E molta fame sostenía,--freddo e caldo soffería;
peregrino e longa via--assai m'è paruto andare.
Assai me lievo a matutino--ad officio divino,
terza e nona e vespertino--po' compieta sto a veghiare.
E vil cosa me sia ditta,--al cor passa la saitta;
e la lengua mia sta ritta--ad voler fuoco gettare.
Or vedete el guadagnato,--co so ricco ed adagiato!
ch'un parlar m'ha sí turbato--ch'a pena posso perdonare.
XXIX
DE LA IPOCRISIA
Molto me so delongato--de la via che i santi on calcato.
Delongato me so da la via--e storto me so en ipocrisía;
e mostro a la gente che sia--lo spirito illuminato.
Illuminato me mostro de fore--ch'aia umilitate nel core;
ma se l'omo non me fa grande onore,--encontenente me so corrocciato.
Corocciato me so per usanza--qual om en mio onore ha mancanza;
ma quel che ci ha fede e speranza,--con lui me so delettato.
Delettato me so en mostra fare,--perché altri me deia laudare;
odendo 'l mio fatto blasmare,--da tal compagnía so mucciato.
El mucciare aio fatto ad engegno,--perché altri me tenga de
[meglio;
ma molto m'apiccio e destregno--ché paia ch'el mondo ho lassato.
Lassato sí l'ho nel vestire,--de pieco me voglio coprire;
ma dentro so, al mio parire,--lupo crudele ed affamato.
Affamato sí so en mostra fare--perché altri me deia laudare;
odendo l'altrui fatto pregiare,--corrocciome se è com'io laudato.
Laudato l'altrui fatto, m'endegno,--e dal canto de for sí
[m'enfegno
che me piaccia; ma poi docce un segno--che non è cusí pulicato.
Pulicato me mostro a la gente,--per le case me metto pezente;
ma molto me parto dolente--se del suo guidardon non m'è dato.
Guidardone adimando per Dio,--acconciando ce vo el ditto mio;
ma molto me par che sia rio--colui che me dá comiato.
Comiatato sí mostro l'anvito--che so scalzo e mal vestito;
el corpo mostro afrigolito--perché del suo me sia dato.
A quello che covelle me dona,--mostroglie lieta persona;
ma molto m'agrondo se sona--la voce che sia allecerato.
XXX
DE LA IUSTIZIA E FALSITÁ
Solo a Dio ne possa piacere,--non me ne curo
ciò che l'umana natura ne vuol dire.
Se san Iovanni Baptista revenesse--a repigliar el torto,
ancora mo siría chi l'uccidesse;--ché 'l mondo è en tal porto,
ca li farisei son revenuti
ca pro vertute--Cristo fier morire.
Li farisei eran reliosi,--ch'erano en quel ore;
ne lo lor cor erano invidiosi,--pieni de rancore;
mostravase che non volea onore;
ma lo lor cor--era en quel desire.